La forza dell’amicizia

Oggi su Scrittore in Viaggio vi racconto di una storia che mi ha affascinato, una storia di autentici eroi, quelle storie che adoro e su cui mi soffermo volentieri.

L’amicizia tra Jesse Owen e Luz Long. L’altra sera hanno trasmesso il bellissimo film race, il colore della vittoria.

Da qui è nata la mia riflessione. Eccovi il link e buona serata.

https://www.scrittoreinviaggio.com/il-nero-dellalabama-e-lariano-di-germania-la-forza-dellamicizia/

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Nostalgia di Zoff

Rieccola, maledetta nostalgia. Che barba, che noia, direte voi. In realtà il solito “groppino”, non grappino, “groppino” in gola a ripensare al mondo che non esiste più, come sempre, mi smuove l’anima e mi porta a riflessione.

Tutto ancora per caso.

Ho acquistato un pigiama in pile alcuni giorni fa. Mi piacciono i pigiami in pile. Non mi fanno sbrago casalingo ma tuta ginnica, stile URSS che vince le Olimpiadi in piena Guerra Fredda.

Meglio, i pigiami in pile mi fanno tuta in stile Dino Zoff e mister Valcareggi. Questo in particolare, lo vedo e subito mi piace per un motivo.

La casacca è grigia, il colletto azzurro. Al centro un disegno che ricorda lo scudetto tricolore dell’Italia.

Mi ritorna in mente la maglia di Zoff quando era in Nazionale. Quelle maglie pesanti di lana, da portierone, che i calciatori di oggi, pagati, strapagati e poco avvezzi alle fatiche di un tempo, porterebbero solo sotto dittatura.

“Vincere a tutti i costi”, scriveva qualcuno nell’intervallo di una finale del mondo. E i giocatori, ribaltavano il risultato e vincevano.

Compro al volo questo pigiama che mi ricorda la maglia grigia di Zoff, la stessa di Albertosi che indossa nella storica finale Italia-Germania 4-3.

In casa, prima di andare a dormire, indosso il pigiama e mi metto, braccia conserte, davanti allo specchio. Mi sembra di riascoltare la voce di Nando Martellini e di stare in mondovisione. Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo.

Il pensiero vola a Dino Zoff. Era il mio mito. Avevo la stanza tappezzata di suoi tuffi col pallone tra le mani, in maglia nera, verde, della Juventus, e grigia, quella della nazionale. La figura di Zoff mi conduce a fare una riflessione sul calcio, su come è cambiato tutto, e sulla solita malinconia che mi viene a guardare un mondo, sacripante, che non esiste più.

Inizio dai ricordi, che, come sapete, mi vengono facili.

Mio padre ha una persona che lavora per lui. E’ bravissimo a disegnare. Un giorno viene a casa per stare con me, bambino e cheti  fa questo? Si mette a disegnare Zoff da una foto in una delle sue parate più belle. Come quella dove salva il risultato in quel di Wembley nella leggendaria Italia-Inghilterra del 1973. Io assisto imbambolato, in uno stato di pura ipnosi.

La mano di Giannicola, questo il suo nome, scritto proprio così, è la mano di Giotto quando traccia il famoso cerchio. Un artista. E’ la materia che prende forma, la carta che si anima, la matita è la bacchetta di Von Karajan che dirige la Cavalcata delle Valchirie. E senza darci connotazioni politiche che sennò facciamo come la Pinotti che scambia la bandiera dell’Impero Guglielmino per quella nazista.

Apro parentesi: Frei Korps e Wandervogell che si rifanno all’Impero del Kaiser sono nemici dei nazionalsocialisti, Come Oswald Spengler che definisce Hitler un Dummkopf, un babbeo. Peccato per la ministra che ha fatto una brutta figura, perdendo una  buona occasione per diventare “più migliori” come sostiene la sua collega.

Torniamo a Zoff. Altro ricordo. Piazza Navona, è Natale. Forse non me ne rendo conto, non capisco, sono piccolo. Per me Natale, aria di festa, le luci, l’odore della caldarroste. Vedo solo quello, come gli occhi di ogni bambino. Non so nemmeno chi sono i Tredicine o la Guerra Fredda.

Piazza Navona è lì. In tutta la sua bellezza. Ricolma di giocattoli, croccanti, zuccheri filate e bancarelle a non finire. Altro che repulisti e moralizzazione della politica. A me, non me ne frega niente. Io sono con mio padre, mano nella mano, e andiamo in cerca dei regali per Natale. Mio padre mi ha sempre risparmiato la finta di Babbo Natale. Alla Befana scrivevo. Ma di babbo Natale per me ce ne era uno. Era Babbo mio.

Camminiamo per la città. Altro ricordo. Parcheggiata la macchina in Piazza Cavour. Primo regalo: orologetto Timex in un negozio dove ora appesta le vie e la piazz, un posto mangereccio dove non andrei nemmeno fossi in fuga da una guerra. E non dico per scherzare. Piuttosto Seppuku. Vocazione samurai.

Dicevo: orologio Timex, negozio abbacinante. L’orologio è di quelli che andavano ai tempo: tutto nero, spingi il bottone ai lati e appare l’ora in rosso a led. Figata. Sono in estasi. Manco il miracolo italiano al bunga-bunga.

Secondo regalo, e qui viene il bello. Direzione Piazza Navona, bancarelle in festa. Io sono invincibile. Cammino per mano con mio padre, sempre lui, il mio Babbo Natale. Sosta davanti a una bancarella ed ecco la seconda estasi.

Caterina di Siena in confronto a me è una col male di vivere. Me ne torno a casa con una maglia grigia. Da portierone, manica lunga e scudetto dell’Italia, più felpata della Superpippo di quando farò il militare, anni dopo. I famosi mutandoni da mettere sotto alla mimetica che a non averli adunate alle 6 e con i freddi climi di Falconara Marittima a dicembre, non mi avrebbero aiutato a stare vivo qui, A digitare in tastiera.

Arrivo a casa e con quella maglia grigia che mi fa sentire Dino Zoff. Ci mangio, ci gioco, ci leggo, ci vado pure a dormire. Quasi ci faccio il bagno ma Babbo Natale non vuole.

Dino Zoff è un simbolo. E’ l’idea. Più di Evola per gli Evoliani, di Prima Linea per i marxisti-leninisti, di Renzi per Gentiloni.

Per tutti gli anni Settanta, Dino Zoff è stato il miglior portiere al mondo. Oltre a quello di presenze, ha al suo attivo due record di grande rilevanza: con la Nazionale è rimasto imbattuto per 1.134 minuti, dal 20 settembre 1972 al 15 giugno 1974, quando nella partita contro Haiti viene trafitto da Sanon al 46′; in campionato ha mantenuto inviolata la porta per 903 minuti nella stagione 1972-73, record rimasto imbattuto per più di dieci anni e superato dal portiere del Milan Sebastiano Rossi nel 1994.

Sfiora il Pallone d’Oro nel 1973. Davanti a lui c’è un signore che si chiama Johann Cruyff.

Alla Juve, in 11 anni, non salta mai una partita. Ne sa qualcosa Massimo Piloni che gioca a malapena qualche amichevole e partita di Coppia Italia. Con Zoff, il secondo portiere, rimane riserva tutta la vita.

Con i bianconeri colleziona 479 presenze, vincendo 6 campionati, 2 coppe italia, una coppe UEFA, disputando 2 finali di Coppa campioni, come si chiamava ai tempi, e una di Coppa Intercontinentale.

Zoff insieme a Scirea, Cabrini e Gentile, formerà una delle migliori linee difensive della storia del calcio. È il vincitore più anziano della Coppa del Mondo che arriva nel 1982 dopo il discusso mondiale del 1978 dove a Zoff molti faranno pesare i due “sbatafloni” presi nella partita con l’Olanda.

Al mondiale del 1978, l’Italia sarà l’unica a battere l’Argentina di Videla guidata dal Conducator Menotti. Il calcio di quell’Italia sarà tra i più belli della sua storia. Meglio anche di quello giocato dai Leoni del 1982. Per non dire di quello degli anni a venire e di oggi. Nemmeno a parlarne che si spreca tempo.

Nel 1990 diventa il primo allenatore a conquistare la Coppa UEFA.

Adoro Zoff perché adoro il calcio di quel tempo e in genere lo sport che, quello di una volta, sapeva coinvolgere e affascinare. Anche i “tiepidi” come me che di calcio non vivevano.

Le storie di Zoff, di gente come Riva, Boninsegna, Burgnich, Scirea, Rivera, Falcao, Bruno Conti, le vicende della straordinaria Lazio del 1973, della Roma di Liedholm, dell’Inter di Trapattoni, sono storie di un mondo che non aveva ancora ceduto il passo al nulla costruito sui soldi e dalla tirannia del mercato come pensiero unico. Pensiamo a Zoff senza addentrarci troppo nella definizione dei caratteri degli sportivi di una volta.

La sicurezza, la sobrietà dei gesti, la sua impassibilità anche in stadi caldi come quello di Napoli, squadra con cui ha giocato 141 volte prima di passare alla Juventus, hanno fatto di Dino Zoff un personaggio a sé nel mondo del calcio. Una discrezione, un classe che oggi fa apparire il mondo del calcio un’accolita di adolescenti in preda agli ormoni.

L’imitazione di Neri Marcoré che gioca su questa impassibilità è straordinaria. Oltre che esilarante.

Era bello tifare per una squadra dove c’erano giocatori della stessa città, i famosi calciatori-bandiera che passavano tutta la vita nella stessa squadra non dandosi al meretricio clubbistico.

Era bello il calcio di Roger Milla, N’Kono e dei Leoni del Camerun.

Era bello guardare entrare in campo con il viso accigliato Agostino Di Bartolomei. Era bello sentire scandire il nome dopo una staffilata in porta dalla tre quarti. Ne scriverò.

Era bello quel mondo, il Verona di Bagnoli, l’Italia di Bearzot, le squadre con uno o due stranieri al massimo che si chiamavano Helmut Haller con la pubblicità dell’Ovomaltina, Schnellinger, o brasiliani “spelacchiati” come Altafini che entravano a fine partita con i calzettoni abbassati e ti segnalano il gol partita. Giocatori che il nome lo capivi e la pronuncia veniva facile.

E te li ritrovavi dall’altra parte come avversari, non nella stessa squadra perché naturalizzati, oriundi o chissà cosa. Se c’erano, erano eccezioni.

Tra i miei altri ricordi, l’emozione di entrare a vedere l’Italia e cercare con lo sguardo Zoff per avvicinare il più possibile questo che per me, piccolo, era un impassibile dio dell’Olimpo. Come i Bettega, i Mazzola, i Beccalossi, i Baresi e tanti altri che non sto a dire. perché, come avrete capito, qui non si tratta di tifo. Ma di un’epopea.

Quella dove c’era ancora passione e il guadagno non era l’unica regola.

E per finire, altre “memorie” di un mondo meno confuso e senza identità. Perché, tanto non stiamo a menarcela. Identità globale non è altro che nessuna identità, è “sradicamento” di ogni diversità in nome di un unico ordine.

Che infatti fa apparire le squadre tutte uguali. Senza “diversità”. Come McDonald. Gira che ti rigira, in tutte le parti del mondo, ti propone le stesse “pietanze”. La puzza la riconosci in ogni città del mondo.

Ricordi del Processo del Lunedì, di Tutto il calcio minuto per minuto, della Domenica Sportiva, di Paolo Valenti e del suo Novantesimo Minuto con l’inconfondibile siglia taaarattattatata e lo stadio che si riempiva veloce.

Per non dire degli inviati e degli ospiti di Biscardi. Presidenti come Costantino Rozzi, Viola o Boniperti non esistono più. Provate a ricordarvi i nomi dei presidenti oggi. Ci vuole l’inteprete.

Ecco, torniamo a bomba. Il mondo privo di identità e del danaro è servito.

Peccato, anche il calcio, come tutti gli altri sport, dove c’erano i Borg, i Lauda, i Gimondi, i Moser, i Villeneuve, non c’è più.

Non rimane che parlare di Zoff, di Bearzot e di quanto era bello stare con papà davanti alla tv quando Berlusconi, forse, suonava ancora in Crociera e la televisione era solo Mamma Rai con gli sprazzi di vita di Canzonissima e Studio Uno.

Che bello quando si giocava in stanza a portieri e io facevo Zoff o Sepp Mayer e mio fratello Pizzaballa del Milan.

Che bello aspettare la Domenica Sportiva e sperare di essere invincibili e impassibili. Come Zoff e la sua porta “inviolabile”.

E provare ad assomigliargli un po’. Discreto, sobrio, elegante, un vero campione.

 

 

 

La solitudine di Borg, come in un quadro di Hopper

IceBorg o forse meBorg, mi piacerebbe aver potuto dire un tempo. L’uomo di ghiaccio capace di vincere cinque volte di seguito il più prestigioso torneo di tennis al mondo, quel Wimbledon che una volta mi faceva passare giornate “gagliarde”. Quando la tv di stato non eruttava pubblicità e le partite dell’Italia erano precedute dalla sigla in Mondovisione e venivano giocate da facce proletarie con la maglia azzurra. Bei tempi, ben diversi dal calcio tatuaggiato e orecchinato di oggi.

Ieri sono andato a vedere il film Borg McEnroe. Non vedevo l’ora. Come accaduto con Rush, la storia epica che racconta di Lauda e di Hunt. Dico subito che il film su Borg mi è piaciuto. Non come Rush. Meno approfondita la psicologia dei personaggi, meno spettacolare il film che è principalmente concentrato sulla storica finale di Wimbledon del 1980, la quinta di seguito vinta da Borg.

Certamente fa vibrare il muscolo pulsante la storia e rivivere i cinque set di quella partita è pur sempre uno struggente ricordo. Però Rush è altra cosa.

La figura di Borg è “abbastanza” centrata, più di quella relativa a Crazy John Patrick. Il vecchio Bjorn Runa mi è sempre piaciuto. Se molti volevano essere John McEnroe, io volevo essere Borg. Provavo a fare il rovescio a due mani con risultati pessimi.

I due però mi affascinavano entrambi e più di altri tennisti. Per non dire della battuta di McEnroe e delle sue staffilate. Ad un certo punto del film si sente dire: “Borg è un martello pneumatico, John McEnroe un coltello che ferisce qua e là. Non senti niente e ad un certo punto ti ritrovi a morire dissanguato”.

Di Borg mi piaceva quello che mi piaceva di Lauda: la disciplina e la capacità profonda di convogliare la classe in un misto di “sole e acciaio”.

Di McEnroe e Hunt mi piaceva altro: lo scapestrato che non sono mai riuscito ad essere, il ribelle che covavo dentro ma che, tranciato dalle mie paure e insicurezze, non facevo uscire fuori. Anche la genialità maldestra, la classe scomposta.

Nella disciplina di Borg e di Lauda, nel loro controllo delle emozioni, cercavo di identificarmi. Per rimuovere le mie paure, le mie angosciose ansie. Con gli stessi risultati del mio rovescio a due mani. Praticamente un 6-1, 6-1 a favore dell’ansia.

Certo è che quando vidi Borg abbinarsi alla “scosceggiante” e incontinente Berté e Lauda separarsi da Marléne, compagna di soldi e di vittorie, beh, ci rimasi male.
Peggio di Baggio in Brasile dopo il calcio di rigore nella finale col Brasile del 1994.

Non per moralismo. Solo l’illusione giovanile che esistesse un mondo perfetto di amori fulgidi ed eroi vittoriosi.

Di questo film Borg McEnroe non mi è arrivata solo l’epica della storia, l’amicizia tra i due, che forse, peraltro, avrebbe meritato un maggiore approfondimento.

No, mi è arrivata la solitudine di Borg che forse ha coinciso molte volte con la mia, soprattutto in adolescenza dove se non sei “pallonaro” e “macho macho”, ed io forse ero più “micio micio”, sei un oggetto camminante non identificato.

Borg nella stanza di albergo che cammina a piedi scalzi sulle racchette per testarne l’accordatura assieme al suo fedele allenatore, Borg che siede sul letto da solo, senza Mariana Simionescu con cui ha poco dialogo, ebbene questo Borg, mi ha riportato ad un quadro del mio amato Edward Hopper: Escursione nella filosofia.

Nel quadro, un uomo fissa un tappeto di luce, come se si fosse seduto dopo averla raggiunta. C’è una quiete mortale nel quadro, come in tutti i quadri di Hopper. Nonostante questa luce di cui quest’uomo ha estremamente bisogno, la verità non viene accolta ma solo percepita.

E’ una vita muta, un silenzioso grido, una impotenza che in realtà è potentissima. Borg che guarda il vuoto è questa potente impotenza, il pensiero angoscioso del peso delle emozioni che digrignano ma che lui ha reso gelide e contenute dentro di sé.

Dopo l’esperienza della beatitudine, Borg sembra esserne consapevole. La caduta è in agguato, questo essere banditi dall’eternità che farà esclamare a Yukio Mishima,  prima di fare Seppuku, “la vita umana è breve ma io voglio vivere per sempre”.

Eccolo il destino della solitudine: la metamorfosi di ciascuno di noi in Adelchi manzoniano: “Soffri e sii grande, il tuo destino è questo”.

Nonostante il successo, nonostante i soldi, la solitudine di Borg è totalizzante, è una metastasi dell’anima. Come nel quadro. Una donna è distesa alle spalle dell’uomo seduto sul letto. Per metà è svestita, ha i capelli sciolti.

L’uomo è indifferente, sprofondato in sé stesso. Come Borg in preda all’indecisione e al dubbio di perdere, di non riuscire a entrare nella leggenda. Nonostante il suo mondo simbolico fatto di riti scaramantici e di emozioni soffocate. Sembra voler dire: chi ha fatto un bel sogno non potrà mai tornare alla realtà.

E’ la distanza dal piacere che sta per sfumare, la consapevolezza che, anche se giovane, è ormai sfibrato, usurato dall’essere il numero uno, è la solitudine dei numeri primi.

Nel quadro l’angoscia dell’uomo corruga la fronte. Forse la donna alle sue spalle è la bellezza stessa che lo ha tradito. Il quadro diventa metafora della vita e dell’eros di cui mette in luce il carattere contraddittorio. Il quadro registra l’impossibile unità, la cultura tragica di una distanza muta, irrisolvibile, l’uomo racchiuso nel silenzio e nella finitudine eternata. Borg è l’uomo del quadro.

In maniera opposta ma identicamente “oppresso” dalla volontà “emulativa” di essere come Borg ,è John Patrick McEnroe. Anche lui è solo. Davanti al pubblico di Wimbledon che lo fischia, davanti al mondo che lo contesta nello stile e nelle sceneggiate.

Solo perché è consapevole che sarà un fuoriclasse, ma che non diventerà come Borg, la leggenda. Soli entrambi, soli che diverranno amici. Come Lauda e Hunt e, come Hunt, anche Borg finirà per cercare di riempire il vuoto della solitudine angosciosa con l’evasione e la narcosi. Prima delle emozioni, poi della realtà. Che è poi un po’ la stessa cosa. dopo delle realtà.

La modernità si è nutrita di un sogno irreale di beatitudine, “venduto” dal mondo borghese e teorizzato dalle utopie socialiste. La modernità è l’epoca che più di ogni altra ha identificato il piacere con la vita stessa. Ma di fronte alle contraddizioni che la vita genera, la vita ha sempre di più finito per assomigliare a una morte silenziosa.

Come nei quadri di Hopper. I personaggi che sbarrano l’accesso alle difficoltà, alle contraddizioni, alle emozioni, alla realtà della vita sono le icone più rappresentative di questa vuotezza. Siedono immobili, hanno cercato la felicità senza trovarla o forse l’hanno trovata senza capirla.

Guardano il sole, conducono una vita agiata. Hanno creduto di trovare il godimento costante nel successo e nel piacere ma ora si trovano davanti al nulla e una luce incavata di buio si è insediata nei loro occhi, una luce non recepita.

Borg, come viene descritto nel film e dalla vita stessa, è un figlio della modernità. Pietrificato in un desiderio di immortalità. Non voler morire ma nemmeno riuscire a vivere fino in fondo. La rete di relazioni è distrutta dalla concezione moderna del tempo e dalla “volontà di potenza”. E’ questa la vera sconfitta di Borg.

Essere costretto a vincere senza liberarsi dal vincolo. L’essere umano “chiarificato” è anche quello capace di scegliere. Per questo, molte volte, la scelta viene rimandata dall’evasione. Mentre la forza della scalta accordata con il se chiarificato rimane il cuore del vero potere: quello che si ha su se stessi e sul controllo dei demoni del pensiero: il pensiero-rumore, quello prevaricatore, il pensiero-ideologia e quello intrattenimento.

Insomma, il film mi è piaciuto per quello che ho percepito e “sentito”.

Come sempre, tutto ciò che riporta al proprio io profondo, alla propria solitudine, alle proprie esperienze, al quella che io definisco, una certa distanza dal mondo “esperita” più volte, è comunque benefico. Quando genera consapevolezza e non rimuginio, il pensiero-rumore.

La presa di coscienza del reale e delle sue verità. Si chiama anche maturità cognitiva. In tutti i suoi aspetti che, una volta compresi. mordono meno. E’ questa la mia Escursione nella filosofia, è questo il mio pathos per certi “compagni di solitudine” come Borg e molti, moltissimi altri che tengono desto, in ogni caso, il mio piacevole cammino esistenziale.