Intervistato da Radio Punto Zero

Se volete sapere la linea editoriale che ho dato al progetto Green Planet News, stasera sulla homepage trovare l’intervista che mi ha fatto la bravissima giornalista, autrice e speaker di Radio Punto Zero, Serena Bassi.

Non sono giorni facili. Sono giorni in cui sto sperimentando “il nulla di Dio” e la lontananza di un conforto a cui ho sempre creduto. Ora non più. Che non significa non credere più. Significa solo sapere che di fronte all’imponderabile, all’inaspettato, siamo privi di ogni difesa e la forza dobbiamo trovarla dentro di noi. La fede non c’entra.

Ecco perché nell’intervista ho fatto un accenno a qualcosa che prima o poi racconterò. Ma soprattutto ho voluto raccontare della mia idea di Green. Che non è solo ambiente ma speranza, fiducia, voglia di credere ancora a qualcosa di buono.

Nonostante in questi giorni, con il cuore strappato, mi venga da vedere solo il colore nero.

Buona serata e se vi va, ascoltate l’intervista sulla homepage del sito www.greenplanetnews.it.

 

Annunci

Un gioia di guscio

C’è una gioia di guscio
che sforbicia,
quando l’anima,
ingombra,
di inutile chincaglieria,
attraversa il solido delle cose,
senza farsi strascico.
È quando premo il tempo
sotto il suolo della mia fiducia
e la speranza non decade.
È quando al petto aggancio
i fulmini del mio temporale
e faccio strage
di lampi e tuoni,
ridonadomi all’essenza del paesaggio.
lo sciame delle api, la notte delle lucciole,
la lingua sulla lingua,
mentre sogno
di baci estivi e di carezze sulle guance.
Sono spiccioli, ma monete d’oro,
quando mi avvicino
in millimetri,
all’estasi che preme.
C’è ardore, scavando,
un rosso esclamativo che si accende,
una visione della strada,
in un percorso di silenzi e di parole.
Una grotta, un rifugio, un ristoro,
così, da vivere,
in un’aurora che ti piomba addosso,
tutta d’oro,
quanto la mente tace
e anche gli occhi
si aggrappano
a lembi di mondo.
Il respiro si allarga,
dalle viti sale,
una brace che scioglie,
il digiuno di bellezza.
E allora canti,
a squarciagola,
per seminare rose,
dalla gabbia della mia visione.

Incontri

Oggi ho avuto un incontro di quelli che mi toccano e che mi trasportano improvvisamente tra le braccia del pensiero, quello buono, conciliante con la vita e con le sue asperità.

Ho scritto di getto questo post sul mio profilo Facebook, io che sono restìo a cadere troppo nel personale su Facebook, che vi ripropongo qui.  Perché, sono convinto, che più si estende la riflessione sulla vita e sulle piccole cose che ce la fanno apprezzare, soprattutto in un momento come questo, e più possiamo trovare pace. Con noi e con gli altri. Perché questa pace ce la meritiamo tutta.

Ci sono persone che mi riconciliano con l’essere umano. Questi i fatti: l’agenzia delle Entrate mi chiede due anni di movimenti bancari da inviare entro pochi giorni per verificare se l’azienda fallita 3 volte dove ho lavorato fino a due anni fa mi ha pagato la ritenuta d’acconto per il periodo in cui non ci faceva più busta paga. Panico.

Non è facile avere due anni di movimenti bancari così su due piedi. In banca il primo impiegato, gentile e affabile, ci mette mezz’ora per stamparmi 3 mesi. Ne mancano 21 di mesi. Armato di pazienza mi dico farò tardi e faccio passare avanti una signora anziana.

Non mi preoccupa aspettare ma il fatto che possa non bastare la disponibilità di questo impiegato a risolvere il mio problema perché non si capisce se è possibile avere così tanti mesi di movimenti.

Poi succede che arriva Tatiana che ringrazio con il cuore e abbraccio con l’anima. Tatiana mi chiede di cosa ho bisogno. È malata di cancro, il cranio glabro, di una bellezza intensa e tragica, di una giovinezza travolgente.

In dieci minuti stampa i rimanenti 21 mesi, me li spilla con mani bellissime e mi saluta sorridendo. Non mi fa pagare nulla. Io ringrazio, la saluto e vorrei essere come Cody la bambina la cui attrice è anche tra le mie amicizie Facebook quando, sul film La mossa del diavolo, incontra una piccola malata e la abbraccia.

La guarisce perché Cody ha i poteri del Signore. Ecco vorrei abbracciare Tatiana ed essere come Cody. Me ne esco parlandone al Signore, si ho questo orribile difetto, cerco speranza dunque mi rivolgo alla giustizia oltre il mondo, vedendo le ingiustizie del reale.

Ringrazio i giorni. Che hanno sempre da insegnarci qualcosa. Fuori fa caldo, ma c’è vento. Il soffio della vita. Grazie Tatiana di avermelo ricordato… scusate le chiacchiere.

E aggiungo, buona serata

Luci e ombre

Il 3 luglio si inaugura una mostra al palazzo della Cassazione. In questo link che ci riporta all’articolo che ho pubblicato su Green Planet News trovate tutte le informazioni.

Luci e ombre il titolo di questa intensa esposizione fotografica. Sono questi i progetti a cui mi piace dare particolarmente voce. La mostra mette insieme gli scatti realizzati dai detenuti del carcere di Avezzano. Non è la “solita” denuncia sulle condizioni carcerarie.

Qui la parola che fa da sfondo alla rassegna è speranza. Parlando anche con la curatrice del progetto, Cristina Mura, è emerso proprio questo. La volontà di realizzare un percorso, un possibilità per chi ha sbagliato di trovare ancora fiducia, di credere nella vita.

Senza abbandonarsi al cinismo della “banalità del male”. E le lacrime di alcuni di questi detenuti alla presentazione del progetto di fronte ai loro lavori sono forse la migliore speranza di redenzione a cui possa consegnarci la terapia dell’arte e del ritrovarsi “uomini tra gli uomini”.

Buona lettura e buona domenica.

La perversione dello “spleen” in una giornata qualunque

La perversione dello “spleen”. Lo chiamo così quel vago stato di rodimento del fondoschiena, quel prurito esistenziale che fa oscillare le potenziali espressioni del mio volto tra Vincent Cassel sul film L’Odio e Enzo Cecconi nel bellissimo Jeeg Robot .

In realtà la giornata si storce per la stabilità del mio umore che certi giorni ricorda la fermezza dei pachino sulla bruschetta. Cadono a destra e a manca. Però, al di là del mio rodimento, che non è percepito come certe minchiate che leggo che fanno sottigliezze sulla sicurezza, farfugliando distinzioni tra il reale e il percepito dove in ogni caso, giova ricordarlo, viviamo in un paese di merda che manca poco che stiamo tranquilli come come in Colombia, appunto, il rodimento di oggi si appunta ancora su fatti accaduti e non percepiti.

Oggi ho chiuso una causa di lavoro con una transazione che ha portato a me e ai miei colleghi poco più di un decimo di quanto ci spettava. Dico anche che va bene così perché diversamente sarebbe stato, in un paese dove le cause durano decenni, un rischio e una perdita di tempo. Abbiamo incontrato un giudice davvero bravo, giovane, serio, concreto e non sindacalizzato che non ha fatto politica ma vita reale, facendo ragionare tutti.

Dico anche che chi doveva riconoscerci questa minima indennità ha subito mostrato volontà di riconciliare e aggiungo pure che le responsabilità non erano da attribuirsi tutte a chi ha fatto il licenziamento in blocco ma a problematiche precedenti con fallimenti di società su cui lo stesso giudice ha detto “scatole vuote che porterebbero su un binario morto”.

Insomma, meglio chiudere, con i classici pochi, maledetti e subito (soldi). Dovrebbe essere tutto ok, direte voi. Come uno dei miei colleghi che decide subito di accettare facendomi, “io pure la metà prendevo”. E parliamo di cifre che bastano per comprarti un kymco.

Ora il problema è un altro. Non una questione di cifre che se davo retta ai conteggi, mettevo su una bella libreria. Non è questo. Anzi, ci salutiamo anche con una stretta di mano e via. Mi incammino e, come sempre, rimango solo con le mie riflessioni.

In tutta questa vicenda, al di là dell’oggettiva amarezza di vedere una casa editrice storica fallire tre volte, mi vengono vari pensieri. Noi che stiamo cercando di “monetizzare” oggi i nostri sforzi con immane difficoltà, la situazione dell’editoria che ha vissuto il terremoto che ha vissuto e bla bla bla.

Però c’è qualcosa che mi fa veramente girare i cabbasisi e sapete cosa? Intanto che si fa un bel dire di solidarietà, corridoi umanitari, buoni da una parte e cattivi dall’altra e qui, se a 50 anni perdi il lavoro, ti attacchi al cazzo. Detto crudo. Mi rivedo la Fornero, penso ai suoi pianti e divento non come Jeeg Robot ma come Zingaro quando dice: scioji i cani.

Poi pensi ai terremotati e il tuo di terremoto è poca cosa. Però il rodimento rimane. Soprattutto quando vedi l’amministratore della cooperativa con cui abbiamo conciliato che si gonfia pure il petto  al pari di un mafiosetto di quartiere.

E soprattutto assisti alla pantomima che, in attesa della chiamata del giudice, di lui che telefona e dice davanti a noi, poveri giornalisti professionisti a cui vengono offerti 3 euro ad articolo, “mandami il curriculum che lo assumiamo subito”.

Poi pensi anche che, senza aver mai sofferto né prima né dopo di nostalgie sessantottiste, brigatiste e sindacaliste, comunque, hai sempre creduto ad una minima “fraternità di colleganza” e che hai tentato di fare una battaglia per un diritto minimo tutti insieme e che hai rifiutato qualcosa che ti avevano offerto per non tradire gli altri.

Dici: sarai un eroe d’altri tempi? No, sono un coglione di oggi con la testa nel passato. E infatti due delle colleghe più battagliere e avvelenate col “padrone” che ti fanno? Sottobanco trattano e si fanno assumere. Marameo a tutti e tanti saluti alle battaglie di colleganza e alla dignità sociale, ai valori di correttezza e lealtà così desueti oggi.

Non dico abbiano fatto male. Ognuno ragiona con le sue necessità. Però, magari saperlo, anche per rispetto di tutti, insomma, alla fine ognuno mostra quello che è.
Me ne torno davanti al pc e accendo per continuare il mio lavoro, nella speranza di continuare a farlo con un minimo di risultato.E scrivo a voi per domarlo questo rodimento, trascenderlo.

Ripenso ad una delle colleghe che oggi ha provato a chiedere di essere assunta da questa cooperativa, sentendo delle due ex-colleghe assunte tempo fa. Penso che tanto offerte non ce ne hanno fatte e penso che piuttosto pane e cipolla ma non ho più l’età per mettermi sugli attenti di fronte a chi si improvvisa in editoria ma tratta servizi e facchinaggio.

Penso si al Cecconi quando fa “in non sò amico de nessuno”. Si, in molti casi non sono amico di nessuno. ma per quelli che sono come me, per quelli che ancora credono ancora ad un minimo di giustizia e di fraternità reale che non si fa propaganda sulla pelle altrui, si per me e per quelli come me spero quello che dicevano i guerriglieri dell’IRA in carcere durante lo sciopero della fame in cui morirono per protestare contro le leggi speciali della Thatcher: nudi, stremati ma indomiti si urlavano da cella a cella, in gaelico, Tiocfaidh ár lá, verrà il nostro giorno.

Ho incontrato la speranza

Vorrei parlare di una piccola cosa, di una piccola insignificante giornata che, però, racchiude tutto. Mi piace soffermarmi su qualcosa di positivo se lo scorgo intorno a me.

Ve lo dice uno che non sopporta la massa, che definire schivo è puro eufemismo, che quando non gira bene guarda il mondo e lo ritieni troppo affollato di “bipedi parlanti”, tanto per esser chiari e per non alimentare buonismi fuorvianti.

In questi giorni, anzi meglio, di questi tempi Mamma Terra non se la passa benissimo. Tra psicolabili che inneggiano a Dio pensando di compiacerlo ammazzando così, qualcuno a casa, come io sfoglio un giornale, democrazie totalitarie che impongono il “proprio ordine” mondiale col sangue e reflussi gastroesofagei derivanti dalla politica, c’è ampiamente di che deprimersi.

Ma non voglio cedere e pensare solo a siffatto genere “bipedumano”. Questa mattina qualche riscontro positivo, semplice, di quelli che pone la linea: da una parte i santi, dall’altra i criminali, in mezzo ci siamo tutti noi. Con le nostre debolezze, la nostra dignità, la nostra disperata ricerca di un senso.

Mi muovo in direzione INPGI, ho qualce problema di contributi arretrati da pagare. Devo andare per chiedere rateizzazione adeguata. Altrimenti è il mio default, altro che spread e minchiate simili.

Qui si tratta della gloriosa economia domestica come la si definiva in tempi non sospetti. Ebbene, mi muovo. La giornata è radiosa. Il solito movimento. Chi corre, chi strombazza col clacson. Ha il ditino facile. Forse a porselo altrove, troverebbe sollievo, penso in un lampo. Insomma, vita quotidiana.

In mezzo al caos, con la “monnezza” che “irraggia” la pur sempre belle Capitale, nonostante tutto, assisto alla prima scena di ordinaria bellezza.

Incrocio un branco di ragazzi. Una baby gang? No, una wonderful gang. Sono insieme, parlano, si confronto, dibattono con interesse di come sarà la giornata. Hanno il soffio dell’entusiasmo della vita davanti. Fin qui, tutto normale. Sono belli, molto belli. Così li trovo. Non sono una gang, sono una squadra, fanno gruppo.

Insieme a loro c’è un ragazzo, con un giovane coetaneo. Bastone e occhiali scuri. Non vede. E’ cieco, parola desueta, non vedente, più buonista. La realtà non cambia. I suoi occhi sono in silenzio. Lui percepisce e parla, sorride.

E’ uno di loro. Loro lo proteggono. Attraversano davanti a me e una ragazza lo tiene amorevole per il braccio. Lui sorride. “Sente” cose belle attorno a lui. Guarda anche senza vedere. Integrazione, amore, c’è qualcosa per cui Dio sorride a vedere le persone. Che non si uccidono agitando il suo nome.

Passata questa scena, cosette molto più “piccine” che però sintetizzano la quotidianità che fa piacere. Arrivo all’INPGI e un impiegato risolve il mio problema in pochissimo tempo con disponibilità e gentilezza. Da encomio. Gentile anche il vigilantes all’ingresso.

Esco continuando la mia giornata di piccoli incontri, di quelli che fanno bene, così, semplicemente camminando e andando incontro alla giornata. Attraverso Villa Borghese. Qualche coppietta sulle panchine, atmosfera rilassata.

Un chiosco. Mi fermo per un caffé. Sono 3 indiani a gestirlo. Gentilezza e buon caffé. Penso alle sciocchezze di chi parla credendo che il problema sia la religione o il colore della pelle o, peggio mi sento, la diversità del sesso o i propri gusti sessuali. Il problema è il cuore, la disponibilità d’animo. Una grazia trasversale che il Dio dell’Amore a volte manda per sollevarci da numerose pene e parecchi cattivi esempi.

Ecco, concludo. Nulla di trascendentale, forse, ho visto oggi. Anzi no. Ho visto la la rivoluzione: il potere della gentilezza e dell’amore, una trasgressione autentica in una società cinica dove la quotidianità e quella descritta da Frankie HI NRG: “Il fine è solo l’utile, il mezzo ogni possibile. La posta in gioco è massima, l’imperativo è vincere
E non far partecipare nessun altro. Nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro, niente scrupoli o rispetto verso i propri simili. Perché gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili”. Il potere della gentilezza e dell’amore. Così bello a vedersi, così forte da costituire la speranza di un mondo diverso. Dove, nelle piccole cose, palpitano cuori e anime davvero “sovversivi”. le giornate belle sono anche queste.

Come un gatto in tangenziale

In tempi in cui “il popolo” comincia ad averne abbastanza delle chiacchiere della politica e dei burocrati europei, ieri sera ho visto un bel film che mi ha fatto riflettere parecchio. Il titolo è Come un gatto in tangenziale con due attori che amo, in grado di fare sempre film intelligenti: Antonio Albanese e Paola Cortellesi. regia di Riccardo Milani.

Il film racconta la storia impossibile tra Agnese, figlia di Giovanni (Antonio Albanese), funzionario del Governo che fa buonismo parlando di riqualificare le periferie con le parole e Alessio, figlio di Monica che abita insieme alle zie, Pamela e Suellen, al quartiere simbolo di come la politica intenda le periferie: Bastogi.

E’ l’incontro-scontro tra il centro e “il mondo dimenticato” della periferia reale, quella che Giovanni conosce solo sulle carte dei suoi progetti. Monica avverte Alessio: “non siamo uguali, inutili farsi illusioni”.

Bravi i due giovani protagonisti, Alice Maselli e Simone De Bianchi. Per non dire delle gemelle cult, Alessandra e Valentina Giudicessa, loro di Bastogi sul serio. Strepitose.

Rilevanti anche le figure di Luce, moglie separata di Giovanni, interpretata da Sonia Bergamasco, che vive di sogni coltivando lavanda in Provenza, simboleggiando alla perfezione la deriva borghese della gioventù ricca che giocava a fare la rivoluzione negli anni di piombo e Claudio Amendola,  Sergio, “maestro de tajo”, eterno galeotto.

Al centro dell’incomunicabilità che regna nella storia è il divario che esiste tra i due universi. Il film fa sorridere e ridere. Però il problema delle periferie è un problema serio che rischia di sfociare in un eccesso “tragicomico” che non rende giustizia al messaggio sociale che probabilmente il film vuole lanciare.

I due protagonisti sono sempre bravi. Il rischio è di trasformare le “vite dolenti e dolorose” di chi vive la quotidianità a Bastogi, come a Corviale, Tor Bella Monaca, e in tanti altri luoghi, in vite che fanno ridere e questo finisce per non fare “giustizia sociale”.  I due mondi in antitesi di Giovanni e Monica sono ritratti un po’ troppo “a stereotipi”.

Divertenti ma che con un maggiore approfondimento psicologico avrebbe aggiunto davvero di più ad un film che comunque porta molto da pensare. Creare paradossi  fa ridere, è vero ma rischia di portare fuori strada.

Le gemelle sono straordinare, Monica che litiga con i vicini di casa di tante nazionalità diverse, le scene al mare di Coccia di Morto, luogo frequentato da Monica e a Capalbio, dove Giovanni mette in mostra il proprio ambiente, facendo conoscere a Monica anche Franca Leosini,  sono di una comicità amara. Monica che manda a quel paese, per dirla con un eufemismo, Giovanni che sotto al sole cocente parla di Upupe, è strepitosa. La parte finale è romantica ma irreale.

Ci sono momenti in cui però il paradosso lascia spazio alla riflessione. E sono i momenti che preferisco. La scena in cui dinanzi ai burocrati europei Giovanni fa un cambio di programma e racconta cosa signfica davvero parlare di perfierie, lasciando gli “europeisti” senza parole. E anche quella alla fine del pranzo dove ricompare improvvisamente Sergio a cui Giovanni espone il suo punto di vista mentre Luce trangugia ansiolitici in gocce. Tanto la situazione è imbarazzante.

Sono queste le scene che personalmente mi sono arrivate dentro. Quelle in cui emergono i contrasti non trasformansosi in macchietta. Perché ho una speranza, forse una pura illusione ma voglio credere che accada.

Che Bastogi e che le periferie dimenticate di Roma, d’Italia e d’Europa e di tutto il mondo, possano vivere diversamente: magari non come in un film che racconta del degrado ma come un sogno che è si è tradotto in una vita migliore. Per un film a lieto fine davvero dove la politica ha ritrovato finalmente il suo ruolo autentico ruolo: fare del bene alle persone. Soprattutto a chi ne ha più bisogno. Ecco l’Europa che voglio, ecco l’Europa che spero. Il resto è un paradosso. Divertente forse. Ma molto amaro.

 

 

 

 

 

Le meravigliose Egadi e una storia di speranza

Cari amici, voglio segnalarvi due dei miei ultimi articoli di cui vi allego i link:

Sicilia e le Egadi, natura e tradizione

Agricoltura, la sfida di Simonetta e Cosimo

Nel primo articolo, su Scrittore In Viaggio, vi racconto della meravigliosa Sicilia e delle Isole Egadi e delle Eolie, paesaggi dell’anima che mi sono rimasti dentro. Ogni volta che desidero inebriarmi di vita, ripenso a certi profumi e e a certi tramonti estivi “spazzamalinconia” che costituiscono l’essenza di paesaggi indimenticabili. E tutto si riaccende di luce.

Nel secondo pezzo, pubblicato ieri su Green Planet News, ho intervistato due giovani che hanno mollato tutto per tentare una sfida che è una scommessa per la vita: lavorare la terra.

Non come dicono i politici di turno, sbandierando statistiche “acchiappavoti”. Come quando parlano di ripresa. No, questi giovani sono parte di quel popolo che, in primis la sinistra, ha dimenticato per occuparsi di banche e grandi capitali. Questi giovani hanno deciso di lavorare la terra perché hanno passione. Sono una speranza per il futuro che può far riflettere molti.

Spero che vi possano interessare e buona giornata.

 

Dove ho scoperto l’equilibrio?

Dov’è che ho scoperto l’equilibrio? Molto semplice. Cadendo 9 e rialzandomi 10 volte. Faccio un esempio. Da quando faccio questo lavoro, ossia dar di giornalismo, al netto delle mie capacità, mettendo in tutte le cose tutto me stesso, la fatica è immane.

Soddisfazioni economiche? Irrisorie. Quasi pari a quelle che ho nel vedere i politici a Porta a Porta. Soddisfazioni di gloria? Un’anticchia quando va bene, E sempre a trovarle da solo e contando su me stesso. Onanismo intellettuale, autoerotismo dello scriba, contentezza delle piccole cose. Tornare a casa, a piedi o in moto, guardare l’orizzonte e il sole che se ne va e sapere di aver fatto un buon lavoro. Per dare forma alla realtà.

Che significa? Significa che la maturità deve portarti forza e distacco emotivo sulle cose altrimenti finisce in tragedia.

Altro esempio, ancora più concreto. Ho da poco trovato una collaborazione, retribuzione da cassiere al supermercato part-time ma di cui “sarei” molto contento. Intanto perché vedo una manciata di spiccioli e non sento solo parole. Peraltro spiccioli puntuali che quando la vedo questa puntualità ho le lacrime agli occhi dalla commozione. E poi è, comunque, esperienza, importante e piacevole.

Soprattutto quando penso a dove ho lavorato fino a settembre 2016 che negli ultimi tre anni di contratto, dal 2005 ci lavoravo, i soldi arrivavano con il cucchiaino. Come il sale nelle ricette, quanto basta, un pizzico e non bastava mai. Insomma oggi lavoro part-time da circa un mese e mezzo in un redazione che non brilla per empatia però è lavoro concreto, precarissimo, ma concreto.

Bene. Sono due settimane che subisco stroncature a grappolo. Una dietro l’altra, nemmeno la posta l’ultimo del mese, una fila di calci in culo letterari che avrebbero sfiancato pure il nobile Alighieri e il “volentissimo Alfieri”. Io, pur di legarmi alla sedia come faceva lui, non posso.

Eppure, anche andando avanti a oltranza, non va. Una volta lo stile è parlato, una volta è troppo colto, una volta è troppo cadenzato, una volta su, una volta giù, anzi solo giù. E poi un giorno devo farmi venire le idee, un altro devo chiedere, l’altro ancora devo avere più iniziativa, e poi non va, un po’ sì, un po’ no. Manco l’Italia di bearzot al girone di partenza dei mondiali del 1982. In pratica, pereggio pure col Camerun.

Mi ricorda il film di Verdone Sono pazzo di Iris Blond. Quando lui va cercando “Maria pe’ Roma” ossia Iris Blond e arriva dal padre napoletano che risponde “aehh, a vo fa cullova a trippa. In pratica, detto chiaro, mi pare evidente che non ci stia capendo un beneamato campanaccio.

Ecco allora che ho scoperto l’equilibrio, saggiato la mia forza. Per questo ne parlo con serenità. Ho trovato il giusto distacco emotivo che sulle cose bisogna avere. Altre volte mi sarei messo in discussione, “crocifisso al muro, per essere inchiodati qui, ma è un volo a planare”.

Invece che penso? Intanto che non possiamo piacere a tutti. Che la vita è vincere e fallire, fallire e ancora risorgere. Che un senso alto dello stare al mondo parte da questo: saper di aver fatto tutto per vincere, un “ridotto intellettuale”, una Termopili di noi ansiosi e negati al mondo che però trovano sempre un motivo per dire come disse Dreu la Rochelle di fronte al plotone di esecuzione: dopo tutto che importa? E tiriamo avanti, allora.

Certo non metto in discussione la mia professionalità e non mi faccio venire dubbi: sono improvvisamente diventato una mezza sega? No. Il mio equilibrio mi dice altro. Nel contesto lavorativo che purtroppo sento che sta arrivando al capolinea del suo breve percorso, e lo dico con rammarico perché il lavoro mi piace, semplicemente non sono gradito più di tanto.

E forse, lo dico sorridendo, l’errore non è solo il mio. Di non aver avuto il tempo di capire ciò che nessuno mi ha spiegato, di non aver avuto il tempo di entrare nel meccanismo. Forse è che non hanno capito che una persona come me, se sai aspettare e valorizzarla, dà tutto quello che ha. Sempre. Con attenzione, scrupolo e passione. E questo, oltre a tanta modaiola velocità e capacità di stare al mondo che io non ho indiscutibilmente, è comunque essenziale.

Per contare su un lavoratore onesto e amante di quello che fa, attento, scrupoloso e capace. Se lo sai valorizzare un lavoratore così, fa la tua fortuna. Ecco il mio equilibrio, il mio distacco emotivo. Essere arrivato, nonostante tante difficoltà, a perdere tante volte ma a non farmene più una colpa. Ma soprattutto a non perdere di sperare. Che forse, prima o poi, un po’ di soddisfazione lavorativa ci sarà anche per me.

Un sogno chiamato Portogallo

Che questa Italia mi attiri sempre meno, non è un mistero. Il desiderio di trasformare il mistero in realtà, il sogno in vita, così, facendo ciao ciao con la manina al Bel (una volta) Paese, insomma, la tentazione di mollarla questa Italia, europeinomane e politicamente “agghiacciante”, la sento da tempo. Per questo ho fatto questa intervista per Green Planet News di cui vi giro il link https://www.greenplanetnews.it/portogallo-da-visitare-anzi-da-viverci/

Ho intervistato questa giovane che si chiama Maddalena Di Santo. Ha lasciato l’Italia ed è andata in un paese che ha premiato la sua creativa genialità: il Portogallo. Con la sua attività, Trasferirsi in Portogallo (www.trasferirsinportogallo.com), supporta chiunque decida di lasciare l’Italia e vivere col viso rivolto all’Atlantico.

Al di là del sentito dire, qui, la possibilità di viverci bene, in Portogallo, c’è realmente. Soprattutto per i pensionati. Il Portogallo non è l’Australia che per rimanerci tutta la vita devi essere, praticamente, australiano. No, il Portogallo è fascinoso e accogliente. Come ho potuto constatare nel mio viaggio estivo dello scorso anno.  E poi, dettaglio non indifferente, non pare di stare in Europa. Maddalena mi ha raccontato parecchie cose che mi invogliano sempre di più a tornare a vivere come si faceva un tempo. Perché il Portogallo, ricorda un po’ l’Italia che non c’è più. Spensierata, meno torva, più sicura, il Bel Paese, davvero. Non una marca di formaggio.