Semplicemente auguri

Semplicemente auguri a tutti amici miei, a tutti ma proprio tutti.
Come ho scritto mettendo questa mia immagine su Instagram, il mio augurio è di poter mantenere sempre il sorriso, guardando all’orizzonte.

Con il sole sulla faccia e sempre avendo una direzione.
Che poi, nella vita, non servono grandi cose.
E come ricorda Friedrich Nietzsche, letto e straletto, soprattutto in gioventù,
“Formula della mia felicità: un si, un no, una meta da raggiungere”.

Auguri a tutti e grazie sempre della vostra attenzione.
Vi abbraccio forte, senza retorica alcuna, anche se non vi conosco.

 

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Distesi sulla sabbia, Dylan Thomas e le Seychelles

Vorrei stare disteso sulla sabbia. Allegro e grave. Come sono io. Dylan Thomas, tra i miei intimi “amici”, esprime magistralmente in questa poesia, tale sensazione di struggente sgomento che si prova, non senza inquietudine, quando ci si pone di fronte ad un improvviso lampo di bellezza. E’ “la musica del cielo sopra la rena”, quella sensazione che colpisce il cuore atterrito gioia, è il tempo che “risuona in ogni granello che s’affretta”. Mi piace la poesia di Dylan Thomas perché scuote e travolge, ti rapporta alla realtà con il vivere in tutto il suo essere. Non disgiunto dal dolore, né fintamente negato da uno stolido e insipiente ottimismo. Il bello del vivere è quello che è. In tutto il suo non trovare pace. Per riconoscersi in taluni momenti di beatitudine. Come i giorni d’infanzia in estate ad aspettare trascorrere il caldo eccessivo delle ore silenziose del primo pomeriggio. I ricordi di mio padre che mi raccontava storie sul Dio Pan, dall’aspetto spaventoso e inquietante, nella campagna estiva, assolata e muta. Uscire in cerca di bellezza e vita. Noi piccoli, io e mio fratello, a trattenere il respiro. Per non farci trovare dal Dio Pan. Quelle giornate d’estate in attesa di uscire di nuovo, in cerca di fresco e di amici. Ma intanto, sul letto, ad attendere il sole farsi meno cocente. In un senso inquieto di attesa. Tra letture di Zagor e desideri di avventura. Anche lì Dylan Thomas a farmi compagnia. Questa poesia mi riporta a quelle sensazioni. In tutta la sua straordinaria forza evocativa. Distesi sulla sabbia è tratta da Il mondo che respiro, raccolta del 1939. Il poeta gallese, in questo brano, condensa le proprie inquietudini, facendone un distillato di vita, succoso e vivido. Lo sorseggio con avidità. Esserci è fiorire ogni volta. Come su quella spiaggia della foto alle Seychelles.

Distesi sulla sabbia, l’occhio al giallo
E al grave mare, beffiamo chi deride
Chi segue i rossi fiumi, scava
Alcove di parole da un’ombra di cicala,
Ché in questa tomba gialla di rena e di mare
Un appello al colore fischia nel vento
Allegro e grave come la tomba e il mare
Che dormono ai due lati.
I silenzi lunari, la marea silenziosa
Che lambisce i canali stagnanti, l’arida padrona
Della marea increspata fra deserto e burrasca
Dovrebbero curarci dai malanni dell’acqua
Con una calma d’un unico colore.
La musica del cielo sopra la rena
Risuona in ogni granello che s’affretta
A coprire i castelli e i monti dorati
Della grave, allegra, terra in riva al mare.
Fasciati da un nastro sovrano, sdraiati,
Guardando il giallo, facciamo voti che il vento
Spazzi gli strati della spiaggia e affoghi
La roccia rossa; ma i voti sono sterili, né noi
Possiamo opporci alla venuta della roccia,
E dunque giaci guardando il giallo, o sangue
Del mio cuore, finché la stagione dorata
Non vada in pezzi come un cuore e un colle

SeychellesDylan

Non so

16-ostia-1-novembre-2016

Non so,

se scintillare di ali o di vele.

Importante è fiorire.

O cadere.

Con una piuma di bagliore.

In sinergia di sé.

Agognando, forse, chissà quali metafisiche.

O solo star fermi

nel guscio del caldo che fa crescere il grano.

O anche morire

Di luce.

In attesa di perle.

Al divenire che si fa flutto

nel vasto nulla del silenzio,

opporre una discreta fessura

che dall’ombra arrechi

qualche rivelazione.

E da realtà

squarci

un atto di essenziale grazia

Cuori di tenebra

Cuore di tenebra. Il titolo mi piacque subito. Il libro di Joseph Conrad è stato uno dei miei elementi di catarsi applicata alla lettura. Come il film, Apocalypse Now. Monumentale, inquietante, visionario, potente. Sono questi i cuori di tenebra che lanciano schegge di infinita bellezza. All’improvviso. Come la luce struggente del tramonto. Se in Apocalypse Now, la voce dell’orrore diviene il tribunale attraverso cui la splendida figura del colonnello Kurz fa la sua arringa contro il mondo, Cuore di tenebra è il lampo della bellezza, dell’ignoto e della paura in forme che non esito a definire “orgasmico-struggenti”. Un cadere al di là, in una morte apparente, per tornare di qua. Come nell’atto d’amore, e nella sua fiamma divoratrice. Cuore di tenebra racconta di una discesa verso gli inferi. Ne ho sempre subito il fascino misterioso. Come voler fuggire e non voltarsi indietro. E magari avere un motivo per tornare. Sempre. Una fortuna, reale e spesso sottovalutata. Ma intanto, lungo l’infinito percorso dell’ignoto, divenire per essere finalmente capaci di sentire, di “vedere”.
Capaci di maturità e discernimento. Per poi fermarsi, stremati dal giorno e dalla fatica dei passi, con il respiro che brucia dalla passione di questa ricerca, e godere della luce che attacca dentro. Quella del tramonto, che vi propongo in questa mia foto, che illumina tutto con il fascino della nostalgia. Come scrive Kundera, anche la ghigliottina. Ecco un passo di Cuore di tenebra che amo particolarmente e in cui mi trovo faccia a faccia con me, con le mie luci e le mie ombre: “Eravamo in vena di meditazioni, a nient’altro disposti che a una placida contemplazione. Il giorno finiva in una serenità di calmo e squisito splendore. L’acqua scintillava pacifica; il cielo, senza macchia, era una benigna immensità diluce pura; sulle paludi dell’Essex, la foschia stessa era come una garza trasparente e radiosa che, impigliata ai pendii boscosi dell’interno, drappeggiava le sponde basse nelle sue pieghe diafane. Solo l’oscurità a ponente, che incombeva sui tratti superiori del fiume, diventava sempre più tetra, come irritata dall’avvicinarsi del sole. E infine, nella sua caduta obliqua e impercettibile, il sole toccò l’orizzonte e dal bianco incandescente passò a un rosso opaco, senza raggi e senza calore, come stesse per spegnersi all’improvviso, colpito a morte al contatto di quella oscurità che incombeva sopra una moltitudine di uomini. Anche sull’acqua ci fu un cambiamento repentino, e la serenità si fece meno brillante, ma più profonda. Il vecchio fiume riposava imperturbato al declinare del giorno, dopo secoli di onorato servizio reso alla razza che popolava le sue rive, disteso nella tranquilla dignità di una via che conduce ai confini più remoti della terra. Guardavamo quel venerabile corso d’acqua non nella passeggera vampata di un giorno che compare e poi scompare per sempre, ma nell’augusta luce dei ricordi duraturi”.
L’oscurità potente e la passeggera vampata di un giorno che compare e scompare rimanendo nell’angusta luce dei ricordi duraturi. L’infinito che ti penetra e ti scuote. E poi le parole del colonnello Kurtz, nella magnifica e ossessiva flemma di Marlon Brando: “Noi siamo gli uomini vuoti, noi siamo gli uomini impagliati, appoggiati l’uno all’altro, la testa piena di paglia. Ahimè! Le nostre voci, disseccate che bisbigliano tra loro, sono sorde e prive di significato, come il vento sull’erba rinsecchita, o zampe di topo sopra frammenti di vetro, nelle nostre cantine aride. Volume senza forma, ombra senza colore, forza paralizzata, gesto senza movimento”. E ancora Kurtz: “Ho osservato, una lumaca, che strisciava sul filo di un rasoi. È un sogno che faccio, è il mio incubo, strisciare scivolare lungo il filo di un rasoio e sopravvivere. Ho visto degli orrori,orrori che ha visto anche lei, ma non avete il diritto di chiamarmi assassino, avete il diritto di uccidermi, questo sì, avete il diritto di farlo ma non avete il diritto di giudicarmi. Non esistono parole per descrivere lo stretto necessario, a coloro che non sanno cosa significhi l’orrore.” Penso anche alla bellezza sconvolgente del Battello Ebbro di Arthur Rimbaud, un altro cuore di tenebra. Il Battello ebbro è un altro veicolo di “conoscenza”. Avevo chiamato così la mia chitarra quando suonavo. Il battello ebbro danzava con me.  Ve la propongo in questa rassegna di schegge di infinito e di meravigliosi cuori di tenebra:
Poiché discendevo i Fiumi impassibili,
mi sentii non più guidato dai bardotti:
Pellirossa urlanti li avevan presi per bersaglio
e inchiodati nudi a pali variopinti.Ero indifferente a tutti gli equipaggi,
portatore di grano fiammingo e cotone inglese
Quándo coi miei bardotti finirono i clamori
i Fiumi mi lasciarono discendere dove volevo.Nei furiosi sciabordii delle maree
l’altro inverno, più sordo d’un cervello di fanciullo,
ho corso! E le Penisole salpate
non subirono mai caos così trionfanti.La tempesta ha benedetto i miei marittimi risvegli.
Più leggero d’un sughero ho danzato tra i flutti
che si dicono eterni involucri delle vittime,
per dieci notti, senza rimpiangere l’occhio insulso dei fari!

Più dolce che ai fanciulli la polpa delle mele mature,
l’acqua verde penetrò il mio scafo d’abete
e dalle macchie di vini azzurrastri e di vomito
mi lavò, disperdendo àncora e timone.

E da allora mi sono immerso nel Poema
del Mare, infuso d’astri, e lattescente,
divorando i verdiazzurri dove, flottaglia
pallida e rapida, un pensoso annegato talvolta discende;

dove, tingendo di colpo l’azzurrità, deliri
e lenti ritmi sotto il giorno rutilante,
più forti dell’alcol, più vasti delle nostre lire,
fermentano gli amari rossori dell’amore!

Conosco i cieli che esplodono in lampi, e le trombe
e le risacche e le correnti: conosco la sera
e l’Alba esaltata come uno stormo di colombe,
e talvolta ho visto ciò che l’uomo crede di vedere!

Ho visto il sole basso, macchiato di mistici orrori, illuminare lunghi filamenti di viola,
che parevano attori in antichi drammi,
i flutti scroscianti in lontananza i loro tremiti di persiane!

Ho sognato la verde notte dalle nevi abbagliate,
bacio che sale lento agli occhi dei mari,
la circolazione di linfe inaudite,
e il giallo risveglio e blu dei fosfori cantori! […]

Ho visto fermentare enormi stagni, reti
dove marcisce tra i giunchi un Leviatano!
Crolli d’acque in mezzo alle bonacce
e in lontananza, cateratte verso il baratro!

Ghiacciai, soli d’argento, flutti di madreperla, cieli di brace!
E orrende secche al fondo di golfi bruni
dove serpi giganti divorati da cimici
cadono, da alberi tortuosi, con neri profumi! […]

Quasi fossi un’isola, sballottando sui miei bordi litigi
e sterco d’uccelli, urlatori dagli occhi biondi.
E vogavo, attraverso i miei fragili legami
gli annegati scendevano controcorrente a dormire!

Io, perduto battello sotto i capelli delle anse
scagliato dall’uragano nell’etere senza uccelli,
io, di cui né Monitori né velieri Anseatici
avrebbero potuto mai ripescare l’ebbra carcassa d’acqua

libero, fumante, cinto di brume violette.
o che foravo il cielo rosseggiante come un muro
che porta, squisita confettura per buoni poeti,
i licheni del soie e i moccoli d’azzurro;

io che correvo, macchiato da lunule elettriche,
legno folle, scortato da neri ippocampi,
quando luglio faceva crollare a frustate’
i cieli oltremarini dai vortici infuocati;

io che tremavo udendo gemere a cinquanta leghe
la foia dei Behemots e i densi Maelstroms,
filando eterno tra le blu immobilità,
io rimpiango l’Europa dai balconi antichi!

Ho veduto siderali arcipelaghi! ed isole
i cui deliranti cieli sono aperti al vogatore:
È in queste notti senza fondo che tu dormi e ti esìli, milione d’uccelli d’oro, o futuro Vigore?

Ma è vero, ho pianto troppo! Le Albe sono strazianti.
Ogni luna è atroce ed ogni sole amaro:
l’acre amore m’ha gonfiato di stordenti torpori.
Oh, che esploda la mia chiglia! Che io vada a infrangermi nel mare!

Se desidero un’acqua d’Europa, è la pozzanghera
nera e fredda dove verso il crepuscolo odoroso
un fanciullo inginocchiato e pieno di tristezza, lascia

un fragile battello come una farfalla di maggio.

Non ne posso più, bagnato dai vostri languori, o onde,
di filare nella scia dei portatori di cotone,
né di fendere l’orgoglio di bandiere e fuochi,
e di nuotare sotto gli orrendi occhi dei pontoni.

 

 

 

Fidati

Fidati.

Lasciati penetrare dal cielo.

Quando splende, dilania e avvolge.

Fidati.

Lasciati impastare dal sole

in un trafitto raggio che danza,

per darti forza.

Fidati.

Palpitanti baluardi,

quei giochi, d’immensità,

quando tutto risuona come ferro

e tintinna come serratura.

Fidati,

attecchisce sempre,

nelle pupille,

il suo mare senza limiti.

12OTTOBRE2016-3.jpg

Grazie del tempo, del sole, del vento

Le difficoltà non mancano. In questo periodo. Sia personali, che “universali”. Eppure, nonostante tutto, nonostante la stanchezza, fisica e mentale, nonostante molte cose risentano di una “storpiezza” metafisica, oscura eppure ad un passo dallo squarcio del Velo di Maya, ebbene, no, non ho voglia di cedere, né di deprimermi. Penso ad ogni istante in cui palpita il mio sangue, penso che questo palpitare è sinergia d’avventure perché non so come andrà ma so che ci sarò. Nel mio istante, in quell’istante in cui incontro gli altri e le cose, il mondo che si muove intorno a me, la solitudine meravigliosa della natura, occhi che sorridono e invocano comprensione. C’è molto da fare, c’è ovunque una possibilità. Allora, per restare veramente solo, nel pensiero di questa vita che scorre ma che voglio sentire palpitare nel mio sangue, scrivo. E dico grazie. Grazie del tempo, del sole, del vento. Così. A chiunque. Dimentico ogni risentimento e umana debolezza, e divento istante. Come abitudine. Nella somma di questi istanti, ho qualche visione. E ne gioisco. Per poi tornare nel quotidiano, in cerca di metafore che possano dare luce al mio percorso. I miei tentativi, blandi ma sinceri, di poesia, nascono da questo fermento. E in quel momento sono tutto me

 

Grazie del tempo, del sole, del vento,

grazie del tintinnio delle ombre

e del giorno

che lava questo sbucciato mondo.

Grazie di un velo di luce

e di un sorriso che fa primavera

quando gli amici imprimono

spolverate di spazio

nel corpo oscillante.

Grazie al filo di ferro

che tiene

una rete invisibile

su sminuzzati sciami

di anime silenziose

che sanno guardare al mare.

Grazie a voi, tutti,

per un soffio e un bisbiglio

d’aria dorata

che accoglie e non svanisce

nell’esangue dimenticanza.

Perché

nell’infinito,

che non ha fessure e quieto procede,

è sempre nell’alveo trasparente

e nell’ora sterminata

di me, con me…