Uscita fotografica via Appia e Parco della Caffarella

Domenica scorsa, uscita fotografica con un gruppo che mi piace particolarmente frequentare, io che non amo le combriccole.

Con l’associazione delle Libellule Azzurre, gestita da due ragazze veramente in gamba, si passano giornate di trekking fotografico veramente ineteressanti.

Eccone un sunto: via Appia e parco della Caffarella in una tiepida giornata di marzo. What else?

Scatti effettuati con Nikon D7100, obiettivi Nikon, Sigma (28-105 mm, tele 70-300 mm e grandangolo 10-24 mm).

 

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Destino che si intreccia

Destino che si intreccia

su distanze di correnti,

che so, nell’apertura di una porta,

magari quella giusta,

dove borbottano malcelate forze,

oscure e misteriose,

in attesa di libertà.

Il cuore si scartoccia,

a guardare il mondo,

una vigilanza per dare voce.

È il velame, il segreto circolatorio,

di quei silenzi che fanno mantra,

che sono nudi, sono spellati,

che rimangono tra le unghie

e i monumenti,

all’infinito che parlotta.

Il vacillare era morbido, dolcissimo,

anche navigando

per fessure sui deserti,

in un’aria, di perenne attesa.

Un legame con la memoria

Un senso oscuro e pagano della memoria dove si animano anche le ombre. Se un legame non si fonda su qualcosa che lo oltrepassa, è destinato a deperire. L’amore non è che una discesa nel corpo o un’ascesa nell’anima. C’è gloria nell’effimero, dopo un passaggio tra le ombre. Mentre l’uragano del respiro amplifica l’essenziale.

Come un gatto in tangenziale

In tempi in cui “il popolo” comincia ad averne abbastanza delle chiacchiere della politica e dei burocrati europei, ieri sera ho visto un bel film che mi ha fatto riflettere parecchio. Il titolo è Come un gatto in tangenziale con due attori che amo, in grado di fare sempre film intelligenti: Antonio Albanese e Paola Cortellesi. regia di Riccardo Milani.

Il film racconta la storia impossibile tra Agnese, figlia di Giovanni (Antonio Albanese), funzionario del Governo che fa buonismo parlando di riqualificare le periferie con le parole e Alessio, figlio di Monica che abita insieme alle zie, Pamela e Suellen, al quartiere simbolo di come la politica intenda le periferie: Bastogi.

E’ l’incontro-scontro tra il centro e “il mondo dimenticato” della periferia reale, quella che Giovanni conosce solo sulle carte dei suoi progetti. Monica avverte Alessio: “non siamo uguali, inutili farsi illusioni”.

Bravi i due giovani protagonisti, Alice Maselli e Simone De Bianchi. Per non dire delle gemelle cult, Alessandra e Valentina Giudicessa, loro di Bastogi sul serio. Strepitose.

Rilevanti anche le figure di Luce, moglie separata di Giovanni, interpretata da Sonia Bergamasco, che vive di sogni coltivando lavanda in Provenza, simboleggiando alla perfezione la deriva borghese della gioventù ricca che giocava a fare la rivoluzione negli anni di piombo e Claudio Amendola,  Sergio, “maestro de tajo”, eterno galeotto.

Al centro dell’incomunicabilità che regna nella storia è il divario che esiste tra i due universi. Il film fa sorridere e ridere. Però il problema delle periferie è un problema serio che rischia di sfociare in un eccesso “tragicomico” che non rende giustizia al messaggio sociale che probabilmente il film vuole lanciare.

I due protagonisti sono sempre bravi. Il rischio è di trasformare le “vite dolenti e dolorose” di chi vive la quotidianità a Bastogi, come a Corviale, Tor Bella Monaca, e in tanti altri luoghi, in vite che fanno ridere e questo finisce per non fare “giustizia sociale”.  I due mondi in antitesi di Giovanni e Monica sono ritratti un po’ troppo “a stereotipi”.

Divertenti ma che con un maggiore approfondimento psicologico avrebbe aggiunto davvero di più ad un film che comunque porta molto da pensare. Creare paradossi  fa ridere, è vero ma rischia di portare fuori strada.

Le gemelle sono straordinare, Monica che litiga con i vicini di casa di tante nazionalità diverse, le scene al mare di Coccia di Morto, luogo frequentato da Monica e a Capalbio, dove Giovanni mette in mostra il proprio ambiente, facendo conoscere a Monica anche Franca Leosini,  sono di una comicità amara. Monica che manda a quel paese, per dirla con un eufemismo, Giovanni che sotto al sole cocente parla di Upupe, è strepitosa. La parte finale è romantica ma irreale.

Ci sono momenti in cui però il paradosso lascia spazio alla riflessione. E sono i momenti che preferisco. La scena in cui dinanzi ai burocrati europei Giovanni fa un cambio di programma e racconta cosa signfica davvero parlare di perfierie, lasciando gli “europeisti” senza parole. E anche quella alla fine del pranzo dove ricompare improvvisamente Sergio a cui Giovanni espone il suo punto di vista mentre Luce trangugia ansiolitici in gocce. Tanto la situazione è imbarazzante.

Sono queste le scene che personalmente mi sono arrivate dentro. Quelle in cui emergono i contrasti non trasformansosi in macchietta. Perché ho una speranza, forse una pura illusione ma voglio credere che accada.

Che Bastogi e che le periferie dimenticate di Roma, d’Italia e d’Europa e di tutto il mondo, possano vivere diversamente: magari non come in un film che racconta del degrado ma come un sogno che è si è tradotto in una vita migliore. Per un film a lieto fine davvero dove la politica ha ritrovato finalmente il suo ruolo autentico ruolo: fare del bene alle persone. Soprattutto a chi ne ha più bisogno. Ecco l’Europa che voglio, ecco l’Europa che spero. Il resto è un paradosso. Divertente forse. Ma molto amaro.

 

 

 

 

 

Quotidiana straordinarietà

Stamattina c’è un andirivieni. La nostra food blogger parteciperà con una delle sue ricette alla stesura di un libro pubblicato da una famosa azienda di settore. Green Planet News, il nostro piccolo ma comtattivo magazine, ne è orgoglioso.

Si prepara il set e come quando c’è molto movimento mi prendono le fregole. Lascio qualche disposizione. Per il resto la nostra food blogger si coordina benissimo da sola. Esco mentre si allestisce la scena, si fanno prove di scatto. Saluto e sono in giro. In cerca di notizie.

Il sole fiammeggia come un abbraccio appassionato. Ti sfiora il volto in un sensuale e orgiastico viluppo di quotidiana straordinarietà. Attraverso Roma. Passo a Palazzo Wedekind dove ho lavorato al Tempo per quale anno. Montecitorio e la casta se la ingarbugliano. Nulla di nuovo. Vado oltre e cammin facendo arrivo al roseto comunale.

Qualche foto. Mi ubriaco di colori e profumi. È l’estasi dello sguardo. Ecco la notizia. La vita è bella, in un giorno qualsiasi di maggio. Nonostante le sue asprezze. Sorrido a chi incontro. Ognuno sta combattendo la sua battaglia. Sii gentile, mi dico.

Chi nel privilegio, chi nell’indigenza, ognuno è li. Alle prese con la vita. Certo il privilegio aiuta. Per questo serve giustizia sociale. Per aiutare colui la cui lotta è ancora più dura. Ma lo spettacolo è lì. Stracciare ogni risentimento e procedere con pazienza. Ecco la notizia. Essere generosi porta ricchezza.

Torno e mi metto al computer. A scrivere. Come sempre. Il set è completato. In redazione più calma. Le dita ticchettano sui tasti. Guardo fuori e scrivo. Di una giornata di straordinaria quotidianità. E dentro di me penso come il simpatico Forrest, Forrest Guuump: ora sono un po’ stanchino. Ma camminando ho vissuto ore dorate.

Raffaele de Vico, architetto e paesaggista

Un tributo della Capitale a uno dei maggiori architetti e paesaggisti del Novecento, Raffaele de Vico (1881-1969). La mostra, curata da Alessandro Cremona, Claudio Crescentini, Donatella Germanò, Sandro Santolini e Simonetta Tozzi, ripercorre la storia del verde pubblico romano nella prima metà del passato secolo. Raffaele de Vico (1881-1969).  Architetto e paesaggista, sarà al Museo di Roma Palazzo Braschi da oggi 16 maggio sino al 30 settembre 2018.

Un “classicista sovversivo” come me non può che trovare questo evento di raro fascino. Non solo per l’oggettiva bellezza di fotografie e dipinti che riportano ad un mondo che non c’è più. Ma perché mi appare sempre straordinario vedere Roma come era. Anzi tutto mi appare straordinario quando mi guardo indietro. Difetti antimoderni, sono io che ne sono ricolmo.

Detto questo, alla mostra troverete quasi 100 opere fra disegni, progetti, fotografie e documenti, di cui alcuni mai esposti prima e/o non esposti da lungo tempo, provenienti dalle collezioni capitoline (Museo di Roma Palazzo Braschi, Galleria d’Arte Moderna e Museo Canonica) e dagli archivi capitolini, con particolare riferimento all’Archivio Storico Capitolino a cui l’anno scorso è stato donato dagli eredi l’archivio personale di Raffaele de Vico.

Attraverso la creatività progettuale di de Vico vengono anche documentate le trasformazioni naturalistiche della città. Da Villa Borghese (per un ventennio a partire dal 1915) al Parco della Rimembranza a Villa Glori (1923-1924), dai progetti per i parchi Flaminio (1924), del Colle Oppio (1926-1927), Testaccio (1931) a quelli di Ostia Antica (1929-1930), di Santa Sabina sull’Aventino (1931), di Castel Fusano (1932-1937) e Cestio (1938).

Così come per i giardini di Villa Caffarelli (1925), Villa Fiorelli (1930-1931) e Villa Paganini (1934) e per il Parco degli Scipioni (1929) e per quello Nemorense (1930); o il particolare progetto per i giardini dell’allora via dell’Impero e di via Alessandrina (1933), da affiancare alle esedre arboree realizzate per la sistemazione di piazza Venezia (1931) oltre al raffinato “giardino-fontana” di Piazza Mazzini (1925-1926), fino ad arrivare al grandioso progetto del parco “dantesco” del Monte Malo (Monte Mario, 1951) e a quelli per i giardini dell’EUR (1955-1961).

E ancora: i progetti per il teatro all’aperto a Villa Celimontana (1926) e per l’ampliamento del Giardino Zoologico (1928) e i lavori di riorganizzazione del vivaio e delle serre di San Sisto Vecchio (1926-1927).

Una lista particolarmente ricca di realizzazioni, che sintetizza la varietà professionale e la competenza operativa di Raffaele de Vico, attraverso documenti visivi dell’epoca. Molto azzeccato è l’abbinamento con i quadri di Carlo Montani (1868-1936), che illustrano molti dei giardini romani dei quali Raffaele de Vico andava curando la sistemazione durante gli anni del Governatorato, attestando l’evoluzione del verde a Roma tra gli anni Venti e Trenta del Novecento.

L’esposizione presenta una selezione di questi dipinti a olio su tavola conservati nelle raccolte del Museo di Roma che vennero acquistati nel 1936 dallo stesso Governatorato.

La mostra si muove seguendo un tracciato storicizzato, con il preciso obiettivo di immergere le opere e i progetti di de Vico nel contesto di trasformazione – anche sociale – della città nella prima metà del Novecento, facendo emergere in primo piano alcuni suoi luoghi ancora presenti nell’attuale paesaggio urbano.

In contemporanea alla mostra sarà pubblicato un volume di studi e approfondimenti dal titolo “Raffaele de Vico architetto e paesaggista. Un ‘consulente artistico’ per Roma”, a cura di Alessandro Cremona, Claudio Crescentini e Sandro Santolini, secondo volume della collana editoriale “RomArchitettonica. Collana di Studi sugli Architetti del Comune di Roma”.

Raffaele de Vico, abruzzese di nascita, classe 1881,  professore di architettura al Liceo Artistico di via di Ripetta, nel 1915 vince il concorso per “Aiutante tecnico di III classe” al Comune di Roma e contemporaneamente si aggiudica il concorso progettuale per un serbatoio d’acqua a Villa Borghese.

Nel 1923 consegue il diploma di architetto. Per il Comune si occupa prevalentemente di interventi architettonici e decorativi di edilizia pubblica finché, notato dal segretario generale Alberto Mancini per la sua abilità e duttilità nell’affrontare le problematiche estetiche e pratiche del lavoro, nel 1923 è incaricato del progetto e, l’anno successivo, della direzione dei lavori per la realizzazione del Parco della Rimembranza a Villa Glori.

Da quel momento la sua carriera sarà prevalentemente indirizzata alla progettazione del verde, ottenendo il prestigioso incarico di “consulente artistico” per i giardini, ruolo che gli sarà ininterrottamente rinnovato fino al 1953. Nonostante l’oneroso compito, si occuperà anche di allestimenti (Prima mostra italiana di attività municipale a Vercelli, 1924, e Mostra di Floricoltura e del Giardinaggio a Torino, 1928) oltre a partecipare a numerose commissioni municipali sull’estetica e i parchi cittadini indette dal nuovo Governatorato di Roma.

Non mancherà nemmeno di studiare progetti architettonici per monumenti celebrativi, come l’Ossario al Cimitero del Verano (1922-1926), per opere funzionali, come il serbatoio d’acqua in via Eleniana (1933) o per l’adattamento funzionale di antiche emergenze architettoniche, come quello operato per il teatro di Ostia Antica (1926).

Nel 1939 sarà nominato consulente generale per i parchi e giardini dell’E42.  Nel corso della sua quasi cinquantennale carriera conoscerà e collaborerà con i più importanti artefici dell’Italia post-unitaria e fascista, gli architetti Giuseppe Sacconi, Giacomo Boni, Gustavo Giovannoni e Marcello Piacentini, gli scultori Ettore Ferrari, Adolfo e Lorenzo Cozza e Pietro Canonica e il critico d’arte Ugo Ojetti.

Nel 1950 fonderà, assieme ad altri illustri esponenti del paesaggismo italiano, l’Associazione Italiana degli architetti del giardino e del paesaggio, dove, nel 1965 diverrà socio onorario in qualità di «depositario delle nobili tradizioni del nostro paese nella ideazione del giardino come opera d’arte». Muore a Roma il 15 agosto 1969.

INFO
Raffaele de Vico (1881-1969)
Architetto e paesaggista

Dove
Museo di Roma a Palazzo Braschi
Piazza Navona, 2; Piazza San Pantaleo, 10

Biglietti
16 maggio – 30 settembre 2018. Dal martedì alla domenica dalle ore 10 – 19 (la biglietteria chiude alle 18). Giorni di chiusura: lunedì
Residenti: intero € 8,50;  ridotto: € 6,50
Non residenti: intero € 9,50;  ridotto: € 7,50
Gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente

Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)

www.museodiroma.it; www.museiincomune.it

Sere d’estate romane, immersi nella storia

Se c’è ancora qualcosa che rende questa città magica, è la luce dei tramonti. Quella luce avvolgente che ha fatto innamorare artisti, filosofi, storici e poeti di ogni genere.

La sera poi in estate? Magia, nonostante il degrado e l’immondizia che trasborda ad ogni angolo. Roma è tutta una suburra, è vero. Però palpita della sua eternità. Come una signora immortale, malinconia e disgustata della sua sfiorita potenza.

Ebbene, Roma la amo. Anche se la abbandonerei per andare a vivere altrove, questo è noto. Però, sul sito Scrittore in Viaggio, vi racconto del fascino che può esserci nel raccontare la storia attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie (eccovi il link https://www.scrittoreinviaggio.com/viaggi-nellantica-roma/).

Viaggi nell’antica Roma vi riporta al Foro di Cesare e al Foro di Augusto, alla grandezza del passato, espressa in forma multimediale.


Con le luci delle serate estive romane a farvi da mantello. Non vi sarà difficile vedere aggirarsi tra le rovine di tanta grandezza, un “classicista sovversivo” dallo sguardo estatico immerso in tanta estetica immortalità. Facendosi anche lui immortale, respirando l’odore umido dei secoli e di ciò che è stato.

 

A piedi per Roma

Ho inaugurato oggi una nuova categoria su Scrittore in Viaggio. La nuova sezione è dedicata al trekking e ai cammini cittadini.

Ho cominciato dalla mia città, Roma, proponendovi una passeggiata tra Aventino, Parco degli Aranci, Roseto comunale e chiese di zona.

Adoro camminare, un atto che trovo straordinariamente rivoluzionario nel mondo “liquido” che viviamo. Ve ne racconterò di cammini e se vi capitasse di venire a Roma, ditemelo che vi accompagnerò volentieri per un walking toour fotografico insieme, come questo di cui vi allego il link (https://www.scrittoreinviaggio.com/roma-a-piedi-bellezza-e-benessere/)

Buona serata e sempre Ultreya Y Suseya.

 

Ogni fiocco, un ricordo

Oggi Roma è stata imbiancata. Era dal 2012 che non accadeva.
Ogni volta per me la neve è così. Una coltre di ricordi.
Come, tanti anni fa.

In braccio a mia madre, avevo circa 8 anni, guardavo in finestra la neve scendere lentamente, in un misto di entusiasmo e gioia. E aspettavo che mio padre tornasse dal lavoro. Era più tardi del solito. Stava arrivando a piedi dal centro di Roma a Monteverde.

Lo vidi arrivare, salutando in alto con la mano, mentre fiocchi adamantini ne accompagnavano il passo. Era tornato a casa con una tavola di legno sotto il braccio.
Era per me, che dovevo fare un disegno a scuola.

Ricordo ancora la gioia nell’apporre, la sera stessa, su quella tavola, colori, linee e forme. E papà che ,freddo freddo e coperto di bianco, mi accarezza.

Oggi ho avuto la neve. E’ stata come avere ancora una sua carezza. Di morbida, silenziosa, candida e avvolgente presenza.

Buona serata ed eccovi le foto scattate stamattina.

Magnum Photos, esposizione all’Ara Pacis

Oggi ho partecipato ad una conferenza stampa di quelle che prediligo.
Quando si parla di arte sono contento ma quando l’evento che presentano racconta di fotografia, vado in estasi.

La mostra di cui vi racconto su Green Planet Edizioni che in questi giorni sta diventando Green Planet Edizioni Stampa e Comunicazione è davvero bellissima.

L’esposizione ripercorre i 70 anni della leggendaria agenzia fotogiornalistica fondata da Robert Capa, la Magnum Photos.

Se vi va di leggere, vi allego il link che vi riporta al sito che ora è diventato anche testata giornalistica.

Ecco il link: https://www.greenplanetedizioni.com/70-anni-magnum-photos-mostra-allara-pacis/

Per aggiungere qualcosa sulla nostra Green Planet, mi piace dirvelo, siamo tornati alla nostra vocazione originaria ossia agenzia di notizie, comunicazione, editing di servizi editoriali.

Abbiamo deciso di lasciare il magazine AgriKoltura 4.0 on line ma senza farlo più pagare. Sinceramente perché i risultati non sono stati quelli attesi. E poi perché, fare notizie, informazione, tramite la nostra agenzia-testata giornalistica, ci è più congeniale e ci piace di più.

Un giorno arriverà forse anche qualche guadagno 🙂 . Per ora, credo molto nella volontà di dare voce a cose interessanti e belle. Se possibile, a fare un po’ di fenomenologia, portare luce sulla realtà.

Ma soprattutto a fare quello in cui ho sempre creduto: un po’ di informazione corretta, giornalismo al servizio di chi legge.

Perché, da un grande potere (che io non ho perché non sono un giornalista di potere, non solo sono mai stato), derivano grandi responsabilità.

Che ho sempre sentito. Nei confronti di chi ha voglia di leggere e di informarsi.

Questi sono tutti i miei datori di lavoro, i lettori, anche voi, tutti coloro che mi fanno stringere i denti quando fare altro, sarebbe stato più facile e più redditizio.

Ma scrivere è nutrirsi, portarsi al centro. E farsi vita.

Buona serata e sempre viva la bellezza e la fotografia.