Continuare a “vederci” su Scrittore in viaggio

Carissimi amici di questo spazio, rieccomi dopo qualche tempo.
Vi avevo già preannunciato che probabilmente avrei lasciato questo blog, invitandovi, se volete, a seguirmi su Scrittore in viaggio.

E dopo averci pensato a lungo, vi invito ancora una volta a farlo. Per tenerci in contatto e continuare i nostri “dialoghi” virtuali. Sia tramite scrittore in viaggio che, eventualmente lo vogliate, sulla pagina Facebook.

Ho deciso di proseguire su Scrittore in viaggio e di lasciare “Viaggia con me” per diversi motivi. Direi principalmente per una questione di ottimizzazione delle energie e dei contenuti e per evitare di rischiare di ripetermi.

Poi per un discorso di tempo. Non ultimo anche una certa volontà di dedicarmi ad altro.
Ma andiamo per gradi. Il tempo è la nostra vera ricchezza. Così come avere ottimi scambi.

E ringrazio tutti per avermi dato la possibilità di riflettere insieme qui. Però tenere due blog e cercare di far bene con un giornale online diventa complicato. Sento anche molto la responsabilità nei confronti delle persone che collaborano con me e che, come me, sperano di portare a casa qualcosa di buono in termini economici.

Fare troppe cose mi porta inevitabilmente a rischiare di essere superficiale o approssimativo da qualche parte. Un po’ come la coperta di Pippo che se la tiri da una parte di scopri dall’altra.

Dedicarmi ad altro significa, dunque, amministrare le mie risorse e cercare di incidere con attenzione su ciò che faccio. Quindi, spero possiate seguirmi numerosi su Scrittore in viaggio prima di chiudere definitivamente questo spazio che penso di fare entro la fine di febbraio.

Vi segnalo anche i miei ultimi contributi su Scrittore in viaggio:

https://www.scrittoreinviaggio.com/sanremo-ultimo-doveva-arrivare-primo/
https://www.scrittoreinviaggio.com/marina-malabotti-estetica-e-antropologia-tra-pubblico-e-privato/
https://www.scrittoreinviaggio.com/pensiero-discordante-il-coraggio-di-non-omologarsi/

Intanto sempre tanta luce e buona forza.

 

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Sono ancora vivo, come Rocky, Rambo e Papillon

Quasi un mese che non scrivo su questo spazio. Altrove si ma qui, dove le parole si fanno più intime, no, non ho più scritto. Non sono stati giorni facili e ancora non ne sono proprio fuori. Continuano i giorni in cui i morsi di un dolore che ancora ho difficoltà a pronunciare, questi morsi si fanno sentire.

Un giorno forse vi racconterò di questo dolore improvviso, insensato che ha scardinato molte certezze o forse semplicemente dato conferme. Che la vita è tosta ma non impossibile.

Semplicemente bisogna godere del tempo come se fosse la degustazione di un ottimo vino. Scrive Vito Mancuso nel suo La Via della Bellezza: “Tutto è incerto è vero ma questo sole che ti scalda le ossa, questa notta di stelle, la tua terra, il tuo mare, il tuo preziosissimo amore, tutto questo c’è e non è solo vero, è anche bello, di quella bellezza veritiera che alimenta il piacere sereno di esistere”.

Ecco, questo sereno piacere di esistere è stato messo a dura prova il 7 dicembre alle 21 e 33 di un giorno qualunque. E forse, come giustamente sottolinea Mancuso, il peccato col dolore non c’entra proprio nulla.

C’è un difetto nell’essere da cui provengono il male e il dolore. E semplicemente, di fronte al dolore, quando arriva improvviso e si aggrappa alla gola, straziandoti il cuore, semplicemente non si può fare nulla.

Accettarlo, continuare ad avere fiducia, contemplando bellezza, facendo la veglia a ciò che di questo mondo ci fa sentire e alimentare “quel sereno piacere di esistere”.

Ho avuto grande rabbia nei confronti di Dio. Per la sua lontananza, inesistenza in quel momento, per me tragico e magari per altri non sarebbe nulla. Eppure, pur rivedendo tutto il mio senso “religioso” del credere, ancora continuo a pensare che tutto non possa finire così.

Se Dio permette il dolore è forse perché desidera la nostra libertà. Di scelta sino in fondo. Sono stato stordito, affranto, straziato e ancora sono molto esausto ma non a caso la suoneria del mio cellulare è il tema classico del film Rocky.

Sono un buon incassatore, un uomo che punta sempre al riscatto, a rialzarsi anche quando sta per gettare la spugna e si ritrova al tappeto coperto di sangue. Di sangue e lacrime, questa volta, ne ho versato molto.

Eppure, come direbbe Papillon, “sono ancora vivo, figli di puttana”. Anche se la scena che più mi si addice è quella finale di rambo dove, dopo aver seminato il caos, cede al pianto liberatorio.

Ma la vita è così. Bisogna viverla sempre. Come ieri, siamo in casa a cena, ci chiama la vicina, il marito ha un attacco epilettico. Lo rassereno col suo volto tra le mie mani. Chiamo l’ambulanza, sollecito e arriva. Ora sta meglio, tutti mi ringraziano. Peccato non aver avuto la stessa freddezza e presenza quella sera del 7 dicembre.

Risuonano solo le mie bestemmie e parole di disperazione quella sera, per non aver potuto nulla di fronte alla legge della vita che si ferma. Ho desiderato di fermarmi anche io, non ho dormito per notti, ancora non dormo. Però guardo avanti, e vivo.

Con l’anima che sanguina e una cicatrice in più sul mio corpo per tutto quello che, però, è la mia vita. E, nonostante tutto, dicendo grazie a Dio perché ciò che mi ha tolto, ha dato gioia, amore e felicità alla mia vita per 21 splendidi mesi.

Ti veglio

Ti veglio.
Giorno e notte,
te lo impedisco di andare via,
mi basta un fruscio, un sussurro,
e intanto aspetto.

Col silenzio di una tigre e il petto di un castello,
e guardo in faccia chi non spiega,
senza timore, nè poesia.

Mentre accarezzi e cuci, con la tua voce, che resiste,
che continua, la nostra storia, di noi tre,
quella si che non tace come la parola eterna, che rimbomba come un tuono.

Mentre l’Avvento preme,
allo scoperto, senza messaggio, muto.

Sono un uomo all’antica

Il buongiorno oggi è con le parole di Totò:

“Io sono un uomo all’antica
il mondo moderno, il mondo d’oggi
per me non c’è, non esiste
non lo vedo, non mi piace
detesto tutto di esso
la fretta, il frastuono, l’ossessione,
la volgarità, l’arrivismo, la frenesia,
le brutte maniere, la mancanza di rispetto per le tradizioni, le stupide scoperte
per questo vivo per conto mio
in un mondo mio da isolato
un mondo per bene”.

Attuale è dire poco. Perché l’eleganza non è una parola ma un modo di vivere.
Buona giornata.

Green Planet News, oggi ho parlato di memoria e di renne

Oggi ho scritto per Green Planet News due articoli che mi piace segnalarvi perché di quello che ho “sentito” particolarmente.

Nel primo articolo si parla di una Roma che non esiste più, quella dove abbondava il silenzio e l’odore di fieno. Ho intervistato l’autrice di questo romanzo La casa di Corso Trieste e si è parlato di nostalgia, di identità, di memoria, di ricordi, anche di quelli con cui occorre pacificarsi per trovare davvero un nuovo e più sostenuto equilibrio.

Nel secondo ho voluto porre una riflessione: siamo tutti interconnessi e l’ambiente è il nostro “palco di vita”. Arriva il Natale e come si fa strage di abeti, si comprano anche muschi e licheni. Non sapendo che muschi e licheni, sottratti al loro ambiente, si traducono in povertà di cibo per renne e molti altri animali e nel rischio estinzione di un importante indicatore di inquinamento atmosferico.

Buona serata e, nell’eventualità, anche buona lettura.

 

Camminare, il sogno dei sovversivi

Se Adriano Labbucci scrive nel suo volume Camminare, una rivoluzione (Saggine, pp. 174. euro 15)  “Non c’è nulla di più sovversivo, di più alternativo al modo di pensare oggi dominante. Camminare è una modalità del pensiero. È un pensiero pratico. È un triplo movimento: non farci mettere fretta; accogliere il mondo; non dimenticarci di noi, strada facendo”, camminare è davvero qualcosa che ai confà a osgnatori e sovversivi.

Ho appena pubblicato un articolo su Scrittore in viaggio che attiene proprio a questo argomento. Il 14 ottobre infattilsarà la Giornata nazionale del camminare, una di quella iniziative a cui va tutto il mio favore (trovate tutti i dettagli sul link dell’articolo di Scrittore in viaggio). Pur non essendo amante delle celebrazioni e delle passeggiate in gruppo che se non trovi le persone adatte diventano una scampagnata.

Però, il camminare l’ho sempre trovato un atto di militanza antimoderna e ascetica che ha veicolato il mio desiderio su fascinose ipotesi rivoluzionarie che ancora oggi pratico con veemenza ed entusiasmo. Quando sono assediato dai famosi fastidi da me citati in un precedente articolo, sia che si tratti di umani o pensieri, scarpe ai piedi e via in cammino.

Ricordo di anni fa. Ero preso sovente da una indefinita angoscia che di molto somigliava al demone dell’ora meridiana. Nella solitudine della casa dove vivevo, specialmente di domenica. un groppo in gola mi assaliva, un morso impertinente che non mi dava tregua. Uscivo, respiravo, detergevo anima e fisico con la traccia dei miei passi. E “l’ovosodo” se ne andava così come era venuto.

Oggi tengo una media di passi, documentata dal mio Polar Loop, di 15 chilometri al giorno. Questa estate in Val Gardena ho battuto il mio record. Sono arrivato a quasi 30 chilometri complessivi in un giorno. Se i legionari lastricavano di strade il mondo, io, pur non essendo agghindato di lorica e pennacchio, sono arrivato quasi ai 45 chilometri quotidiani che facevano i soldati dell’Impero.

Non c’è ora che non vada bene per camminare. A parte le ore funeste del buio che nel paese delle chiacchiere e dei cazzari del voler fare e del volemose tutti bene possono essere un rischio.

Eppure, in tempi meno straccioni di questi, ricordo ancora che amavo parcheggiare la mia R4 nelle uscire serali parecchio distante da casa e tornarmene nel  silenzio, attraversando il buio della notte come un soldato della speranza che puntava alla luce. Nonostante il passaggio tra le ombre. E poi camminando, si può sempre sbattere la porta, lasciandoci il passato, tutto ciò che mortifica ciò che siamo, alle spalle, col gesto dell’ombrello.

Camminare è come scrivere, un modo per starsene in pace e in solitudine e per urlare nel silenzio. Mandare un messaggio in bottiglia, nell’oceano delle anime come te, ai sognatori e sovversivi che sono in ascolto. Di chi cammina e di chi muove il mondo con un respiro simile al tuo. Ho chiamato il sito Scrittore in viaggio, proprio pensando ai miei passi per il mondo e alla mia passione per la penna. Non tanto al turismo transumante.

Non è un caso che molti scrittori amino camminare oppure starsene in compagnia di un gatto davanti al fuoco. Come monaci o soldati. Qualche esempio?  Da Robert Walser a Hannah Arendt, da Hesse a Thoreau, da Rimbaud a Banjamin, da Barthes sino a Chatwin, teorico dell’aternativa nomade ma insofferente al gioco di squadra perché non trovava “niente di più irritante del percorrere lunghi tragitti insieme a qualcuno che non riesce a tenere il passo”.

O ancora Da Aristotele e la sua “filosofia peripatetica” a Kierkegaard che dichiarava di non conoscere “pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata”.

Del camminare adoro anche il vestire, Come una divisa, come un soldato d’altri tempi, scarponi, berretto, casacca e zaino. Essere un camminatore è il mio modo di attraversare il mondo, dissociandomene. Come divenire il Waldganger che descrive Ernst Junger nel mirabile Trattato del Ribelle.

Il camminatore come il wildganger, il fuorilegge, è “colui che passa al bosco, hic et nunc”, si dà alla macchia per sfuggire al Grande Leviatano della cellularomania e della tecnologia in salsa bulimica e compulsiva. Nel bosco, camminando, ritrovi te stesso e le energie preziose per portare a termine la tua rivoluzione. Conoscere te stesso.

Senonaltro, come ricordava lo scrittore politicamente scorrettissimo più dell’idea di sinistra che ha il PD, sto parlando di Julius Evola, “ciò su cui non possiamo nulla, nulla deve potere su di noi”. Camminando è più facile liberarsi dai condizionamenti e aspirare alla vera libertà,  “quella che gli spetta, misurata dalla statura e dalla dignità della sua persona”.

Se l’abisso guarda dentro di te, insomma, camminando c’è speranza di farne catarsi. Trasformare l’abisso in estasi, farne una visione del mondo ormai redenta e imbattibile, “portandosi non più dove ci si difende, ma dove si attacca”. Camminado e sempre a piccoli passi per arrivare al traguardo dell’infinito piacere di esserci.

 

 

I rompicoglioni sono tutti uguali

Diciamocelo molto chiaramente: per quanto riguarda i rompicoglioni, ha trionfato l’Illuminismo. Non c’è distinzione di sesso, razza e religione, a qualsiasi latitudine. La geografia dello scassinatore di zebedei è talmente estesa che ciascuno di questi rompicoglioni è automaticamente come il Re Sole: sul loro impero non si fa mai notte.

Facciamo qualche esempio pratico, qualche dinamica esistenziale per addivenire nel concreto alla descrizione di questa figura così tipica dei nostri giorni. Perché, badate bene, il rompimento di coglioni ormai è metafisico, talmente astrale che dubbi sull’esistenza dell’anima atei e scienziati, sul rompicoglioni no. L’unica certezza che mette d’accordo tutti: esiste e si riproduce a catena.

Il mio palazzo

Veniamo agli esempi. Nel mio palazzo da 4 mesi stanno ristrutturando un appartamento. Tutto sommato, considerando i tempi, l’Oscar del rompimentodi coglioni supremo non va a loro che pure si difendono bene ma a quelli del piano terra che a inizio settembre hanno cominciato a ristrutturare un giardino che non farebbe gola nemmeno a Berg per fare accoglienza.

Bene, mattina presto e ora di pranzo, insomma quelle topiche, l’uso del frollino è come il trash in tv, una buona abitudine di cui non si può fare a meno. Siccome non sono come Schwarzenegger su Commando e nemmeno il Bin Laden con dito ascetico dei vecchi tempi, non imbraccio il Kalashnikov ma mi incazzo un tantinello e sono giorni che il frollino viene utilizzato con parsimonia e in ore adeguate.

Come la tv intelligente, quella vera, di notte, non se la vede nessuno tranne le sentinelle sul mondo, quelli che, come me, vogliono proprio vedere come va a finire. Come col frollino. Per non farsi mancare nulla, i miei vicini sono andati via. Erano quelli che ad ogni uscita di casa la porta la sbattevano più della Belillo a casa della Mussolini. A corredo di questa famigliola, un pargolo di 12 anni che organizzava il mundialito a casa e che non ho mai visto camminare. Solo correre. Più facile dialogare con l’Angelo Custode che vedere il pargolo non correre.  Ora sono andati via e che ti fanno i vecchi proprietari, giustamente? Ti affittano la casa e tra lavori e traslochi il rompimento di coglioni è discreto. Speriamo il futuro non sia di rottura di coglioni come quelli che c’erano prima.

Giornata classica

Però in casa i rompicoglioni se sono una eccezione, già puoi ritenerti fortunato. Come sentire frasi intelligenti al grande Fratello o trovare lavoro a 54 anni. La norma del rompimento di coglioni è in giro. Nella bella quotidianità.

Appena esci, rischi di essere travolto da automobili, rigorosamente Suv sennò come ci vado dietro l’angolo, da lavori in corso eseguiti da simpatici operai in tenuta da bagno penale. Capiti, che so, al bar, e c’è la signora che deve essere parente del bimbo incapace di correre. Solo che lei è incapace di usare non dico un tono di voce basso ma certo nemmeno quello dei manifestanti in Val di Susa. Na via de mezzo tra stare in chiesa e fare le facce da mortacci tua.

Se come me sei un camminatore e non hai abbondanza di spicci, tipo 50 euro da un euro, ti becchi gli improperi di chi chiede soldini,  tra scopette e cappellini tesi. Ogni tanto cedo ma poi mi accorgo che rischio di diventare da precario, nullatenente, e chiedo perdono a Berg e tiro dritto.

Lasciamo perdere poi in ogni luogo l’eloquio che è lo specchio della “glebalizzazione”. Non tanto per le parole quanto per gli argomenti. Viene voglia di farsi eleggere in Parlamento. Fai la grana e te ne vai a lavorare ogni tanto. Gli altri giorni sei a fare la belle vita o a fare slogan su Twitter. Ma via dai rompicoglioni.

Per non dire, sempre parlando di rompicoglioni, di quelli che incontri al market e che fanno come il cinesino della barzelletta quando pagano: una lila, due lile, tre lile, in pratica quando pagano, si fa prima a fare la Salerno-Reggio Calabria nel primo fine settimana di agosto. Torni e loro sono a ncora a contare i soldi alla cassa.

Poi quelli che comprano e parlano amabilmente mentre tu aspetti e se ne impipano se in piedi non fai tappezzeria ma sei uno che è lì, pensa un po’, per fare spesa magari e non per chiacchierare. Puoi sempre andare alla posta a rompere i coglioni no? Ci sono poi quelli sempre incazzati che devono aver visto troppe volte Romanzo criminale e tra tatuaggi e dialoghi alla Libanese, pare di stare a giocare a stecca al famigerato bar.

Conoscenti

Il capitolo dei conoscenti che rompono i coglioni è vasto come la desertificazione del globo. I più curiosi sono quelli che vorrebbero fotterti, sempre con la vaselina in mano ma se gli fai notare che se la possono ben utilizzare loro, si offendono e spariscono, è il caso del rompicoglioni disertore, in altri casi invece diventano quelli che polemizzano, ti rompono i coglioni da eroi ossia parlandoti male alle spalle. In verità si chiama erezione dell’impotente. Cerco di fotterti, non ci riesco e giù invidia. Detta anche la Sindrome della volpe che non arriva all’uva. Poi ci sono quelli che pretendono, che parlano, che si offendono, che promettono, conoscenti e non, la cui vocazione è sempre la stessa: romperti i coglioni. Una cosa è auspicabile per il futuro dell’umanità: Rompicoglioni di tutto il mondo, non unitevi. Altrimenti, l’Armageddon sarà una gita in campagna a confronto.

Mi faccio i sogni miei

Mi faccio sempre i sogni miei. Potrei anche iniziare così: non solo mi faccio i sogni miei ma sogni che siano reali, comuni, banali ma veri. Come il chiodo che sporge: va preso a martellate.

Mi faccio insomma i sogni miei che non sono l’eccezionale, una vita al top, soldi, lusso, potere e bunga bunga. No, vorrei semplicemente, a volte, tornare indietro. All’Italia dell’articolo Uno della Costituzione, della sovranità che appartiene al popolo.

Vorrei una sinistra che non lecca le terga pure al Lussemburgo paradiso degli evasori fiscali per andare contro a chiunque parli di “italianità”, vorrei una sinistra berlingueriana che riporta al problema morale e aggiungerei neuronale, vista l’entità di trovate che discettano oggi gli eredi di una cosi importante tradizione storica.

Vorrei non dovermi vergognare di avere l’idea di Nazione dentro di me, vorrei non dover rischiare l’estinzione perché fa comodo agli speculatori che dietro un sorriso anticristico con la fandonia di essere buoni con tutti, cancellano la nostra identità, la storia, le morti di chi ha lottato per il lavoro e per l’idea di Nazione, appunto. Senza retorica perché non si tratta di colori politici ma di ciò che siamo tutti, italiani.

Sul Carso, nelle trincee, la notte , come si racconta, appaiono fantasmi, lemuri in divise stracciate di soldati della Grande Guerra, austroungarici e italiani abbracciati che ammoniscono con il dito puntato sull’Europa. A tratti piangono, rimasti giovani per l’eternità perché pensano alla morte fredda che hanno trovato su quella terra e che oggi a nulla serve più, tutto quel dolore, tutto quel sacrificio.

Come ebbe a dire Bettino Craxi, gigante della politica rispetto a nani e ballerine dell’integralismo leccaculista di oggi: “Cancellare il ruolo delle Nazioni significa offendere un diritto dei popoli e creare le basi per lo svuotamento, la disintegrazione, secondo processi imprevedibili, delle più ampie unità che si vogliono costruire. Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”. Tié, mettece una pezza.

Vorrei un paese dove le parole sicurezza e lavoro non fossero chiacchiere vuote di incapaci che chiedono voti e dove non devo leggere tutti i giorni frasi sconcertanti che sei nazionalista perché provi affetto per questa nostra amata e maltratta Italia, mentre loro sono invasati e posseduti dall’integralismo della stupidità in malafede, che porta al Sacco di Alarico. Ma la nostra politicaglia non lo sa e chi lo sa, fa finta di nulla. Troppo in alta la posta in gioco: si chiama Stato Sociale da abbattere, per fare del lavoro precaria schiavitù e dellla convivenza civile una lotta tra poveri. E per pagare zero i poveri disperati a cui danno illusioni mentre qui si muore in baraccopoli e in mezzo alla strada.

Vorrei un paese dove i chiacchieroni che dovrebbero alimentare la speranza, inetti anche nelle promesse, vanno a lavorare assieme agli operai, negli altiforni, a colare l’asfalto a Ferragosto durante l’ora panica, vorrei che i responsabili, costruissero loro quel ponte, con le loro mani, a scarnificarsi i polpastrelli, per rifarlo il ponte, donando i loro possedimenti alle famiglie di chi non c’è più. E zitti.

Vorrei non dover dimostrare nulla, avere una moglie che cucina solo squisite pietanze senza alimenti di origine animale, una sfida, vorrei un mondo che sorride e che non ti guarda in cagnesco alla minima inezia, un sorpasso, la fila in un negozio, facce tristi, incazzate, agguerrite, vorrei una unità di persone capaci di defenestrare quelli che ci vogliono divisi e che alimentano la loro pinguedine sulle nostre divisioni.

Vorrei poi un lavoro appartato, tipo che so guardiano del faro, correttore di bozze, bibliotecario, archivista, monaco o custode di eternità solitarie. Vorrei un paese senza tv o forse senza il trash che ormai regna in tv, vorrei una tv della notte che andasse in onda tutto il giorno, vorrei un paese che leggesse a cacciasse a calci in culo i servi del potere, qualunque forma assumano, vorrei un paese di audiolettori, di zero suv, dove la ricchezza vierne redistribuita e i poveri diventano classe media e i ricchi anche classe media, tutti insieme a godere di meno ma a godere tutti.

Vorrei un paese dove le notizie sui crac finanziari mondiali dove la gente finisce in mezzo alla strada perché non può più pagare il mutuo fosse il ricordo brutto di un’epoca lontana e dove le donne posso andare in giro a qualunque ora senza temere per la loro incolumità.

Vorrei un paese più anafabeta ma più felice, meno bollito e più orgoglioso, dove gli italiani non subiscono la xenofobia al contrario e dove essere straniero non è una colpa o un difetto, è semplicemente una realtà che sei vivo, sei nato, con una tradizione di cui non ti devi né vergognare né impormi come fosse l’unica.

Non è il paese dei balocchi, è forse un’utopia ma forse prima che arrivassero i tempi del benessere e dell’Europa di Bruxelles e di chi vorrebbe toglierci non solo l’ora solare ma pure l’orgoglio dei nostri morti, quelli che questo paese l’hanno costruito e che ne hanno calcato le strade con tanta fatica, lasciando ancora l’aria intrisa di sudore. Ecco, forse, prima di tutto questo, l’utopia era meno irreale e forse più possibile.

E poi, vorrei, un po’ di salute, darmi una disciplina, esplorare me stesso per giungere fino alla fine sempre più consapevole, essenziale, spartano, con tanti libri da frequentare e persone da selezionare, e poi guardare il cielo con qualche ruga in più portata sotto azzurri intensi e nuvole che non finiranno mai.

Chiedo troppo? Ecco, appunto, mi faccio i sogni miei.

Animali, sfatiamo qualche mito

Gli animali sono individui, ognuno con personalità, sentimenti, cuore, mente e un gran desiderio di vivere. Carl Safina lo spiega nel suo volume Al di là delle parole, Cosa provano e cosa pensano gli animali (Adelphi, Collana Animalia, pp. 687, Euro 34). Chi li ama gli animali sa di cosa sono capaci e che importante presenza riescano ad essere nella vita di ciascuno col mondo che riescono a portare e a comunicare.

Carl Safina racconta in maniera documentata e poetica questo splendido mondo. Racconta degli elefanti africani, dei lupi di Yellowstone e delle orche del pacifico nord-occidentale, in un viaggio avventuroso che svela le meraviglie del mondo animale, di cui noi “bipedi” siamo parte, perché viviamo tutti sotto uno stesso cielo. Checché ne pensi Sua Banalità. Non si dovrebbe infatti incentivare un pensiero di superiorità verso l’essere umano ma cercare una convivenza armonica e pacifica con gli animali come con l’ambiente ma questa è un’altra storia.

Del volume di Safina mi ha molto affascinato la parte dedicata ai lupi. Da amante della cultura “pellerossa” e di tutte le storie legate a quel mondo, il lupo ha esercitato in me uno straordinario fascino. Ricordo che, prima che me la “zotttassero,” sulla mia esausta R4 di 16 anni troneggiava un adesivo del Wwf che recitava, con un lupo come immagine preponderante, un motto Sioux, “con tutte le cose e tuttgli esseri saremo fratelli”.

Dunque, sento più “consanguineità” con gli animali, molto spesso più che con gli umani. E Come dice Conrad nel suo mitico Cuore di Tenebra: ho bisogno di una solitudine selvaggia dimenticata da Dio. O forse di un paradiso popolato esclusivamente da animali.

Tornando al lupo, mi ha sempre affascinato la loro complessa struttura organizzativa: sanno chi sono, chi sono i loro familiari, amici e nemici, provano sentimenti, ambizioni, elaborano strategie e alleanze, lasciandosi definire delle loro relazioni.

Però il mito da sfatare è quello del maschio dominante. Gli scienziati hanno spesso trascurato invece le intelligenze femminili anche negli animali. Anche tra i lupi. Il “capo” infatti non è un “coatto”, aggressivo e stalker, non è un violento ma colui che si prende cura degli altri.

Non è il lupo simbolo del demonio di cui Hitler si sente incarnazione. No, direi proprio di no, sono balle per giustificare nell’umano le proprie azioni. Come accade con Cappuccetto Rosso. La metafora del male è l’animale quando invece, nella realtà, il male, è colui che uccide per divertimento e crudeltà.

Ricordo ancora, quando andavo in Abruzzo, nel Parco Nazionale a fotografarli, una scena. Siamo in inverno. Un lupo maestoso. lo guardo a distanza, veglia su di un’altura, silenzioso e fiero, mentre il “branco”, parola che Safina non ama perché associa a retorica e ferocia, se ne sta disteso tranquillamente sotto alcuni alberi. Forse a vegliare è proprio una femmina, una “lupa” come quella di Roma che allatta e fonda la storia del mondo.

A prendere infatti la maggior parte delle decisioni, dove andare, come e quando cacciare, dove fare la tana, sono proprio le femmine tra i lupi e femmine dalla spiccata personalità. Come ricorda Anna Mannucci in un articolo apparso sul Corriere della Sera tempo fa: “La vita sociale dei lupi è complessa, richiede abilità cognitive e politiche, lealtà e assistenza reciproca, e ruoli differenziati, per esempio sono pochi quelli che vanno a caccia ma che poi sempre condividono la preda. Anche tra loro, ovviamente, ci sono quelli che non si comportano bene e tra sorelle ci può essere competitività anche feroce. I lupi del parco di Yellowstone, un francobollo lo definisce Safina rispetto al territorio precedentemente abitato e percorso da questa specie, sono stati portati dal Canada in tempi recenti, perché quelli originari, circa un milione di individui, erano stati sterminati dagli uomini. Uccidere e far soffrire gli animali è sempre stata una nostra caratteristica”.

Oppure quanto scrive lo stesso Safina nel libro: “Non è poi così assurdo che una creatura violenta come un lupo possa autoaddomesticarsi tramutandosi nel nostro compagno più amato. Loro potrebbero dire qualcosa di simile su di noi. Nella forma del loro avatar, i lupi si mescolanmo agli esseri umani grazie alla loro fine perrcezione innata della vita all’interno e all’esterno del gruppo. Un lupo sa chi proteggere e chi attaccare e come difendere qualcuno fino alla morte”.

Interessante anche quello che la stessa “collega” scrive a proposito dell’orca che assolutamente non è da considerarsi assassina come certe scempiaggini da Hollywood hanno saputo creare nell’immaginario collettivo: ” La terza scena che Safina ci presenta è il mondo marino delle orche e di altri cetacei, un ambiente acquatico dove risuonano i tanti segnali acustici di questi animali, che ancora non capiamo abbastanza. Anch’essi perseguitati, uccisi o catturati per essere portati nei grotteschi parchi acquatici. Eppure anch’essi mantengono la curiosità e la simpatia verso questi strani esseri a due zampe e nessuna orca in libertà, nonostante l’aggettivo assassina che le è stato appioppato, ha mai ucciso un umano. Questo è un dato molto interessante e incomprensibile: nonostante tutto molti, troppi, animali continuano a essere amichevoli e leali con la specie più distruttiva e feroce che esista. Gli antichi aneddoti sui delfini che salvano persone in difficoltà sono confermati”.

Che dire poi degli elefanti? Amano stare in compagnia, vivono in famiglie “ampie” dove insieme proteggono i più piccoli e al cui vertice, spesso, la guida è affidata ad una “matriarca”. Pensate che la femmina è anche depositaria di “identità”, trasmettendo storia e cultura del gruppo.

L’approfondita ricerca di Safina porta ad un assioma: negare mente, sentimenti, personalità agli animali è stato a lungo un dogma pseudo-scientifico, che però ha autorizzato l’abuso più sfrenato e crudele. Non siamo affatto speciali, insomma, anzi, in molti casi, siamo più che infami.

La ricerca della differenza a tutti i costi, noi superiori e loro inferiori, ha sempre ossessionato molta parte della scienza e degli scienziati che si sono basati su ricerche stereotipate che hanno dato vita a infiniti luoghi comuni, alimentando indifferenza e “freddezza”.

La banalità del male, anzi l’ossessione di superiorità e di stare nel giusto. Leggiamo ancora quanto sottolineato dalla Mannucci: “Su questo Safina porta innumerevoli informazioni e storie, perché anche le vicende personali e alcune tradizioni popolari hanno un loro senso, e arriva a dire: una delle caratteristiche che ci rendono umani è il forte annienta il debole, pure all’interno della nostra specie, si pensi alle «tribù primitive» sterminate. Dice Safina: Siamo tutti polvere di stelle; figli della stessa terra, individui collegati da reti di affetti e intensa comunicazione, ben al di là delle parole”.

Siamo polvere, dunque, come i nostri migliori amici. A tutti spessa la stessa sorte. rendersene conto, magari, può significare sviluppare quell’importante senso di empatia che conduce al sentimento di fratellanza con tutti. Non a caso sul braccio ho tatuato uno dei simboli del Bushido, antico codice Sanmurai, che significa compassione.

E quando si pretende di essere superiori, di pensa di essere il vertice, mentre tutti ci ammaliamo e subiamo la stessa sorte, compassione sì mi viene, anche per l’animale peggiore. Quello a due zampe. Con buona pace di Sua Banalità. Soprattutto per evitare lìincubo dei potenti: “che un giorno il gregge si trasformi in branco”, provando l’istinto di libertà.