Allora senti, Chandra Livia Candiani

“Allora senti
ci sarà un lupo
e sarà bianco
tu sarai bendata
e gli starai in groppa
in piedi
correrete insieme
slacciàti dalla ragione
legittimi alla velocità dell’aria.
Non ci sarà bisogno di fidarsi
avrà fiuto e tu equilibrio.
Dovrai tener caldo alle parole
tenerle in un orto sotto la camicia
a stretto contatto con la pelle.
Bruceranno e graffieranno.
Lasciati bruciare.
Passerete dalle città
non levarti mai la benda
anche quando sentirai chiamare
lusingare invocare resta dritta
in piedi in groppa al lupo.
La memoria è una fabbrica
che non smette mai
fa i turni di notte e non ha festivi.
Il lupo slaccerà i ricordi
uno per uno ne farà
fiocchi di neve.
Il vuoto sarà vasto
e alto e profondo
lo chiamerai carezza.
Allora senti”…

Chandra Livia Candiani
FATTI VIVO, Einaudi 2017

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Fuoco di Parresia

Eccola qua: Fuoco di Parresia, la mia raccolta di poesie in un volume che ora è possibile acquistare on line sul sito di Green Planet Edizioni a questo link https://www.greenplanetedizioni.com/prodotto/fuoco-di-parresia/

Le poesie sono in larga parte quelle pubblicate nel blog ma con una forma diversa, bella e ricca, impreziosite da una copertina che mi sembra centrata.


Ma soprattutto sono, dire arricchite mi sembra poco, dal contributo, dall’inestimabile dono delle mie “amiche” e blogger Adriana Pitacco( https://natipervivereblog.com/) e Serena Lavezzi (https://pennedoriente.wordpress.com/) che desidero ringraziare di cuore.

Hanno scritto, in tutta la perizia della scrittura e sensibilità che le contraddistingue, parole centrate e profonde, su quello che considero un piccolo tentativo poetico per indagare la vita in un, appunto, Fuoco di Parresia.

Perché, come ho scritto, alla fine il mondo, è vero, talvolta, mi tortura ma allo stesso tempo, mi ispira. Grazie anche a lui.

Volevo dirvelo, di questa mia “presenza” mentre vi auguro buon sabato.

 

 

 

La bellezza che fedele aspetta

Voglio augurarvi un buon risveglio e una buona serata con le parole di uno miei scrittori preferiti di cui vi ho già parlato e tante volte tornerò a farlo. Perché Christian Bobin merita più di un accenno. Merita di essere ascoltato in un totale silenzio. Va sorseggiato in disparte, per fare in modo che tutta la sua poesia trapassi e accarezzi l’anima in un sospiro infinito di vita e realtà. Questo brano è tratto da L’uomo del disastro, – l’angelo, l’infanzia e Antonin Artaud” (Animamundi Edizioni), un volume ispirato da Antonin Artaud e dedicato a lui, una contemplazione sulla forza dell’infanzia vista non come età, ma come stato dell’essere.

Vi segnalo anche, in particolar modo, la meritoria opera di questa casa editrice, capace di fare cultura “militante”, con grandissima fatica, in un mondo strozzato nei gorgoglii del mercato che pur di fare cassa, pubblica di tutto, come la televisione che puntualmente mostra il peggio invece di assolvere alla sua antica missione: informare, intrattenere, educare. Sul peggio stendo l’oblio, per fare di bellezza quotidiana apologia, divulgo Bobin. Ecco il brano:

“Un nuovo mondo sorgerà domani dalle acque aleggianti del sonno e tutto lo sforzo di vivere, vedere e sorridere sarà da riconquistare. La luce del mattino ferirà gli occhi. Dovremo di nuovo ritrovare il nostro corpo, andare verso ciò che, sin dal risveglio, ci viene incontro – donna, uomo, sogno o nuvola… La bellezza ci sta dinanzi, sin dall’alba. Desta prima di noi. Fedele, aspetta. Il suo respiro si irradia nel più esile silenzio, nell’aria intorno ai mandorli. Aspetta che si apra in noi la strada per la quale potrà giungere senza ferirsi. Aspetta per ore intere e il moto della sua attesa è quello del giorno che spunta, fiorisce, poi declina morendo ai nostri piedi, sconosciuto, trascurato. Ogni giorno così: qualcuno viene, ha tra le mani un coltello affilato di pioggia o un solo petalo di rosa, di quelli che lasciamo scivolare tra le pagine di un libro, più leggero dell’aria sul ventre dei passeri. La bellezza è una mendicante o una regina in cammino verso di noi, forse l’una e l’altra insieme… Senza retorica dice: con me, l’assoluto o il nulla”…

E ancora:

Come parlare ai matti, ai morti,

ai bambini, alle chimere?

Come parlarti? Lo ignoro.

Forse, per non mentire più,

raccontare una storia.

Una leggenda perchè si popoli

il sepolcro dei pensieri.

Una favola per addolcire la notte.

 

Leggiamo nell’introduzione di Andrés Neumann:

Christian Bobin ci propone di avviarci assieme a lui in un viaggio immobile, in una danza sulla musica silenziosa e misteriosa del nostro cuore e del nostro respiro, lui con la scrittura e noi con la lettura, in ambiti che conosciamo bene ma che raggiungiamo con molta difficoltà: la lentezza dell’infanzia, le sensazioni degli elementi sulla pelle: pioggia, sole e vento, le soglie che dividono abbondanza da scarsità, i vivi dai morti. Si possono allora aprire paesaggi di bellezza e inquietudine folgoranti. Ma prima di ogni altra cosa egli ci aiuta ad affinare la sensibilità all’ascolto (…) Un libro è un cuore che batte nel petto di qualcun altro, e quello di Christian Bobin finirà inevitabilmente per battere nel nostro (…) Parole dette nel totale silenzio della scrittura, e sentite nella solitudine della lettura, possono consentire una condivisione di rara potenza. Tutti abitiamo un luogo più profondo di quello che la società umana ci fa credere. Bobin e Artaud sono maestri nel ricordarcelo.

E nella postfazione di Caterina Piccione

Dove si toccano poesia e teatro, là si incontrano Bobin e Artaud. Sulla soglia dell’esperienza muta, dove si intrecciano urlo e sussurro.  Artaud urla l’impossibilità di tradurre i propri pensieri in parole. Bobin gli sussurra, piano, che è possibile. Bobin cerca di far parlare Artaud, trovando una voce per lui che sia in contatto con il mondo della vita. Lo vede vivere in un deserto, e gli porta acqua fresca. Per non allontanare la follia di Artaud in un ideale estetizzato, Bobin gli mette a disposizione il suo linguaggio, riuscendo a recuperare la missione che ha spinto Artaud lungo tutta la sua vita: il senso di una scrittura poetica come scrittura del corpo. 

Non mi rimane che dire: che sia sempre un augurio, di tanta, tanta bellezza. Se possibile, cercarla sempre.

C’è vastità

Fiore 2

C’è vastità,

in un fiore che esplode,

c’è gioia,

che balbetta,

in un petto che inghiotte parole,

c’è soffio,

su braci a strati,

di mondo.

La fotografia l’ho scattata, passeggiando nello splendido eden del Royal Botanic Garden di Edimburgo, la scorsa estate.

Ora che fa notte

Vitaleta 7 - 01-01-2017

Ora che fa notte,

mi scuotono attrazioni metafisiche e serrature di silenzio.

Quella luce siderale,

quel dono che disnebbia,

tra gli sfregi del buio,

mi fa cuccia.

Patisco coi cinque sensi,

ma pure vivo e bevo,

di una danza alata

che mi reclama.

Per posare il capo,

ogni tanto,

tra mani,

che sforbiciano respiri

e abbracciano altre mani,

invisibili ma calde e sorridenti.