Scheggia

Come fa il delirio
quando accoglie e oltraggia
tra sbattute sponde
il passato che raggruma,
intento ai manti floreali
cerco scampo
accarezzando
respiri senza verbo
di occhi in amorosi musi.
Divento, poi,
scheggia che s’invola
nel tramonto col sapore di un pompelmo rosa
in attesa delle briciole del giorno.
Sarà forse la mia, una cupa storia
come tante
di groppi e graffi
su vetri infranti e lattonerie di crosta,
forse scialba o sonnolenta.
Ma non mi importa.
Ho la visione di un assolato campo
con lampi d’igniti dardi
in cui c’è traccia
di improvvisi scatti
tra memorie e spilli
e luminose sorti

 

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E’ una gibigianna, in briciole

E’ nel sole del mattino
che si nasconde un principio
di stracciata eternità.
Nell’aria fredda
che cospira
sui digrigni delle ombre.
È una cromatica congiura
che slaccia i vessilli
con sembianze d’illimitato.
La fine e l’inizio.
Grovigli inconsapevoli
conferiscono
metafisiche solitarie
a strade quotidiane
affollate di respiri.
Mentre scorrono nuvole,
su secoli di pietra.
È una gibigianna,
in briciole.

 

Essere altrove, per ritrovarsi a casa propria 


Essere altrove, per ritrovarsi a casa propria.

Nel fascino di ciò che cerco, che mi trafigge, di fronte all’ignoto di cui sono consapevole. Il silenzio, un bastione di vastità in opposizione allo sfrigolare del mondo che non mi appartiene.

Luoghi dove mi ritrovo e incontro me stesso, nella luce e nei sussurri del vento. Tutto questo è Cabo da Roca in Portogallo che, come alcuni altri spazi, diviene per il mio vivere, una patria dell’anima. Luoghi che parlano la mia lingua e che rappresentano le mie radici metafisiche.

Mi scortico

Mi scortico spesso,

quando mi chiamo.

Mi sbriciolo, pugnalo, confido, sgrano,

tra matasse incise,

in un disegno fitto,

talvolta senza ponti.

Poi col pugno chiuso, serrato,

provo ad aggiustare i cocci,

 e con dita laboriose,

a tagliare ancora, sminuzzare,

quelle crepe d’ombra,

che divarico,

per cercare luce

e uno sbocciar di soffi.

Non è la vecchiezza il male,

è quell’arsura,

quella fissa di farsi angusti,

su minuti e schiocchi,

quando invece c’è vita, c’è bellezza

d’occasioni dense, e di profumi.

Allora, se ci penso, e mi ravvedo,

con le suole, calpestando un maremoto,

faccio di me fessura,

per dire basta a questi graffi,

ai gonfiori della mente,

al mio sudore ombroso.

Dico basta agli sbattuti slanci,

agli scalci sgangherati,

per trovare chissà cosa.

E quel nodo poi si infrange

su quella sonda, quella speranza,

minuta e urlante,

che fa vertigine,

quasi paura,

di semplice serenità.

Ma sta qui il segreto.

Non è crescere senza polvere,

senza sfregio.

E’ farsi acqua sul dilaniato,

che capacità,

gioia, remo, calma, quasi ignaro,

anche quando, nell’aria prilla,

non so quale spirale d’angoscia

e spari.

Tenersi fermi,

se schiaffeggia,

la burrasca,

e il cristallo mi va negli occhi,

che fanno sangue.

Ricaricarsi,

questo è,

sarà più mite il tempo,

e discreto, ancora,

di nuovo,

sarà un lampo sulla cera,

lo splendore sulla fuga, e chiarità.

 

 

vitaleta-5-01-01-2017

 

Foto e Testo

© Daniele Del Moro 2017

Lasciati lavorare

Quando un cielo ti squarcia

o un animale ti guarda

e tu non dici più nulla,

anche i morti sorridono

e il vuoto,

lontananza che tergiversa

sui vestiti stracciati,

si fa primavera.

Bevi allora dalle mani spellate,

con il freddo

che diventa diamante

mentre una pace minuta

che piove,

che cuce,

soverchia

quella memoria,

masticando sospiri.

E la polvere,

arriva nel vento,

sotto forma di borotalco

e vestigia d’immenso.

Non c’è né tribunale,

né commissione,

né stragi.

Lasciati lavorare.

C’è l’ombra perduta

che si ritrova e percorre

un antico petto,

e gambe,

col profumo d’estate,

e vita,

che si fa pelle di lupo

e odore di sesso.

Bene o male,

è una grazia,

una grazia che sfebbra,

una grazia che sbuccia,

un battito,

una bella dimora

dove le dita sfiorano

labbra di sole,

pugnalando il silenzio

e tutto rimane infinito.

Mentre la quiete e un abbraccio,

rivelano,

stasi del desiderio,

su guance e clavicole,

e arriva mutezza,

ancora,

dove anche l’amore si aggrappa

e sorride,

frusciando lieve,

tra echi di spighe

che baciano il tempo.

E il corpo fruttifica,

ricolmo di altitudini,

in una sapienza titanica,

sapientemente niente.

© Daniele Del Moro 2017

vitaleta-13-01-01-2017

Ardore

 

Non so come l’anima faccia l’amore,

disincarnata da sé.

Ma so che l’ardore della sua tenera voce

dirada, con desideri di brace,

la cocciuta foschia sull’intera collina

dove la morte non ha più segreti, né terrori ubriachi.

Potrei forse dichiarare

come una piuma,

il battito accelerato del polso,

quando accolgo la sua essenza divina.

Però no, perché la scossa ferita del tempo che ho,

mi impone un ghiaccio di chiodi.

Ma so anche che è l’anima a farsi fessura,

tra i mondi,

dove non c’è più dolore né età

ma solo arcobaleni di spilli e spruzzaglie di stelle.

E’ lei, abisso di acrobati,

promessa indelebile

che subito venga l’aurora,

dove passa e accarezza le ore

con un’eleganza di tigli.

Per chi ha fame di luce,

non c’è sesso né tempo,

c’è bisogno di gioia

e di impavidi ritmi di mare.

E di lei, rovistatrice di azzurro.

Scheggiato cuore, scalcinato mondo,

disegni i contorni

di una infinita bellezza, che non si corrode né si ripara,

percezione remota, ora presente, ora illuminato pensiero,

che sorride e concede tenerezze di nuvole.

Dove tutto è orlo e pienezza,

di spiagge deserte,

in un giaciglio di morbidi petti

vitaleta-2-01-01-2017

Stando molto fermi

“Si può sai, stando qui,
stando molto fermi
sostenere una stella…
Stando molto fermi si crea una fessura
perché qualcosa entri e faccia movimento
in noi e ci lavori, come capolavoro…
Si festeggia la gran potenza
che esalta il sole nella sua prestanza
e lo depone ad occidente
nell’ora stanza – quando ognuno guardando
prova una leggere indicibile pena.
La luce entra allora
anche nella più tetra delle notti
e l’occhio chiuso può contemplare
del buio immenso del corpo
dove il respiro si spande…
E l’aria
è cielo. Cielo che viene a noi,
con particelle di cosmo, antiche polveri,
fiato di tutto ciò che è stato,
e del presente e vivo esserci…
Tutto il pensiero esplode, stando fermi”…
Mariangela Gualtieri

Con foto in volo verso la Scozia

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