Seychelles, il racconto su Scrittore in viaggio

Seychelles, potrei definirle La Mia Africa. Si, perché ho provato in maniera travolgente il desiderio di non trnare più indietro due volte nella vita. Quando sono andato in Portogallo e appunto alle meravigliose Seychelles.

In questo link all’articolo che ho appena pubblicato su Scrittore in viaggio  trovate il mio racconto con tante fotografie e qualche spunto di riflessione.

Devo dire che davvero ci vorrebbe ora ancor di più una cura dell’anima, una terapia di straordinaria bellezza e le Seychelles sarebbero in grado di trasportarmi altrove. Ecco il mal d’Africa.

Ritrovarsi in un paradiso terrestre possibile e lasciarsi alle spalle tutto, ogni impegno, ogni induzione alla mancanza di libertà, qualsiasi fisima e un mondo occidentale sempre più difficile da gestire e da comprendere.

A riguardo, tra qualche giorno scriverò una riflessione. Ma per ora, se ne avete voglia, un po’ di Seychelles tra Praslin, La Digue, Anse Lazio e tanta indimenticabile natura. Che altro aggiungere quando si ha tutto a portata di mano, quando si muovono passi in un sogno e non c’è altro che luce?

 

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Nuova resistenza

Non è questione di ostilità. Sarebbe come dire sempre si.

Equivarrebbe a puntare sempre i piedi. Ovvero non costruire ma distruggere come una rivolta impotente.

Riuscire a districarsi nel ginepraio dei condizionamenti e del “serpente globale” e mercato, è sempre più difficile.

Riuscirci è la vera sfida. Coltivare uno “stile ostile”, “non conforme” alla falsità dell’irreale, del “va tutto bene” mi pare fondamentale.
Così come riuscire a trovare il proprio bene, dentro e fuori di sé.

Il banalmente gioire è funzionale al sistema che ti avvelena il sangue raccontando storielle, talvolta anche divertenti. Ma il fine è sempre il medesimo: realizzare l’eclissi del pensiero del caos della libido, tanto per citare l’aspetto più scontato.
Come asserito da Hannah Arendt, “la società di massa non vuole cultura ma intrattenimento”.

Continuo a credere che, nonostante il desiderio di svuotarlo l’uomo allo scopo di farne un consumatore distratto, egli sia ancora capace di qualche lampo di luce, di genio, di qualche aspirazione alla libertà.

Mi torna in mente lo scritto di Ennio Flaiano dal titolo emblematico Filosofia del rifiuto.
Leggiamolo:
Agire come Bartleby lo scrivano. Preferire sempre dire no. Non rispondere a inchieste, rifiutare interviste, non firmare manifesti, perché tutto viene utilizzato contro di te, in una società che è chiaramente contro la libertà dell’individuo e favorisce perciò il malgoverno, la malavita, la mafia, la camorra, la partitocrazia, che ostacola la ricerca scientifica, la cultura, una sana vita universitaria, dominata dalla burocrazia, dalla polizia, dalla ricerca della menzogna, dalla tribù, dagli stregoni della tribù, dagli arruffoni, dai meridionali scalatori, dai settentrionali discesisti, dai centrali centripeti, dalla Chiesa, dai servi, dai miserabili, dagli avidi di potere a qualsiasi livello, dai convertiti, dagli invertiti, dai reduci, dai mutilati, dagli elettrici, dai gasisti, dagli studenti bocciati, dai pornografi, dai poligrafi, truffatori, mistificatori, autori ed editori. Rifutarsi, ma senza specificare la ragione del tuo rifiuto, perché anche questa verrebbe distorta, annessa, utilizzata. Rispondere: No. Non cedere alle lusighe della televisione. Non farti crescere i capelli, perché questo segno esterno ti classifica e la tua azione può essere neutralizzata in base a questo segno. Non cantare perché le tue canzoni piacciono e vengono annesse. Non preferire l’amore alla guerra perché anche l’amore è un invito alla lotta. Non preferire niente. Non adunarti con quelli che la pensano come te. Migliaia di no isolati sono più efficaci di milioni di no di gruppo. Ogni gruppo può essere colpito, annesso, utilizzato, strumentalizzato. Alle urne metti la tua scheda bianca sulla qale avrai scritto: No. Sarà il modo segreto di contarci. Un no deve salire dal profondo e spaventare quelli del si. I quali si chiederanno che cosa non viene apprezzato nel loro ottimismo”.

Col consueto piglio polemico Ennio Flaiano, nel suo Diario degli Errori, uscito nel 1976, dice no.

Forse, allora, quelli del si, quelli  della ripresa economica, del job act, del lavoro che cresce, del problema accoglienza e immigrazione che non esistono, quelli che se la cantano e se la suonano, forse, proprio a questi qui, bisogna cominciare a dire no, a fare barriera, a sbugiardare la finzione, cercando la realtà. A dire no.

Prendere consapevolezza. Per godere del buono e dire no al cattivo. Soprattutto a livello etico.
Svelando bellezza e smascherando l’orrore.

La buona battaglia. Come ricorda Nietzsche: “Formula della mia felicità: un si, un no, una meta da raggiungere”.

Cominciamo a dire no allora, allo sfruttamento, al piacere banale, a quello fondato sulla sofferenza altrui, alle rate, ai mutui, al danaro in prestito, al superfluo.
Diciamo no al mostro tentacolare del mercato e alla dittatura dell’illusione e dell’irreale. Da individuare e da boicottare.

Ecco il senso della vita. C’è bellezza lì fuori, c’è gioia, c’è fermento.

Facendosi coscienti, assumendo una autentica indipendenza da tutto ciò che ostacola il pulsare del reale per fare del vivere uno spugnoso detrito.
La vita vera, quella su cui immolarsi di felicità, non è mera quiete, né euforia calcistica, né evasione lenitiva.
E’ lotta in un processo di chiarificazione.
Per trovare un elevato senso di sé che porti il nostro cuore a volare in alto.

Contenti di quello che siamo. Non fintamente ilari di fronte al’essere che ci hanno imposto in salsa melliflua.
Il mondo è questo, è vero. Possiamo gustarlo in ogni istante.
E soprattutto possiamo agire.
Facendo in modo che ciò su cui nulla possiamo, nulla possa su di noi.

Consapevolezza e nuova resistenza.
Ognuno scelga di incidere sulla realtà, incidenso se stesso.

Interrogando, in silenzio, la propria coscienza.
E, se possibile, respirare un pò di libertà.

Nostalgie e groppi in gola

Sono sul letto. D’estate. Ricordi.

Della mia adolescenza. Il silenzio è quasi totale. Interrotto da un vento fresco che entra e muove i poster, come si chiamavano un tempo, attaccati alle pareti della mia stanza.

Clash, U2, Police, Pink Floyd. Il gigantesco quadro che raffigura il bambino indiano, simbolo del massacro dei nativi a Wounded Knee, mi guarda. Sono un “pellerossa” dentro. Non solo perché in estate mi ustiono. Un altro rumore interrompe questo meraviglioso silenzio di una qualunque notte estiva: la fontana del giardino del palazzo dove guizzano i pesci rossi culla dolcemente i miei pensieri, una ninnananna lieve.

Degusto a piccoli sorsi la mia gioventù.

Ricordi. Mio padre, ah mio padre. Dorme nella stanza accanto. Un colpo di tosse e si rigira nel letto. Mio padre.

Continua la notte. E ancora i ricordi. Ascolto musica appena posso. Mio padre, sempre lui, sono benestante, mi propone due alternative per il regalo dei miei 18 anni: impianto hi-fi professionale o Laverda 125 motore Zundapp. Sono a un bivio. Come sempre.

Nonostante adori andare in moto, la musica è ancora di più un richiamo irresistibile. Scelgo hi-fi. Posiziono il letto della mia stanza esattamente al centro delle casse per farmi avvolgere dal sound e navigo quando ancora internet non esiste. In particolar modo di notte.

Vorrei fare il musicista. Suono in un gruppo. Anni Ottanta. Con la New Wave ho un feeling speciale. Alternativa: fare il giornalista. Scrivo sempre, tanto.

Non frequento troppe persone. Sempre tendenzialmente solitario. Non perché non ne abbia bisogno. No. E’ che dopo un po’ mi annoio.

Sto bene con tutti, più o meno. Intimità vera con rare eccezioni. Se devo annoiarmi in compagnia, mi annoio da solo. E scelgo musica e passeggiate in moto.

Ricordi. L’estate. A Campo di Mare in bicicletta o in vespa e sentire il profumo degli eucalipti, passeggiando tra le ville bianche. I profumi mi riportano ai luoghi. Il mare al tramonto, due corpi estivi che si abbracciano. Ora di cena. Me ne vado in giro. Le luci nelle case, le voci, lo stare insieme.

Oppure dopo pranzo. Io e mio fratello ad aspettare che faccia meno caldo in casa, quando tutto è sospeso e ti prende l’angoscia, una strana angoscia. Non tutto è facile. L’adolescenza è tosta, soprattutto se ti fai delle domande e non segui i gruppi, le masse, le combriccole.

Anni Ottanta. Con mio padre discuto, mia madre aggiusta. A modo suo. Con mio padre litigo ma c’è un rapporto. Difficile. Non accetta molte cose mio padre. Mi condiziona. Sopporto ma faccio come mi pare. O meglio, tento. Qualche volta riesco. Mi compro di nascosto la mia prima vera moto Teneré 600, un simbolo degli anni Ottanta. Lui lo scopre. Non dice nulla. Contraddizioni di un rapporto difficile. Quando non ci sarà più, rimarrà uno strappo. Nonostante le difficoltà.

Anni Ottanta. Ricordi. Andare a suonare in sala. Fare concerti, sperare di farne un lavoro. Poi la realtà. No. Mi laureo e mi dedico ad altro. Niente mi viene facile. Catarsi, karma, chiamatelo come volete. Devo sudarmele le cose. Ancora oggi. O forse vivo tutto come sono. Complicato e lacerato, non sempre, ma molte volte. Come il mio rapporto con le giovani della mia età. Riscontro, senza modestia, qualche successo.

Ma sono complicato. E alla fine complico tutto. Per non dire del sesso. Non lo amo a caduta libera. Non lo vivo bene. Io devo avere tutto il contesto e rendere ogni momento straordinario. Sono un illuso ma a me piace vivere così. Tra l’ascetico e l’estetico. Non mi piace il vorrei ma non posso. O posso come sento o dico che non voglio. In vespa e in moto con vento in faccia, non c’è ancora l’obbligo del casco e poi fermarsi insieme sotto le stelle e guardare quel tremolio e non dire nulla.

Baciarsi e fare musica. Con la notte e con le stelle. Poi il tempo prende a scorre veloce, dopo la maturità. Università e militare sono un attimo. Durante il militare, nei numerosi turni di guardia in Cavalleria, mi godo le notti parlottando con qualche compagno, a tratti anche in profondità. E guardo le stelle mentre aspetto che finisca quell’anno. Più tardi, conosco mia moglie, quando penso che non mi sposerò mai.

Mentre mio padre se ne va. In breve e sempre con la stessa voglia di godere della vita in maniera profonda arrivo ad oggi. Sorseggio ancora la vita, non più da adolescente. Mi confronto col mondo, a volte vinco e molte volte perdo. Ma sono quello di questi ricordi. Desiderio di bellezza, di relazioni consapevoli, di natura e silenzi vertiginosi. Sono quello che vuole degustare ancora. Nonostante il tempo che passa, voglio continuare a dare importanza ad ogni istante perché solo così, lo fermo il tempo. Almeno ho l’illusione di farlo.

Come ora, con i ricordi che danno l’assalto al mio presente, generando nostalgia. Che accolgo e trasformo in vita, desiderando ancora.

Questa vita, questa possibile libertà.

 

Essere altrove, per ritrovarsi a casa propria 


Essere altrove, per ritrovarsi a casa propria.

Nel fascino di ciò che cerco, che mi trafigge, di fronte all’ignoto di cui sono consapevole. Il silenzio, un bastione di vastità in opposizione allo sfrigolare del mondo che non mi appartiene.

Luoghi dove mi ritrovo e incontro me stesso, nella luce e nei sussurri del vento. Tutto questo è Cabo da Roca in Portogallo che, come alcuni altri spazi, diviene per il mio vivere, una patria dell’anima. Luoghi che parlano la mia lingua e che rappresentano le mie radici metafisiche.

La vita nuova

Guardare Oltre

La vita nuova

arriva sempre,

accanto a un crollo,

con uno sbuffo, di cielitudine,

di porpora,

come luce e vento in faccia,

distesa, quasi indifferente.

La vita nuova,

è quella,

che ogni giorno sbriciola,

il disordine che c’è dentro,

e che mi riporta al centro,

e non gorgoglia.

Che poi la storia è questa, la mia, la vostra:

che se il vuoto non produce,

la frenesia non conduce,

forse riduce all’ombra sghemba,

dell’azione.

Ci vuole una dolcezza,

lieve, eppur tenace,

un madrigale che sfavilli,

immerso nel fango della stridore,

sparpagliato,

sui diademi del dolore,

che sta brulicante

ma che poi si accuccia,

quieto,

quando arriva,

la vita nuova.

E poi calmo, questo oscuro fondo, tace, fa silenzio,

non sborda, dai palpiti del cuore,

allenta la sua falcata,

perché ora, nell’iride che brilla,

incastonata di un bagliore,

ignita,

c’è sorriso, c’è scintilla, c’è bronco che respira.

 

Cammino ancora

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Sto spesso in “solitaria”. Mi piace. Interagisco poco con la gente, soprattutto dal vivo. Preferisco spazi “social” intelligenti e scambi virtual-virtuosi. Ho imparato a contare su me stesso, in larga parte. Sia quando sto bene sia quando sto male. Mi incazzo sempre meno, lascio correre, quello che fanno le persone raramente turba il mondo in cui mi immergo per sfuggire a quello “ordinario”.
La mia non è amarezza, assolutamente. E’ consapevolezza, anche del tempo che passa e che per questo non ho più voglia di perdere, nemmeno nel più piccolo attimo.
Mi faccio essenziale, elimino, scanso, soprattutto persone e conversazioni inutili. Quelli che giudicano, che esagerano, che ce l’hanno col mondo ma che ci sguazzano dentro. Non sono quelli che, pur attraversandolo il mondo, e spesso con sofferenza, cercano di trarne qualcosa di buono e lasciarne una traccia benevola.
No, quelli che ci sguazzano dentro, sono, molte volte, quelli che mirano al traguardo del fuoco fatuo, al rigurgito dell’effimero.
C’è una strana idea oggi: che si debba dimostrare sempre di essere qualcosa o qualcuno, si fa rumore, si cerca di coprire il vuoto del guscio. Si giudica, si litiga, si polemizza, si vive senza pace. Nella realtà, si cambia, giocoforza.
Si deve, per rivivere ancora, di più e ogni volta. Sto bene appartato. Non voglio trasformarmi in una barca sul mare disseccato ma procedere con lentezza, nel tempo della vita, senza che questa, per troppa velocità, se ne vada tra le mani e mi ritrovi ad essere l’ombra di me stesso.
Sto bene davvero con chi è in grado di farmi rinunciare al piacere intenso del mio viaggio “in solitaria” e offrirmi autentica compagnia. Tipo un gatto, che stile, che amore. O chi guarda insieme a me all’orizzonte, in cerca di luce e di armonia. Perché ha scoperto il senso dello spirito, “vita che taglia nella propria carne: dal suo patire, s’accresce il suo sapere”.
E, anche in questo caso, è consapevolezza, scoperta dell’essere me. Non è presunzione.
“Sume superbiam quesitam meritis”.
Più tolgo e più aggiungo perché guardo all’essenziale. C’è tanta bellezza intorno.
Cammino ancora.

Scozia, agosto 2016, Dunnottar Castle

L’estasi del cammino

“Gesù Cristo misura questa terra incolta, che è sfuggita alla tirannia dell’utile, con il passo lento del vagabondo che non ha altro da fare se non contemplare la vita dalle mille sfumature. Quando egli si distende sull’erba per un breve riposo, delle farfalle gli si avvicinano al viso, muovendo l’aria che respira con il battito senza rumore delle loro ali colorate”. Questa immagine di uno dei miei scrittori preferiti, Christian Bobin, sintetizza in un lampo la mia visione del mondo riguardo la meravigliosa e policroma arte del camminare. Vita, agnizione, sfumatura, vagabondaggio, poesia, natura, fatica, riposo, lasciarsi attraversare da quel sorriso che si fa rivelazione di una stanchezza felice quando uno sfarfallio di gioia ti schiaffeggia per riportarti in vita.

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Tutto questo per me è camminare. Cammino da sempre per trovare me stesso e risolvermi.

Per essere “l’uomo dalle suole di vento”, come Verlaine definiva Rimbaud. Fermi tutti. Lo so, lo sento. Balugina all’orizzonte un catartico e liberatorio e chi se ne impipa? Impipa, impipa. Impipa eccome. E’ il cammino che è liberatorio, catartico, libertario e vivificante. Gesù è l’uomo che cammina, dal titolo di un altro dei volumetti più intensi dello scrittore francese Bobin. E ancora di più, in questa apologia del camminare che altro non è che la mia trasognata e fenomenologica “weltanshauung”, mi piace quando scrive: “Se ne va a capo scoperto. La morte, il vento, l’ingiuria: tutto riceve in faccia, senza mai rallentare il passo. Si direbbe che ciò che lo tormenta è nulla rispetto a ciò che egli spera. Che la morte è nulla più di un vento di sabbia. Che vivere è come il suo cammino: senza fine”.

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Ecco, nel camminare vedo l’infinito, la forza dei passi che si trastullano con l’eternità, la speranza dell’illimitatezza nella disciplina, della capacità di ardere senza consumarsi. Che il cammino abbia una valenza terapeutica, di guizzante benessere fisico e profonda salute spirituale e metafisica, è cosa nota. Per non dire delle sue “emanazioni” mistiche ed “erotiche” come contempla ogni esperienza mistica che si rispetti. Io, personalmente, ad ogni passo, possibilmente in solitudine, risorgo sempre. Come l’Uomo che cammina, che ci ha lasciato il ricordo e la certezza. “Alzati e cammina” e la speranza giace nuda nel cuore della terra, per tre giorni e per tre notti. Poi si alza e se ne va.

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E a noi non rimane che camminare, per cercare e avere ancora speranza. Imprimere la terra con i piedi, insomma, come scrive Adriano Labbucci, è un atto “rivoluzionario”: “Non c’è nulla di più sovversivo, di più alternativo al modo di pensare oggi dominante. Camminare è una modalità del pensiero. E’ un pensiero pratico. E’ un triplo movimento: non farci mettere fretta, accogliere il mondo e non dimenticarci di noi strada facendo”. Secondo questa prospettiva, trovo i viaggi a piedi straordinari e autenticamente “sovversivi”. Contro il mito fagocitante della velocità e un futurismo di massa che rischia di farci diventare come le folle che Nicolas Gòmez Dàvila definiva “moltitudini transumanti che profanano ogni luogo sacro”, la vacanza “in movimento” non è solo vacanza. E’ esperienza profonda di sé e della traccia viva che c’è in ogni relazione.

Annalisa Nicolucci, psicoterapeuta biosistemica e psicologa del lavoro, è l’ideatrice del progetto Walkinglife. Organizza “esperienze” in cui riesce a fondere, in un incandescente viluppo di”piacere”, in poche parole, consapevolezza e benessere psicofisico attraverso il cammino. Nel progetto “SEGUENDO I PROPRI PASSI. CAMMINO E SURF” , in programma anche il prossimo 27 maggio, Annalisa accompagnerà un gruppo di “camminatori ispirati” in un’esperienza di conoscenza e consapevolezza lungo un tratto del Camino Portugues. Un abbinamento tra scoperta di sé, star bene e integrazione con la natura, meditando sull’oceano. Ce lo facciamo raccontare in questa intervista.

Come nasce l’idea del progetto Walkinglife?

“I motivi principalmente sono due: la passione e il piacere della condivisione. Camminare è per me prima di tutto un piacere personale, la natura ne amplifica il potere e il piacere, farlo insieme e condividerlo con altri, con un piccolo gruppo di camminatori ispirati, diventa un’amplificazione del potere del piacere. Chiunque può partecipare, anche chi non ha mai fatto un’esperienza camminata. Quanto propongo è una pratica di profonda conoscenza di Sé, un modo di viversi prendendo consapevolezza dei messaggi che il corpo ci dà nel nostro vivere quotidiano. Camminiamo con il corpo, con la mente e con lo spirito. Ognuno può portare in cammino se stesso nel momento presente e continuare a mantenere un contatto profondo durante i giorni di stanzialità sull’oceano con attività di surf, yoga e camminate meditative”. Il viaggio, metaforicamente parlando,  come dice Bruce Chatwin, non soltanto apre la mente: le dà forma”. E dà nuova forma alla persona, aggiungerei.

Gli aspetti spirituali, terapeutici, psicologici del camminare. Perché “mettersi in moto”?

Non è un caso che da qualche anno l’Organizzazione mondiale della Sanità abbia inserito all’interno delle possibilità di prescrizione medica l’attività fisica. E’ proprio così. I medici possono prescrivere in una “ricetta” l’attività fisica, il camminare al posto di farmaci. Interessante, no? Parto dal punto di vista medico, anche se non è il mio perché è quello a cui l’occidente fa riferimento quando si parla di salute. Camminare è una pratica salutare. Ogni passo è un massaggio tonificante e benefico per tutto il corpo, ma anche una meditazione. Meditare è un atto di profonda conoscenza. Cosa succede quando si cammina? C’è un’attivazione di tutto il corpo, mente compresa. Il nostro passo rivela il tipo di curiosità che abbiamo per il mondo, ai nostri piedi non possiamo mentire. La struttura ossea occupa la parte superiore del piede. Sotto c’è la polpa, un’ampia massa densamente vascolarizzata. Quando camminiamo, questa massa vascolarizzata viene, alternativamente nei due piedi, compressa e rilassata. Il sangue venoso viene spinto in alto, quello arterioso aspirato in basso. I piedi in cammino sono due potenti pompe che affiancano e aiutano il lavoro del cuore. Nella camminata i movimenti muscolari ripetuti sono connessi con l’attivazione dei gangli della base, i quali a loro volta hanno un’influenza sul talamo, il quale ha una proiezione sulla corteccia orbitofrontale: i movimenti stimolano le funzioni cognitive e di pianificazione personali. Gli ormoni dello stress (corticosteroidi) aumentano nel nostro sangue lungo la giornata e producono pensieri frammentari e superficiali. Camminando abbassiamo questi ormoni e ci riconnettiamo con i nostri pensieri. Aumenta la creatività, l’elaborazione di nuove, appropriate idee (grazie al ritmo dato dai movimenti ripetuti). L’effetto si estende anche al lasso di tempo subito successivo alla camminata: ” Tutti i pensieri veramente grandi sono concepiti camminando” diceva Nietzsche. Se aggiungiamo anchee aggiungiamo lo stare all’aperto, tutto questo contribuisce a rendere le persone più loquaci e la maggior parte degli scambi verbali include idee creative. Migliora l’umore potenziando il pensiero divergente e la creatività. Ha una forte influenza positiva sulla memoria associativa. Insomma, come vedi, diversi benefici psicofisici. Ma c’è di più, camminare è un atto ripetitivo, una meditazione. Camminare insieme è un dialogo con se stessi e con gli altri. All’interno di questo sta, a mio parere, l’effetto spirituale, terapeutico benefico del camminare in sé. Se aggiungiamo che camminare per più giorni significa uscire dalla propria zona di comfort, significa cambiare ambiente familiare, casa, letto, beh, allora camminare è anche un atto di profondo cambiamento, un’azione che ci aiuta a vivere i cambiamenti.

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Camminare è, dunque, un atto veramente rivoluzionario?

Migliaia di anni fa vivevamo in mezzo alla natura, a stretto contatto con la natura. Oggi, tendenzialmente, la tagliamo fuori dalla nostra quotidianità, a parte alcuni di noi, più fortunati. La natura cattura in modo discreto la memoria volontaria, non ci costringe a stimoli continui ed eccessivi come la città, donandoci la possibilità di rigenerarci. Camminare a contatto con la natura, più che in città, inibisce la formazione di pensieri negativi che possono sfociare in gravi patologie come la depressione. La natura ha insito in sé un potere “naturale” di grande benessere per l’essere umano. Camminare in mezzo alla natura favorisce i cambiamenti dell’umore, alza il livello di energia e migliora il funzionamento dell’attività cognitiva per effetto di una maggior vascolarizzazione e ossigenazione.

Come stimolare un cambio di mentalità?

Possiamo stimolare ad un cambio di mentalità offrendo spazi di esperienza, dove poter assaporare ed esperire con il proprio corpo gli effetti di uno stile di vita che tenga maggiormente conto della nostra neurofisiologia, dei nostri bisogni, dei nostri ritmi, della possibilità di creare una coerenza sistemica di benessere tra la nostra parte più attiva e la componente recettiva. L’apprendimento passa attraverso l’esperienza. L’esperienza crea uno spazio al piacere e come diceva Platone “l’apprendimento passa per via erotica”.

Chi partecipa al viaggio, riuscirà a diventare “uomo dalle suole di vento”?

Io credo che l’anima viandante o ce l’hai o non ce l’hai. C’è qualcosa che nasce da dentro che porta a scoprire il mondo. Quanto esperiamo nella crescita e nelle relazioni di attaccamento con le figure di accudimento non possono far altro che assecondare o meno quella spinta. La vita è nel corpo. La vera sfida è sentirsi a casa “viandando”, passami la licenza lessicale. Come pubblicato anche nella pagina fb di Walkinglife qualche giorno fa, il cammino è casa. Camminando percorriamo la via dei sensi, ascoltiamo e onoriamo il corpo e quello che porta con sè in ogni momento. In un mondo di volatilità, la vera sfida è rimanere fedeli a se stessi. Per farlo bisogna conoscersi, cosa di meglio di un viaggio, soprattutto un viaggio camminato! Chi parteciperà, farà esperienza di radici e ali per volare. Mi piace tirare fuori dalle persone quello che già possiedono. Radici e ali per volare permettono all’uomo di viaggiare, allontanarsi senza portare con sé la paura di farlo e di non sentirsi a casa.

Come “vivificarci”, nutrendo anima e corpo?

La storia dell’umanità inizia con i piedi, scrisse André Leroi-Gourhan, antropologo francese. Credo che il camminare sia un gesto profondo, più di quanto oggi noi sentiamo. In questi ultimi anni si sono venuti a creare in Italia numerosi movimenti di camminatori. A me piace pensarli più come walkers che camminatori. Chi cammina con consapevolezza e attenzione porta in ogni suo passo la vita, la vita di un corpo che si muove, che sente e si esprime. Viviamo in un mondo veloce e frettoloso, in superficie, camminare è una perdita di tempo, un atto anacronistico o di moda agli occhi della massa. Camminare è il gesto più energico e rivoluzionario che possiamo compiere. Tornare alle radici e andare avanti non dimenticandosi di portarsi con Sé. Un giorno qualcuno d’importante per me mi ha detto: “Sana non è la persona che non si ammala mai, ma colui che si mette sul processo di guarigione.” Camminare ogni giorno con passi di consapevolezza è una risorsa per ascoltarsi nel qui ed ora e trasformarsi.

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Il cammino risveglia consapevolezza e migliora dunque anche la relazionalità?

Il cammino risveglia. Questa è la magia. A prescindere, accade qualcosa nel nostro corpo. E’ prima di tutto relazionalità con le diverse parti che sono in noi: pensiero, sentire e movimento, ectodera, endoderma e mesoderma se vogliamo prendere in prestito termini dall’embriologia. Una comunicazione da cui non possiamo esimerci che a volte scorre fluida, altre volte si blocca nel suo fluire in qualche punto del corpo. Camminare ci rimette in connessione con questi tre livelli e già di per se è strumento di benessere. Se fatto con consapevolezza e intenzionalità diventa anche strumento terapeutico. Io nel mio essere psicoterapeuta biosistemica, psicocorporea ho integrato il camminare anche nel lavoro clinico. La capacità di mettersi in relazione costituisce la base del senso profondo di esistere. Camminare insieme è dialogo, un dialogo che ti mette di fronte a una verità anche quando non vuoi. In relazione con te e con l’altro. Se ci fai caso, il tuo modo di camminare insieme a qualcuno dice tutto sulla relazione che hai con l’altro. Un proverbio persiano dice «Per conoscere realmente qualcuno ci devi mangiare, dormire e viaggiare insieme». Io aggiungerei “camminare”. Spesso, nel mio lavoro mi confronto con il problema della solitudine, con la penuria di contatto e di contatti e con il senso d’inutilità delle proprie azioni. Nel nostro essere umani abbiamo bisogno di stare in relazione, di sentirci connessi e in movimento. Il cammino, il cammino in gruppo è anche questo.

Quale altre iniziative hai in programma?

Tra le iniziative che mi hanno dato e mi danno maggiori soddisfazioni ci sono: i sabati mattina di camminate meditative e yoga organizzati con una collega del Centro Surya a Bologna, dove proponiamo la sfida/esperienza della meditazione camminata, attraversando il centro di Bologna dopo una preparazione di lavoro psicocorporeo e yogico.

Spero di riorganizzare week end residenziali in baita in Trentino insieme ad un’associazione di camminate meditative e energia creativa sempre rivolti a persone che vogliono fare un’esperienza di e in consapevolezza con le camminate e novità, questa volta, l’arte.

A breve anche gruppi sull’energia femminile a Bologna.

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Mettersi in movimento, dunque, è attività completa, generatrice di buonumore e consapevolezza. Nell’epoca del pensiero liquido, come ricorda Bauman, camminare insieme può significare una possibilità creativa di relazione, un’alternativa meno social-virtuale e più realmente sociale. Annalisa aggiunge che ” il senso si trova con la ricerca, con il contatto e con il piacere delle piccole cose. Gli esseri umani hanno bisogno di dare significato. Diamo significato all’esperienza, spegniamo i dispositivi elettronici e usciamo nella natura. Nella natura troviamo i significati della vita e della morte, dell’inizio e della fine, del processo di crescita”.

Mettiamo allora il primo passo sulla via della percezione perché come ricorda Tich Nath Hancon ogni passo imprimi volontariamente un marchio sulla terra. Premi il piede sulla superficie della terra come un imperatore preme il suo sigillo su un decreto imperiale”.

 

Sfarinatura d’oro

Una forma liquescente,

una linea d’orizzonte,

che ti entra nelle vene,

col lucore di un diamante.

Vibrano accese le pupille

sotto le palpebre

per una sfarinatura d’oro

che ti entra nel naso.

Anche il buio si fa candido

in un opercolato

di polpa d’aria.

Io ho un capogatto

e mi faccio prigioniero

d’un asse metodico

che trapassa le feritoie

di un cuore, talvolta, di tenebra,

una dirittura di cielo,

un bastione di serenità,

che colpisce in gola,

pronto a dissolvere

masse accatastate di acque ribollite.

E diventi senza polvere,

né peso.

In certi mattini

anche Dio riposa,

sonnecchia, quasi sorridendo,

disteso al sole.

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