La magia di una notte in volo

La notte della befana. Quanti ricordi. Mentre vi segnalo che sul nostro sito Green Planet Edizioni abbiamo inserito un articolo che è una ricetta per preparare biscotti “celebrativi” a forma di calza di cui vi allego il link (https://www.greenplanetedizioni.com/per-una-buona-befana/), la mente “esonda” e, guarda caso, mi riporta al passato.

Prometto di essere buono. Almeno questa notte. Per non avere carbone. Dunque, di non importunarvi con le solite nostalgie.

Cosa è la befana per me, per voi?

Per me è la “famigerata” letterina con cui chiedevo alla simpatica vecchietta alcuni regalini.

Parto dalle strategie di comunicazione. Io in compagnia di mia madre. Seduti al tavolo della cucina. Come si usava un tempo. Radio accesa. Mia madre che stira e io che fantastico con i miei sogni.

Guardando quei lampadari da cucina di una volta, decorati con fiori e frutta, di quelli che si abbassavano e alzavano con un meccanismo a molla che per noi bambini era una tentazione continua.

E scrivo. I miei occhi brillano. Di speranza. Che i miei desideri si avverino. Ho anche un po’ di timore. Mamma e papà mi dicono che non devo fare tardi. Altrimenti c’è il rischio che la vecchina, “guardi e passi”.

Io alla befana credo sul serio. Il solito illuso. Che non cambierà molto nel tempo, per la verità. Continuerò anche a credere, va là, alle persone. A volte giustamente, a volte, col desiderio di spernacchiarmi da solo, tanto l’errore.

Mi metto a letto. Ma prima lascio la letterina. Dove? Nel buco centrale di quelle cappe in metallo di una volta che di sostenibile avevano solo i ganci che le fissavano al muro.

Il resto era zozzeria da vapori di cucina e metalli più pesanti del mercurio e del cromo esavalente.

Infilo col le mie manine il foglio intriso di speranza e scarabocchiate parole e via. A letto.

Non dormo per niente. Col cavolo che sento mamma e papà. Io sta vecchina, nascondendomi sotto le coperte, la voglio vedere. L’immaginazione non mi manca.

Sento che passerà davanti alla finestra della mia stanza, a cavalcioni di questa scopa rigorosamente di saggina spessa, quella che usavano una volta i netturbini e che quando li vedevi, ti parevano gente di famiglia. nel senso che una chiacchiera te la facevano sempre.

Più contemplativi, “slow cleaner”, rispetto ai “monnezzari” sul predellino che arrivano “cantando” all’armi, all’armi, all’armi siamo quelli dello “svotone”. Dio li benedica. Gli uni e gli altri. Che ci portano a pulizia. Quando passano. Però, gli scopini in tenuta blu e cappello, che fascino, che soldati.

Insomma, a letto rimango in fibrillazione. Sia perché i miei genitori mi hanno fatto la promessa. Verranno a svegliarmi dopo che loro avranno ricevuto la befana. Io attendo e sbircio.

Eccola, mi pare passata questa befana. Un po’ strega Nocciola, un po’ nonna, cappellone e scopa. Eccola che se la spassa, volteggiando nell’etere. No. Mi sbaglio. Il rumore è mia madre che mi dice di dormire che fra poco arriva.

Io ci provo e aspetto che papà e mamma facciano gli onori di casa alla simpaticona senza età. E mi vengano a chiamare. Quello che mi chiedo è: ma perché una vecchina così sprint, che se ne va a zonzo per i cieli di tutte le epoche a portare regali ai bambini, coi bambini non ci parla e non li incontra direttamente?

O forse è così poco avvenente che teme di non essere ben vista? Pane per i denti di Francis che ci scappa una bella richiesta di accoglienza pure per lei. Senza ironia. Lei è più migrante di tutti e se ne infischia di qualsiasi pregiudizio. A tutti porta qualcosa. Solo che separa il grano dal loglio. A chi regali, a chi il carbone.

Perché se sei un po’ minchione, c’è ancora la briga di fartelo notare. Che magari impari e l’anno successivo becchi un bel regalino. Santa morale che si faceva con miti, favole, leggende e racconti.

Tant’è. Vado avanti. Mi strappo la nostalgia dal petto e la sacrifico sull’altare del presente. Promesso. L’aria è di festa. Finalmente il mio papone apre la porta della stanza.

Io accucciato nel letto, balzo fuori come un gattino, in pigiama rigorosamente di spugna, di quelli con la stellina e l’abbottonatura sulla spalla a sinistra che sembri Ed Straker su Base Luna. F

Fa anche un po’ Spazio 1999. Per me è una notte magica davvero. Altro che i mondiali cantati da Gianna Nannini. I miei prendono per mano me e mio fratello che della befana pare impiparsene un po’, è più piccolo, meno consapevole.

Mica come me, che, gagliardo e tosto, sono straconvinto che esista ‘sta befana. Più convinto di certi con la ripresa. Tutto dire.

Che emozione. La distanza che mi separa dalla cucina è un corridoio lungo. Di quelli di una volta. Dove le case hanno soffitti pensati per “l’homo sapiens erectus”. Non progettati per Gongolo, Dotto e i fantastici sette. Nani. Insomma, camminiamo tranquilli e non a passo di leopardo.

Arriviamo in cucina e io quasi mi vergogno e temo che ci sia lei, la mitica vecchina.

Invece, sfolgorano sul tavolo, sotto il succitato lampadario a cui stavolta non darò il martirio, quanto richiesto. Incredibile. Mi ha portato proprio quello che desideravo. me la sono scampata. Niente carbone.

Avevo chiesto alcuni regali. Essendo innamorato di mio padre, amavo andare in macchina con lui. Da alfista, entravo nella sua Giulia e mi pareva di essere un re. Poi quell’odore dei sedili.

Insomma, mi piacevano le macchinine. Servito. Eccole, due belle Alfa Romeo Giulia di Carabinieri e Polizia. Avevo il senso dello Stato innato. Pensate oggi come vivo che lo Stato non esiste più. Era meglio avere la pancia dell’Olio Sasso. Vabbé.

Le macchine sono meravigliose. Polystil, le tiro fuori dalla scatola. Odorano di metallo. Tocco le gomme, apro gli sportelli, guardo i fari che sembrano brillanti sfavillanti che al confronto il mago Otelma è un chierichetto a sobrietà.

Belle le gazzelle dei Carabinieri, in blu, bella la volante della Polizia in grigioverde. Ancora non è stata smilitarizzata e i policeman non sono tutti giubbottino di pelle e jeans anche a -10 di temperatura. Come ci faranno vedere sulle fiction della modernità.

Distretto di Polizia e compagnia bella. In quel caso, di stretto ci sono solo sti giubbottini.

La polizia ha la divisa e le Giulia è dello stesso colore. Poi altra sorpresa. C’è un’ulteriore aggiunta. La befana è proprio generosa. L’austerity degli anni Settanta mica è la fame dell’Ue e della ripresa che non c’è.

Altra macchinina: Lancia Fulvia HF 1600, in versione spedizione polare. Ha le gomme chiodate davanti che si tolgono e si sostituiscono, tutta sporca di neve. certo, a pensarci oggi, andare al Polo Nord con la Fulvietta coupè. Altro che il generale Nobile.

I coupé poi mi sono sempre piaciuti. Per non dire dell’Alfa Romeo GT Junior di nonno. Di quelle basse e strette. Con il rombo  del motore inconfondibile: trrn, trrn, trrn. Un leone pronto a scattare.

L’entusiasmo è alle stelle. Più contento del Massimo Inardi al Rischiatutto.

Sono ricco. Baci e abbracci. Vorrei che la notte non finisse mai. Chiedo se tornerà la vecchina. Vorrei ringraziarle, abbracciarla, baciarla. No, magari, baciarla no. Basta un abbraccio.

Niente, è ora di andare davvero a dormire.

Sarà una delle notti più belle della mia vita. Nessuna paura del buio, delle luci fuori che tremano. A letto me le porto le mie macchinine. Ne sono travolto, le metto sul cuscino, le guardo, fantastico di quando sarò grande magari ne comprerò una vera.

Peccato che, una volta grande, il sistema mi lascerà la Punto o poco più. L’Alfa Romeo Giulia sarà molto diversa. Irriconoscibile. Come la nostra Italia, come, forse, la nostra befanina per molti.

Che, tra paure di urtare le sensibilità altrui e altre ipocrisie del politicamente corretto, davvero rischia di trasformarsi in una migrante dell’anima. Dove per lei non c’è spazio. Perché gli uomini non hanno più il coraggio di credere.

O forse per tanti è ancora là. Come la mia passione per i modelli di Alfa Romeo che possiedo ancora oggi e che mi rimandano a quella notte di magia.

A testimoniare che c’è speranza, che una notte, possa essere indimenticabile.

A cercare, con un cuore da bambino, l’invisibile alba di un mondo dove ancora sorridere e sperare.

Di stare così. Semplicemente felice, a dormire con tutto ciò che abbiamo di più caro.

E poi del resto, dopo tutto, che importa?

Buona befana, per una notte piena di sogni.

 

 

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C’era tanto colore

C’era tanto colore. Quando ho sognato del mare.

Mentre dormivo, ne sentivo il profumo, il palpitarne, le onde.

Che mi arrivavano al petto. Ma non riuscivo a raggiungerlo.

Dovevo scavalcare ostacoli che parevano guglie, vetri aguzzi sulla strada del mondo.

C’era un tunnel, lastricato di schegge. Ma tanto colore. Non avevo paura.

Il vento donava leggerezza alla fatica che provavo durante il cammino.

C’era tanto colore. Non avevo paura, nonostante il tunnel. Sorridevo.

Vedevo un orizzonte, che, scolpito d’azzurro, era lì, a due passi da me.

Saltando assi di legno odoranti vernice rossa.

Un odore buono, come quando fuori piove e apri la finestra per odorare annusare l’erba bagnata.

C’era tanto colore.

A volte scavalcare un legno era facile, a volte più difficile. Ma non sentivo nulla.

Perché vedevo solo l’azzurro in lontananza e non mi importava nulla di qualsiasi gabbia o barriera.

So solo che ogni tanto mi fermavo. Ma non era per riposare. Era per deglutire.

Quell’aria di lontananza, che non sapeva di scacco. Volevo rimanere e non saperne più. Di nulla.

Anche se non sapevo, non conoscevo l’arrivo. Né dove, né quando. Ero lì. Mi bastava. Non altro.

Per farmi avvolgere dalle linee del mio spazio, toccandone il volume. Da quella solitudine priva di angoscia.

Non era un quadro di Hopper, non era l’alienazione generata dal troppo. Era l’Eden della consapevolezza.

Ero sospeso a metà tra il sonno e il mondo fluttuante ma senza temerne alcuna. Di caduta.

C’era tanto colore. Era pelle nuova, l’intercapedine di un lembo di vita. Che portavo con me.

Nel sogno. Assieme a quel colore, vibrante non solo quale vastità.

Arrivava qualcosa nel mio sogno che oggi ancora non so dire.

Ma cammino sempre e lo porto con me. Forse quel vento, forse l’azzurro.

C’era tanto colore. Me lo ricordo quel colore, quel penetrante bagliore.

Quando mi trovo ad affrontare gli ostacoli.

Tutti i giorni.

Su lastricati di mondo.

C'era tanto colore

C’era tanto colore

A te

La fuga da ogni rabbia,

il tuo piccolo respiro,

è un trincianoia,

vivificante il giorno.

Vibro malamente ma vibro,

quando sento il tuo battito,

di notte,

accanto a me,

mentre cerco nel silenzio

quella pace che non trovo.

Avvolto in polpa,

di palpiti,

mi accuccio,

nella crepa di un racconto,

di un’orma, di una piega,

di uno spigolo,

che sia pure attesa e sogno.

Il mondo lo colori,

di ombra e di mistero,

di gioia e di sostanza,

sulle pene grandi e lievi,

ammucchiando ,

sulla traballanza

di un imperiale camminare,

lo svelamento senza le parole.

Tieni il passo,

fino alla fessura del mio umano sperdimento,

è questo, uno stare bene,

nel ventre incantato,

mentre fuori piove

e io sono con te

come il laccio nella scarpa,

la pietra sulla roccia,

e va via

il guaìto di ogni azzoppatura

lo sbuffo sulla lingua,

lo slabbro sulla gola.

Mi accendi il sangue,

quando arrivi,

mi infiammi di una libertà,

che non possiedo,

mi doni il cielo dei tuoi occhi

per farmi una risacca, si,

di un po’ di felicità.

Niente altro che il capogiro

di stare qui e ora,

senza nomenclatura,

lasciata ogni pretesa,

tracimando l’io appeso all’albero,

m’ingorgo nel cuoricino tuo,

e tutto ha un senso

anche quando c’è il buio spazzatura,

quello palombaro, ingannatore e gnomo irriverente.

E’ un fare niente ma farlo bene,

appeso alla tua buccia,

è piantare un seme,

per un canto semplice

di tana e flusso dolce,

di un meccanismo in volo

che è chiarità.

Non ho regno

ma la tua voce mi fa vento,

mi fa stellato disincrosto,

da tempo e inutilità.

Un sogno, un ricordo, una speranza

Ci sono notti che vorresti non svegliarti mai. Per continuare a sognare. No, non preoccupatevi. Non scriverò di sogni di gloria, di danaro, tantomeno di sesso. Molto di più.

Dicono in tanti che ho un amore patologico per gli animali. Sorrido e me ne frego. Come di fronte a tante castronerie che sento spesso rifilarti con pretesa di verità. Patologico è non amare, è la “banalità del male” cui soggiace la mente malata per dare sollievo alla propria tristezza e sofferenza. Conscia o inconscia. Chi strumentalizza l’amore, chi lo trasforma in ideologia, chi non ha rispetto. Questo è patologico.

Detto questo voglio solo raccontarvi, così, un attimo, prima che venga inoltrata sera, una cosa che mi ha fatto stare bene tutto il giorno e tutto il giorno mi ha traghettato attraverso il quotidiano col sorriso.

Nonostante difficoltà e giornaliere scoperte di piccole meschinità cui sono avvezzi gli esseri umani, anzi se ne nutrono.

Dicevo di una notte che non avrei mai voluto svegliarmi o meglio prolungare. Ancora una premessa. ad aprile è mancato il mio amato Gastone, uno splendido gatto che mi ha è stato accanto per 15 anni straordinari. Di vero amore e di gioia. Sempre. Senza se e senza ma.

Il vuoto che ha lasciato è stato immenso. L’ho fatto cremare, operazione costosissima, visto che sono in pochissimi a farlo, ed è sempre accanto a me in una meravigliosa scatolina decorata con le sue polveri bianche come fossero sabbia delle isole più incontaminata. Perdonatemi la digressione. Non voglio intristirvi.

Insomma, ho sognato che stanotte Gastone veniva a trovarmi. Il sogno era particolarmente vero e sentivo di averlo accanto a me. Non ero in giro o fuori da letto. Ero a letto, nel sogno, come nella realtà. Vivi, insieme.

Saliva sul letto, camminava intorno a me, mi odorava e si metteva, accucciato tra le mie braccia, per starmi accanto, per sentire il mio corpo.

Era con me, era una sensazione di struggente bellezza. Mi sono alzato e la cosa mi ha fatto stare bene tutto il giorno e anche adesso, un po’ sorrido e un po’, confesso, mi viene anche da deglutire.

Qual’è il senso della vita? Sarà mai davvero possibile che tutto possa finire, tutto ciò che ci ha unito e sollevato, quanto inviatoci dall’alto per aiutarci nel difficile percorso della vita, possa finire in un silenzioso buio di inesistenza?

Mi viene difficile crederlo e lo dico per tutti noi e per tutti colori che pensano a chi non c’è più. Si avvicina il due novembre per me più significativo delle minchiate inventate dal mercato, importate da un paese che non ha conosciuto la civiltà che, tra l’altro, nasconde aspetti per nulla ilari.

Penso a chi non c’è più, penso a chi continuo ad amare tutti i giorni della mia vita, perché sento con me. Forse è proprio questo il senso dell’amore. Darci sollievo anche quando chi ci ha amato sembra sparire dietro la curva, continuando un viaggio diverso dal nostro.

Ecco, immagino Gastone che per un attimo, sentendo il mio infinito amore per lui, abbia voluto abbandonare il suo paradiso, il paradiso di tutti gli animali finalmente liberi, il ponte sull’arcobaleno, per venirmi a trovare a farsi sentire.

Così come a volte mi piace pensare a tutti gli affetti che continuo ad amare da qui. E’ questa forse l’eternità dell’amore. Restare sempre insieme. Nonostante tutto.

Non finire mai. Dentro, nella memoria, nella gioia dei momenti condivisi.

E Gastone, per venirmi a trovare e lasciare per un po’ il ponte dell’arcobaleno dove ora, si, proprio ora, che si fa sera, ma lì la notte non viene mai, per venire da me e lasciare i suoi amici, senza distinzione di razza, lui che stava giocando a correre dietro alle farfalle e a rotolarsi nell’erba, si, deve avermi amato tanto.

E io a lui.

Ora smetto e vi auguro buona serata perché ho come un fastidio in gola…

 

 

 

 

Terapie dell’anima… e del corpo

Amo l’arte, la musica, la fotografia, camminare, andare in motocicletta, scrivere e leggere. Sento già palesarsi all’orizzonte un solenne chissenefrega. Però, in questo modo, voglio introdurvi alla lettura della mia intervista pubblicata sul nostro Green Planet Edizioni. Ve la propongo sperando di non annoiarvi.

Ho provato a capire da uno psicologo, Giancarlo Santoni, presidente della SIPEA, Società italiana di psicoterapia, educazione arteterapie on lus, cosa davvero fa bene ad anima e corpo.

Si parla di arte, di bambini, di bullismo e dipendenze da internet.

Arte, musica, fotografia, natura, movimento, scrivere e leggere, o, semplicemente, staccare da tutto e non fare niente, sono forme di meditazione, per me. Nutrimenti essenziali con cui la mia anima prende ristoro e il mio corpo si ravviva.

Davvero, come amo ripetere, e perdonatemi la frase che riporto spesso, se la bellezza non salverà il mondo, salverà almeno me, dal mondo.

Ecco il valore dell’arte e di tutto ciò che è bellezza. Una terapia attraverso cui sopravvivere e mettersi in fuga dall’orrore. Quello che morde, certi giorni e che, si ritira solo, alzando gli occhi al cielo e respirando vita.

Buona lettura e buona serata.

https://www.greenplanetedizioni.com/arte-benessere-ne-parliamo-giancarlo-santoni/

Nuova resistenza

Non è questione di ostilità. Sarebbe come dire sempre si.

Equivarrebbe a puntare sempre i piedi. Ovvero non costruire ma distruggere come una rivolta impotente.

Riuscire a districarsi nel ginepraio dei condizionamenti e del “serpente globale” e mercato, è sempre più difficile.

Riuscirci è la vera sfida. Coltivare uno “stile ostile”, “non conforme” alla falsità dell’irreale, del “va tutto bene” mi pare fondamentale.
Così come riuscire a trovare il proprio bene, dentro e fuori di sé.

Il banalmente gioire è funzionale al sistema che ti avvelena il sangue raccontando storielle, talvolta anche divertenti. Ma il fine è sempre il medesimo: realizzare l’eclissi del pensiero del caos della libido, tanto per citare l’aspetto più scontato.
Come asserito da Hannah Arendt, “la società di massa non vuole cultura ma intrattenimento”.

Continuo a credere che, nonostante il desiderio di svuotarlo l’uomo allo scopo di farne un consumatore distratto, egli sia ancora capace di qualche lampo di luce, di genio, di qualche aspirazione alla libertà.

Mi torna in mente lo scritto di Ennio Flaiano dal titolo emblematico Filosofia del rifiuto.
Leggiamolo:
Agire come Bartleby lo scrivano. Preferire sempre dire no. Non rispondere a inchieste, rifiutare interviste, non firmare manifesti, perché tutto viene utilizzato contro di te, in una società che è chiaramente contro la libertà dell’individuo e favorisce perciò il malgoverno, la malavita, la mafia, la camorra, la partitocrazia, che ostacola la ricerca scientifica, la cultura, una sana vita universitaria, dominata dalla burocrazia, dalla polizia, dalla ricerca della menzogna, dalla tribù, dagli stregoni della tribù, dagli arruffoni, dai meridionali scalatori, dai settentrionali discesisti, dai centrali centripeti, dalla Chiesa, dai servi, dai miserabili, dagli avidi di potere a qualsiasi livello, dai convertiti, dagli invertiti, dai reduci, dai mutilati, dagli elettrici, dai gasisti, dagli studenti bocciati, dai pornografi, dai poligrafi, truffatori, mistificatori, autori ed editori. Rifutarsi, ma senza specificare la ragione del tuo rifiuto, perché anche questa verrebbe distorta, annessa, utilizzata. Rispondere: No. Non cedere alle lusighe della televisione. Non farti crescere i capelli, perché questo segno esterno ti classifica e la tua azione può essere neutralizzata in base a questo segno. Non cantare perché le tue canzoni piacciono e vengono annesse. Non preferire l’amore alla guerra perché anche l’amore è un invito alla lotta. Non preferire niente. Non adunarti con quelli che la pensano come te. Migliaia di no isolati sono più efficaci di milioni di no di gruppo. Ogni gruppo può essere colpito, annesso, utilizzato, strumentalizzato. Alle urne metti la tua scheda bianca sulla qale avrai scritto: No. Sarà il modo segreto di contarci. Un no deve salire dal profondo e spaventare quelli del si. I quali si chiederanno che cosa non viene apprezzato nel loro ottimismo”.

Col consueto piglio polemico Ennio Flaiano, nel suo Diario degli Errori, uscito nel 1976, dice no.

Forse, allora, quelli del si, quelli  della ripresa economica, del job act, del lavoro che cresce, del problema accoglienza e immigrazione che non esistono, quelli che se la cantano e se la suonano, forse, proprio a questi qui, bisogna cominciare a dire no, a fare barriera, a sbugiardare la finzione, cercando la realtà. A dire no.

Prendere consapevolezza. Per godere del buono e dire no al cattivo. Soprattutto a livello etico.
Svelando bellezza e smascherando l’orrore.

La buona battaglia. Come ricorda Nietzsche: “Formula della mia felicità: un si, un no, una meta da raggiungere”.

Cominciamo a dire no allora, allo sfruttamento, al piacere banale, a quello fondato sulla sofferenza altrui, alle rate, ai mutui, al danaro in prestito, al superfluo.
Diciamo no al mostro tentacolare del mercato e alla dittatura dell’illusione e dell’irreale. Da individuare e da boicottare.

Ecco il senso della vita. C’è bellezza lì fuori, c’è gioia, c’è fermento.

Facendosi coscienti, assumendo una autentica indipendenza da tutto ciò che ostacola il pulsare del reale per fare del vivere uno spugnoso detrito.
La vita vera, quella su cui immolarsi di felicità, non è mera quiete, né euforia calcistica, né evasione lenitiva.
E’ lotta in un processo di chiarificazione.
Per trovare un elevato senso di sé che porti il nostro cuore a volare in alto.

Contenti di quello che siamo. Non fintamente ilari di fronte al’essere che ci hanno imposto in salsa melliflua.
Il mondo è questo, è vero. Possiamo gustarlo in ogni istante.
E soprattutto possiamo agire.
Facendo in modo che ciò su cui nulla possiamo, nulla possa su di noi.

Consapevolezza e nuova resistenza.
Ognuno scelga di incidere sulla realtà, incidenso se stesso.

Interrogando, in silenzio, la propria coscienza.
E, se possibile, respirare un pò di libertà.

Vivi, scansa, evita, schiva

Vivi, scansa, schiva, evita.

Il brutto, l’orrore e la volgarità. Per contrastare con una metafisica di bellezza tutto ciò che non lo è. Questa poesia l’ho scritta pensando a quanto sia difficile darsi alla luce, fare maieutica di se stessi. Si parla molto, si ascolta poco. Soprattutto non si riesce a tacitare il rumore esterno ed interno che spesso impedisce di far capire la realtà.

Ogni passo verso se stessi è l’aprirsi di una possibilità. Di autentica libertà, di autodeterminazione, di consapevolezza senza illusione. Nella penetrazione dei fenomeni, inebriandosi di questa stessa realtà, senza cedere alla fuga che ogni lenitivo propone. Per rendere il vuoto facile da ricolmare con ogni stupidità.

Ecco perché è molto facile fare confusione e proporre l’aternativa del caos, così ammaliatrice. Dare spazio ad una terra nuova e rigenerata, guardare al di là del deserto con occhi ardenti, certi della bellezza, dei colori, di ciò che possiamo sentire, diventando sempre più consapevoli, farsi interpreti di una inerarrabile gioia. Nonostante l’orrore.

Cui possiamo opporre con rinnovato vigore solo la nostra speranza e la volontà di non cedere allo sconforto. Questo è per me ardere, seguirmi, cercarmi. Ogni volta rialzarsi e scrollarsi di dosso la polvere, dando fuoco a ciò che è arido.

Vita che si rinnova e che prova a farlo sempre. Tentare, agire. Per riprodurre ancora gioia e speranza di essere. Perché, come ricorda Albert Camus, “anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo”.

Se quest’uomo riesce sempre di più a comprendere che il destino è nel dare luce alla realtà. Il cuore allora vola alto. Anche quando a volta sembra farsi pesante.

 

Vivi, evita, scansa, schiva.

Artiglia l’aria migliore

con uncini splendenti.

Brucia stoppie

e fusti inariditi.

Ardi

e seguiti

in terra rigenerata.

 

Senza centro non c’è universo

Senza centro non c’è universo.

Torno a casa. Penso a tutta la bellezza possibile, ovunque sia e ovunque palpiti. Solo chi cerca vita trova amore. In un corpo che ti abbraccia, negli occhi di un animale che ti ama, nella natura che ti avvolge. Allora ho voglia di sentirlo questo amore. E lo cerco. Mi siedo, un calice di rosso, musica e immagino.

E scrivo. Come sia bello amarsi, stringersi, toccarsi, illuminarsi e bere alla stessa ciotola di luce e poi stendersi al sole per asciugarsi. E poi fondersi di nuovo. Nella luce e nell’invisibile che danza. In coppe d’ebbrezza.  Non esiste più nulla.

Nemmeno l’orrore che sembra divenuto una pratica quotidiana in questa tragica umanità, sospesa, tra sgomento e follia.

Ripenso al potere di ogni amore. Senza morte. Divenire immortali. A-mors. Nell’altro, per l’altro, fosse anche solo per se stessi e per ritrovarsi in una nuova capacità di capire cosa sia veramente amare e gioire.

E donarsi. E nel farsi, trasformarsi, trasmutarsi in una carne sola. Ho scattato questa foto. Due ragazzi in mezzo alla luce. Nei colori della vita e nella serena gioia di un giorno qualunque.

Ecco. L’antidoto al veleno. E all’orrore che digrigna i denti nella frustrazione e nella follia.
Ma voglio speranza. Di essere. E di non morire più.

Senza centro

non c’è universo.

Nè disegno.

A volte ho l’anima

che è il becco di un silenzio, di un segreto che mi assale.

Irrompe un desiderio di sfrenata tenerezza,

di un’estate che non sia più mondo ma disarmo.

Dal tempo, dalla stupidità che insiste sempre,

da sillabe che strabuzzano

il giudizio

per dichiarare prove d’esistenza,

da religioni dell’odio e dell’orrore.

Per esistere si fa così:

si passa, si ascolta, poi si ama e poi si geme,

insieme,

per molte volte,

trafitti e ubriachi, coi visi immersi

nella stessa ciotola di luce

morbida e sfrenata

necessaria ad allontanarsi

per farsi scala

di splendore.

E non vedere più disperazione.

Allora ho voglia di piegare le lenzuola,

insieme a te.

E sentire il tuo calore

per chiudere il giorno nella notte

e farne teatro

di luminosi sensi

in gocce di fuoco,

e avamposti di bellezza.

Assaggio, bevo, sorseggio alla bocca del cielo

e divento funambolo, mi allaccio a te

in un sigillo trasparente

di ardore, amore, gioia e di splendore.

Via, via da ogni abitato.

C’asciughiamo al sole poi

coi corpi nudi,

in un viluppo solo

che è volontà di gioia, antidoto al veleno di chi non sa

che tutto passa e non ne gode.

L’invisibile danza sui giacigli,

di fiori, per farsi strada dell’essere.

Accolgo le mie piume e dormo.

Nulla esiste più, né mondo né bruttura.

Solo ebbrezza e stelle

che sorridono

e siamo scie che brillano

nell’infinito che si è fatto carne

in un guizzo di speranza e cuore dolce.

Che sia dolce. Cuore. Sempre

castelluccio6-luglio2016

Malinconica “voluttuosità”

Altro brano, di dolce e malinconica “voluttuosità”. Una della canzoni più belle dei Cigarettes After Sex. Il passo lento, sinuoso, è quello di due corpi che delicatamente ballano, in casa, “strafatti” di loro stessi. Nessun bisogno altro, solo ballare e godere l’uno dell’altro. Che cosa può esserci di meglio di riuscire a farsi del bene e godere della vita, forti e straripanti come la tempesta? Mi piace la loro musica perché ha lo stile del fuoco dentro il ghiaccio: il fuoco brucia ma il ghiaccio non si scioglie.

Come avere dentro di sé Apollo e Dioniso in unica forma. Non è sballo, è elevazione.

Buona serata.

Nessuno ti farà del male, baby

Ti ho sussurrato qualcosa
Qualcosa di davvero perverso
Ma l’ho detto lo stesso
Ti ho fatto sorridere e distogliere lo sguardo
Nessuno ti farà del male, baby
Finché sei con me starai benissimo
Nessuno ti farà del male, baby
Nessuno ti porterà via da me
Quando balliamo nel mio salotto
Al suono di stupida R&B anni ’90
Quando beviamo un drink o anche tre
Finisce sempre in una scena fumosa sotto la doccia
Quando ridiamo e cantiamo al microfono
le nostre canzoni, con gli occhiali da sole

 

 

Amore che salva

Ancora uno splendido esempio di cosa sia capace di fare l’amore, di cosa possa realizzare il sorgere di una commovente empatia tra uomini e animali.

L’articolo che ho scritto per Green Planet Edizioni racconta di una donna che sprofonda nel tunnel della depressione dopo essere rimasta su una sedia a rotelle a causa di un incidente.

Sam, questo il nome della donna, medita anche il suicidio.

A salvarla, sarà un incontro casuale: quello con una gazza ladra caduta dal nido.

L’amore reciproco salverà entrambe e porterà alla famiglia la gioia di una rinnovata vita.

Da questa vicenda è stato tratto il libro Penguin Bloom.

Ecco il link per leggere questa e altre appassionanti storie che raccontano di come la Pet Therapy abbia uno straordinario potere per fare il bene e salvare vite attraverso la vicinanza degli animali.

https://www.greenplanetedizioni.com/storie-damore-damicizia/