Uscita fotografica via Appia e Parco della Caffarella

Domenica scorsa, uscita fotografica con un gruppo che mi piace particolarmente frequentare, io che non amo le combriccole.

Con l’associazione delle Libellule Azzurre, gestita da due ragazze veramente in gamba, si passano giornate di trekking fotografico veramente ineteressanti.

Eccone un sunto: via Appia e parco della Caffarella in una tiepida giornata di marzo. What else?

Scatti effettuati con Nikon D7100, obiettivi Nikon, Sigma (28-105 mm, tele 70-300 mm e grandangolo 10-24 mm).

 

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Magnum Photos, esposizione all’Ara Pacis

Oggi ho partecipato ad una conferenza stampa di quelle che prediligo.
Quando si parla di arte sono contento ma quando l’evento che presentano racconta di fotografia, vado in estasi.

La mostra di cui vi racconto su Green Planet Edizioni che in questi giorni sta diventando Green Planet Edizioni Stampa e Comunicazione è davvero bellissima.

L’esposizione ripercorre i 70 anni della leggendaria agenzia fotogiornalistica fondata da Robert Capa, la Magnum Photos.

Se vi va di leggere, vi allego il link che vi riporta al sito che ora è diventato anche testata giornalistica.

Ecco il link: https://www.greenplanetedizioni.com/70-anni-magnum-photos-mostra-allara-pacis/

Per aggiungere qualcosa sulla nostra Green Planet, mi piace dirvelo, siamo tornati alla nostra vocazione originaria ossia agenzia di notizie, comunicazione, editing di servizi editoriali.

Abbiamo deciso di lasciare il magazine AgriKoltura 4.0 on line ma senza farlo più pagare. Sinceramente perché i risultati non sono stati quelli attesi. E poi perché, fare notizie, informazione, tramite la nostra agenzia-testata giornalistica, ci è più congeniale e ci piace di più.

Un giorno arriverà forse anche qualche guadagno 🙂 . Per ora, credo molto nella volontà di dare voce a cose interessanti e belle. Se possibile, a fare un po’ di fenomenologia, portare luce sulla realtà.

Ma soprattutto a fare quello in cui ho sempre creduto: un po’ di informazione corretta, giornalismo al servizio di chi legge.

Perché, da un grande potere (che io non ho perché non sono un giornalista di potere, non solo sono mai stato), derivano grandi responsabilità.

Che ho sempre sentito. Nei confronti di chi ha voglia di leggere e di informarsi.

Questi sono tutti i miei datori di lavoro, i lettori, anche voi, tutti coloro che mi fanno stringere i denti quando fare altro, sarebbe stato più facile e più redditizio.

Ma scrivere è nutrirsi, portarsi al centro. E farsi vita.

Buona serata e sempre viva la bellezza e la fotografia.

 

Contraddittoria America, affascinante America (Prima parte)

America, West Coast, navajo.

Contraddittoria America, affascinante America.

Vi racconto, suddividendo l’articolo in due parti, per non tediarvi troppo, la mia prima esperienza in America con un tour che mi ha portato in giro per cinque regioni degli Stati Uniti.

Per anni, mi sono detto: non ci andrò mai in America.

Poi, pistola alla tempia, mi hanno convinto e farci il mio primo viaggio è stato un attimo.

Nel modo per me più “claustrofobico” possibile, modello gita di classe, rapporti coatti per quasi tutta la vacanza. Io, perennemente in fuga dagli agglomerati “umani”.

La mia “socialità” la conoscete. Per ricordarvela, nemmeno i 100 giorni prima dell’esame di maturità ho fatto in “massa” ma con uno sparuto manipolo di asocialisti come me. E avevo solo 18 anni, 1983, figuriamoci nel 2013, anno del mio primo viaggio in America.

Detto questo, viaggio organizzato. Partiamo in 4 da Roma,  primo ritrovo a Los Angeles dopo un voletto di circa 15 ore che per me non è il massimo. Io e l’aereo siamo come l’Isis col bikini. Contronatura.

Da una parte l’idea di fare il viaggio in gruppo, però, mi fa simpatia. Mi ricorda tanto Vacanze in America e Don Buro, quelli si che erano preti, che “faceva certi fischi da fa imbazzì le bestie”, “quann’era pischelletto”, beninteso.

Dall’altra col viaggio in gruppo è un po’ come con l’aereo. Non mi viene naturale, come andarmene da solo a zonzo. Tant’è. Ma se si vogliono percorrere distanze interminabili in pochi giorni e girare più o meno sei stati americani, non c’è che una soluzione: gruppo, pullmann e santa pazienza.

Arriviamo da Roma a Los Angeles nel primo pomeriggio. Albergo di quelli moderni, ascensori esterni tipo Inferno di Cristallo, buffet ricolmo che sfamerebbe mezza Africa.

Albergo a Los Angeles

Ho il fuso orario, canaglia, che mi fa lo stesso effetto di Francesco quando parla. Un po’ rido, un po’ mi stanca. L’indomani si parte a macinar chilometri.

A Los Angeles, siamo in California meridionale, tra Beverly Hills e Long Beach, oggi c’è l’asfalto bianco, quello che rispetta l’ambiente, non so quanto per gli occhi in estate. Ma nel 2013, anno in cui ho visitato per la prima volta l’America, la situazione è questa.

Gli incroci sono larghi, le strade ampie, ti perdi guardando le cime dei grattacieli che pensi a un attichetto tutto libri, vetro e dischi. E chi se ne frega del resto.

Mi colpiscono i senza tetto, molti sono ex reduci del Vietnam, che stazionano praticamente ad ogni angolo della strada, un’umanità sofferente che, al contrario di molti altri luoghi del mondo, non chiede, non importuna, non si avvicina.

E’ intenta semplicemente a sopravvivere. Il tempo di una cena frugale poi il jet lag ha il sopravvento e mi risveglio alla mattina, esordio di inizio-viaggio in gruppo.

Si comincia a familiarizzare. Degni di nota sono la guida e l’autista del pullmann che ci terranno compagnia per 10 giorni.

La guida, Giorgio, risente di varie influenze: un po’ Fiorello alle prime armi, quando faceva l’animatore, un po’ nativo americano, un po’ surfista australiano. Dimostrerà capacità, simpatia, senza fare troppo “l’amico del giaguaro”, il che me lo farà apprezzare di più.

Giorgio, la nostra guida

L’autista, Nathan, è un nero di quelli che in Europa te li scordi. Non solo è impeccabile, elegante, fiero come un guerriero Masai, il fratello di Muhammad Alì. Provvede al nostro mezzo di locomozione in maniera egregia. La sua professionalità dà adito ad una sola parola: chapeaux.

Una leggenda di nome Nathan

A Los Angeles rimaniamo due giorni. Il tempo di vedere le cose principali. Il Walt Disney Concert Hall, struttura in acciaio satinato dalla caratteristica architettura che non manca di stupire. Gli Universal Studios non sono tra le mie priorità ma ci andiamo. Non mi entusiasmano ma il treno che ci porta dentro alla realtà tridimensionale di Jurassic Park con i dinosauri che ti corrono dietro e ti vengono addosso ha un suo perché.

Walt Disney Concert Hall

Nei due giorni che rimaniamo a Los Angeles ce la giriamo tra Beverly Hills con la celebre Rodeo Drive del tanto amato Pretty Woman, Venice Beach e Santa Monica.

Rodeo Drive fa parte del cosiddetto Golden Triangle, delimitato dall’incrocio del Santa Monica Boulevard, Wilshire Boulevard e North Beverly Drive.

Beverly Hills mi attrae più per le strade residenziali con ville immerse nel verde dove quando rincasi non bestemmi per trovare parcheggio che per altro.

Immancabile la camminata sulla Hollywood Walk of Fame, la passeggiata hollywoodiana delle celebrità, un lungo camminamento composto da due marciapiedi che corrono lungo l’Hollywood Boulevard e la Vine street, sulla collina di Hollywood.

Mi soffermo, durante la passeggiata delle celebrità, sulla stella dedicata a Bruce Lee, mio nume tutelare. Per il resto, mi interessano poco la scritta Hollywood sulle colline in lontananza, il Dolby Theatre, i negozi, l’Hard Rock Café. Mi pare tutto già visto.

Venice Beach con la famosa palestra in spiaggia, la Muscle Beach, dove Arnold Schwarzenegger ha cominciato le sue performances di body building mi dice poco. Invece, la spiaggia di Santa Monica con la United States Route 66 o Route 66 già mi fa respirare l’aria che prediligo.

La strada è una delle prime highway federali. Viene aperta l’11 novembre del 1926. Originariamente collegava Chicago alla spiaggia di Santa Monica attraverso gli stati Illinois. Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, Nuovo Messico, Arizona e California. La sua lunghezza complessiva era di 3 755 chilometri, 2 448 miglia.

La Route 66 è stata la strada della migrazione verso ovest, specialmente durante il dust bowl, l’epoca delle tempeste di sabbia, supportando l’economia delle comunità attraverso le quali passava. Le popolazioni prosperarono per la crescente popolarità della strada, ed alcune di queste combatterono per tenere in vita la strada dopo la nascita del nuovo Interstate Highway System.

La US Route 66 fu ufficialmente rimossa dal sistema delle highway nel 1985, quando assieme alle altre, fu rimpiazzata dallo Interstate Highway System. La strada esiste attualmente con il nome di Historic Route 66. È così tornata sulle mappe in questa veste.

Ha, insomma, rappresentato il desiderio di libertà di generazioni che in motocicletta andavano alla conquista della Nuova Frontiera, in cerca di una vita degna.

Ora, i problemi dei viaggi in gruppo sono diversi.

Ne segnalo due.

Il primo è che la sosta nei posti che si visitano è sempre troppo breve per chi vuole assaporare il gusto delle cose, l’odore delle città e dei paesaggi. Troppo di corsa e troppo shopping.

Il secondo, ben più noioso, è che, “eccellenza” del Made in Italy, in pullman capita di dover fare spesso l’assalto a “li mejo posti” ogni giorno.

Non dico fare a rotazione, per carità.

Ma vedere i furbacchioni del sedile che adottano strategie che nemmeno la Wermacht nel 1939 per cuccarsi i posti più ambiti, beh, è abbastanza seccante.

Ovviamente dipende da come capiti, come in tutte le cose.

E noi non siamo capitati nemmeno malissimo.

Ma certamente, fare tappe anche di 700 km in un giorno, sotto tortura “cori da stadio” e musica improbabile, non aiuta le relazioni sociali. Almeno per come la penso.

La moltitudine teme il silenzio come io le moltitudini.

Mi adatto e passo alle cuffiette, nei casi più difficili. Musica ad alto volume e via dagli scassaballe. Mi immergo nel viaggio e mi isolo.

Ho percorso tanti chilometri e attraversato Nevada, Utah, Arizona, California e Colorado.

Partiti da Los Angeles abbiamo iniziato ad entrare nelle “mia America”. Quella dei nativi, di Zagor, di Tex, dei paesaggi infiniti, del deserto, della polvere, delle automobili su strade sconfinate, dei film western, di Balla coi Lupi.

Direzione “Castello di Montezuma” e Gran Canyon.

Il “Castello di Montezuma” si trova a metà strada fra Phoenix e Flagstaff, sulla I 17, nei pressi di Valle Verde. Non furono gli spagnoli ad abitarlo ma, con tutta probabilità, i Sinagua che per motivi climatici costruirono queste abitazioni nelle grotte naturali.

Il nome lo dobbiamo agli spagnoli che cercavano oro nelle zone. Vedendo queste costruzioni, pensarono che fossero opera degli aztechi in fuga per il loro imperatore Montezuma II. E il nome è rimasto.

A Montezujma Castele si è sviluppato un complesso di venti stanze che ha ospitato una comunità di circa trentacinque persone per oltre tre secoli. Intorno al 1400 la popolazione improvvisamente scompare, e il motivo ancora oggi rimane un  mistero.

Lungo la strada, ci fermiamo per ammirare gli straordinari cactus Joshua Tree che hanno dato il nome ad uno degli album più significativi degli U2.

La profonda bellezza del Joshua Tree National Park la dobbiamo alla “mescolanza” di due ecosistemi di natura desertica, quello del Mojave e quello del Colorado.

Vento, pioggia e sole hanno fatto il resto.

Il parco si trova nella parte meridionale della California, a una cinquantina di chilometri da Palm Springs, tra la Riverside County e la San Bernardino County, al col Mojave Destert e il Desert Bighorn Sheep.

Arriviamo al Grand Canyon nel pomeriggio dopo una breve sosta “on the road”.

Il Grand Canyon è la dimostrazione che gli americani sanno vendere pure i sassi. O meglio. Sono immersi in una straordinaria natura e la valorizzano. Nonostante quel che ne pensava lo scrittore francese Drieu La Rochelle che li definiva “un popolo passato dalla barbarie alla decadenza senza aver conosciuto la civiltà”.  Hanno straordinari paesaggi e li valorizzano. Proprio come da noi. Ironizzo amaramente.

Il paesaggio del Grand Canyon, la vastità della visione, ti dà il magone. Sei lì e ti accorgi che la vita è bella e che vorresti vivere sempre, come ricordava Yukio Mishima. Che difatti, per non soggiacere a questo struggimento, se la toglie a soli 45 anni. Il Grand Canyon è un viluppo di rocce e nuvole che produce in me uno stato catatonico, “estatico 2.0”.

Il Grand Canyon è una gola sterminata creata dal fiume Colorado in Arizona settentrionale. È lungo 446 chilometri circa, profondo fino a 1.857 metri con una larghezza che varia dai 500 metri ai 29 chilometri. Per la maggior parte è incluso nel Parco nazionale del Grand Canyon, uno dei primi parchi nazionali degli Stati Uniti.

L’orogenesi ha determinato l’elevazione a centinaia di metri dei sedimenti, creando la zona degli Altipiani del Colorado. L’elevazione della regione provocò anche un aumento delle precipitazioni atmosferiche in tutto il bacino del fiume Colorado, non sufficienti però per impedirne il semi inaridimento. L’innalzamento dell’Altopiano del Colorado è irregolare: il confine settentrionale del Grand Canyon risulta più alto di circa 300 metri rispetto a quello meridionale.

Quasi due miliardi di anni della storia terrestre sono emersi alla luce grazie all’azione del fiume Colorado e dei suoi affluenti che nel corso di milioni di anni hanno modellato le rocce conferendo loro l’aspetto che incanta oggi.

Dopo esserci immersi in tanta bellezza, arriviamo a Phoenix, per una notte di sosta. Siamo in un villaggio turistico. La temperatura è terribile. Mi pare di scorgere fuori dalla mia stanza Belzebù in tutti i suoi ardori che mi strizza l’occhiolino. Rispondo: ridi perché non hai mai preso la metro a Roma nelle ore di punta in pieno luglio.

Passato il Moloch della cena di gruppo con tanto di spettacolino western, sono quelli i momenti in cui rimpiango la mia umile casa, ci si ritira in stanza dove, sperimentato ovunque, c’è sempre un piacevole dettaglio: una caraffa elettrica con vari tipi di caffè e tè che non mi faccio mancare mai a fine giornata.

Per riprendermi dalle fatiche relazionali e ripensare alle “infinità” esperite.

La mattina, alla solita alzataccia, direzione Monument Valley. Qui, apro una parentesi. All’università, diversi anni addietro, ho fatto diversi esami sugli indiani d’America. Ne ho sempre amato la cultura, i film, i fumetti. Amo e leggo ancora le storie di Zagor Te-Nay, lo spirito con la scure, il re di Darkwood e Tex Willer, Aquila della Notte per i suoi Navajo.

Finalmente i navajo li conosco nel mondo reale, siamo nel loro territorio, un’esperienza che non dimenticherò mai.

La Monument Valley è uno dei simboli degli Stati Uniti occidentali. La piana desertica è di origine fluviale e si trova al confine tra Utah e Arizona. La città più vicina è Kayenta, a una distanza di circa 70 chilometri.

La strada che conduce alla Monument Valley è altrettanto famosa, un percorso rettilineo in leggera discesa che ti porta dentro alla valle, in una avvolgente immersione.

La strada principale che porta alla Monument Valley è la Highway 163. Il territorio è prevalentemente pianeggiante, interrotto dalle guglie rosse, a causa dell’ossido di ferro, che vengono chiamate butte o mesas a seconda della conformazione e alla cui base si accumulano detriti di sabbia e pietre.

La zona è parte della Navajo Nation Reservation, dove ancora vive la tribù che conosceremo e con cui è possibile interagire con discrezione e attenzione. Ci troviamo in un Tribal Park con ingresso a pagamento. Gli indiani gestiscono tutte le attività all’interno della valle, compreso il discusso e costoso View Hotel, inaugurato nel 2009 e costruito sul posto dell’essenziale campeggio che esisteva da 40 anni.

Lì e al vicino Visitor Center si possono contrattare le escursioni in jeep, che è possibile in una certa misura effettuare con il proprio veicolo, e si trovano una discreta quantità di bancarelle sulle quali i Navajo vendono gli oggetti di loro produzione, in particolare gioielli.

Al Monument Valley Visitor Center è possibile scegliere di visitare la vallata con una guida Navajo a cavallo della durata di 4 ore circa oppure in macchina della durata di 2 ore.

Noi partiamo in jeep. Alla guida un magnifico indiano che sembra il possente Vento nei capelli di Balla coi lupi. Parla poco e scruta l’orizzonte. Chissà cosa pensa di questi ridanciani turisti italiani che non stanno zitti un attimo.

Si pranza in pieno deserto con le rocce a fare da sfondo. Ma questa volta non è il desktop del pc. Siamo dentro la storia, siamo protagonisti dell’avventura. Mangiamo le tortillas preparate dai navajo, una via di mezzo tra il pane naan Indiano e la tortillas Mexicana. Guarnite a piacimento, queste focacce sono buonissime. Soprattutto se il companatico è l’attimo di vita che scintilla tra le mani.

La sera si dorme a Lake Powell. Apprezzerò particolarmente questa sosta. Si cena svincolati dal gruppo e assisto, camminando sulle rive del lago, ad uno dei tramonti più belli della mia vita, un fuoco esistenziale che continua a riscaldarmi ancora.

Lake Powell è un bacino artificiale che si estende per circa 300 chilometri che si trova all’interno della Glen Canyon National Recreation Area, meta ideale per escursioni di raro fascino.

Il giorno dopo, noi ne sperimentiamo una davvero da ripetere. La maggioranza del gruppo opta per il giro in Piper sul Grand Canyon, noi scegliamo di salire in elicottero sul Tower Butte.

Il costo è più adatto alle tasche di una pensione d’oro che non alle nostre, circa 300 dollari, ma li vale tutti. Ti lasciano su questo promontorio di roccia per circa venti minuti e te la cammini su questa piccola area alla devastante altezza di circa 5000 piedi.

Che dire? Definirla vista totale è riduttivo. Bisogna esserci per capire davvero. Per gli amanti della fotografia, un paradiso reale.

Scendiamo dall’elicottero e non parliamo per parecchio tempo, talmente intenso quello che abbiamo “esperito”. Pura catarsi.

Attraversando l’area del Glen Canyon, rimango affascinato dal Navajo Bridge, un ponte del 1927, lungo circa 255 metri posto ad un’altezza di 354.

L’ultima parte della giornata è dedicata alla visita dall’alto delle curve del Colorado, il fiume che è la storia del West, che ha disegnato le rocce realizzando in certi punti le caratteristiche insenature a forma di cavallo. Arrivi al punto più alto di questa zona, dopo una breve camminata in un deserto ricolmo dei caratteristici cespugli, quelli che rotolano col vento caldo.

Sembra la scena finale del bellissimo Thelma e Louise che molti credono sia stato girato proprio qui, in realtà è Dead Horse Point State Park.

La storia del Colorado River è un simbolo identitari fondamentale per gli Stati Uniti. Il suo bacino è stato abitato per almeno 8.000 anni, gli ultimi sono stati i nostri amici navajo. Il bacino del Colorado è diventato il cuore della conquista del deserto, e il governo ha speso 4,4 miliardi di dollari per costruire un sistema di canali chiamato Central Arizona Project, che porta la sua acqua a decine di chilometri di distanza.

È servita a far prosperare città come Phoenix, ma soprattutto ad alimentare un’attività agricola che ha fatto seppuku. Infatti, realizzando piantagioni di cotone, sei volte più assetate della lattuga, le riserve sono state prosciugate. Dispiace sapere insomma che il fiume simbolo della storia americana stia morendo di siccità tra riscaldamento globale e pompaggi impossibili.

La prima parte di questo reportage si conclude qui. Mi sembra di avervi annoiato abbastanza. Se avrete la forza di leggermi e di rileggermi, nella prossima seconda e ultima puntata vi racconterò delle bellezze del Bryce Canyon, di Las Vegas, della Death valley, di Zabriskje Point, del lago salato, di Calico, di Yosemite per arrivare sino a San Francisco.

Contraddittoria America, affascinante America.

 

 

 

 

Riciclare fotografando

Occhio al riciclick. Impariamo a riciclare fotografando. Idee buone ce ne sono ed ogni tanto giungono a noi come una fresca brezza estiva e ci aiutano a respirare meglio. Mente e corpo. L’iniziativa promossa da RICREA, il Consorzio Nazionale per il recupero e il riciclo degli imballaggi in acciaio, ha il merito di unire creatività e divertimento, stimolando la sensibilità dei giovani all’amore per l’ambiente. E piano piano il cambio di mentalità, la consapevolezza che prendersi cura dell’ambiente significa avere cura di se stessi e della propria vita, diventano un fatto sempre più concreto, per lo sbocciare intenso di una primavera green che non deve durare una stagione ma deve essere infinita.

riciclick

Riciclick! Il riciclo degli imballaggi in acciaio si impara fotografando è il nuovo progetto educational per insegnare ai ragazzi a differenziare, barattoli, scatole, scatolette, lattine, fusti, bombolette, tappi e chiusure in acciaio. Il contest fotografico promosso da RICREA è dedicato ai ragazzi della scuola secondaria di primo grado.

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Daniel Pennac ha detto a proposito della fotografia, della passione che ribolle dentro l’anima di chi cerca di scrivere e non solo con la luce: “Ho fatto delle foto. Ho fotografato invece di parlare. Ho fotografato per non dimenticare. Per non smettere di guardare”. E per non smettere di sensibilizzare, quale migliore occasione di un contest fotografico dove abbinare il ricordo di un’esperienza istruttiva e ludica all’impegno in una tematica sociale dove tutti siamo coinvolti e possiamo fare “tendenza”?

Per partecipare al contest basta inviare uno scatto realizzato con il telefonino su un tema a scelta tra i due previsti: “Cose buone nell’acciaio”, dedicato agli imballaggi per alimenti, e “Mi rifiuto”, volto a sviluppare una maggiore maggiore consapevolezza su come fare la raccolta differenziata e avviare a riciclo nel modo corretto gli imballaggi d’acciaio come scatolette, barattoli, scatole, lattine, fusti, bombolette, tappi e chiusure.

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I ragazzi avranno modo di confrontarsi con la loro creatività e con l’utilizzo “intelligente” del cellulare che potrà trasformarsi, per un attimo, in un oggetto diverso da quello che, talvolta, sembra essere: un incandescente e sistematico magma di induzione alla compulsione di massa. E invece, con iniziative volte a capire in quale direzione “fare futuro” e come inebriarsi col potere “vivificante” di un’idea, i ragazzi più motivati potranno farsi autenticamente “rivoluzionari”. Folgorati dal loro nuovo amore, preferire il grande passo a tutto il resto: non imbarcarsi sul famoso cargo battente liberiana ma comprarsi una bella macchina fotografica e andarsene a zonzo per l’universo a immortalare attimi. Socializzando per strada e non solo su internet. E poi, travolti da un insolito fremere per la ricerca “estetica”, questi “cuori di luce” potranno pure decidere di “optare per il mare”.

Il sito dedicato al progetto http://www.riciclick.it mette a disposizione degli insegnanti e dei ragazzi informazioni e strumenti accessibili e divertenti, come il filmato “A come acciaio” e i tutorial per imparare a migliorare la propria tecnica fotografica, a cura del fotografo Paolo Carlini.

I ragazzi che vogliono partecipare al contest possono inviare entro il 7 aprile 2017 il proprio scatto attraverso l’app RiciClick che può essere scaricata gratuitamente da App Store o Google Play.

Le foto migliori verranno premiate da una giuria composta da un fotografo, un esperto di comunicazione, un giornalista, un insegnante e un rappresentante di RICREA, e saranno riprodotte su uno speciale supporto realizzato in acciaio ed esposte in una mostra realizzata in occasione dell’evento di premiazione del 28 aprile. Una selezione di 100 foto sarà pubblicata nella gallery presente sul sito http://www.riciclick.it.

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“RiciClick” è stato ideato e realizzato dall’agenzia Area ADV di Milano per RICREA. Gli insegnanti che desiderino ulteriori informazioni per iscrivere i propri alunni possono inviare una email all’indirizzo info@riciclick.it.

Quando creatività e consapevolezza si uniscono, la mente prende il volo e i sogni si traducono in realtà. Mentre gli occhi imparano a guardare lontano, molto lontano.

Intravedendo bellezza, fotografandola e aiutando il pianeta.