Intervistato da Radio Punto Zero

Se volete sapere la linea editoriale che ho dato al progetto Green Planet News, stasera sulla homepage trovare l’intervista che mi ha fatto la bravissima giornalista, autrice e speaker di Radio Punto Zero, Serena Bassi.

Non sono giorni facili. Sono giorni in cui sto sperimentando “il nulla di Dio” e la lontananza di un conforto a cui ho sempre creduto. Ora non più. Che non significa non credere più. Significa solo sapere che di fronte all’imponderabile, all’inaspettato, siamo privi di ogni difesa e la forza dobbiamo trovarla dentro di noi. La fede non c’entra.

Ecco perché nell’intervista ho fatto un accenno a qualcosa che prima o poi racconterò. Ma soprattutto ho voluto raccontare della mia idea di Green. Che non è solo ambiente ma speranza, fiducia, voglia di credere ancora a qualcosa di buono.

Nonostante in questi giorni, con il cuore strappato, mi venga da vedere solo il colore nero.

Buona serata e se vi va, ascoltate l’intervista sulla homepage del sito www.greenplanetnews.it.

 

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Scrivo dall’ultimo avamposto

Scrivo dall’ultimo avamposto. Oltre questo fortino, questo muro che fa da baluardo alle orde di Gog e Magog delle mie paure e dei miei ricordi, il nulla. Aspetto che si facciano vive e attacchino.

Sono rimasto solo. Ho viveri e munizioni a sufficienza ma quando le mie paure si faranno avanti, sarà da combattere senza tregua. Lo so. Immerso nel silenzio, mi faccio forza. Coi ricordi “buoni” e ripensando alla bellezza degli attimi che ho avuto in dono.

Il cielo è stellato, la notte limpida, anche il passo di una sentinella può fare compagnia. Ma qui sono io e basta. Con il mio quaderno e la mia matita spuntata. Scrivo e aspetto.
Ho deciso di dare inizio a questo diario perché dall’altra parte non so quanto avverrà l’ultimo attacco.

Se le paure non indietreggeranno, rimarranno solo i rimpianti. Faccio ordine. Scriverò spesso su questo diario. Intanto respiro la notte in tutta la sua bellezza. Eravamo in molti ma molti più di me, davanti a queste orde desertiche, sono fuggiti. Io ho preferito rimanere e affrontarle queste paure, questi ricordi che sento gridare dietro le montagne. Resisto.

Se la battaglia scatenerà l’inferno e sia. Passata la tempesta, avrò ancora una degna compagna accanto a me. Si chiamerà vita, esperienza, forza in più. Stanotte ripenso a quante volte diamo per scontato tutto, troppo, troppe volte.

A volte, per stanchezza, malediciamo il reale, il presente e tutto si fa amaro. Oggi che mi trovo in questo ultimo avamposto a fare i conti con ciò che diveniamo, il passato si fa diverso.

Penso, ad esempio, a quando si lavorava in ufficio. Alle stoltezze tra colleghi, alle liti, alle chiacchiere, alle piccole meschinità. E alle maledizioni che tutti scagliavano su quel posto che sembrava l’incarnazione di ogni “ignobilità”.

Io ho sempre fatto il bastian contrario. Subendo critiche da tutti, tutti a farmi il muro e a remarmi contro. Perché dicevo: non vi lamentate che oggi fare giornali è un’impresa. Ero affezionato alla mia scrivania, alla strada che percorrevo.

Mi piaceva, in inverno, morto di freddo, arrivare, scendere dalla moto ed entrare accolto dall’aria calda e da qualche collega appena arrivato. Come in estate, andarmene via dopo un lavoro ben fatto e guardare il tramonto, sempre in moto, sulla via del ritorno.

Piccole cose che sembrano noiose alla maggior parte delle persone che, banalmente, guardano il lavoro come una condanna. Piccole cose come la macchinetta del caffé, le riunioni con le idee, il sentirsi parte di qualcosa, scrivere, andare alle fiere, progettare giornali e fare tardi con l’editore quando anche lei, l’editore, navigava in buone acque e mi chiamava per dare vita a nuovi magazine.

Eppure, da quando tutto è crollato, per la crisi e per le scelte direi quasi “forzate” non riesco a non rimpiangere certi momenti. Oggi il lavoro è cambiato e quando mi ritrovo a guardare l’orizzonte oltre questo muro di silenzio, rivado a certi momenti.

Quando c’era tanta gente in redazione, quando c’era un fermento esistenziale che significava sentirsi vivi, in movimento. Era bello vedere tanta gente, sentire tutto quello che era un mondo battere di prospettive, speranza, incazzature, litigate, vita insomma, era bello sentirla questa vita scorrere come in un film. E ora che me la guardo davanti ogni notte, vorrei riprendermela.

Ripenso alla serie tv 1992. Non mi viene da esultare a guardare Di Pietro che fa “piazza pulita”. Perché finisce un mondo e l’alternativa è un fallimento. Basta guardarci intorno. Io continuo a scrivere e a credere che questo sia il mio lavoro.

Chi lanciava anatemi sul posto di lavoro, oggi o ha cambiato lavoro o non lavorà più. Per questo ero definito, alle spalle, ovviamente, perché sennò erano calci in culo, “aziendalista”.

Si, mi piaceva lavorare e anche ora, sotto questo cielo, in questa notte di siderale solitudine, scrivo, e scrivo e ancora scrivo. Lavoro dall’ultimo avamposto. Perché la vita è lavoro, lavoro su stessi, è costruzione di ciò che sei, AMAT VICTORIA CURAM.

Io che ho sempre amato il silenzio, ora ne sono avvolto e circondato ma rimpiango quel simpatico caos, non immune da veleni. Ma la vita è questa: mai farsi cogliere dal negativo pensando che sia l’unica soluzione possibile, mantenersi vigili contro i demoni della sfiducia e le chiacchiere del qualunquismo.

E’ peggio il rimpianto. Soprattutto quando sei al confine di questa terra, a dialogare con te stesso, aspettando di vincere le tue paure nell’attesa del loro ultimo e più determinato assalto.

Scriverò ancora, su questo diario, affinché la notte non sia tanto lunga da impedire al sole di risorgere. Scriverò per rimanere sveglio e combattere l’assalto delle mie paure. dal deserto, ma non so quando attaccheranno.

Un gioia di guscio

C’è una gioia di guscio
che sforbicia,
quando l’anima,
ingombra,
di inutile chincaglieria,
attraversa il solido delle cose,
senza farsi strascico.
È quando premo il tempo
sotto il suolo della mia fiducia
e la speranza non decade.
È quando al petto aggancio
i fulmini del mio temporale
e faccio strage
di lampi e tuoni,
ridonadomi all’essenza del paesaggio.
lo sciame delle api, la notte delle lucciole,
la lingua sulla lingua,
mentre sogno
di baci estivi e di carezze sulle guance.
Sono spiccioli, ma monete d’oro,
quando mi avvicino
in millimetri,
all’estasi che preme.
C’è ardore, scavando,
un rosso esclamativo che si accende,
una visione della strada,
in un percorso di silenzi e di parole.
Una grotta, un rifugio, un ristoro,
così, da vivere,
in un’aurora che ti piomba addosso,
tutta d’oro,
quanto la mente tace
e anche gli occhi
si aggrappano
a lembi di mondo.
Il respiro si allarga,
dalle viti sale,
una brace che scioglie,
il digiuno di bellezza.
E allora canti,
a squarciagola,
per seminare rose,
dalla gabbia della mia visione.

Sei dentro

Ti guardo.

Sei dentro.

Nel viavai bianco, verde, intabarrato,

di vestaglie,

carrelli come burchielli,

visitatori, lamenti e strascichi.

Ti tengo,

tra le mani,

il cuore,

in una risacca di pensieri, di memorie,

che fa sfregio,

a chi è perduto ormai

nel meriggio della polvere,

lui, che trepidava,

agli angoli dell’insensato.

E’ lui, il pattume profugo, che ancora ti batte in gola

mentre singhiozzi il tuo prodigio,

che vivi, nel fallimento di ciò che è stato.

Ma zia, non sei tu una monca vita,

non tu la deriva di questo mondo.

Anche se l’ora si fa buia, incomprensibile,

un gorgo, un flutto,

il mistero non si disvela,

ancora,

tu, sorridi,

con occhi lucidi,

nel tremoroso affanno.

Misuro,

a centimetri il mio battito,

la vita, così scontata, spesso così la vedo,

mentre guardo chi saluta, chi riposa, chi cammina.

E’ una tempesta a volte,

che ci parla di salvezza,

che ci sconquassa dalla norma,

ci riconsegna ad un frangente, ad un solare accadimento.

Spengono le luci,

il soffitto si fa piombo,

la spira strepita.

Sei dentro.

Sei lì, nell’ospedale,

che brulica,

di una tacita speranza,

delle creature più spossate,

a fare lettere,

per le alte sfere.

 

La vera sfida

La vera sfida è rimanere di buonumore. Non apparire,  o “fottere” con l’aria pur di avere attenzione. No. La vera sfida è avere fiducia, continuare ad avere una smorfia sul viso.

Un sorriso accennato. Senza disprezzo, né smanie di superiorità. Anche il “riccastrismo” finirà. E’ una legge. Matematica e non. Dimentica Heidegger e il suo “Essere per la morte”  chi si insuperbisce .

Si possiedono fortune. Tocca accorgersene. Esci la mattina. I primi freddi. Un vento di tramontana scuote i tuoi pensieri che rimbombano. Li deglutisco. Dalla calotta cranica passano in un attimo al pericardio.

Mi alzo, un caffé, la vita fluisce. In mezzo al caos e all’orrore. Ma lei c’è. La vita. Presente. Accanto. La notte, il giorno, una vecchia amica. La possiedo e la attraverso. E’ una fortuna.

Me ne accorgo. I passi lungo il perimetro cittadino si fanno lievi. Cammino, un caffé, poi un altro.

La gente, il telefono, le automobili. Certo, preferirei essere in montagna, o forse al mare. Ma sono con lei, la vita, e tanto basta.

Penso a quale mostra potrei visitare, a quale villa poter andare, dove poter camminare. Di sabato o di domenica. Penso anche a tanta gente. Comincia a far freddo.

Molti dormiranno in strada, molti sono intenti a rigirarsi nei letti d’ospedale, intenti a fissare il soffitto, in una prosa sulla loro sorte, altri a combattere. Col dolore e con la fatica. O a cercare lavoro, a fuggire da chissà dove.

Cammino. Immerso in alcuni rivoli di pensiero che traghettano le mie ossa intessute di respiro da una parte all’altra del mio mondo. La mia città, sporca, degradata, una puttana finita in disgrazia ma nei cui occhi brilla ancora il fasto di una gioventù tramutata in eternità.

Nonostante lo scherno. E’ la sofferenza che imprime il calco della dignità. Una puttana, un emarginato, un qualsiasi combattente per la vita è un autentico re.

Ne vedo molti di questi re. Alcuni mi ricordano i soldati sporchi e laceri della Prima guerra mondiale il cui anniversario della vittoria (mutilata) ricorre tra pochi giorni.

Cammino e penso anche alla Grande Guerra, allo straordinario film di Mario Monicelli. Penso ai ragazzi del 1899, al freddo, alla pioggia, al caldo in estate, nelle trincee, penso alla fame, alla sporcizia, ai generali, codardi, alle famiglie che aspettavano il ritorno di questi ragazzi. Mi prende lo struggimento.

Vorrei abbracciarli tutti, andare al Milite Ignoto e non assumere la faccia composta di chi non gliene frega nulla. Solo facciata.  Semplicemente ballare con loro. Come facevano appena trovavano un po’ di divertimento. Nei momenti di tregua.

Dovremmo imparare ad apprezzarli questi momenti di tregua, nella guerra che è la vita.

Sono i pochi momenti in cui ritrovo l’orgoglio di sentirmi italiano, di vedere il tricolore e di esserne fiero. Non per cialtronismo calcistico né per untuosità istituzionale.

Penso all’Osteria Zanin, l’ultimo baluardo mentre gli austriaci erano a 40 chilometri da Venezia, penso ai fuochi delle bombe nella notte, penso a Bordin, a Jacovacci e Busacca che muoiono da eroi, per non rivelare “dove essere ponte di barche”.

Penso alla scena, ad inizio film, dove i soldati stanno per partire per il fronte. Si ride, si scherza, Sordi e Gassman stanno litigando. Non c’è ancora consapevolezza di cosa sarà la guerra.

Accanto al treno in partenza, arriva quello bianco della croce rossa, con morti e feriti. Cala il silenzio. Improvviso, catartico, rivelatore.

Film così non se ne fanno più.

E’ l’Italia che è cambiata. Roma è più suburra, meno vitale. Eppure siamo noi, col nostro cammino che possiamo scegliere. Se essere testimonianza di una memoria tragica, di tutte le tragedie del mondo e ritrovare l’orgoglio si.

Ma soprattutto la forza di lottare e la gioia di capire le infinite possibilità della vita.

Che a molti di quei soldati, a molti altri del passato, a molti altri oggi, in molte parti del mondo, non viene concessa. Perché semplicemente non possono sottrarsi al loro destino.

Mi viene in mente la giovane e bella Asia Ramazan Antar, morta a 22 anni, combattendo nel nord della Siria con le milizie femminili curde Ypj, Yekîneyên Parastina Jin, Unità di protezione delle donne, in opposizione allo Stato Islamico.

Le ho dedicato una poesia Immortale sorriso. La trovate in questo spazio.

Ecco, ci vuole un sorriso immortale sorriso.

Per continuare a camminare ed essere autentici. “Diversamente sensibili” per salutare il giorno, consapevoli del mondo e della vita.

Se incontrate i combattenti della sofferenza, i re della suburra, i reietti dal “riccastrismo”, fategli un sorriso.

Farà bene a loro e porterà consapevolezza.

Che dopo tutto, ogni giorno è un altro giorno. Ed è già infinito. Di esserci, resistere e poter fare tante, ma tante cose. E non disperare mai.

La catarsi dell’estasi

Ad ogni tramonto, personalmente, è un trapasso. Mi piace quanto dice Kundera: “La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina”. Si, anche la ghigliottina.

Perché il tramonto solleva dalle fatiche dal giorno. La morsa del quotidiano si allenta. Sono cieli screziati, sono il potere salvifico che placa ogni rabbia. Ogni parola si tramita in sospiro. E’ la catarsi dell’estasi, l’irruzione improvvisa sul reale dell’irreale.

Al tramonto la percezione si fa più attenta. Forse ha ragione qualcuno che afferma: la malinconia del tramonto è perché i due mondi si toccano. A me piace pensarla così. La terra sospende il suo battito. C’è qualcuno, è l’incontro con braccia aperte. Invisibili. Solitudini che si colmano.

Nel silenzio, ascolto le voci. Sussurrano, sono dolci presenze, c’è metanoia su qualsiasi accadimento. Lo “sento” questo mondo altro. Mani che si stringono, sorrisi che ci avvolgono.

E’ la vita che si sfuma, il palpito striato che irraggia se stesso fino a morirne. Del suo stesso bagliore. “E’ il cuore della terra, trafitto da un raggio di sole“. E tutto si allenta. “Vado cercando una morte di luce che mi consumi” scrive Garcia Lorca.

L’incantesimo che non si spezza: l’infinito non più transeunte che si rivela. Sfiorarsi nell’attimo, l’orgasmo dell’essere, per sempre. Che ritorna al suo limite. Sapendo che esiste. Speranza e rivelazione.

Buona serata.

 

 

Io sono così

Quando l’anima avvampa,

resisto ad ogni tortura,

pure sgusciato.

Scrosto foschie, maciullando gli apostrofi,

e tutti i dettagli che dondolano,

appesi, alla balaustrata cosmica,

della mia testarda sostanza,

talvolta, di ebbri terrori.

Rifaccio l’orlo,

ai risvolti stanchi

e riaggancio il coraggio,

per un altro viaggio,

rovistando nel petto,

un pò di fango e di luce.

E m’imperlo,

perché spero,

di nuovo, del nuovo,

e degli ignoti colori,

che porta ogni giorno.

Indago nel polso,

mi accarezzo in millimetri,

e ne schiocco

una grazia di solitudini.

Mi impallino

a quell’eco che oscilla,

tra burrasca e rimuginio,

sangue e linfa,

martoriato, forse,

ma pulsante.

Non ho più ghiaccio di spilli,

ma spruzzaglie di lucciole e arcobaleni di acrobati.

Uno scalcinato cuore,

che giace

in un morbido petto,

scheggiato,

d’infinita bellezza.

Insaponato,

picchietto una musica obliqua,

sempre una sinfonia,

pure a sghimbescio.

C’è pane,

però,

sotto la grandine.

Ne mangerò io,

ne mangeremo un pò tutti.

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Riprincipiare

 

conoscenza

Riprincipiare.

In queste ore roventi.

In un deserto

dove anche l’Invisibile tace.

Nemmeno una carezza di vento.

Nessuno si aggira.

Solo una evanescente risacca,

un ricordo,

mentre la terra risuona

la sua nenia di tenebra.

E le cime rimangono sole.

Con il cuore che fatica

e si sbriciola.

Teniamoci per mano.

Si faccia avanti

chi fa cuccia col mondo,

chi sorride,

chi accoglie tra le mani

il muso dei gattini.

Si faccia avanti,

chi sa far lievitare il pane,

chi raccoglie le spighe.

Riprincipiare.

Da qui,

da questa promessa.

Tenersi per mano.

Con le gambe intrecciate,

come dopo aver fatto l’amore,

respirando vicini.

Con gli occhi che immaginano vita.

Infinita.

© Daniele Del Moro 2016

Fidati

Fidati.

Lasciati penetrare dal cielo.

Quando splende, dilania e avvolge.

Fidati.

Lasciati impastare dal sole

in un trafitto raggio che danza,

per darti forza.

Fidati.

Palpitanti baluardi,

quei giochi, d’immensità,

quando tutto risuona come ferro

e tintinna come serratura.

Fidati,

attecchisce sempre,

nelle pupille,

il suo mare senza limiti.

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Il mio angelo

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Ho scritto questa poesia dopo la notte del terremoto di Amatrice. L’ho dedicata a chi non è più, a chi non ha più. Ho abbinato a questa poesia una foto scattata all’interno del Dunnotar Castle in Scozia. Cercando attraverso le rovine, uno squarcio di cielo azzurro. Ve la propongo

 

Il mio angelo

cammina di notte

tra case rotte, di babeliche onde.

Ha piedi scalzi

per dare risposte

al dolore

di chi non trova pace

tra polvere

e silenziose grida

che non attutiscono le ombre vaganti

di ingiuste spelonche.

Ha poi le sbucciature

dei morti

che accoglie

con l’ala piumata ma sporca

nel gioco umano

di smarrimenti senza sosta

su sabbia e sangue a terra

mentre sotto la pelle delle unghie

rispondono solo fili d’erba strappati

al sole d’estate, quando ancora l’alba profuma.

Cammina e tocca

gli anni sbocciati e poi finiti

che però accarezza nei sogni che lui conosce ma noi no

in luoghi di api

abitate di luce.

Poi si avvicina, dolce,

e bacia le crepe,

sanando il triste singulto

di chi cerca i contorni, delle cose, delle carni, dei respiri.

Per fare del corpo,

un pianto d’universo

e un’incisione precisa

dove attende, di nuovo,

che sia primavera

© Daniele Del Moro 2016scoziadunnottarcastle13