Il tempo di uno scatto, una mostra fotografica

No, vabbé. Sono queste le mostre che mi ci immergo. Fotografia, tempi passati, Italia in bianco e nero e una speranza: resistere, resistere, resistere. La Casa del Cinema di Roma dal 29 agosto al 9 settembre  ospita la rassegna, a ingresso libero, Il tempo di uno scatto: ’58-’68-’78, una mostra fotografica curata da Made in Tomorrow e Marcello Geppetti Media Company.

Si tratta di un percorso che ci traghetta attraverso tre decenni di storia italiana “rivisti” con gli occhi e i racconti di chi c’era e ne ha vissuto in prima persona i cambiamenti, i tumulti, le svolte storiche. Il cinema è sempre grande protagonista e interprete di queste vicende e mutamenti sociali e culturali, e Marcello Geppetti, autore degli scatti in mostra, ne ha saputo intepretare diversi aspetti. Tutti questi avvenimenti sono infatti rimasti ben impressi sulla pellicola di Geppetti, oltre che nei titoli in prima pagina dei giornali e nei manifesti che riempivano le città.

Cronologicamente si parte dal 1958, anno di rinascita e desideri. Roma ospita il più grande fenomeno di costume del Novecento, la Dolce Vita. Ma la luce di tutti quei riflettori finirà per accecare i Sessanta. Dal ’62 in poi, infatti, l’entusiasmo si spegne e si accendono i tumulti nei cuori dei più giovani.

Non basteranno le danze scatenate nel neonato Piper (1965) di Via Tagliamento a placarli. Arriverà quel 1 marzo 1968, con i suoi scontri a Valle Giulia, a cambiare le carte in tavola e a relegare in secondo piano la leggerezza del periodo precedente.

Gli scontri di Valle Giulia, piccola digressione personale che spero mi perdonerete, venivano ampiamente “dibattuti” nelle riunioni di redazione di cui vi ho accennato nel post sul conte del pensiero forte. Fece scalpore, in quell’anno, la realizzazione di una “rivoluzionaria” e momentanea alleanza tra opposti estremismi in funzione antisistema.

Anche se si trattò di una faccenda mitizzata su cui il sistema “giocò” ampiamente perché a scontrarsi furono giovani da una parte e giovani e meno giovani delle Forze dell’ordine dall’altra. Sicuramente, però, dal punto di vista simbolico fu un fatto enorme e spesso in riunione quando di fronte a certi racconti rimanevo molto critico, ribadivo alcune convinzioni di oggi: occhio, che il sistema, soprattutto quello che fa capo a certi poteri e che imbavaglia quasi tutta l’informazione, agisce in maniera da distogliere l’attenzione dai fatti per consegnarci alle vicende.

Come accade oggi, siamo passati dalla Strategia della tensione alla strategia della disattenzione o della disinformazione. Per tornare alla mostra, arriviamo al decennio del 1978. Si apre così una delle finestre più buie della storia del nostro Paese, quella degli “Anni di piombo”. Un climax di violenze che culminerà nel 9 marzo 1978, giorno del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione della sua scorta. Uno spartiacque incolmabile, ancora oggi pieno di interrogativi. Tutto da leggere, soprattutto fotograficamente.

Caso

CASA DEL CINEMA
Spazio culturale di Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale
INDIRIZZO Largo Marcello Mastroianni, 1
INFO tel. 060608 www.casadelcinema.it www.060608.it
INGRESSO GRATUITO

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Raffaele de Vico, architetto e paesaggista

Un tributo della Capitale a uno dei maggiori architetti e paesaggisti del Novecento, Raffaele de Vico (1881-1969). La mostra, curata da Alessandro Cremona, Claudio Crescentini, Donatella Germanò, Sandro Santolini e Simonetta Tozzi, ripercorre la storia del verde pubblico romano nella prima metà del passato secolo. Raffaele de Vico (1881-1969).  Architetto e paesaggista, sarà al Museo di Roma Palazzo Braschi da oggi 16 maggio sino al 30 settembre 2018.

Un “classicista sovversivo” come me non può che trovare questo evento di raro fascino. Non solo per l’oggettiva bellezza di fotografie e dipinti che riportano ad un mondo che non c’è più. Ma perché mi appare sempre straordinario vedere Roma come era. Anzi tutto mi appare straordinario quando mi guardo indietro. Difetti antimoderni, sono io che ne sono ricolmo.

Detto questo, alla mostra troverete quasi 100 opere fra disegni, progetti, fotografie e documenti, di cui alcuni mai esposti prima e/o non esposti da lungo tempo, provenienti dalle collezioni capitoline (Museo di Roma Palazzo Braschi, Galleria d’Arte Moderna e Museo Canonica) e dagli archivi capitolini, con particolare riferimento all’Archivio Storico Capitolino a cui l’anno scorso è stato donato dagli eredi l’archivio personale di Raffaele de Vico.

Attraverso la creatività progettuale di de Vico vengono anche documentate le trasformazioni naturalistiche della città. Da Villa Borghese (per un ventennio a partire dal 1915) al Parco della Rimembranza a Villa Glori (1923-1924), dai progetti per i parchi Flaminio (1924), del Colle Oppio (1926-1927), Testaccio (1931) a quelli di Ostia Antica (1929-1930), di Santa Sabina sull’Aventino (1931), di Castel Fusano (1932-1937) e Cestio (1938).

Così come per i giardini di Villa Caffarelli (1925), Villa Fiorelli (1930-1931) e Villa Paganini (1934) e per il Parco degli Scipioni (1929) e per quello Nemorense (1930); o il particolare progetto per i giardini dell’allora via dell’Impero e di via Alessandrina (1933), da affiancare alle esedre arboree realizzate per la sistemazione di piazza Venezia (1931) oltre al raffinato “giardino-fontana” di Piazza Mazzini (1925-1926), fino ad arrivare al grandioso progetto del parco “dantesco” del Monte Malo (Monte Mario, 1951) e a quelli per i giardini dell’EUR (1955-1961).

E ancora: i progetti per il teatro all’aperto a Villa Celimontana (1926) e per l’ampliamento del Giardino Zoologico (1928) e i lavori di riorganizzazione del vivaio e delle serre di San Sisto Vecchio (1926-1927).

Una lista particolarmente ricca di realizzazioni, che sintetizza la varietà professionale e la competenza operativa di Raffaele de Vico, attraverso documenti visivi dell’epoca. Molto azzeccato è l’abbinamento con i quadri di Carlo Montani (1868-1936), che illustrano molti dei giardini romani dei quali Raffaele de Vico andava curando la sistemazione durante gli anni del Governatorato, attestando l’evoluzione del verde a Roma tra gli anni Venti e Trenta del Novecento.

L’esposizione presenta una selezione di questi dipinti a olio su tavola conservati nelle raccolte del Museo di Roma che vennero acquistati nel 1936 dallo stesso Governatorato.

La mostra si muove seguendo un tracciato storicizzato, con il preciso obiettivo di immergere le opere e i progetti di de Vico nel contesto di trasformazione – anche sociale – della città nella prima metà del Novecento, facendo emergere in primo piano alcuni suoi luoghi ancora presenti nell’attuale paesaggio urbano.

In contemporanea alla mostra sarà pubblicato un volume di studi e approfondimenti dal titolo “Raffaele de Vico architetto e paesaggista. Un ‘consulente artistico’ per Roma”, a cura di Alessandro Cremona, Claudio Crescentini e Sandro Santolini, secondo volume della collana editoriale “RomArchitettonica. Collana di Studi sugli Architetti del Comune di Roma”.

Raffaele de Vico, abruzzese di nascita, classe 1881,  professore di architettura al Liceo Artistico di via di Ripetta, nel 1915 vince il concorso per “Aiutante tecnico di III classe” al Comune di Roma e contemporaneamente si aggiudica il concorso progettuale per un serbatoio d’acqua a Villa Borghese.

Nel 1923 consegue il diploma di architetto. Per il Comune si occupa prevalentemente di interventi architettonici e decorativi di edilizia pubblica finché, notato dal segretario generale Alberto Mancini per la sua abilità e duttilità nell’affrontare le problematiche estetiche e pratiche del lavoro, nel 1923 è incaricato del progetto e, l’anno successivo, della direzione dei lavori per la realizzazione del Parco della Rimembranza a Villa Glori.

Da quel momento la sua carriera sarà prevalentemente indirizzata alla progettazione del verde, ottenendo il prestigioso incarico di “consulente artistico” per i giardini, ruolo che gli sarà ininterrottamente rinnovato fino al 1953. Nonostante l’oneroso compito, si occuperà anche di allestimenti (Prima mostra italiana di attività municipale a Vercelli, 1924, e Mostra di Floricoltura e del Giardinaggio a Torino, 1928) oltre a partecipare a numerose commissioni municipali sull’estetica e i parchi cittadini indette dal nuovo Governatorato di Roma.

Non mancherà nemmeno di studiare progetti architettonici per monumenti celebrativi, come l’Ossario al Cimitero del Verano (1922-1926), per opere funzionali, come il serbatoio d’acqua in via Eleniana (1933) o per l’adattamento funzionale di antiche emergenze architettoniche, come quello operato per il teatro di Ostia Antica (1926).

Nel 1939 sarà nominato consulente generale per i parchi e giardini dell’E42.  Nel corso della sua quasi cinquantennale carriera conoscerà e collaborerà con i più importanti artefici dell’Italia post-unitaria e fascista, gli architetti Giuseppe Sacconi, Giacomo Boni, Gustavo Giovannoni e Marcello Piacentini, gli scultori Ettore Ferrari, Adolfo e Lorenzo Cozza e Pietro Canonica e il critico d’arte Ugo Ojetti.

Nel 1950 fonderà, assieme ad altri illustri esponenti del paesaggismo italiano, l’Associazione Italiana degli architetti del giardino e del paesaggio, dove, nel 1965 diverrà socio onorario in qualità di «depositario delle nobili tradizioni del nostro paese nella ideazione del giardino come opera d’arte». Muore a Roma il 15 agosto 1969.

INFO
Raffaele de Vico (1881-1969)
Architetto e paesaggista

Dove
Museo di Roma a Palazzo Braschi
Piazza Navona, 2; Piazza San Pantaleo, 10

Biglietti
16 maggio – 30 settembre 2018. Dal martedì alla domenica dalle ore 10 – 19 (la biglietteria chiude alle 18). Giorni di chiusura: lunedì
Residenti: intero € 8,50;  ridotto: € 6,50
Non residenti: intero € 9,50;  ridotto: € 7,50
Gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente

Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)

www.museodiroma.it; www.museiincomune.it

Beat Generation in immagini

Inaugurata oggi alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma la mostra fotografica e documentaria Beat Generation. Ginsberg, Corso, Ferlinghetti. Viaggio in Italia, a cura di Enzo Eric Toccaceli, autore di numerosi libri e “frequentatore” di personaggi come John Cage, Julian Beck, Judith Malina, Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, Anne Waldman, John Giorno, Ed Sanders.

L’esposizione, in programma sino al prossimo 2 aprile, ripercorre i momenti più significativi della Beat Generation  con circa 200 fotografie in bianco e nero realizzate dallo stesso curatore, tutte inedite e
tutte acquisite dalla Galleria Nazionale.

Allen Ginsberg e Fernanda Pivano, Milano, 1996

Le fotografie, accompagnate da un apparato di circa 600 documenti (prime edizioni, vinili, manifesti, inviti, locandine, ritagli stampa), descrivono gli ultimi viaggi in Italia di tre dei più importanti esponenti della Beat Generation, che si recarono in Italia diverse volte in occasione di incontri e performance: Allen Ginsberg, Gregory Corso e Lawrence Ferlinghetti, il più longevo dei tre artisti, ormai quasi centenario.

Gregory Corso: “Gregory slept here in 1958”, Colosseo, Roma, 1997

In un arco di tempo che prende avvio dalla fine degli anni Settanta per arrivare sino
agli anni più recenti, Enzo Eric Toccaceli ha seguito e fotografato Ginsberg, Corso e
Ferlinghetti in tutte le loro peregrinazioni nelle grandi città e capitali dell’arte: da Milano a Venezia, Roma, Firenze, per giungere fino allo Stretto di Messina.

Gregory Corso al Foro Romano, Roma, 1997

Si tratta, dunque, di una sorta di moderno grand tour espresso e sintetizzato con immagini, documenti, manifesti, articoli e diverse rarità e curiosità, in un percorso capace di “mescolare” arte, cronaca e storia.

Lawrence Ferlinghetti (ripreso di spalle) alla sua mostra “60 ANNI DI PITTURA” “Museo di Roma in Trastevere”, Roma, 2010

L’idea della mostra ha preso avvio nel 2017, nel ricordo di Allen Ginsberg, a venti anni dalla sua morte e nel solco delle celebrazioni per il centenario della nascita di Fernanda Pivano, amica e traduttrice dei tre poeti, la prima a parlare in Italia della Beat Generation e a farla conoscere in tutte le sue svariate sfaccettature ad un ampio pubblico di tutte le età.

Lawrence Ferlinghetti, performance al “Teatro India” Roma, 2008

Alla presentazione della mostra alla stampa sono intervenuti Mita Medici, Maria Anita
Stefanelli e Carlo Massarini  che hanno condiviso con il pubblico presente i ricordi, la poesia e la conoscenza della Beat Generation, attraverso testimonianze e letture dei tre personaggi.

Penso a Jack Kerouac, per me uno dei simboli principali del movimento poetico, artistico e letterario che nasce in America alla fine degli anni Cinquanta e mi vengono in mente queste parole, più belle di tante altre spesso citate: “A me piacciono troppe cose e io mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all’altra finché non precipito. Questa è la notte e quel che ti combina. Non avevo niente da offrire a nessuno eccetto la mia stessa confusione”.

Confusione, però, la vita, tutta da sperimentare.

INFO

In programma sino al 2 aprile 2018
Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
Viale delle Belle Arti 131, Roma

Orari di apertura
Dal martedì alla domenica: 8.30 – 19.30
ultimo ingresso 45 minuti prima della chiusura

Biglietti
intero: € 10,00
ridotto: € 5,00
T + 39 06 32298221

lagallerianazionale.com
#LaGalleriaNazionale
#BeatLikeClick

 

Classicista sovversivo, sempre

Amo definirmi asceta ed esteta ma anche classicista sovversivo. Una testimonianza. Sono una contraddizione in cerca di coerenza e non sempre è facile. Mi appesantisco da solo e a volte sono stanco di me.

Per risollevarmi, allora, e soprattutto per non tediarvi, parlo d’altro. Tipo arte, mostre, eventi. E mi piace segnalarvi le news più recenti. Come questa, di cui mi è giunta notizia in questi giorni, relativa a Winckelmann, in fondatore dell’archeologia moderna.

La mostra “Il Tesoro di Antichità. Winckelmann e il Museo Capitolino nella Roma del Settecento”, ai Musei Capitolini in programma sino al 22 aprile 2018 punta a celebrare gli importanti anniversari winckelmanniani del 2017 (300 anni dalla nascita) e del 2018 (250 anni dalla morte) e si inserisce nel contesto delle manifestazioni europee coordinate dalla Winckelmann Gesellschaft di Stendal, dall’Istituto Archeologico Germanico di Roma e dai Musei Vaticani.

Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e curata di Eloisa Dodero e Claudio Parisi Presicce, con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura, la mostra ha una duplice finalità: la prima, offrire ai visitatori il racconto degli anni cruciali che hanno portato, nel dicembre del 1733, all’istituzione del Museo Capitolino, il primo museo pubblico d’Europa, destinato non solo alla conservazione ma anche alla promozione della “magnificenza e splendor di Roma”; la seconda, presentare le sculture capitoline sotto una luce diversa, ovvero attraverso le intuizioni, spesso geniali, del grande Winckelmann.

Vivo come un artista e come tale sono accolto nei luoghi dove ai giovani è permesso di studiare, come nel Campidoglio. Qui è il Tesoro delle antichità di Roma e qui ci si può trattenere in tutta libertà dalla mattina alla sera”.

È il 7 dicembre del 1755 ed è con queste parole che Johann Joachim Winckelmann, giunto a Roma da appena tre settimane grazie a una borsa di studio conferita dal principe Elettore di Sassonia, descrive a un amico la sua prima visita al Museo Capitolino, il primo museo pubblico d’Europa, luogo in cui il vitale rapporto con l’Antico può essere coltivato in assoluta libertà, “von Morgen bis in den Abend” (dalla mattina alla sera).

Nei tredici anni successivi, fino alla tragica morte avvenuta a Trieste l’8 giugno del 1768, Winckelmann, nato a Stendal il 9 dicembre del 1717 in una famiglia molto modesta, definisce i contenuti fondamentali del Neoclassicismo tardo-settecentesco e getta le basi teoriche dell’archeologia moderna, dando vita a un raffinato sistema di valutazione cronologica e stilistica delle opere antiche fondato sull’osservazione diretta dei manufatti e l’attenta lettura delle fonti letterarie.

Novello Colombo”, “scopritore di una terra a lungo presagita, menzionata e discussa, e lo si può ben dire, un tempo conosciuta e poi nuovamente perduta”. Così Johann Wolfgang Goethe esprime l’impatto rivoluzionario dell’opera di Winckelmann, e in particolare della Storia dell’Arte nell’Antichità pubblicata a Dresda nel 1764.

Arricchita da una selezione di 124 opere, il Tesoro di Antichità si sviluppa in tre sedi diverse nell’ottica di una “mostra diffusa”: le Sale Espositive di Palazzo Caffarelli, le Stanze Terrene di Sinistra del Palazzo Nuovo e le Sale del Palazzo Nuovo.

Le Sale Caffarelli, sede centrale dell’evento, ospitano documenti originali, volumi, disegni, incisioni, dipinti, sculture antiche e moderne, in grado di narrare i primi anni di vita del Museo Capitolino, dall’importante premessa costituita dall’allestimento del portico della Roma Cesi nel cortile del Palazzo dei Conservatori, all’acquisto di 416 sculture da parte di Clemente XII (r. 1730-1740) della collezione del cardinale Alessandro Albani nel dicembre del 1733, vero e proprio atto di fondazione del Museo, fino alla pubblicazione tra il 1741 e il 1755 del primo catalogo illustrato delle sculture capitoline, destinato a diffondere in Europa la conoscenza di un patrimonio inestimabile.

Sculture antiche delle Staatliche Kunstsammlungen di Dresda, un tempo esposte nel Palazzo Albani alle Quattro Fontane, tornano a Roma per ricongiungersi, dopo quasi trecento anni, con le opere della stessa collezione confluite nel Museo Capitolino. Vedute e preziosi disegni a sanguigna realizzati dall’artista francese Hubert Robert (1733-1808) e oggi divisi tra i musei di Valence e Valenciennes e il Getty Museum di Los Angeles, documentano la Piazza del Campidoglio e i palazzi capitolini nella seconda metà del ’700.

Ritratti di Pompeo Batoni (1708-1787) dal Museo del Prado e dalla Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini danno un volto ai papi e alle personalità che hanno contributo all’affermazione del Museo Capitolino come centro di elaborazione culturale della Roma del tempo.

La sezione espositiva di Palazzo Caffarelli si chiude con la presentazione di alcuni aspetti del soggiorno di Winckelmann a Roma: i luoghi in cui abita, le ville, i palazzi e le biblioteche che frequenta, i personaggi che fanno parte del suo entourage; uno “spazio immersivo”, in cui sono impiegate tecnologie di realtà virtuale, offre la possibilità di approfondire alcuni passaggi della Storia dell’Arte attraverso una selezione di sculture capitoline e riprese esclusive realizzate a Villa Albani Torlonia.

Nelle Stanze terrene di sinistra del Palazzo Nuovo, reintegrate nel percorso del Museo e riaperte al pubblico per la prima volta dopo alcuni anni, sono ricreati allestimenti espositivi ormai perduti: sculture oggi conservate nei depositi dei Musei Capitolini e della Centrale Montemartini, consentono una suggestiva immersione nella realtà settecentesca del Museo.

Un bellissimo tripode in marmo da Villa d’Este, un tempo importante elemento dell’arredo dell’atrio del Palazzo Nuovo e dal 1797 al Louvre, ritorna ai Musei Capitolini per essere esposto nel Salone e tornare a dialogare con una statua di Atena un tempo collocata di fronte a lui nell’atrio del palazzo, come rivela il raffinato disegno di Hubert Robert.

La ricostruzione analogica nelle Stanze terrene è accompagnata da ricostruzioni 3D delle sale del Museo che hanno subito i cambiamenti più significativi dagli anni del soggiorno di Winckelmann a Roma.

Nelle magnifiche sale che ospitano da quasi trecento anni la collezione permanente del Palazzo Nuovo, infine, è stato predisposto un percorso di visita speciale, dedicato al grande studioso tedesco: 30 sculture sono lette attraverso gli occhi di Winckelmann con l’obiettivo di evidenziare l’influenza esercitata dalla Storia dell’Arte e dai Monumenti Antichi Inediti – l’opera italiana di Winckelmann pubblicata nel 1767 – sull’interpretazione e la valutazione stilistica dei capolavori capitolini.

Negli anni in cui Winckelmann rivoluziona il modo di studiare le testimonianze del mondo antico dando inizio alla moderna archeologia, il modello di museo pubblico rappresentato dal Museo Capitolino si diffonde rapidamente in tutta Europa, segnando la nascita di modalità del tutto nuove di fruizione dei beni artistici: un Tesoro di Antichità non più concepito come proprietà esclusiva di pochi, ma come luogo destinato all’avanzamento culturale della società.

Classicista sovversivo, sempre.

Perché oggi, in tempi di “straccionismo televisivo” e di gusti improbabili, amare il passato, è parecchio “rivoluzionario”.

Hasta la Victoria, siempre, classicisti sovversivi.

 INFO

Dove Musei Capitolini

Sale Espositive di Palazzo Caffarelli, le Stanze Terrene di Sinistra del Palazzo Nuovo e le Sale del Palazzo Nuovo

Piazza del Campidoglio – Roma

 

Quando 7 dicembre 2017 – 22 aprile 2018

Inaugurazione: 6 dicembre 2017 ore 18.00

 

Orari

 

Tutti i giorni 9.30 – 19.30 (la biglietteria chiude un’ora prima)

 

Biglietti Intero: € 15 biglietto integrato Mostra + Museo (comprensivo della tassa del turismo per i non residenti a Roma)

Ridotto: € 13 biglietto integrato Mostra + Museo (comprensivo della tassa del turismo per i non residenti a Roma)

Gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente

 

Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali

 

A cura di Eloisa Dodero e Claudio Parisi Presicce

 

Organizzazione e servizi museali

 

Catalogo

 

Zètema Progetto Cultura

 

 

Gangemi Editore

Info Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 21.00)

www.museicapitolini.org; www.museiincomune.it

#Winckelmann300

 

Cento anni di immagini Leica

Imprimere alla realtà il sigillo della visione è scendere a patti col tempo.

Rendere immortale un istante per provare a dimenticare. Che gli attimi passano e la loro somma si chiama vita.

La fotografia ci consegna da sempre a questa illusione, quella di rimanere vivi, facendoci immortali. Una volta, le fotografie dei tempi molto passati, tipo quegli adorabili scatti fatti a scuola con vestiti improbabili e facce sgualcite, mi consegnavano alla malinconia.

Non che mi ci voglia molto direte voi. Lo so, è carattere. Oggi, la fotografia mi aiuta, mi veicola all’illusione consapevole. Un pò come a dirmi, attraverso di lei ci sono e sono sempre più me. Con tutto ciò che amo.

Un pò come la scritta letta sul web: Io non mi isolo, mi arcipelago. Che è tutt’altra cosa. Stare con ciò che mi è affine. Tipo, la fotografia e chi la ama. Come chi ama la bellezza.

Voglio proporvi il mio articolo che trovate sul sito Scrittore in Viaggio, quello spazio che però non mi permette il dialogo diretto con voi ma che ha una sua giustificazione estetica.

Ho scritto di una bellissima mostra fotografica di cui vi allego il link http://www.scrittoreinviaggio.com/fascino-la-leica/ in programma al Vittoriano sino al 18 febbraio 2018.

Racconta di cento anni di scatti con la leggendaria macchina fotografica Leica e di artisti che hanno contribuito a cambiare la nostra percezione delle realtà e del tempo.

Trovate anche tante informazioni “di servizio”.

Perché, come amo dire spesso, mi piace scrivere. Anche con la luce.
Buona serata e buona lettura.

 

Totò Genio, la mostra a Roma sullo straordinario artista

Il legame con Totò è ininterrotto. Mi ha fatto compagnia molte volte. Mi riporta ai momenti migliori con mio padre. Al cinema, di domenica, nelle piccole sale d’Essai, a casa, io e lui, a ridere sulle battute immortali del principe “malincomico”.

Come vi ho raccontato tempo fa, Totò mi ha spianato la strada per diventare giornalista professionista. Ho superato brillantemente lo scritto grazie ad un tema che riguardava proprio la sua arte nel cinquantenario della morte.

E cosi sono arrivato a destinazione attraverso un destino chiamato Totò.

Ho scritto questo articolo di cui vi allego il link http://www.scrittoreinviaggio.com/toto-genio-principe-malincomico/ che vi riporta al mio sito perché da pochi giorni è stata inaugurata a Roma la splendida mostra Totò Genio.

Attraverso uno straordinario contributo fotografico, con disegni e documenti particolarmente rari, viene ripercorsa la vita di un “immenso” artista, anche amante degli animali, un dettaglio importante che me lo fa amare ancora di più, nel cinquantenario della sua morte.

Totò aiutaci e, da lassù, spernacchia tutti i “caporali” che la vita ce la ammorbano e appesantiscono. Intanto noi continueremo a ridere pensando a te.

La “fumettistica” bellezza dell’arte di Hokusai

Il Giappone mi affascina per molteplici aspetti. Come lo spirito dell’antica etica samurai di cui porto un simbolo tatuato sul braccio: l’ideogramma, lo stigma della compassione verso tutti gli esseri, uno dei sette concetti del Bushido di cui tornerò a parlarvi con un approfondimento degno.

Del Giappone parlo nel link che vi segnalo.
Vi riporta al mio sito http://www.scrittoreinviaggio.com di cui potete vedere la pagina Facebook nella colonna a destra. Il sito è forse più curato dal punto di vista grafico ma meno interattivo e più statico. Per questo mi piace meno.

Qui, tra di noi, in questo spazio, nel blog,  “interagisco” con voi e con le vostre riflessioni, nel sito, scaglio un sasso nel mare.

Sperando di non dispiacervi, vi allegherò ogni tanto qualche link che vi riporterà ai due spazi che curo, sia Green Planet Edizioni che Scrittore in viaggio, il sito.

Ho pensato di agire in questo modo per non proporvi duplicati che potrebbero annoiarvi anzi cercando ogni volta di differenziare e presentarvi nuove letture. Se possibile, interessanti.

Nel link, vi racconto della mostra dedicata al maestro Katsushika Hokusai, rappresentante dell’ukiyoe, che deve la sua principale popolarità alla Grande Onda e alle vedute del Monte Fuji.

Un artista che influenzò gli artisti parigini di fine Ottocento, i protagonisti del Japonisme e che da oggi sino al prossimo 14 gennaio 2018 sarà possibile ammirare al Museo dell’Ara Pacis di Roma.

Il mondo “fluttuante” e “fumettistico” di Hokusai con le sue donne di piacere avvolte nei kimono multicolore e i suoi straordinari paesaggi continua a farmi sognare.

Buona lettura e buona serata.

http://www.scrittoreinviaggio.com/in-mostra-il-mondo-fluttuante-di-hokusai/

Il fascino fumettistico di Hokusai

Il fascino fumettistico di Hokusai

 

Immagini di un mondo troppo lontano

Cammino molto, anzi, sempre.
Penso spesso a come Verlaine definiva Rimbaud, “l’uomo dalle suole di vento”.
Cammino perché il camminare porta concentrazione ai miei pensieri e mi immerge nel mondo, tenendolo al di fuori.
Alcuni giorni fa ho camminato di più, percorrendo Roma in lungo e in largo.
Più di 30 chilometri in un solo giorno, come attestato dal mio fedele contapassi.

Attraverso il centro storico, taglio le strade col passo di un bisturi.
Mi chiedo: davvero viviamo nella civiltà? E’ questa l’offerta proposta dal mondo globale?
Rifletto.
Roma è cambiata. Non vedo più le botteghe artigiane, i vecchi alimentari dove acquistavi e dicevi “segna”, non scorgi gli angoli dove trovi anziani in finestra a guardare i bambini giocare o il semplice passaggio dell’umanità in fermento.
Non è per lamentarmi, né per sottolineare il degrado e il caos con un senso di psicosi.
Lo dico con amarezza, con malinconia.

E’ cambiata Roma perché è cambiato il mondo.
I volti sono diversi. Il “melting pot” ha rivoluzionato il senso estetico, il tratto somatico dei visi.

Passi nei dintorni della Stazione Termini e ti accorgi che se hai visto un film che ti è piaciuto come Taken, ora lo vivi. Lo dico sorridendo ma le facce che incontri sono facce da Taken. Non sono ilari, non paiono motivate da una bramosia di santità.

A Roma, ormai, i locali sono quelli che trovi in tutte le metropoli del mondo. Quelli che emanano odori misti di cipolla, umidità, naftalina e improbabili zuppe. Quei dettagli che rischiano di annientare la diversità storica e architettonica delle città facendole sembrare tutte uguali come i mattoncini del lego ma di un solo colore.

Non dico l’estetica. Sorvoliamo. Sarebbe come convincere Francesco che l’accoglienza di cui parla è semplicemente irreale. Un’utopia, punto.

Il traffico è lo stesso di “quasi” sempre. Però non vedi ferrose Fiat 500 a smazzarsi le piazze o motorini con ragazzi intabarrati nei giubbotti di renna a percorrerle. No, ora vedi una accolita di “suvvoni” cafonal cafonal senza chic, neri incazzati e incazzati neri, a correre di qua e di là. Che quando spunta una Panda 30, ti vengono le lacrime agli occhi, di commozione.

Tanta tecnologia in giro tra telecamere, cellulari, dispositivi che della privacy se ne fregano nonostante leggi e garanti.

La Roma dei politici veri, quelli che avevano il gusto dell’ironia e del patto col demonio, la Roma dei preti indulgenti, non troppo avvezzi a far demagogia scalpitante che manco Tony Manero il sabato sera, la Roma “delinquente” di intrallazzi a crimini da pianificare al bar, pure quella è cambiata. Erano i tempi del Libanese, der Bufalo, der canaro, erano anni di piombo e di spranghe.

Al posto della compianta Prima Repubblica ci ritroviamo faccioni con occhi da sardina intenti a recitare, con aria contrita, proclami che non capiscono. Ma a cercar politica è come per la ripresa. Non esiste. E gli attori sono pessimi.

Dialetti e motteggi all’italica resistono ma sono malconci di fronte all’incomprensibile deredeng di tante altre lingue. La tolleranza fa moda ma è come la sicurezza. Non c’è.

Insomma la mia Roma, la Roma dei miei nonni di Trastevere, di mio padre “testaccino”, della mia bisnonna di Campo de Fiori col suo banco di biancheria che lavorava sotto l’egida delle Roma papalina quando il papa “giustiziere” non faceva mancare ai suoi fedeli una minestra di sacro senza appesantirci col lesso, non lessico, der volemose bene, insomma, non esiste più. Diranno in molti: e meno male?

Mah, che dire, sentirsi non accolti, per usare un termine molto in voga, a casa propria, fa tristezza.

Soprattutto perché pensi al mondo come era. Sì, è vero, c’erano i blocchi contrapposti, c’era la guerra fredda, c’era l’Urss, c’erano le Brigate Rosse ma c’era anche, a mio avviso, una diversa umanità. La violenza non era la norma, era l’eccezione. Oggi sembra diffusa l’abitudine a emulare il peggio del peggio. Facce da Taken appunto. Per necessità e per virtù. Goodbye Lenin.

Ho nostalgia di Tribuna Elettorale, di Carosello, della televisione in bianco e nero, delle  moto Enduro e Regolarità, dei braccialetti fatti con le perline, delle labbra fulgide col lucidalabbra, dei camperos, del Luneur, di Happy Days, di Almanacco del giorno dopo, della fine delle trasmissioni alle 23, del sabato sera che c’era Canzonissima, delle serate estive al mare in due sul motorino quando ti fermavano i Carabinieri che se ne andavano in giro col pulmino Fiat 850, ho nostalgia dei dischi a 33 giri, da ascoltare alle feste del sabato, rigorosamente di pomeriggio.

E’ meglio oggi o era meglio ieri, quando le feste del sabato sera finivano alle 21 e te ne tornavi sudato e stanco ma felice? E’ libertà questa che annega nella retorica e ti sbatte fianco a fianco ogni giorno con un delirio psicopatologico chiamato integralismo? Erano altri tempi, era un’altro caos. Più “empatico”, più vicino a te, più simile ai tuoi lati oscuri.

Faccio un esempio: non sono mai stato attratto dalla cultura hippy, non sono mai stato né figlio dei fiori, né figlio di madre ignota, mio malgrado. Ho amato i nativi d’America, mi sono laureato nel gruppo demo-etno-antropologico, non sono stato indiano metropolitano. Non ho mai amato la promiscuità, né i melensi slogan dell’amore libero del tutto simili alle frasi sui sentimenti che oggi leggi su Facebook. L’apologetica dell’ammucchiata non mi ha mai detto nulla.

Eppure, pensate, ho anche nostalgia di quei volti stropicciati, “alternativamente” non conformi anche quando, a guardar bene, era l’altra faccia di una “conformità”, di una moda che arriva a noi sotto altre diramazioni. Pur preferendo “Caterina che va in città” all’adolescente “fascio” e all’invasato marxista-leninista. Tanto per chiarire. Però, con molta malinconia, e ben guardare, c’era qualcosa, in queste contrapposizioni, che era più sincero, più vero, c’era una domanda a cui forse si è data una risposta sbagliata ma la domanda c’era. La “notiziabilità” non era l’uscita dell’iPhone 8. Era un’altra.

Perdonate questa mia lunga digressione iniziale, questa riflessione che ho concepito solo per condurvi al racconto di una mostra fotografica particolarmente bella, a mio avviso, che, seppur in controtendenza con i miei valori, mi colpisce perché porta emozioni al mio cuore che vede quel mondo distante, troppo distante. Quei volti, quelle immagini sembrano mormorare come il professor Keating de L’attimo fuggente: caaaarpeee dieeemmm.

La mostra si chiama ’77 una storia di quarant’anni fa nei lavori di Tano D’Amico e Pablo Echaurren ed è stata venerdì 22 settembre al Museo di Roma in Trastevere dove rimarrà sino al 14 gennaio 2018.

Tano D’Amico, si sposta a Roma nel 1967 nel clima della contestazione e si accosta quasi per caso alla fotografia. I primi reportage sono dedicati al sud, alla Sicilia e alla Sardegna, ma viaggia anche all’estero per “Il mondo”: va nell’Irlanda della guerra civile, nella Grecia dei colonelli, nella Spagna franchista, in Portogallo durante la rivoluzione dei garofani, più volte in Palestina, Somalia, Bosnia, Chiapas, Stati Uniti.

Il suo sguardo si distingue subito da quello degli altri fotografi. Non gli interessano i fatti di cronaca quanto piuttosto le ragioni che li producono. Segue da vicino il movimento studentesco e operaio lungo tutto il suo percorso, attraversando per intero gli anni Settanta, con immagini che vanno – come dirà – “oltre il cliché della violenza”.
È vicino agli operai, ai minatori, alle femministe. Fotografa le carceri, le caserme, i manicomi.


D’Amico è il fotografo dei senza potere, dei vinti, di cui riesce a cogliere la bellezza umana del disagio sociale.
Le sue immagini cercano di restituire dignità a coloro cui la dignità è stata tolta. Li rappresenta con complicità, simpatia, partecipazione, facendo del bianco e nero e dell’obiettivo 35 mm una precisa scelta stilistica.

Pablo Echaurren inizia a dipingere sotto la guida di Gianfranco Baruchello e Arturo Schwarz, suo primo gallerista. Dagli anni Settanta espone in Italia e all’estero. Negli anni Ottanta e Novanta realizza numerosi fumetti di avanguardia come Caffeina d’Europa (una delle prime graphic novel).

La sua produzione si sviluppa all’insegna della contaminazione fra generi, fra alto e basso, arte e arti applicate, secondo un approccio progettuale, manuale e mentale, tipico del laboratorio. Ne discende un’idea dell’artista come artefice e inventore a tutto campo (pittura, ceramica, illustrazione, fumetto, scrittura, video), indifferente agli steccati e alle gerarchie che solitamente tendono a comprimere la creatività. Innumerevoli le pubblicazioni e le esposizioni personali in tutto il mondo.

Il rapporto tra arte, politica e ideologia e l’uso che i movimenti antagonisti del ’77 facevano delle strategie artistiche delle avanguardie del ’900: questi i temi centrali dell’esposizione.
La mostra ripercorre i volti delle persone, dei fatti e degli eventi accaduti nell’anno 1977, la storia di una generazione e di un paese raccontata attraverso le immagini fotografiche di uno tra i maggiori fotografi italiani e le opere di un artista tra i più interessanti della scena contemporanea.

La sperimentazione artistica e culturale che dal ’77 in poi è diventata, per la prima volta nella storia, pratica e linguaggio di massa, ha ispirato la scelta delle opere del fotografo Tano D’Amico e dell’artista Pablo Echaurren, per la loro storia personale, politica e artistica, che ha attraversato, segnandole, le espressioni creative che si sono sviluppate all’interno del movimento del ’77.

La mostra non è retta da un principio ordinatorio temporale o da una sequenza cronologica degli avvenimenti di cronaca, ma si struttura attorno ad aree tematiche che vogliono suscitare emozioni ma che restituiscono il contesto in cui matura e si forma la specificità del linguaggio del movimento del ’77.

Le aree individuate riguardano: le facce, le feste, le donne, il rapporto uomo-donna, l’opposizione, la morte e il sangue, le lettere, la comunicazione alogica, la poesia visiva, la creatività urbana. L’esposizione di circa 200 opere è arricchita dall’uscita del libro Il piombo e le rose Utopia e creatività del movimento editato da Postcart, dalla proiezione di filmati e da una postazione informatica per la consultazione di stampa e quotidiani dell’epoca.

Durante lo svolgimento della mostra sono previsti anche tre seminari tematici con giornalisti, storici, storici dell’arte e protagonisti del “movimento”.

Insomma, Roma è cambiata, è cambiato il mondo.
Non ho mai amato alcune cose ma l’alternativa che mi propone il mondo globale mi piace ancora meno.
Non è libertà, non è tolleranza, non è amore.
E’ propaganda. L’importante è saperlo.
l sogno di quei volti, pur distanti dal mio mondo, è un sogno comune, nella contrapposizione.
Essere vivi.
Che forse è questo davvero essere vivi, essere un po’ liberi.

INFO SULLA MOSTRA
APERTA: sino al 14 gennaio 2018
Sede Museo di Roma in Trastevere, Piazza Sant’Egidio 1/b
Orario Da martedì a domenica 10.00-20.00; la biglietteria chiude un’ora prima.
Biglietti Intero: € 6,00 Ridotto: € 5,00 per i cittadini residenti nel territorio di Roma Capitale.
Salvo integrazione se presente altra mostra
Gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente

Curatore Gabriele Agostini
Promossa da Roma Capitale Assessorato alla Crescita Culturale -Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali
Organizzazione Centro Sperimentale di Fotografia adams
Servizi museali Zètema Progetto Cultura
Info: 060608 (tutti i giorni 9.00 – 21.00);
http://www.museodiromaintrastevere.it

Organizzatori:
Centro Sperimentale di Fotografia adams
e-mail: csfadams@tiscali.it
http://www.csfadams.

 

 

 

Il crollo di un mondo e il mondo che verrà

Il crollo di un mondo e il mondo che verrà.

Il fascino delle agenzie fotografiche in una mostra capace di riportarci ad un’epoca che sembra distante anni luce, una commemorazione che rischia di sospendersi tra lo struggimento dei ricordi e le ombre di un passato recente. Si stava meglio quando si stava peggio? “Si aprì la porta e non entrò nessuno, era Cariglia” graffiava Fortebraccio più o meno in quegli anni. Stigmatizzava con la sua penna al curaro Antonio Cariglia, politico socialdemocratico della Prima (e rimpianta?) Repubblica.

Polnische Soldaten, auf dem Weg zur zentralen Gedenveranstaltung. Gedenkveranstaltung zum 60. Jahrestag der Befreiung des Konzentratrionslagers Auschwitz-Birkenau durch die Rote Armee am 27. Januar 1945, 2005, Polen

DetroitQui, la porta si apre su una mostra dal sapore intenso che fa i conti con le evoluzioni della fotografia e di quel fascinoso lavorare che fu un tempo, in altri modi, il fotogiornalismo. E si fanno anche i conti con la libertà, dove c’era, almeno apparentemente, e dove mancava, anche nella forma, perché lo Stato non era democratico, nonostante le etichette. Mentre il muro di Berlino crollava e il comunismo, in un dialogo troppo veloce, litigava con le sue colpe e le sue contraddizioni, da noi stava per franare la diga della politica che aveva portato l’Italia, nel bene o nel male, sul palcoscenico della modernità. Esondato il fiume dell’impiccio, le illusioni del cambiamento avrebbero presto lasciato spazio all’impiccio senza pudore, come ammonito più volte da “Super Piercamillo”. Ma questa è un’altra storia. Anche in Europa, tutto stava cambiando e la fotografia e il giornalismo, prima dell’avvento dei bloggers e dei social, erano intermediari esclusivi del mondo con la gente, interpreti dei fatti e della storia, che veniva consegnata agli sguardi delle persone con parole e immagini.
Come oggi, seppur diversamente.

Hit the Road Jack

La mostra in programma al Museo di Roma in Trastevere dal 24 giugno al 17 settembre 2017, OSTKREUZ. La mostra dell’agenzia fotografica tedesca, raccoglie oltre 250 fotografie di 22 fotografi, dai lavori immediatamente successivi il crollo del Muro fino ai giorni nostri. L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, servizi museali di Zètema Progetto Cultura e Goethe-Institut.
Una sezione dell’esposizione sarà invece nel Foyer dell’Auditorium del Goethe-Institut in via Savoia.

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Blickwechsel

L’evento, inaugurato nel 2015 a Parigi, città in cui è stata fondata l’agenzia, è stato ideato per celebrare i 25 anni di attività di OSTKREUZ ed è stato proposto anche a Marsiglia, Schwerin, Monaco e Gera (Turingia). Partendo da Berlino e dal cambiamento che ha generato le contraddizioni dei 25 anni successivi alla caduta del Muro, gli scatti rivolgono l’attenzione allo sgombero violento delle case occupate di Berlino Est e agli interni degli appartamenti altoborghesi dell’Ovest: sono immagini che testimoniano i cambiamenti quotidiani della città, fotografie dove aleggia l’atmosfera cupa e rigida degli anni della Stasi come nel film “Le Vite degli altri”.

22_OSTKREUZ Gründungsmitglieder 1990Nella primavera del 1990 sette fotografi di Berlino Est sono seduti a un tavolo del Café du Marché a Parigi. Il Muro è appena crollato sotto il peso della storia e, nella Germania ancora divisa, nessuno immagina come saranno il mondo e la società degli anni a venire. I fotografi si trovano in città su invito di Mitterrand per partecipare a una mostra che riunisce i maggiori artisti della DDR; tra di loro, Sibylle Bergemann, Harald Hauswald, Ute Mahler e Werner Mahler. Il loro punto di riferimento è la Magnum Photos, di cui conoscono alcuni membri, e decidono, tutti insieme, riuniti a Parigi, di fondare una propria agenzia. La chiamano Ostkreuz. Usano il nome di una stazione della ferrovia metropolitana che collega la parte est di Berlino con l’intera città, un modo per connotare la loro attività che, partendo da est, possono finalmente svolgere in tutte le direzioni.

In mostra, anche lo sguardo dei fotografi sul mondo: dal reportage sulla cultura heavy-metal sino al ritratto della Corte internazionale di giustizia, passando per eventi storici come la Primavera di Praga o la rivoluzione in Egitto.

Metalheads

Le 250 immagini in mostra offrono un panorama ricco e variegato della Germania e di Berlino, uno sguardo che stimola sempre nuove riflessioni e discussioni, come sostenuto da Gabriele Kreuter-Lenz, direttrice generale del Goethe-Institut in Italia.

 

Oggi OSTKREUZ è un gruppo di fotografi  tra i più rinomati  al mondo. Dei suoi 21 membri, molti sono pluripremiati, per metà sono donne, alcuni sono dell’Ovest e altri dell’Est. Le loro foto hanno fatto il giro del mondo e la OSTKREUZ è diventata un importante forum della fotografia che sviluppa mostre tematiche sui temi socialmente più sentiti, ospitando dibattiti sul futuro di questo linguaggio giornalistico e artistico. OSTKREUZ in Italia è distribuito da LUZ, società attiva nella produzione e distribuzione di contenuti editoriali nata nel 2010 dal passaggio di testimone da parte della prestigiosa Agenzia Grazia Neri.

Die Stadt - Vom Werden und Vergehen

Havanna, Kuba

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I fotografi: Marc Beckmann, Sibylle Bergemann (1941–2010), Jörg Brüggemann, Espen Eichhöfer, Sibylle Fendt, Annette Hauschild, Harald Hauswald, Heinrich Holtgreve, Tobias Kruse, Ute Mahler, Werner Mahler, Dawin Meckel, Thomas Meyer, Frank Schinski, Jordis Antonia Schlösser, Ina Schoenenburg, Anne Schönharting, Linn Schröder, Stephanie Steinkopf, Mila Teshaieva, Heinrich Völkel e Maurice Weiss.

Fotografen der Agentur OSTKREUZ

Catalogo: OSTKREUZ – Agentur der Fotografen, Introduzione di Wolfgang Kil, testi di Laura Benz, Jörg Colberg, tedesco / inglese / francese

Info
www.goethe.de/italia/ostkreuz
Quando: Sino al 17 settembre 2017
Dove: Museo di Roma in Trastevere, Piazza S. Egidio 1/b Roma
Orari d’apertura: da martedì a domenica ore 10.00 – 20.00 (la biglietteria chiude alle ore 19.00), informazioni e prenotazioni 060608
Foyer del Goethe-Institut, Via Savoia 15 – 00198 Roma

Orari d’apertura: lun 14–19 | mar mer gio ven 9–19 | sab 9–13 (chiusura estiva: dal 31.7 al 28.8.2017).
La mostra fa parte del circuito del festival FotoLeggendo.

Il mio pezzo scritto per Green Planet Agency (www.greenplanetagency,.com)

Aprite gli occhi e sognate

Vi propongo il mio articolo appena scritto per Green Planet Agency (www.greenplanetagency.com).

Aprite gli occhi e sognate.
Con il mondo fiabesco e onirico dell’arte visiva di Bimba Landmann.
Se la poesia serve a immaginare, l’arte grafica, il disegno, la pittura, come la musica, riescono a rendere visibile il sentimento poetico. L’immaginazione creatrice diviene il tramite tra il reale e l’irreale, facendo del velo di Maya, un soprabito chic. Il senso illusorio del mondo si solleva perché nel disegno poetico, nella raffigurazione il cui il colore è metafora e supporto del cammino esistenziale, c’è il tempo che non passa. E tocchi il colore, ti immergi nella fantasia che prende forma e vita. Rimaniamo bambini a vedere certi mondi grafici, certi quadri. Per questo amo i fumetti e ho sempre adorato i disegni dei bambini, che, mentre disegnano, rimangono immersi, assorti e concentrati, nel loro stigma di ricerca dei primi perché. Senza distrazione alcuna. Forse, anche per questo, adoro Chagall, Van Gogh e tutto il colore che mi riporta ad un certo tipo di mondo. Come quello dell’artista illustratrice Bimba Landmann a cui il Museo Carlo Bilotti ha dedicato, la mostra, in programma fino al prossimo 4 giugno presso l’Aranciera di Villa Borghese a Roma, Bimba Landmann. Cultura visiva e immaginario fantastico.

Locandina_BimbaA4_Web-copiaL’esposizione, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, è curata da Emanuela Mastria, servizi museali di Zètema Progetto Cultura. La mostra sintetizza, attraverso le affascinanti immagini dell’artista, un percorso creativo in grado di coinvolgere, soprattutto i bambini. La magia delle immagini dipinte dall’artista è un invito a lasciarsi trasportare in volo dalla fantasia e dal cromatismo gioioso, in un pellegrinaggio quasi “siderale”, attraverso oltremondi fantastici e visionari, ricolmi di riferimenti visivi importanti capaci di rifarsi ai grandi capolavori dell’arte. Di arte, di colore, di gioia, di dolcissimi pianeti, alieni da fisime dis-umane, abbiamo, oggi, un tale bisogno che il mondo visivo realizzato da Bimba Landmann contribuisce non poco a sollevare, per un istante, lo spirito oppresso. Come ogni volta riesce a fare, grazie a Dio, uno spruzzo di autentica bellezza. L’illustrazione è il tramite, dunque, per approdare, molto meglio di Capitan Uncino e, senza nemmeno dirlo, di capitan Findus, a luoghi lontani, sconosciuti e fantastici, a chissà quale asteroide dove, forse, incontreremo Il Piccolo Principe. I libri di Bimba Landmann sono stati tradotti in più di venti lingue, il suo lavoro è conosciuto e apprezzato in tutto il mondo.

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Tra le opere esposte, anche le illustrazioni di libri come Un bambino di nome Giotto, Quel genio di Leonardo, Come sono diventato Marc Chagall. Oltre alle tavole originali, sono in mostra anche i libri stampati e alcuni schizzi, che evidenziano la complessità del progetto che sottende la realizzazione di un libro illustrato. Il percorso espositivo non segue un criterio cronologico, ma mette in relazione i diversi linguaggi utilizzati dall’artista attraverso tre aree tematiche: l’immaginario fantastico, il mondo epico e mitologico, la storia dell’arte. Durante l’inaugurazione, che si è tenuta il 20 aprile, molto avvolgente la performance di Bimba Landmann che, ispirandosi alla musica, ha dipinto e animato, in tempo reale, le immagini proiettate su uno schermo. Tra il materiale audiovisivo fruibile dedicato agli spettacoli musicali: Viaggio nella notte blu, realizzato con Elisabetta Garilli al Teatro Ristori di Verona nel novembre 2013 e L’unicorno dal corno d’oro, realizzato con Tony Carnevale e Stefania Graziani a McArthurGlen Castel Romano Designer Outlet nel luglio 2016.

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“Illustrare un libro è come aprire una porta ed entrare dentro un mondo. Devo immaginare tutto di questo mondo: i personaggi, il clima, i colori, l’atmosfera.” Con queste parole Bimba Landmann descrive il suo lavoro. Ce lo racconta in questa breve intervista.

fotografia Stefano Giorgi

Bimba, come ha capito che l’arte del disegno sarebbe diventato il suo affascinante lavoro?

In un “bigliettino” esposto al Museo Carlo Bilotti, ho raccontato proprio questo.
All’interno della mostra ho inserito molti di questi “bigliettini” che a volte fungono da didascalie, però più intimi e personali, come fossero pagine di un diario. A volte sono citazioni artisti, a volte piccoli racconti miei, a volte citazioni prese dai libri realizzati con i disegni esposti al museo. Il mio lavoro era il mio sogno da bambina perché adoravo disegnare. Nel bigliettino in mostra ho scritto così: Ho deciso di diventare una illustratrice quando ero bambina. Ero andata con la scuola a visitare il museo di San Marco a Firenze e davanti ai libri miniati rimasi folgorata: l’oro, il blu oltremare, la carta antica. E poi le celle dipinte dal Beato Angelico. Andai dalla maestra e le dissi: ecco cosa farò da grande. Lei rise e mi spiegò che quello era un mestiere molto antico, che non si faceva più. Eppure io continuai a riempire piccoli quaderni con storie, disegni e schizzi. E così continuo anche oggi questa avventura.

A cosa si ispira per mettere in movimento la sua fervida creatività?

Mi ispiro a tutto ciò che amo. L’arte, la pittura, la musica, ma anche la bellezza della natura. A volte mi domando da dove provenga la creatività e non mi so dare risposta.
Per me è come un fiume che a volte straripa e mi regale perle. Chissà. Forse è proprio così, la creatività non è merito nostro. E’ qualcosa dentro all’uomo. Dentro al suo dna c’è il bisogno di creare, il bisogno di fare, di riconoscere e di vedere la bellezza.

Quali sono le sue passioni?

La mia più grande passione è il mio lavoro. Che si sviluppa in molte forme.
Amo fare libri per bambini, raccontare la vita di grandi uomini e artisti, come Giotto, Leonardo da Vinci, Marc Chagall, San Francesco d’Assisi. Ma anche illustrare e creare fiabe per sognare e per fare andare lontano oltre l’orizzonte l’immaginazione.
Amo creare spettacoli musicali dal vivo, è molto potente questo scambio di emozioni con il pubblico. L’ultimo spettacolo “Ad occhi chiusi” è stato realizzato proprio in occasione dell’inaugurazione della mostra al Museo Carlo Bilotti. Una specie di tributo alla fantasia.
Poi ci sono i laboratori d’arte con i bambini che sono meravigliosi. I bambini sono artisti e con loro c’è uno scambio fortissimo. Imparo sempre molto da loro.
Parallelamente ho anche lavorato in carcere più volte, sempre facendo dei laboratori artistici. Anche questa esperienza è stata per me molto intensa. Ho visto coi miei occhi che l’arte è in grado di portare umanità e poesia anche in un luogo pesante e cupo come quello del carcere. L’arte è una specie di miracolo che riesce a tirare fuori la parte migliore dell’uomo.

I suoi prossimi lavori?

A breve uscirà un libro natalizio.
E ho molti progetti di libri ancora in costruzione, sono nella fase più creativa, quella della semina. Vedremo quale dei semi che sto piantando germoglierà! Vorrei dedicarmi anche all’animazione. E alla realizzazione di quadri su misura, creando un luogo magico apposta per ogni persona, in base alla propria storia personale.

Lei è abituata a scrivere storie con le immagini, disegnando la fantasia. Mi racconti qualche storia che invece le è capitata nella realizzazione del suo lavoro.

Sono piccole storie ma che per me hanno avuto un impatto importante.
Al Museo Carlo Bilotti mentre dipingevo dal vivo “Ad occhi chiusi” due bambine si sono messe a disegnare. Era impossibile fermarle. A tutti i costi hanno voluto finire il loro disegno per poi regalarmelo. Ora li custodisco gelosamente.
All’interno del carcere, un altro ricordo. Mentre io e i detenuti di Opera dipingevamo “la stanza delle farfalle” si avvicina un uomo con la mano chiusa e mi dice: guarda. Apre le sue mani ed esce volando una farfalla vera.
Con l’architetto Maurizio Giovannoni, altra storia, abbiamo realizzato la “Dreamroom”
la stanza dei sogni. Alla parete un grandissimo wallpaper fatto su misura per il cliente. Una notte ho sognato che questo wallpaper si animava, una cosa davvero magica.
E infine, con la curatrice della mostra al Museo Carlo Bilotti Emanuela Mastria abbiamo deciso di inserire il libro delle dediche. Consiglio di visitare anche quello! Ci sono disegni e messaggi bellissimi!

Se volete ammirare altre opere potete visitare il sito dell’artista:
http://www.bimbalandmann.com

La mia camera da letto - Bimba Landmann

Il Regno della carta - Bimba Landmann

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Informazioni:
Museo Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese
Viale Fiorello La Guardia, Roma
Fino al 4 Giugno 2017
INGRESSO GRATUITO
Aprile – Maggio
Da martedì a venerdì ore 10.00 – 16.00
Sabato e domenica ore 10.00 – 19.00
Giugno
Da martedì a venerdì ore 13.00 – 19.00
Sabato e domenica ore 10.00 – 19.00
Ingresso consentito fino a mezz’ora prima dell’orario di chiusura
Info 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 21.00)
www.museocarlobilotti.it, www.museiincomune.it, www.zetema.it
Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.

Biografia Bimba Landmann
Bimba Selvaggia Landmann
nasce a Milano il 22 agosto 1968. I nonni paterni, originari della Lettonia, decidono di trasferirsi a Milano in seguito alla Rivoluzione russa.
Dopo il Liceo Artistico, nel 1988, Landmann si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Brera dove studia Pittura con Luciano Fabro che sarà una figura di riferimento significativa per il suo percorso artistico.
In quegli stessi anni si occupa d’illustrazione, frequenta la Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna e inizia una costante e fertile collaborazione con Ginevra Viscardi di ARKA Edizioni che si conferma nel corso degli anni attraverso la pubblicazione della maggior parte dei suoi libri.
A Bologna, allo stand della Bohem Press, incontra Štěpán Zavřel, maestro di illustrazione di libri per l’infanzia e direttore artistico di quella casa editrice. L’artista boemo sarà un punto di riferimento costante per Bimba Landmann, decisivo per la scelta di dedicare la sua ricerca e produzione artistica quasi interamente all’illustrazione.
Dopo questo primo incontro, Landmann studia illustrazione con Zavřel a Sàrmede nell’estate del 1991. In seguito è ospite nella sua casa dove dipinge un affresco nella zona esterna, in collaborazione con altri allievi.
Nel 1994 viene pubblicato il libro d’esordio Miriam sucht Weihnachten in sola lingua tedesca con la casa editrice Patmos.
Nel 1997 Un bambino di nome Giotto, pubblicato da ARKA, ha un grande successo tra i lettori e viene pubblicato in più di venti lingue. In seguito al libro su Giotto, ARKA dedica un’intera collana ai libri sugli artisti.
Tra le case editrici italiane che pubblicano i libri di Landmann ricordiamo: Carthusia, San Paolo e Pulcinoelefante. I libri dell’artista, oltre ad essere pubblicati in Italia, sono tradotti in tutto il mondo.
Dal 1995 espone, con frequenza quasi annuale, alla Mostra Internazionale d’Illustrazione per l’infanzia “Le immagini della fantasia” fondata da Štěpán Zavřel e allestita in molti paesi del mondo oltre alla sede storica di Sàrmede.
Nel 1996 dipinge il primo trompe-l’oeil presso ARKA Edizioni al quale, nel 2009, segue un secondo dipinto ispirato a Venezia.
Nel 2003 dipinge un trittico su legno per il Chihiro Art Museum in Azumino, in Giappone, che entra a far parte della collezione permanente del museo. Il trittico  è dipinto con l’antica tecnica della tempera all’uovo ed è ispirato al libro Un bambino di nome Giotto. Dal 2009 collabora con Elisabetta Garilli, direttrice d’orchestra e compositrice. Insieme portano in scena numerosi spettacoli musicali, come “Viaggio nella notte blu” e “OPV Families & Kids”, in cui Landmann, ispirandosi alla musica, dipinge e anima in tempo reale, le immagini proiettate su uno schermo.
Nel 2013 crea un’immagine per “La stanza dei sogni” nell’appartamento privato di Juhana Torkki a Turku, in Finlandia. Un acquarello di grande formato, viene trasformato in un wallpaper da Maurizio Giovannoni, l’architetto che ha progettato l’appartamento in ogni suo aspetto e ha scelto di coinvolgere l’artista dopo aver visto il libro Come sono diventato Marc Chagall.
Nel 2016, a McArthurGlen Castel Romano Designer Outlet, Bimba Landmann realizza il concerto d’immagini e suoni “L’unicorno dal corno d’oro” in collaborazione con Tony Carnevale e Stefania Graziani.

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