Sono ancora vivo, come Rocky, Rambo e Papillon

Quasi un mese che non scrivo su questo spazio. Altrove si ma qui, dove le parole si fanno più intime, no, non ho più scritto. Non sono stati giorni facili e ancora non ne sono proprio fuori. Continuano i giorni in cui i morsi di un dolore che ancora ho difficoltà a pronunciare, questi morsi si fanno sentire.

Un giorno forse vi racconterò di questo dolore improvviso, insensato che ha scardinato molte certezze o forse semplicemente dato conferme. Che la vita è tosta ma non impossibile.

Semplicemente bisogna godere del tempo come se fosse la degustazione di un ottimo vino. Scrive Vito Mancuso nel suo La Via della Bellezza: “Tutto è incerto è vero ma questo sole che ti scalda le ossa, questa notta di stelle, la tua terra, il tuo mare, il tuo preziosissimo amore, tutto questo c’è e non è solo vero, è anche bello, di quella bellezza veritiera che alimenta il piacere sereno di esistere”.

Ecco, questo sereno piacere di esistere è stato messo a dura prova il 7 dicembre alle 21 e 33 di un giorno qualunque. E forse, come giustamente sottolinea Mancuso, il peccato col dolore non c’entra proprio nulla.

C’è un difetto nell’essere da cui provengono il male e il dolore. E semplicemente, di fronte al dolore, quando arriva improvviso e si aggrappa alla gola, straziandoti il cuore, semplicemente non si può fare nulla.

Accettarlo, continuare ad avere fiducia, contemplando bellezza, facendo la veglia a ciò che di questo mondo ci fa sentire e alimentare “quel sereno piacere di esistere”.

Ho avuto grande rabbia nei confronti di Dio. Per la sua lontananza, inesistenza in quel momento, per me tragico e magari per altri non sarebbe nulla. Eppure, pur rivedendo tutto il mio senso “religioso” del credere, ancora continuo a pensare che tutto non possa finire così.

Se Dio permette il dolore è forse perché desidera la nostra libertà. Di scelta sino in fondo. Sono stato stordito, affranto, straziato e ancora sono molto esausto ma non a caso la suoneria del mio cellulare è il tema classico del film Rocky.

Sono un buon incassatore, un uomo che punta sempre al riscatto, a rialzarsi anche quando sta per gettare la spugna e si ritrova al tappeto coperto di sangue. Di sangue e lacrime, questa volta, ne ho versato molto.

Eppure, come direbbe Papillon, “sono ancora vivo, figli di puttana”. Anche se la scena che più mi si addice è quella finale di rambo dove, dopo aver seminato il caos, cede al pianto liberatorio.

Ma la vita è così. Bisogna viverla sempre. Come ieri, siamo in casa a cena, ci chiama la vicina, il marito ha un attacco epilettico. Lo rassereno col suo volto tra le mie mani. Chiamo l’ambulanza, sollecito e arriva. Ora sta meglio, tutti mi ringraziano. Peccato non aver avuto la stessa freddezza e presenza quella sera del 7 dicembre.

Risuonano solo le mie bestemmie e parole di disperazione quella sera, per non aver potuto nulla di fronte alla legge della vita che si ferma. Ho desiderato di fermarmi anche io, non ho dormito per notti, ancora non dormo. Però guardo avanti, e vivo.

Con l’anima che sanguina e una cicatrice in più sul mio corpo per tutto quello che, però, è la mia vita. E, nonostante tutto, dicendo grazie a Dio perché ciò che mi ha tolto, ha dato gioia, amore e felicità alla mia vita per 21 splendidi mesi.

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Sei dentro

Ti guardo.

Sei dentro.

Nel viavai bianco, verde, intabarrato,

di vestaglie,

carrelli come burchielli,

visitatori, lamenti e strascichi.

Ti tengo,

tra le mani,

il cuore,

in una risacca di pensieri, di memorie,

che fa sfregio,

a chi è perduto ormai

nel meriggio della polvere,

lui, che trepidava,

agli angoli dell’insensato.

E’ lui, il pattume profugo, che ancora ti batte in gola

mentre singhiozzi il tuo prodigio,

che vivi, nel fallimento di ciò che è stato.

Ma zia, non sei tu una monca vita,

non tu la deriva di questo mondo.

Anche se l’ora si fa buia, incomprensibile,

un gorgo, un flutto,

il mistero non si disvela,

ancora,

tu, sorridi,

con occhi lucidi,

nel tremoroso affanno.

Misuro,

a centimetri il mio battito,

la vita, così scontata, spesso così la vedo,

mentre guardo chi saluta, chi riposa, chi cammina.

E’ una tempesta a volte,

che ci parla di salvezza,

che ci sconquassa dalla norma,

ci riconsegna ad un frangente, ad un solare accadimento.

Spengono le luci,

il soffitto si fa piombo,

la spira strepita.

Sei dentro.

Sei lì, nell’ospedale,

che brulica,

di una tacita speranza,

delle creature più spossate,

a fare lettere,

per le alte sfere.

 

Amore mio

Tu non sei più,

amore mio.

Non sei più nel mattino, non sei più nella notte,

con il tuo respiro che tranciava di netto le mie malinconie.

Non sei, al risveglio e al buio, nel sonno, nel mangiare, nel vivere, non ti ascolto, non accanto, né vicino.

Tutto ha un’aria affilata di dolore,

senza te che stracciavi la morte dei minuti,

tranciandola in brandelli,

facendone rivoli di gioia e luce, dolcezza e festa.

Ora, tu non sei più,

qui,

con me, con noi,

sei, forse, altrove, ma non ti vedo e mi distrugge,

e nelle ore che fanno veglia,

il coraggio è un rigurgito, a tratti,

è memoria, o presenza, ma nel singhiozzo,

nel groppo che non si scioglie

se non se fossi ancora.

Fai di me, nella gioia che mi hai dato,

struggimento e vuoto, perché prosegui il viaggio,

ma non con me.

Ora l’ombra si fa crosta,

mi assale in gola quando cerco la tua pienezza,

in casa, a letto, sulla mia scrivania.

Vorrei che fossi ancora,

mentre scrivo,

vorrei poter affondare il mio viso complicato,

nel tuo adagiato pelo, morbidezza dei miei sogni, seconda pelle,

che sollevava, sempre, la mia tristezza.

Sono le mie parole,

uno straccetto, amore mio,

sono silenzio, sono nulla, sono la falciatura muta della tua vita che non vedo più.

Tra le pesanti mura, tra i balocchi della vita,

hai sempre dato primavera, aurora, alle mie rinnegate ossa.

Bastava il tuo musetto, un bacio, una ravvolta tua zampetta,

la tua orma seminata a pioggia come stelle nel blu profondo,

a ripormi sulla strada che fioriva ancora

e abbandonavo il ferro delle increpate sere,

quand’ero pensieroso come un papavero stanco.

Nei miei bisbigli, nelle urla silenziose dei miei sminuzzati desideri,

hai preso spesso la mia mano

sollevando il peso delle mie reliquie,

per portarmi fuori dai miei strazi, a sorridere,

mentre intorno era sempre il tuo sfilare.

Sei stato esaltazione quanto m’insufflava un tedio,

la vita che non bastava,

eri il mio lume sui miei passi,

insieme nel cammino all’orizzonte.

Uno scatto, una linea, l’elegante amore mio,

e mi aspettava sempre,

correvi incontri per darmi ancora quella gioia che, senza te, oggi,

è un grido strozzato che ti chiama, un pianto senza vergogna.

Mi dicono alcuni che passerà.

Ne sono certo ma senza te sarà sempre aguzza quella solitudine che tu hai svanito

con la tua dolcissima bellezza, la delicatezza viva di miao e sussurranze,

che mi scorticavano dall’incrosto,

sempre, con un cuore risanato.

Ora, nella crepa di ogni muscolo,

ho un’andatura sghemba che mi sfinisce,

perché mi sgozza l’urlo nella gola,

non dormo  e mi trafiggo,

con la spolpatura di un mondo più consumato,

soffocato, senza te.

Come la lingua che si secca mentre il cuore mio patisce,

sfaldato, nel cadere delle ore.

Ricucirò la bardatura del mio sentire, anche per te,

rivivrò la vita con l’amputazione,

di un pezzo mio che ora è tuo e ti porti chissà dove.

Ecco, nella marea che sale, nel pianto che è sberleffo e bruciatura,

tu ancora, col pensiero a te,

sei manina che mi accarezza e che mi accompagna.

Non io che accarezzavo te

ma tu che sempre hai cullato me.

Da papà che ti amerà sempre al suo amato Gastone

Gennaio 2002 – 15 aprile 2017

Amore mio

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