Quella luce

Ho attrazioni metafisiche che dilagano.

In serrati silenzi che fanno patria di dolcezza.

Rintoccano i patimenti.

Però, quella luce, tagliente

 quel dono,

che disnebbia,

è una carezza,

tra gli sfregi del buio.

E vivo allora, e bevo,

di una danza alata e misteriosa,

che mi reclama e mi fa guscio.

Per posare il capo,

ogni tanto.

 

Buon anno

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Il Natale è anche questa luce

Qualcuno ha detto: “Per conoscere veramente il vostro orientamento esistenziale dovete indagare a fondo la natura del vostro desiderio e del vostro desiderare”.

Ecco, io desidero lasciarmi avvolgere da una luce d’inverno come questa che vado puntualmente a cercare ogni fine anno. Siamo in Val d’Orcia, vicino alla cappellina della Madonna di Vitaleta.

Camminare in silenzio su queste colline riesce a porti in ascolto di ciò che appunto è il tuo desiderio. Entrare in contatto con un po’ di luce e di tenerezza che sappia dare un po’ di chiarore anche quando fa notte.

E avere la speranza che questa luce sia per tutti.

Anche questo è il Natale. Il cammino in silenzio verso questa luce.

Ancora auguri.

La catarsi dell’estasi

Ad ogni tramonto, personalmente, è un trapasso. Mi piace quanto dice Kundera: “La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina”. Si, anche la ghigliottina.

Perché il tramonto solleva dalle fatiche dal giorno. La morsa del quotidiano si allenta. Sono cieli screziati, sono il potere salvifico che placa ogni rabbia. Ogni parola si tramita in sospiro. E’ la catarsi dell’estasi, l’irruzione improvvisa sul reale dell’irreale.

Al tramonto la percezione si fa più attenta. Forse ha ragione qualcuno che afferma: la malinconia del tramonto è perché i due mondi si toccano. A me piace pensarla così. La terra sospende il suo battito. C’è qualcuno, è l’incontro con braccia aperte. Invisibili. Solitudini che si colmano.

Nel silenzio, ascolto le voci. Sussurrano, sono dolci presenze, c’è metanoia su qualsiasi accadimento. Lo “sento” questo mondo altro. Mani che si stringono, sorrisi che ci avvolgono.

E’ la vita che si sfuma, il palpito striato che irraggia se stesso fino a morirne. Del suo stesso bagliore. “E’ il cuore della terra, trafitto da un raggio di sole“. E tutto si allenta. “Vado cercando una morte di luce che mi consumi” scrive Garcia Lorca.

L’incantesimo che non si spezza: l’infinito non più transeunte che si rivela. Sfiorarsi nell’attimo, l’orgasmo dell’essere, per sempre. Che ritorna al suo limite. Sapendo che esiste. Speranza e rivelazione.

Buona serata.

 

 

Scheggia

Come fa il delirio
quando accoglie e oltraggia
tra sbattute sponde
il passato che raggruma,
intento ai manti floreali
cerco scampo
accarezzando
respiri senza verbo
di occhi in amorosi musi.
Divento, poi,
scheggia che s’invola
nel tramonto col sapore di un pompelmo rosa
in attesa delle briciole del giorno.
Sarà forse la mia, una cupa storia
come tante
di groppi e graffi
su vetri infranti e lattonerie di crosta,
forse scialba o sonnolenta.
Ma non mi importa.
Ho la visione di un assolato campo
con lampi d’igniti dardi
in cui c’è traccia
di improvvisi scatti
tra memorie e spilli
e luminose sorti

 

E’ una gibigianna, in briciole

E’ nel sole del mattino
che si nasconde un principio
di stracciata eternità.
Nell’aria fredda
che cospira
sui digrigni delle ombre.
È una cromatica congiura
che slaccia i vessilli
con sembianze d’illimitato.
La fine e l’inizio.
Grovigli inconsapevoli
conferiscono
metafisiche solitarie
a strade quotidiane
affollate di respiri.
Mentre scorrono nuvole,
su secoli di pietra.
È una gibigianna,
in briciole.

 

Essere altrove, per ritrovarsi a casa propria 


Essere altrove, per ritrovarsi a casa propria.

Nel fascino di ciò che cerco, che mi trafigge, di fronte all’ignoto di cui sono consapevole. Il silenzio, un bastione di vastità in opposizione allo sfrigolare del mondo che non mi appartiene.

Luoghi dove mi ritrovo e incontro me stesso, nella luce e nei sussurri del vento. Tutto questo è Cabo da Roca in Portogallo che, come alcuni altri spazi, diviene per il mio vivere, una patria dell’anima. Luoghi che parlano la mia lingua e che rappresentano le mie radici metafisiche.

Fuori casa

Fuori casa,
sul crinale,
c’erano scosse,
tra smisurate scie.
In un costato estivo,
impastavo veglie,
mentre consegnavo a notti insonni,
trincee,
di cieli in fiamme.
L’isola mi portava in dono,
scalinate d’ebano
e tritoni ubriachi,
tra solitudine sacra
e sirene,
in orgiastica armonia.
Geometrie d’acqua
annunciavano il silenzio, abissale,
della distanza,
con il rumore,
vano,
del mondo.
Per disarmare,
con accurata ingenuità,
ogni perdita,
conferendo pienezza,
delirio e rapimento
ad ogni vuoto,
da irridere
Ponza Estate Giugno 2016