Camminare, il sogno dei sovversivi

Se Adriano Labbucci scrive nel suo volume Camminare, una rivoluzione (Saggine, pp. 174. euro 15)  “Non c’è nulla di più sovversivo, di più alternativo al modo di pensare oggi dominante. Camminare è una modalità del pensiero. È un pensiero pratico. È un triplo movimento: non farci mettere fretta; accogliere il mondo; non dimenticarci di noi, strada facendo”, camminare è davvero qualcosa che ai confà a osgnatori e sovversivi.

Ho appena pubblicato un articolo su Scrittore in viaggio che attiene proprio a questo argomento. Il 14 ottobre infattilsarà la Giornata nazionale del camminare, una di quella iniziative a cui va tutto il mio favore (trovate tutti i dettagli sul link dell’articolo di Scrittore in viaggio). Pur non essendo amante delle celebrazioni e delle passeggiate in gruppo che se non trovi le persone adatte diventano una scampagnata.

Però, il camminare l’ho sempre trovato un atto di militanza antimoderna e ascetica che ha veicolato il mio desiderio su fascinose ipotesi rivoluzionarie che ancora oggi pratico con veemenza ed entusiasmo. Quando sono assediato dai famosi fastidi da me citati in un precedente articolo, sia che si tratti di umani o pensieri, scarpe ai piedi e via in cammino.

Ricordo di anni fa. Ero preso sovente da una indefinita angoscia che di molto somigliava al demone dell’ora meridiana. Nella solitudine della casa dove vivevo, specialmente di domenica. un groppo in gola mi assaliva, un morso impertinente che non mi dava tregua. Uscivo, respiravo, detergevo anima e fisico con la traccia dei miei passi. E “l’ovosodo” se ne andava così come era venuto.

Oggi tengo una media di passi, documentata dal mio Polar Loop, di 15 chilometri al giorno. Questa estate in Val Gardena ho battuto il mio record. Sono arrivato a quasi 30 chilometri complessivi in un giorno. Se i legionari lastricavano di strade il mondo, io, pur non essendo agghindato di lorica e pennacchio, sono arrivato quasi ai 45 chilometri quotidiani che facevano i soldati dell’Impero.

Non c’è ora che non vada bene per camminare. A parte le ore funeste del buio che nel paese delle chiacchiere e dei cazzari del voler fare e del volemose tutti bene possono essere un rischio.

Eppure, in tempi meno straccioni di questi, ricordo ancora che amavo parcheggiare la mia R4 nelle uscire serali parecchio distante da casa e tornarmene nel  silenzio, attraversando il buio della notte come un soldato della speranza che puntava alla luce. Nonostante il passaggio tra le ombre. E poi camminando, si può sempre sbattere la porta, lasciandoci il passato, tutto ciò che mortifica ciò che siamo, alle spalle, col gesto dell’ombrello.

Camminare è come scrivere, un modo per starsene in pace e in solitudine e per urlare nel silenzio. Mandare un messaggio in bottiglia, nell’oceano delle anime come te, ai sognatori e sovversivi che sono in ascolto. Di chi cammina e di chi muove il mondo con un respiro simile al tuo. Ho chiamato il sito Scrittore in viaggio, proprio pensando ai miei passi per il mondo e alla mia passione per la penna. Non tanto al turismo transumante.

Non è un caso che molti scrittori amino camminare oppure starsene in compagnia di un gatto davanti al fuoco. Come monaci o soldati. Qualche esempio?  Da Robert Walser a Hannah Arendt, da Hesse a Thoreau, da Rimbaud a Banjamin, da Barthes sino a Chatwin, teorico dell’aternativa nomade ma insofferente al gioco di squadra perché non trovava “niente di più irritante del percorrere lunghi tragitti insieme a qualcuno che non riesce a tenere il passo”.

O ancora Da Aristotele e la sua “filosofia peripatetica” a Kierkegaard che dichiarava di non conoscere “pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata”.

Del camminare adoro anche il vestire, Come una divisa, come un soldato d’altri tempi, scarponi, berretto, casacca e zaino. Essere un camminatore è il mio modo di attraversare il mondo, dissociandomene. Come divenire il Waldganger che descrive Ernst Junger nel mirabile Trattato del Ribelle.

Il camminatore come il wildganger, il fuorilegge, è “colui che passa al bosco, hic et nunc”, si dà alla macchia per sfuggire al Grande Leviatano della cellularomania e della tecnologia in salsa bulimica e compulsiva. Nel bosco, camminando, ritrovi te stesso e le energie preziose per portare a termine la tua rivoluzione. Conoscere te stesso.

Senonaltro, come ricordava lo scrittore politicamente scorrettissimo più dell’idea di sinistra che ha il PD, sto parlando di Julius Evola, “ciò su cui non possiamo nulla, nulla deve potere su di noi”. Camminando è più facile liberarsi dai condizionamenti e aspirare alla vera libertà,  “quella che gli spetta, misurata dalla statura e dalla dignità della sua persona”.

Se l’abisso guarda dentro di te, insomma, camminando c’è speranza di farne catarsi. Trasformare l’abisso in estasi, farne una visione del mondo ormai redenta e imbattibile, “portandosi non più dove ci si difende, ma dove si attacca”. Camminado e sempre a piccoli passi per arrivare al traguardo dell’infinito piacere di esserci.

 

 

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Da leggere

Spero di non annoiarvi propondendo due link che vi riporteranno, se avete voglia di leggerli, a due articoli che ho scritto oggi su Green Planet News.

Sono argomenti che mi stanno particolarmente a cuore. Nel primo articolo si parla della Giornata mondiale del donatore di sangue prevista per iol prossimo 14 giugno (https://www.greenplanetnews.it/donare-fa-bene-alla-salute).

Credo che sulla bellezza di un atto simile ci sia poco da aggiungere. C’è solo da sperimentare la sensazione di sentirsi bene a mettersi in relazione con gli altri in questo modo.

Nel secondo, si gioca in casa con un articolo sul ritorno del Festival europeo delle Vie francigene e la mia profonda passione per il camminare.(https://www.greenplanetnews.it/camminare-autentica-rivoluzione/).

Spero che possano interessarvi. Buona serata e buona settimana.

 

Il mio Portogallo

Sono tornato da poco. Da Lisbona e dal mio “pellegrinaggio” estivo. Quest’anno, Portogallo. Sapevo che mi avrebbe colpito, che il Portogallo, come altri posti, non tutti, si sarebbe manifestato come una delle mie patrie interiori. L’anima a Lisbona subisce la sua catarsi. E si libera, svolazza, sferraglia, passeggia, amoreggia. Per i vicoli e per le piccole strade, attraversando i colori delle facciate delle case tipiche, ascoltando le parole della gente, sostando lieve nei caffè, con le melodie del fado o dei Madredeus accompagnati dalla voce avvolgente di Teresa Salgueiro a fare da struggente sottofondo dell’essere lì, del “sentirsi” presenti e gioiosamente vivi. Come in un film, “Treno di notte per Lisbona”, romanticismo e sensualità a raffica.

Il viaggio per me è questo. Non l’apologia del movimento o la frenesia delle membra scosse dal condizionamento. No, il viaggio è sempre un tentativo. Come i miei cammini. Ritrovarsi, parlarsi, dialogare con se stessi, attraverso la scoperta degli altri e delle bellezze del mondo.

Camminare per Lisbona è come danzare. Se si è capaci di ascolto. Come nella vita.

Verso l’Alfama

Ho sostato per 4 giorni a Lisbona. Hotel Mundial, ottima sistemazione. Centrale, equidistante da qualsiasi punto strategico, albergo tutto sommato silenzioso, pur immergendosi nella movimentata Praça Martim Monìz.

Per un camminatore come me, andarsene a zonzo, in cerca di “visioni”, Lisbona è ideale. Si va tranquilli anche di sera. Al massimo, ci si imbatte in “carbonari” venditori di hashish e marijuana. Io, che non sono mai stato interessato all’uso di droghe, nemmeno quando suonavo e lo facevano tutti, preferisco un buon vino e un “catatonico” bicchierino di Espinheira come incentivo alle mie “weltanshauung”. In questo caso, declinate con eleganza, rispondendo: no, grazie. Ovviamente se, come me, non interessati.

Non ho mai amato e continuo a non amare la globalizzazione. Anzi la detesto. Non solo perché rappresenta il ghigno del mercato sul “popolo. Detesto la globalizzazione perché ha macdonaldizzato il pianeta, portando suk e kebab ovunque. Il risultato è sommergere le bellezze artistiche di molte città col tipico “kitsch pride”, caratterizzato dalla scusa paracula della fissa per la libertà dell’offerta. Che, in realtà, è sempre la stessa. Il mercato, il Grande Leviatano. Lisbona è anche questo, ahimé, come molte metropoli europee. Ma c’è una città che re-esiste e che fa la differenza, quella che ci fa la soddisfazione di un viaggiatore che è meno turista. E’ la città dei locali tipici, delle vie dell’Alfama, del castello di São Jorge, delle botteghe “resilienti” e “resistenti”. Arrivare da Praça da Figueira a Praça do Comércio e sostare, romanticamente, sulle rive del Tago, può significare una autentica manifestazione di “serendipità”. D’obbligo, appena arrivati nella bellissima piazza, un ristoro in uno dei tanti bar del posto per uno spuntino a base di ostriche e vinho verde.

Dal castello di Sao Jorge

Del castello de São Jorge, la vista dei tetti della città e del ponte 25 do Abril in lontananza, europeo Golden Gate, non mancherà di impressionarvi. Poi i giardini. Meravigliose le viette intorno al castello, caratterizzate da abitazioni dagli accesi cromatismi. Sembra di essere a Montmartre. Sono abitazioni semplici dove non si respira miseria ma quella semplice gioia di vivere che conferisce ai minuti il carattere dell’eternità. Su ogni facciata, un gabbietta appesa con uccellini, una nota di malinconica tristezza vedere questi esserini non poter volare e fuggire via. Anche se c’è da chiedersi se sarebbero davvero in grado di farlo, abituati come sono a conoscere solo la vita attraverso le sbarre.

Confesso di non amare il “mainstream” anche quando viaggio. Mi spiego. Non mi affascina ciò che per molti è popolare. Adoro la bellezza e la classe, che certamente non è il riccastrismo con ostentazione lenonica. No. Sono spartano perché non posso permettermi il lusso che vorrei. Appunto, non il riccastrismo incolto ma lo sfarzo Ancién Regime. Dunque, mi spartanizzo perché il lusso che dico io è stellare e inarrivabile. Cosa voglio significare? Non amo fare il turista che visita i sobborghi, incuriosito dalla miseria degli altri. Mi rattrista. Anzi, non amo fare il turista ma cerco di essere un viaggiatore. Da viaggiatore preferisco concentrarmi su tutta la bellezza possibile e su quartieri a me più affini. Le vie dell’Alfama con le case dalle facciate in maiolica, ognuna depositaria di una storia, mi hanno affascinato. Passeggiare, attraversando le strade animate dal passaggio dei tram come il mitico 28, sempre straripante di gente “bramosa” di provare “l’emozione del binario” e dello sferragliamento mobile, mi ha fatto veramente sentire in vacanza a Lisbona. Il clima dolcemente malinconico, colorato e floreale è quello di cui parla Fernando Pessoa nel suo Libro dell’Inquietudine. Un clima a me particolarmente calzante.

Relax davanti al fiume Tago

Altra zona della città dove mi sono sentito come Niki Lauda quando vinceva, dunque, sereno e a prioprio agio come solo in un bel sogno si riesce ad essere, è stato Bairro Alto, soprattutto la sera. Dopo la cena, sempre da Figus, locale caratteristico e allo stesso tempo di “tendenza”, servizio e cibi ottimi, con una discreta varietà di pietanze portoghesi, direzione Bairro Alto. Tutti in fila per l’ascensore, l’Elevador de Santa Justa, che, posto all’interno di una torre gotica in ferro, vi può portare subito al quartiere. Io, ovviamente, a piedi. Nè ascensori, né code. per me vanno bene le vie in salita che portano al’elegante zona dove troviamo vari musei oltre alle incantevoli rovine della cattedrale do Carmo, una San Galgano portoghese nel pieno centro di Lisbona.

Qui, a proposito di globalizzazione, l’atmosfera cambia. I negozi sono quelli dell’Alta Moda. Il senso estetico è diverso, i vincoli architettonici e artistici da rispettare anche. I locali devono adeguarsi all’eleganza del posto o almeno provarci. I risultati sono di rilievo. I caffè con i tavolini all’aperto sembrano quelli della Belle Epoque, la musica di strada è di livello. Io che non mi lascio andare facilmente, ho trovato molto divertente e anche molto spontaneo ballare in piazza al ritmo di musiche portoghesi di profonda intensità: travolgenti ma composte, sensuali ma eleganti. Come piacciono a me molte cose.
Le luci della sera e dei locali ben si addicono alle strade lastricate dove di mattina è bello vedere operai intenti a posare pietre, controllandole con maestria artigiana. E’ piacevole fermarsi a chiacchierare con loro, facendosi raccontare la storia dei bellissimi pavimenti e marciapiedi dove,  bisogna fare attenzione a non scivolare, talmente i sassi che li compongono a mosaico, sono levigati. Molto ricca anche la presenza dei giovani. Mi piace. Non solo eleganza, musica, diversità ma anche cultura universitaria, artistica, storica.
La mattina poi sarà meraviglioso alzare gli occhi al cielo e assistere al passaggio delle nuvole sopra le vostre teste all’interno della “scoperchiata” e magnifica cattedrale do Carmo.
Ultimo giorno, dall’altra parte della città, per visitare la bellissima Torre di Belém e il monastero dòs Jeronimos. Architetture “ricolme”, di candida bellezza, caratterizzate dal tipico stile gotico moresco.


Qui l’ambiente è totalmente residenziale con la presenza di ville dall’estetica particolarmente curata, sedi di ambasciate e strade larghe e alberate. Sembra di essere a Beverly Hills. E il contrasto elegante con la storia antica rende il quartiere ancora più interessante. Perché, per una volta, tradizione e modernità, ammiccano, in un unico elegante abbraccio.
Se volete mangiare un panino veloce, non disdegnate l’idea di passare per il Centro Cultural de Bélem. Il Centro viene realizzato per fare da sede alla presidenza portoghese della Comunità Economica Europea. Nel 1993 è utilizzato come polo culturale e di conferenze. La struttura è stata progettata dall’architetto Vittorio Gregotti assieme all’architetto portoghese Manuel Salgado, tra il 1988 e il 1993. Il Centro Cultural de Belém è dotato di una grande area espositiva e di un museo del design che contiene pezzi fin dal 1937. Da visitare in questa zona molti musei come   il Museu da Marioneta, all’interno del Convento das Bernardas (espone marionette provenienti da tutto il mondo), il Museu Nacional de Arte Antiga (collezioni di arte portoghese ed europea, tra cui un Sant’Agostino di Piero della Francesca e Le tentazioni di Sant’Antonio di Jheronymus Bosch) , la Fundação Oriente Museu (collezioni di arte portoghese e asiatica) e la Lx Factory, una ex fabbrica trasformata in spazio creativo per artisti, performer, pubblicitari, musicisti e fotografi.
Da non dimenticare poi il bellissimo spazio verde dell’orto botanico.
Gli appassionati di dolci, dopo una faticosa giornata, e ancora di più, una chilometrica fila da affrontare, potranno rifocillarsi alla Pasteis de Belém (www.pasteisdebelem.pt) http://pasteisdebelem.pt/, la più famosa pasticceria di Lisbona dove non mancheranno le consolazioni per tutto.

 Da Lisbona, in un giorno.

La comodità della macchina in affitto, buona la compagnia Gold Car che ho trovato quest’anno, che Dio ce ne scampi dalla Heartz con cui ho avuto a che fare lo scorso anno in Scozia, è che, oltre a spostarsi in maniera più agevole, si possono programmare escursioni di un giorno, rimanendo a dormire al “Campo Base”. Non potevo perdermi Fatima e il faro di Cabo de Roca.

A Fatima, arrivi e sembra di essere un po’ a San Giovanni Rotondo. Alberghi e negozi ovunque ma nonostante la moltitudine in fermento, l’atmosfera è quantomeno singolare. C’è una sorta di misticismo che resiste anche al mercato e di fronte al Mistero, tace un po’ tutto perché la domanda è di rigore: e se fosse accaduto veramente? Io che personalmente sono un credente imperfetto, imperfettissimo, ma sempre in cerca di un significato, amo vedere questo: che tutto tace e che lo stesso caos trova quiete in una dimensione altra. A Fatima come in molti altri luoghi di questo tipo il “misticismo” si fa forte.

In mezzo ai selfienomani, c’è chi percorre in ginocchio, pronunciando il rosario, la spianata antistante le tre chiese, la cappellina delle apparizioni, la chiesa antica dove sono sepolti i pastorelli e la massicciata moderna. Fa effetto fermarsi, soprattutto davanti alla cappellina delle apparizioni e ascoltare il rosario. La gente si muove in assoluta compostezza mentre dai bracieri accanto la chiesetta, una fila di persone si muove per deporre i ceri nel fuoco. L’odore acre del fuoco misto alla cera mi ha inquietato. Mi è venuta in mente la tragedia della Shoah ma ovviamente è una sensazione assolutamente personale.

La chiesa con le tombe di Francisco, Lucia e Jacinta la percorri in silenzio. Un momento di raccoglimento, gli interrogativi sono tanti. Qui hai davvero la sensazione di essere nudo, con il pensiero trafitto dai sorrisi di chi sa leggerne i meandri più insidiosi. E anche portare risposte. O forse solo una risposta, la migliore, la più sensata: la speranza che il mondo non sia solo questo ma che forse ci sia un luogo altrove dove verranno riscattate sofferenze, dolori, ingiustizie. Per tutti coloro a cui il mondo è stato inospitale, per cui il vivere si è fatto duro ogni giorno, spezzato, affranto. E’ per loro la speranza, l’anelito che tutto sia grazia davvero, un giorno.

Lasciata Fatima, fedelmente in compagnia della voce di Silvia, insuperabile navigatrice BMW che ha saputo condurmi ovunque, il bello della tecnologia, direzione Cabo de Roca. Qui mi trovo nei luoghi della mia anima, nei posti solitari che amo, immerso in una natura aspra e selvaggia che adoro. Il vento sferzante e il profumo del mare col suo biancheggiare travolgente è casa mia. Cabo da Roca è il punto più occidentale del continente europeo. Fino alla fine del XIV secolo si pensava che le scogliere battute dal vento di Cabo de Roca fossero i confini del mondo. Il paesaggio, desolato e imponente, quasi minaccioso, è tuttavia pacificante e purificatorio. Le onde dell’Oceano Atlantico schiaffeggiano i denti di roccia delle scogliere che è possibile ammirare dai sentieri che le lambiscono.

L’atmosfera isolata di Cabo da Roca, per me assolutamente “orgasmica”, come la visione di ogni faro battuto dal vento in cima a una vetta, ricolmo di una storia del passato che è avventura adatta per Cuori di tenebra, è resa ancora più forte dallo sviluppo molto limitato nella zona: un faro, una caffetteria e un negozio di souvenir, punto. In punta di mondo, ho riscontrato anche qui, nella natura parlante e nei silenzi trasognati, quel misticismo che a Fatima assume una diversa forma ma che forse proviene dalla stessa mano.

Nei dintorni di Cabo de Roca, da vedere, anche velocemente, è la cittadina che risponde al nome di Sintra. Mi è piaciuta più per i giardini che per le architetture, che, volendosi rifare al mondo da fiaba di cui tutte le guide raccontano, sembrano essere troppo finte e piuttosto da “Luna Park”. Interessanti i caffè tipici, meno la solita accozzaglia di locali “radical chic”, apologeti di un’apertura che non c’è. Se non in un’unica direzione, quella appunto del mercato. Io appena ho visto l’aria che tirava ossia che per fare due metri a piedi bisognava fare la coda in mezzo ai soliti rivenditori di paccottiglie, ho fatto dietrofront e ho detto: Sintra, te saluto.

L’Algarve

Visto che adoro i fari, le scogliere a picco e il vento che spazza via, persone e pensieri, non mi sono lasciato sfuggire l’occasione di visitare un altro promontorio estremo. Sto parlando di Capo de São Vicente. A questo punto, però, ci siamo spostati in Algarve, meta ideale dei surfisti, la zona di mare che si trova a sud del Portogallo con i suoi 150 chilometri di coste affacciate sull’Oceano Atlantico. Arrivati a Vilamoura, nonostante lo struscio estivo, evitando la passeggiata serale al Porto che pare di essere a via Sannio negli anni Ottanta, storica meta romana per gli appassionati delle bancarelle dell’usato, l’impressione è di totale relax. Oltre a starsene prendere il sole con il viso rivolto all’ignoto, tesi verso l’Atlantico, una delle passeggiate che è possibile fare in un giorno è appunto andare a Capo de São Vicente. Ci si arriva attraverso autostrade comode, ricolme di stazioni di servizio efficienti e veloci, nonostante il “fai da te”. Se affittate l’automobile, da richiedere assolutamente il telepass. Non solo per passare attraverso il pedaggio autostradale, evitando le code ma perché sulla superstrada principale, la A22, ci sono tutor abbastanza frequenti. Con il passaggio tramite Telepass, non avrete bisogno di fare altro e perdere tempo. Solo passarci sotto, i tutor. Molto più comodo.
Arriviamo a Capo de São Vicente, usciti dalla A22, tramite una strada che sembra attraversare un paesaggio a metà tra la steppa e le dune di Ostia. Sento di essere a casa, mano mano che mi avvicino.

Si entra nel fortino di Capo de São Vicente e si rimane affascinati, avvolti dal nitore dell’architettura, fulgida e abbagliante e, ovviamente, dalla distesa azzurra infinita che davanti agli occhi ammalia come le Sirene di Ulisse. Navigatori e viaggiatori di tutto il mondo sono da sempre attratti irresistibilmente dal promontorio che rappresenta l’ultima propaggine dell’Algarve di fronte all’Oceano Atlantico.

Sagres è vicinissima al faro ed è assolutamente una cittadina da visitare. Poca gente, atmosfera “slow travel”, localini di pescatori e negozi no-global di splendide ceramiche che ad entrarci, ti perdi in mezzo a cocci di tutti i colori. Un carnevale artistico e artigianale che ho particolarmente apprezzato, per una volta libero da “cineserie” e “kebabbate”. Sembra un po’ di precipitare nel film “Un mercoledì da Leoni” con i negozi di surf e ogni genere di “biondità” californiana in giro, uomini e donne, che se incontri il mitico “Bear” nemmeno ti meravigli. Un posto di quelli, insomma, da mollare tutto e realizzarci una piccola attività, resiliente e resistente, Per essere, dall’ultimo lembo di mondo, contro il mondo che vorrebbero farci ingoiare a tutti i costi.
Una settimana passa presto ed è stata quasi immediata l’ora di tornare. Una buona scorta per l’inverno è stata fatta. Ricordi, natura, bellezza, persone giuste, musica, arte, animali, sole, sono i migliori antidoti per riprendere il quotidiano. Ma soprattutto per ricordarsi di non cedere nei momenti difficili. Di bellezza ce n’è tanta ovunque. Nonostante tutto, nonostante tutto.

 

 

 

 

L’arte intima della convivialità

Hygge è un termine nordico che riporta ad una idea di puro benessere, di interiorità soddisfatta, di pienezza che zampilla e solleva.

E’ arte della convivialità, quando l’intimità è capace di avvolgerci e realizzare un guscio, una sfera di cristallo, un baluardo protettivo di affetto e calore.

Abbiamo bisogno di autentica convivialità, di affetti sani, di antidoti allo stress, di veri sentimenti.

Come quando fuori piove e fa freddo. Un camino acceso, il fuoco che crepita e la compagnia giusta.

Ecco, tutto questo è Hygge.

Leggete l’articolo.

https://www.greenplanetedizioni.com/hygge-benessere-vero/

 

L’estasi del cammino

“Gesù Cristo misura questa terra incolta, che è sfuggita alla tirannia dell’utile, con il passo lento del vagabondo che non ha altro da fare se non contemplare la vita dalle mille sfumature. Quando egli si distende sull’erba per un breve riposo, delle farfalle gli si avvicinano al viso, muovendo l’aria che respira con il battito senza rumore delle loro ali colorate”. Questa immagine di uno dei miei scrittori preferiti, Christian Bobin, sintetizza in un lampo la mia visione del mondo riguardo la meravigliosa e policroma arte del camminare. Vita, agnizione, sfumatura, vagabondaggio, poesia, natura, fatica, riposo, lasciarsi attraversare da quel sorriso che si fa rivelazione di una stanchezza felice quando uno sfarfallio di gioia ti schiaffeggia per riportarti in vita.

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Tutto questo per me è camminare. Cammino da sempre per trovare me stesso e risolvermi.

Per essere “l’uomo dalle suole di vento”, come Verlaine definiva Rimbaud. Fermi tutti. Lo so, lo sento. Balugina all’orizzonte un catartico e liberatorio e chi se ne impipa? Impipa, impipa. Impipa eccome. E’ il cammino che è liberatorio, catartico, libertario e vivificante. Gesù è l’uomo che cammina, dal titolo di un altro dei volumetti più intensi dello scrittore francese Bobin. E ancora di più, in questa apologia del camminare che altro non è che la mia trasognata e fenomenologica “weltanshauung”, mi piace quando scrive: “Se ne va a capo scoperto. La morte, il vento, l’ingiuria: tutto riceve in faccia, senza mai rallentare il passo. Si direbbe che ciò che lo tormenta è nulla rispetto a ciò che egli spera. Che la morte è nulla più di un vento di sabbia. Che vivere è come il suo cammino: senza fine”.

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Ecco, nel camminare vedo l’infinito, la forza dei passi che si trastullano con l’eternità, la speranza dell’illimitatezza nella disciplina, della capacità di ardere senza consumarsi. Che il cammino abbia una valenza terapeutica, di guizzante benessere fisico e profonda salute spirituale e metafisica, è cosa nota. Per non dire delle sue “emanazioni” mistiche ed “erotiche” come contempla ogni esperienza mistica che si rispetti. Io, personalmente, ad ogni passo, possibilmente in solitudine, risorgo sempre. Come l’Uomo che cammina, che ci ha lasciato il ricordo e la certezza. “Alzati e cammina” e la speranza giace nuda nel cuore della terra, per tre giorni e per tre notti. Poi si alza e se ne va.

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E a noi non rimane che camminare, per cercare e avere ancora speranza. Imprimere la terra con i piedi, insomma, come scrive Adriano Labbucci, è un atto “rivoluzionario”: “Non c’è nulla di più sovversivo, di più alternativo al modo di pensare oggi dominante. Camminare è una modalità del pensiero. E’ un pensiero pratico. E’ un triplo movimento: non farci mettere fretta, accogliere il mondo e non dimenticarci di noi strada facendo”. Secondo questa prospettiva, trovo i viaggi a piedi straordinari e autenticamente “sovversivi”. Contro il mito fagocitante della velocità e un futurismo di massa che rischia di farci diventare come le folle che Nicolas Gòmez Dàvila definiva “moltitudini transumanti che profanano ogni luogo sacro”, la vacanza “in movimento” non è solo vacanza. E’ esperienza profonda di sé e della traccia viva che c’è in ogni relazione.

Annalisa Nicolucci, psicoterapeuta biosistemica e psicologa del lavoro, è l’ideatrice del progetto Walkinglife. Organizza “esperienze” in cui riesce a fondere, in un incandescente viluppo di”piacere”, in poche parole, consapevolezza e benessere psicofisico attraverso il cammino. Nel progetto “SEGUENDO I PROPRI PASSI. CAMMINO E SURF” , in programma anche il prossimo 27 maggio, Annalisa accompagnerà un gruppo di “camminatori ispirati” in un’esperienza di conoscenza e consapevolezza lungo un tratto del Camino Portugues. Un abbinamento tra scoperta di sé, star bene e integrazione con la natura, meditando sull’oceano. Ce lo facciamo raccontare in questa intervista.

Come nasce l’idea del progetto Walkinglife?

“I motivi principalmente sono due: la passione e il piacere della condivisione. Camminare è per me prima di tutto un piacere personale, la natura ne amplifica il potere e il piacere, farlo insieme e condividerlo con altri, con un piccolo gruppo di camminatori ispirati, diventa un’amplificazione del potere del piacere. Chiunque può partecipare, anche chi non ha mai fatto un’esperienza camminata. Quanto propongo è una pratica di profonda conoscenza di Sé, un modo di viversi prendendo consapevolezza dei messaggi che il corpo ci dà nel nostro vivere quotidiano. Camminiamo con il corpo, con la mente e con lo spirito. Ognuno può portare in cammino se stesso nel momento presente e continuare a mantenere un contatto profondo durante i giorni di stanzialità sull’oceano con attività di surf, yoga e camminate meditative”. Il viaggio, metaforicamente parlando,  come dice Bruce Chatwin, non soltanto apre la mente: le dà forma”. E dà nuova forma alla persona, aggiungerei.

Gli aspetti spirituali, terapeutici, psicologici del camminare. Perché “mettersi in moto”?

Non è un caso che da qualche anno l’Organizzazione mondiale della Sanità abbia inserito all’interno delle possibilità di prescrizione medica l’attività fisica. E’ proprio così. I medici possono prescrivere in una “ricetta” l’attività fisica, il camminare al posto di farmaci. Interessante, no? Parto dal punto di vista medico, anche se non è il mio perché è quello a cui l’occidente fa riferimento quando si parla di salute. Camminare è una pratica salutare. Ogni passo è un massaggio tonificante e benefico per tutto il corpo, ma anche una meditazione. Meditare è un atto di profonda conoscenza. Cosa succede quando si cammina? C’è un’attivazione di tutto il corpo, mente compresa. Il nostro passo rivela il tipo di curiosità che abbiamo per il mondo, ai nostri piedi non possiamo mentire. La struttura ossea occupa la parte superiore del piede. Sotto c’è la polpa, un’ampia massa densamente vascolarizzata. Quando camminiamo, questa massa vascolarizzata viene, alternativamente nei due piedi, compressa e rilassata. Il sangue venoso viene spinto in alto, quello arterioso aspirato in basso. I piedi in cammino sono due potenti pompe che affiancano e aiutano il lavoro del cuore. Nella camminata i movimenti muscolari ripetuti sono connessi con l’attivazione dei gangli della base, i quali a loro volta hanno un’influenza sul talamo, il quale ha una proiezione sulla corteccia orbitofrontale: i movimenti stimolano le funzioni cognitive e di pianificazione personali. Gli ormoni dello stress (corticosteroidi) aumentano nel nostro sangue lungo la giornata e producono pensieri frammentari e superficiali. Camminando abbassiamo questi ormoni e ci riconnettiamo con i nostri pensieri. Aumenta la creatività, l’elaborazione di nuove, appropriate idee (grazie al ritmo dato dai movimenti ripetuti). L’effetto si estende anche al lasso di tempo subito successivo alla camminata: ” Tutti i pensieri veramente grandi sono concepiti camminando” diceva Nietzsche. Se aggiungiamo anchee aggiungiamo lo stare all’aperto, tutto questo contribuisce a rendere le persone più loquaci e la maggior parte degli scambi verbali include idee creative. Migliora l’umore potenziando il pensiero divergente e la creatività. Ha una forte influenza positiva sulla memoria associativa. Insomma, come vedi, diversi benefici psicofisici. Ma c’è di più, camminare è un atto ripetitivo, una meditazione. Camminare insieme è un dialogo con se stessi e con gli altri. All’interno di questo sta, a mio parere, l’effetto spirituale, terapeutico benefico del camminare in sé. Se aggiungiamo che camminare per più giorni significa uscire dalla propria zona di comfort, significa cambiare ambiente familiare, casa, letto, beh, allora camminare è anche un atto di profondo cambiamento, un’azione che ci aiuta a vivere i cambiamenti.

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Camminare è, dunque, un atto veramente rivoluzionario?

Migliaia di anni fa vivevamo in mezzo alla natura, a stretto contatto con la natura. Oggi, tendenzialmente, la tagliamo fuori dalla nostra quotidianità, a parte alcuni di noi, più fortunati. La natura cattura in modo discreto la memoria volontaria, non ci costringe a stimoli continui ed eccessivi come la città, donandoci la possibilità di rigenerarci. Camminare a contatto con la natura, più che in città, inibisce la formazione di pensieri negativi che possono sfociare in gravi patologie come la depressione. La natura ha insito in sé un potere “naturale” di grande benessere per l’essere umano. Camminare in mezzo alla natura favorisce i cambiamenti dell’umore, alza il livello di energia e migliora il funzionamento dell’attività cognitiva per effetto di una maggior vascolarizzazione e ossigenazione.

Come stimolare un cambio di mentalità?

Possiamo stimolare ad un cambio di mentalità offrendo spazi di esperienza, dove poter assaporare ed esperire con il proprio corpo gli effetti di uno stile di vita che tenga maggiormente conto della nostra neurofisiologia, dei nostri bisogni, dei nostri ritmi, della possibilità di creare una coerenza sistemica di benessere tra la nostra parte più attiva e la componente recettiva. L’apprendimento passa attraverso l’esperienza. L’esperienza crea uno spazio al piacere e come diceva Platone “l’apprendimento passa per via erotica”.

Chi partecipa al viaggio, riuscirà a diventare “uomo dalle suole di vento”?

Io credo che l’anima viandante o ce l’hai o non ce l’hai. C’è qualcosa che nasce da dentro che porta a scoprire il mondo. Quanto esperiamo nella crescita e nelle relazioni di attaccamento con le figure di accudimento non possono far altro che assecondare o meno quella spinta. La vita è nel corpo. La vera sfida è sentirsi a casa “viandando”, passami la licenza lessicale. Come pubblicato anche nella pagina fb di Walkinglife qualche giorno fa, il cammino è casa. Camminando percorriamo la via dei sensi, ascoltiamo e onoriamo il corpo e quello che porta con sè in ogni momento. In un mondo di volatilità, la vera sfida è rimanere fedeli a se stessi. Per farlo bisogna conoscersi, cosa di meglio di un viaggio, soprattutto un viaggio camminato! Chi parteciperà, farà esperienza di radici e ali per volare. Mi piace tirare fuori dalle persone quello che già possiedono. Radici e ali per volare permettono all’uomo di viaggiare, allontanarsi senza portare con sé la paura di farlo e di non sentirsi a casa.

Come “vivificarci”, nutrendo anima e corpo?

La storia dell’umanità inizia con i piedi, scrisse André Leroi-Gourhan, antropologo francese. Credo che il camminare sia un gesto profondo, più di quanto oggi noi sentiamo. In questi ultimi anni si sono venuti a creare in Italia numerosi movimenti di camminatori. A me piace pensarli più come walkers che camminatori. Chi cammina con consapevolezza e attenzione porta in ogni suo passo la vita, la vita di un corpo che si muove, che sente e si esprime. Viviamo in un mondo veloce e frettoloso, in superficie, camminare è una perdita di tempo, un atto anacronistico o di moda agli occhi della massa. Camminare è il gesto più energico e rivoluzionario che possiamo compiere. Tornare alle radici e andare avanti non dimenticandosi di portarsi con Sé. Un giorno qualcuno d’importante per me mi ha detto: “Sana non è la persona che non si ammala mai, ma colui che si mette sul processo di guarigione.” Camminare ogni giorno con passi di consapevolezza è una risorsa per ascoltarsi nel qui ed ora e trasformarsi.

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Il cammino risveglia consapevolezza e migliora dunque anche la relazionalità?

Il cammino risveglia. Questa è la magia. A prescindere, accade qualcosa nel nostro corpo. E’ prima di tutto relazionalità con le diverse parti che sono in noi: pensiero, sentire e movimento, ectodera, endoderma e mesoderma se vogliamo prendere in prestito termini dall’embriologia. Una comunicazione da cui non possiamo esimerci che a volte scorre fluida, altre volte si blocca nel suo fluire in qualche punto del corpo. Camminare ci rimette in connessione con questi tre livelli e già di per se è strumento di benessere. Se fatto con consapevolezza e intenzionalità diventa anche strumento terapeutico. Io nel mio essere psicoterapeuta biosistemica, psicocorporea ho integrato il camminare anche nel lavoro clinico. La capacità di mettersi in relazione costituisce la base del senso profondo di esistere. Camminare insieme è dialogo, un dialogo che ti mette di fronte a una verità anche quando non vuoi. In relazione con te e con l’altro. Se ci fai caso, il tuo modo di camminare insieme a qualcuno dice tutto sulla relazione che hai con l’altro. Un proverbio persiano dice «Per conoscere realmente qualcuno ci devi mangiare, dormire e viaggiare insieme». Io aggiungerei “camminare”. Spesso, nel mio lavoro mi confronto con il problema della solitudine, con la penuria di contatto e di contatti e con il senso d’inutilità delle proprie azioni. Nel nostro essere umani abbiamo bisogno di stare in relazione, di sentirci connessi e in movimento. Il cammino, il cammino in gruppo è anche questo.

Quale altre iniziative hai in programma?

Tra le iniziative che mi hanno dato e mi danno maggiori soddisfazioni ci sono: i sabati mattina di camminate meditative e yoga organizzati con una collega del Centro Surya a Bologna, dove proponiamo la sfida/esperienza della meditazione camminata, attraversando il centro di Bologna dopo una preparazione di lavoro psicocorporeo e yogico.

Spero di riorganizzare week end residenziali in baita in Trentino insieme ad un’associazione di camminate meditative e energia creativa sempre rivolti a persone che vogliono fare un’esperienza di e in consapevolezza con le camminate e novità, questa volta, l’arte.

A breve anche gruppi sull’energia femminile a Bologna.

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Mettersi in movimento, dunque, è attività completa, generatrice di buonumore e consapevolezza. Nell’epoca del pensiero liquido, come ricorda Bauman, camminare insieme può significare una possibilità creativa di relazione, un’alternativa meno social-virtuale e più realmente sociale. Annalisa aggiunge che ” il senso si trova con la ricerca, con il contatto e con il piacere delle piccole cose. Gli esseri umani hanno bisogno di dare significato. Diamo significato all’esperienza, spegniamo i dispositivi elettronici e usciamo nella natura. Nella natura troviamo i significati della vita e della morte, dell’inizio e della fine, del processo di crescita”.

Mettiamo allora il primo passo sulla via della percezione perché come ricorda Tich Nath Hancon ogni passo imprimi volontariamente un marchio sulla terra. Premi il piede sulla superficie della terra come un imperatore preme il suo sigillo su un decreto imperiale”.

 

Se non avessi me

Se non avessi me,

me che sento

e che scavalco il mondo,

me che accendo,

il fuoco nell’orizzonte,

per essere ogni cosa.

Quando trasudo bende,

avvito esistenze che dilagano su gusci,

mentre faccio,

di gemiti,

vaporose essenze.

E poi riprendo,

testa in cielo

e cuore in mano,

il mio percorso,

in pelle e ossa,

 incolume,

di fronte

a tante piccole pretese,

rimango nuovo,

col mio guardare,

e agguanto l’alba,

che fruscia e che consola,

sottovoce, di quel passo,

in lontananza dalle ore aguzze,

che in ogni caso,

è scappatoia,

è risposta,

una radiosa aurora,

di un cielo che spallina, che picchietta,

che trasale,

su carne di malinconia.

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Mi attanaglia, a volte, morde

Mi attanaglia,

a volte,

morde,

una bramosia di luci

e piccole ali impunturate,

sulla schiena,

come un delirio di volo,

che mi faccia spazio

tra le chiuse del vento,

per poi attraversare

le tacite trasparenze

del buio della notte.

Vorrei uno straripare

di vertiginose ore,

perforare

il labirinto del mio vivere

e poi affondare

nell’infinità,

con le mani appese,

alle stelle che brillano

di tutto ciò che non muore.

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Albe

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È nel sole del mattino
che si nasconde un principio d’eternità.
Cospirazioni cromatiche
dispiegano vele
con sembianze d’illimitato.

La fine e l’inizio.
Grovigli inconsapevoli
conferiscono metafisiche solitarie
a strade quotidiane.
Mentre scorrono nuvole
su scogliere di pietra.

Gibigianna in briciole.