La forza dell’amicizia

Oggi su Scrittore in Viaggio vi racconto di una storia che mi ha affascinato, una storia di autentici eroi, quelle storie che adoro e su cui mi soffermo volentieri.

L’amicizia tra Jesse Owen e Luz Long. L’altra sera hanno trasmesso il bellissimo film race, il colore della vittoria.

Da qui è nata la mia riflessione. Eccovi il link e buona serata.

https://www.scrittoreinviaggio.com/il-nero-dellalabama-e-lariano-di-germania-la-forza-dellamicizia/

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Come eravamo, l’Italia in una mostra fotografica

Ecco, neanche a dirlo, proprio in relazione al mio post precedente, ho appena pubblicato un articolo su Scrittore in viaggio.

Racconta di un’Italia che non esiste più e che affascina ancora, pur nelle sue contraddizioni. Una emozionante mostra fotografica: Il sorpasso. Quando l’Italia si mise a correre, 1946-1961, ospitata al Museo di Roma sino al 3 febbraio 2019. Dalla dura ricostruzione del paese dopo la devastazione della seconda guerra mondiale al clamoroso boom economico degli anni Sessanta.

Ce n’è di che riflettere, un percorso particolarmente suggestivo a cui la fotografia conferisce il sigillo dell’unicità. A me vedere certe immagini fa l’effetto di una coperta calda quando hai freddo, di un camino acceso mentre fuori c’è la tormenta.

So che molti rideranno, forse. Ma ho imparato una cosa, anche attraverso certe immagini e certi ricordi. Non mi fermo più, corro verso me stesso, il sogno ci rende indocili. Soprattutto non faccio più soste inutili. Nemmeno col pensiero.

Buona serata.

Un legame con la memoria

Un senso oscuro e pagano della memoria dove si animano anche le ombre. Se un legame non si fonda su qualcosa che lo oltrepassa, è destinato a deperire. L’amore non è che una discesa nel corpo o un’ascesa nell’anima. C’è gloria nell’effimero, dopo un passaggio tra le ombre. Mentre l’uragano del respiro amplifica l’essenziale.

Bellissime e coraggiosissime

Scrivevo l’altro giorno della triste realtà dell’Africa del bracconaggio. Ora però voglio raccontarvi anche di chi si immola in questa lotta, di quegli esseri umani di cui Francesco Guccini cantava “gli eroi son tutti giovani e belli”, di quelle persone che fanno la differenza nel mondo e che ci consegnano ancora alla speranza di un mondo migliore.

Sono le squadre che il bracconaggio lo combattono, squadre a cui, da poco,  si stanno aggiungendo gruppi composti da sole donne. Le prime sono state le Black Mambas del Sudafrica, adesso si sono aggiunte anche le donne del team Akashinga dello Zimbabwe a cui la Bbc ha recentemente dedicato un ampio servizio. I dati dimostrano che sono loro a salvare più animali rispetto ai colleghi maschi. Un coraggio incredibile.

La spiegazione proposta dall’International Anti-Poaching Federation è che le donne sono più brave perché “meno suscettibili alla corruzione, lavorano di più, non si ubriacano, mostrano livelli maggiori di onestà e orgoglio e considerano moltissimo il loro ruolo e l’opportunità che è stata loro data”.

Queste donne sono particolarmente importanti dunque per gli animali e per le loro comunità. In Africa una donna con un salario spende tre volte di più dei suoi guadagni nella sua comunità locale rispetto ad un uomo con un salario equivalente.

Come riportato in un articolo della Stampa: “In questo momento, in cui la caccia per trofei (molto praticata dagli occidentali che pagano per andare a caccia) sta diminuendo e quindi le comunità perdono una delle loro principali fondi di reddito, il fatto che un cittadino spenda il proprio stipendio localmente significa che l’economia della comunità può continuare a funzionare. Proprio l’innescarsi di questo circolo virtuoso, inoltre, fa sì che la comunità stessa inizi a rivoltarsi contro i cacciatori di frodo, visto che proprio la protezione degli animali è fonte di guadagno”.

A coordinare il gruppo Akashinga è Damien Mander ex militare nell’esercito australiano. L’uomo, dopo aver svolto 12 missioni in Afghanistan, ha lasciato l’esercito e, dopo essere entrato in contatto con la triste realtà del bracconaggio che frutta circa 200 miliardi di dollari l’anno, ha deciso di passare all’azione.

Ossia, mettere a frutto il suo addestramento militare per insegnare a una equipe antibracconaggio come proteggere gli animali: ha venuto tutto ciò che possedeva, fondato la International Anti Poachinf Federation e iniziato i suoi corsi con la gente del posto.

Le donne hanno rappresentato essere la vera svolta. Girando per i villaggi, si è reso conto di come le donne fossero marginalizzate. Ha così iniziato a reclutare donne abbandonate, vittime di abusi, vedove, orfane, prostitute e madri single, “donne che non erano vittime delle circostanze, ma vittime degli uomini”, ha spiegato.

Le donne hanno affrontato un addestramento uguale a quello degli uomini, comprese 72 ore di bootcamp, ma solo 3 donne su 37 hanno lasciato: una percentuale molto inferiore a quella degli uomini.

“Hanno imparato l’etica della conservazione, come si preserva una scena del crimine, come si gestisce una crisi. Hanno studiato come si affrontano creature pericolose, l’utilizzo di armi da fuoco, il primo soccorso, i diritti umani, le tecniche di leadership e di perlustrazione, perquisizione e arresto, e il combattimento a mani nude”, ha spiegato Damien.

Da quando è iniziato il programma, nel 2017, le Akashinga – che significa “le coraggiose” in lingua locale – hanno portato a termine 60 arresti. Le donne controllano più di 850 mila acri nella zona del basso Zambesi e sono “più efficaci di qualsiasi altro gruppo abbia visto”, ha ricordato Damien sempre su La Stampa. Damien ha inoltre sottolineato anche come le donne non solo facciano più arresti ma siano anche più brave nel gestire situazioni potenzialmente violente.

“Non mi interessa se abiti nel mio stesso villaggio o sei il mio vicino di casa, se sei un bracconiere, se fai del male agli animali, io ti prendo e ti arresto”, ha detto Vimbai, una delle donne che fanno parte della squadra Akashinga.

L‘obiettivo attuale del programma è il reclutamento di 2mila donne per la realizzazione di una rete di protezione che possa arrivare a coprire 30 milioni di acri di territorio africano entro il 2030. Damien però ha chiarito anche un altro obiettivo: “Una soluzione di lungo termine prevede che si convincano i cuori e le menti delle comunità, e il modo più efficace per farlo è attraverso le donne”.

Grazie Damien, grazie alle Akashinga, donne coraggiose di cui tutti abbiamo bisogno per un mondo migliore. Soprattutto gli animali.

La mia Puglia, il racconto su Scrittore In Viaggio

Ho appena pubblicato su Scrittore in Viaggio il racconto della mia settimana estiva in Puglia.

Più che di una scoperta, si è trattato di una conferma. La mia prima uscita di casa, vacanza intesa senza passarla con i genitori alla casa al mare, fu a 18 anni, erano altri tempi.

Andai con alcuni amici e amiche della classe del Liceo Classico dove ero “maturato”, fuggendo da Roma per “veleggiare” in quel di Rodi Garganico di cui ricordo poco a nulla.

Solo la bellezza della gioventù e la sensazione di libertà. Se libertà poteva chiamarsi alloggiare in un campeggio affollato, con le file al bagno e il caldo torrido. però, dormivo in tenda con Federica e la sera ci addormentavamo ascoltando i Pink Floyd dal Walkman.

E tanto bastava. Anche se al mattino, si emeegeva presto dalla Ferrino. Pena l’esser liquefatti o inceneriti dall’effetto serra. Qui si è trattato di altro. Viaggio, bellezza e consapevolezza.

Vi abbraccio e, se volete, buona lettura.

Siate ribelli, vivete eleganti

Mi aggrappo al mondo per capirne il senso. E questa nostra epoca, ribalda di mediocre sciatteria esistenziale, di conati ininterrotti di idiozia politica, non la capisco. Che fare? Scrivere, leggere, ascoltare buona musica, vedere bei film, camminare, circondarsi di persone belle, quelle che come fiori eleganti e colorati, sono in grado di emanare il profumo della vita.

Bene. Come sempre parto da lontano per una delle mie dissertazioni nostalgicononsoquanto di qualcosa che intuisco e presagisco e a cui mi arpiono. Eleganza sì ma un mondo forse da me troppo idealizzato in ogni caso pulsante qualche alito in più di bellezza. Soffro il caldo, soffro la massa, soffro il rumore, soffro la sporcizia e talvolta mi blocco. Come l’aorta di un infartuato mi ostruisco da solo e dico stop, è tempo di guardare altrove.

Come ora, mentre scrivo. Dopo aver letto e sentito coglionate su coglionate, l’oscar del coglione probabilmente del 2018 va a tale Ariano di cognome andate a leggere perché, mi metto a guardare un film. Totò, la Banda degli Onesti. Per parlare di eleganza parla da qui. Eleganza come rispetto e come dignità. Moltissimi film dell’Italia del dopoguerra sono pregni di questi valori.

Quando ancora non ci si doveva vergognare a sentirsi italiani senza essere fritti e rifritti nell’unto retorico delle censura antisovranista, io che aggiungo, sono pure regionalista, umanista, unitista nella diversità più diversa. Ebbene, l’umile portiere, Totò, mio adorato, il tipografo, Lo Turco e il pittore, Cardone, sono degli squattrinatissimi galantuomini alle prese con la vita.

Non quella di oggi che lascia le ditate sul cellulare e la muffa sul passato. No, quella di un tempo dove anche le persone umili indossano la giacca, il cappotto, hanno il dovere di un’alta tenuta. Ecco, quanto sia elegante questo film di Totò, come tanti altri di quel tempo, la dice tutta su come questo paese, un minestrone scalcagnato di finta umanità, paese che oggi ti fa venire voglia di essere come Pizarro con Atahualpa e ti monta la nostalgia pure per Zaccagnini.

La realtà orrida è che nemmeno puoi insultare come vorresti (non sarebbe elegante) tanti di questi pupazzi della politica e ti accontenti di pensare a quello che avranno detto i tifosi al povero Ventura che gli ha cannato i mondiali. Andiamo avanti. C’è un’aria in questi film di alta tenuta appunto, di resistente dignità allo sbarco del Lunario che, in pratica, Salvate il Soldato Ryan nella scena iniziale con i tedeschi che falciano gli americani sulle coste della Normandia, ci fa la celebre pugnetta.

Proprio come i nostri amati tempi, che se salti su un autobus, tra odori e serenità di viaggio in certi contesti, sei come un narcotrafficante incazzato che si guarda il suo bel campetto di coca sotto sequestro o come l’equipaggio del barchino di oggi a cui sono stati “zottati” 200 milioni di euro di hashish. Cronache moderne dell’intestino crasso, non c’è che dire. E ti chiedi: comme finirà sta cazz di epoca?

Proseguendo, e tornando al concetto di eleganza, sulla Banda degli Onesti sono tutti eleganti, badate bene, nella miseria: dai protagonisti ai sottoposti, i bambini figli del portiere Totò, il cavaliere che ha lavorato al Poligrafico dell Stato, la moglie tedesca di Totò, il ragionier Casoria che ruba sui bilanci del condominio, Michele, il figlio grande finanziare di Totò, il tabaccaio, Marcella, la figlia del tipografo Lo Turco, Peppino De Filippo, Mustafà, il cagnolino della famiglia Buonocore.

Insomma, un’orgia di bellezza semplice dove il mio orgasmo è essenzialmente aristocratico e si chiama estasi, senza farsi troppe risate. Arrivando ai giorni nostri, non è possibile non rilevare, per chi ha simili orgasmi, ben altra cifra rispetto all’attualità tipo, notizia fresca,  dell’inaugurazione di bordelli con bambole in lattice.

Rimpiango Playmen, dove per altro, senza occuparmene direttamente, ahimé, ho lavorato per 15 anni. Con la casa editrice che lo inventò e produsse per circa 40 anni.  Con le bambole di lattice e molte altre cose, direi,  siamo alla frutta, direi alla sambuca con tanto di mosca. La dittatura militare della mediocrità trasborda in tutti gli ambiti del vivere “incivile”. Siamo agli avanzi estetici, alla volgarizzazione dell’essere di cui la vita politica è solo la punta non dell’iceberg ma di un’altra cosa dal colore diverso.

Per carità l’è dura per tutti. Pure per queste nostre facce di water che rumoreggiano aria dalla bocca soluzioni politiche. Ma ci siamo abituati alla sciatteria esistenziale, è un dato, dove il trash semplifica ciò che è complesso per ridurlo in poltiglia. Non dico di educarci ad una alterigia aristocratica, no, non questo.

Ma un ritorno alla semplicità disvelatrice di valori fondanti come rispetto e dignità, questo si. E rispetto e dignità passano anche attraverso la cura di sé. Non a caso il buon Schopenauer, immancabile in libreria vicino alla cassa nelle edizioni Newton Compton, tuonava che “il corpo è l’oggettità della volontà”. Se il corpo l’abbiamo, vale la pena di farne uno specchio, tiè per i più elitisti, pure santificarlo.

Pensiamo alla padronanza dell’italiano degli studenti di una volta. Penso allo splendido film Mio Figlio Professore con Aldo Fabrizi e il confronto non regge. Costruzione dei periodi e vocaboli sembrano il Generale Cadorna a Caporetto, quello che “non sapeva mordere”. La visione del mondo era molto più complessa e articolata e questo accadeva in una società dove ancora l’analfabetismo era dilagante.

Cosa siamo diventati? Eleganti affettati col rolex cinese o finti proletari? Peggio, rischiamo di morire “aristodem” ed era molto meglio perir dademocristiani, come si diceva un tempo, sui baffetti di Fanfani.

L’eleganza in architettura? Vogliamo parlare del razionalismo dell’Eur o di quella che una volta era la stazione Termini dove ci si vedeva alla lampada Osram per sperare in un bacio e ti drogavi al massimo di Luneur? Oggi la Stazione Termini da sintesi architettonica tra classicità e futurismo è divenuta l’incarnazione di quella tendenza che Massimo Mantellini ha stigmatizzato nel volume Bassa Risoluzione come la volontà di sostituire beni e servizi esistenti con tecnologie di scarsa qualità. Il trionfo dell’americanismo con luci e lucette da postribolo in stile Las Vegas.

Una sensazione di scoramento ti prende quanto ogni traccia di bellezza, di quella che Agostino definiva Pulchritudo dei, armonia delle forme che proviene dalla grazia, la noti “occupata” dallo scadente e dal volgare, deturpata dall’incuria e dal menefreghismo. Sostanzialmente è per me un due di coppe con briscola a bastoni vedere questa trasformazione in atto.

I due Moloch, indifferenza e irrealtà, da cui molti fariseucci, soprattutto nelle alte sfere, sono posseduti, è un altro dato di fatto. fa più comodo cenare in terrazza con la quinoa ecosostenibile e parlare dei ceti poveri, malcelando un disprezzo di classe verso le periferie che non frequentano, giammai. E l’irrealtà in cui vivono frammista all’ipocrisia, li fascia come lo zucchero filato intorno allo stecco e non vedono, non sanno, non sentono. Fanno slogan o si stracciano le vesti. Se ne fregano, tanto hanno mutande di velluto. I nuovi ricchi cafonal.

Insomma l’unico antidoto a questi miasmi è la ricerca della grazia, la volontà di incarnare un po’ di armonia. Il cruccio degli intellettuali una volta era l’omologazione che oggi van predicando. Pasolini denunciava la perdita delle tradizioni popolari, dei dialetti e dei costumi del popolo mentre il progressismo militante voleva educare il volgo, per fare dei proletari i nuovi borghesi.

Il risultato è stata una evidente perdita di gusto e la costituzione di una ampia massa di arricchiti che di eleganza e cultura poco sanno. Ricordiamo le parole di Leo Longanesi: “Non c’è più fantasia, i nuovi ceti non sanno che farsene della fantasia. I grandi problemi della produzione, i monotoni miti dei nuovi ceti non tollerano più la fantasia. Tutto è destinato a ubbidire alle leggi del peso e della quantità. Oggi si procede soltanto a miliardi e tonnellate. (…) Si tende a mettere tutto in scatola: idee, frutta, sentimenti, carne. Non c’è posto per la fantasia, che è figlia diletta della libertà”.

O leggiamo Arbasino: “Il tipico ghignetto di saputaggine complice, da parte degli intellettualini di merda, che si sentono maestrini à penser quando colgono un amaro sarcasmo di èlite dentro lo schizzetto cheap di bile di massa”. Il gusto è un’altra cosa. Si chiama fantasia, tradizione, eleganza non formale. Bisogna opporsi all’omologazione con la capacità di uscire dalla marmellata, dal magma delle parole tutte uguali che sintetizzano la povertà vera di ciò che dentro si porta.

Una battaglia che è una questione di stile. Un modo per stare al mondo, comunicare coi vivi, ricordare i morti e fare testimonianza. Gentilezza, modi semplici, cordialità spontanea e attenzione ai dettagli. Mi tocca ancora citare Pasolini: “Ora, uno dei luoghi comuni più tipici degli intellettuali di sinistra è la volontà di sconsacrare e (inventiamo la parola) de-sentimentalizzare la vita. Ciò si spiega, nei vecchi intellettuali progressisti, col fatto che sono stati educati in una società clerico-fascista che predicava false sacralità e falsi sentimenti. E la reazione era quindi giusta. Ma oggi il nuovo potere non impone più quella falsa sacralità e quei falsi sentimenti. Anzi è lui stesso il primo, ripeto, a voler liberarsene, con tutte le loro istituzioni (mettiamo l’Esercito e la Chiesa). Dunque la polemica contro la sacralità e contro i sentimenti, da parte degli intellettuali progressisti, che continuano a macinare il vecchio illuminismo quasi che fosse meccanicamente passato alle scienze umane, è inutile. Oppure è utile al potere”.

Concludo questa ampia dissertazione che vi avevo promesso, sperando di non aver abusato della vostra pazienza, con una frase Siate ribelli, vivete eleganti.

Un gioia di guscio

C’è una gioia di guscio
che sforbicia,
quando l’anima,
ingombra,
di inutile chincaglieria,
attraversa il solido delle cose,
senza farsi strascico.
È quando premo il tempo
sotto il suolo della mia fiducia
e la speranza non decade.
È quando al petto aggancio
i fulmini del mio temporale
e faccio strage
di lampi e tuoni,
ridonadomi all’essenza del paesaggio.
lo sciame delle api, la notte delle lucciole,
la lingua sulla lingua,
mentre sogno
di baci estivi e di carezze sulle guance.
Sono spiccioli, ma monete d’oro,
quando mi avvicino
in millimetri,
all’estasi che preme.
C’è ardore, scavando,
un rosso esclamativo che si accende,
una visione della strada,
in un percorso di silenzi e di parole.
Una grotta, un rifugio, un ristoro,
così, da vivere,
in un’aurora che ti piomba addosso,
tutta d’oro,
quanto la mente tace
e anche gli occhi
si aggrappano
a lembi di mondo.
Il respiro si allarga,
dalle viti sale,
una brace che scioglie,
il digiuno di bellezza.
E allora canti,
a squarciagola,
per seminare rose,
dalla gabbia della mia visione.

Val Gardena, montagna e libertà

Ci sono posti dove non viaggio, ritorno a casa. Nella mia complessità, passo dalle Alpi alle Piramidi, ricordando l’infanzia scolastica.

Uno di questi posti è la Val Gardena. Ne ho appena scritto su Scrittore in Viaggio, delle iniziative in programma questa estate e di photocontest.

Amo la montagna che per me rappresenta Il Monte Analogo di Renè Daumal o La Meditazione delle Vette del politicamente scorrettissimo Julius Evola. Nella montagna ravvedo un “misticismo” interiore che al mare trovo solo “nell’ora che volge al desio”, quella che ai naviganti interenisce il cor.

Ma prima di arrivare a quell’attimo, il maare per me rappresenta Metropolis di Fritz Lang, rischio alienazione ad un batter di ciglia.

In Val Gardena vado da tanti anni. A Selva per la precisione. Mi piace alzarmi presto e mettermi subito in marcia tra l’odore degli alberi o lo sguardo avvolgente della maestosità della natura.

La montagna resiste. Come il tramonto. Da una parte l’autorevolezza severa di uno sguardo che ammonisce alla disciplina, all’ascesi, a non cedere. Dall’altra, il tramonto, la dolcezza materna che ti avvolge, comprende e sorride, donando conforto alla tua stanchezza.

In un mondo di rovine, la natura ci ricorda la forza dell’eternità. Nonostante la stupidità umana che crede in una libertà priva di eroi e di simboli, scevra da miti e da credenze per asservirsi al Moloch del danaro e dei finti immortali, la natura è l’istituzione, l’autorità che rimane a guida dei superstiti consapevoli di ciò che è il reale.

A questa mia riflessione, allego non solo il link che vi riporta all’articolo che parla delle iniziative in Val Gardena ma la fotografia della pagina di un libro che ha reso la mia lettura domenicale particolarmente interessante. Non a caso il titolo è La Gioia di Vivere di Vittorino Andreoli. Ecco, la montagna per me è anche questo, gioia di vivere e di essere.

Vi abbraccio e vi auguro buona serata.

Incontri

Oggi ho avuto un incontro di quelli che mi toccano e che mi trasportano improvvisamente tra le braccia del pensiero, quello buono, conciliante con la vita e con le sue asperità.

Ho scritto di getto questo post sul mio profilo Facebook, io che sono restìo a cadere troppo nel personale su Facebook, che vi ripropongo qui.  Perché, sono convinto, che più si estende la riflessione sulla vita e sulle piccole cose che ce la fanno apprezzare, soprattutto in un momento come questo, e più possiamo trovare pace. Con noi e con gli altri. Perché questa pace ce la meritiamo tutta.

Ci sono persone che mi riconciliano con l’essere umano. Questi i fatti: l’agenzia delle Entrate mi chiede due anni di movimenti bancari da inviare entro pochi giorni per verificare se l’azienda fallita 3 volte dove ho lavorato fino a due anni fa mi ha pagato la ritenuta d’acconto per il periodo in cui non ci faceva più busta paga. Panico.

Non è facile avere due anni di movimenti bancari così su due piedi. In banca il primo impiegato, gentile e affabile, ci mette mezz’ora per stamparmi 3 mesi. Ne mancano 21 di mesi. Armato di pazienza mi dico farò tardi e faccio passare avanti una signora anziana.

Non mi preoccupa aspettare ma il fatto che possa non bastare la disponibilità di questo impiegato a risolvere il mio problema perché non si capisce se è possibile avere così tanti mesi di movimenti.

Poi succede che arriva Tatiana che ringrazio con il cuore e abbraccio con l’anima. Tatiana mi chiede di cosa ho bisogno. È malata di cancro, il cranio glabro, di una bellezza intensa e tragica, di una giovinezza travolgente.

In dieci minuti stampa i rimanenti 21 mesi, me li spilla con mani bellissime e mi saluta sorridendo. Non mi fa pagare nulla. Io ringrazio, la saluto e vorrei essere come Cody la bambina la cui attrice è anche tra le mie amicizie Facebook quando, sul film La mossa del diavolo, incontra una piccola malata e la abbraccia.

La guarisce perché Cody ha i poteri del Signore. Ecco vorrei abbracciare Tatiana ed essere come Cody. Me ne esco parlandone al Signore, si ho questo orribile difetto, cerco speranza dunque mi rivolgo alla giustizia oltre il mondo, vedendo le ingiustizie del reale.

Ringrazio i giorni. Che hanno sempre da insegnarci qualcosa. Fuori fa caldo, ma c’è vento. Il soffio della vita. Grazie Tatiana di avermelo ricordato… scusate le chiacchiere.

E aggiungo, buona serata

La carta è viva e lotta insieme a noi

Sparita non è sparita. Ma proprio per niente. Carta canta, anzi, carta conta e continua a resistere. L’invasione dei cellulari ìi ma tablet ed e-book rimangono a fare “l’intertoto”.

Faccio un esempio. Ho un abbonamento con Il Corriere della Sera su tablet. Vado al mare e mi spaparanzo per leggere un po’ il giornale. Tra l’applicazione che non funziona, va a rilento manco fossi a -4G, il sole che spiaccica i suoi amorevoli raggi sullo schermo e i riflessi che rimandano al mio volto con la barba di un paio di giorni, di notizie ne intravedo appena qualcuna. E sempre sotto botta del download che pare lento come la ripresa economica.

Insomma, con il mio solito nostalgico cuore, rivado a qualche mezzora prima dove ero stato in procinto di entrare in edicola e comprare uno scrocchiante quotidiano. Per quel che l’informazione vale oggi, beninteso, e lo dico da giornalista. Però mi dico no, ho il tablet.

Alla fine, sperimentando l’impossibilità di leggere col tablet, buono solo per ascoltarmi Spotify,  mi ributto su un paio di libri che mi sono “inzainettato” per sopportare meglio la folla estiva e i simpatici bambini armati di fucili ad acqua che sgambettano ad ogni dove.

Insomma, vuoi mettere l’odore della carta, la magia di fabriano con l’untosità del tablet? Non che voglia demonizzarlo ma per leggere occorre altro. Tipo il fruscio dei fogli, le spiegazzate alle pagine, la matita come segnalibro e la scrittuta ai lati con i post-it colorati a segnare le notizie più interessanti.

Provate a mettere un post-it sul tablet o a sottolineare sul cellulare. Roba che nemmeno Basaglia te la darebbe vinta. Io la carta la adoro. Prendo appunti ovunque, ricordo gli attimi del flusso della mia vita.

Mi emoziona quando la tocco, mi inebria il profumo, soprattutto quella di riciclo che mi fa sentire più a posto con la coscienza e con i miei amici dalla chioma verde. La pagina elettronica possiede una impalpabilità spettrale, è una sorta di televisione alla The Ring da cui promanano, quando riesci a leggerli, colori frammisti a sentori di luce al neon che fanno tanto obitorio.

La carta è una sintassi magnifica sospesa tra la materialità della terra e un fluido che nasce dal nulla, dai pensieri che prendono forma e si dipanano tra gli incroci dell’anima. La carta ha suoni e sapori unici, il fruscio, lo scricchiolare del foglio che si appallottola, la pace che evoca un libro chiuso prima di essere accarezzato e aperto.

La carta ingiallita dei vecchi quotidiani, i libri antichi nelle biblioteche che ti sorridono e ammoniscono a non dimenticarli e con loro il passato che ti fonda e ti determina. L’odore? Legna che scoppietta, colla, polvere, sudore, ognuno con una memoria e un vissuto che ci attraversa il corpo e delizia gli occhi nella silenziosa pausa del ricordo che ci riporta in viaggio nel tempo. E fare un aeroplanino di carta o una barchetta, giochi d’altri tempi? E il moleskin, il leggendario taccuino dei viaggiatori e di Bruce Chatwin, a cui non a caso ho intitolato una sezione del mio blog?

Il poeta siriano Adonis ha scritto: “La carta è la notte è noi siamo l’inchiostro”.
L’incarnato delle parole è carta e nella carta ci siamo noi, fatti di pensiero che nella carta si esprime, nel pensiero liquido si annacqua.

Il 30 agosto del 1999 Wired scrive le parole del dirigente Microsoft Dick Brass: “Tra vent’anni la cara sarà una cosa del passato”. Il passato, invece, che trovi nei libri, ancora è la nostra strada, rappresenta il futuro che, speriamo, porti a riflessione l’umanità. A una vera libertà.

Come quando l’ufficiale nazista ricorda a Totò nel celebre film: Badate colonnello che io ho carta bianca. E Totò risponde modo che conosciamo, ammomendo a pulirsi le terga con la carta bianca. Se avesse avuto un tablet, col nazista come sarebbe andata a finire?

Insomma, scrivere sui social, fare parole in questo modo è piacevole: soprattutto per il ticchettio sulla tastiera che mi riporta a quello della macchina da scrivere. Non ho fogli da inserire e guardo il video.

Ma i libri sono un’altra cosa e bisogna toccarli, viverli, abbracciarli, come un gatto amorevole. E poi raccontarceli tra di noi.  Come tante altre cose. Ma gli appunti, per queste idee, dopo essere lievitati nella mia testa, li “incarto” sul blocco e poi li picchietto. Per farne un dibattito insieme a voi.

E ancora, vuoi mettere a incartare le uova col giornale vecchio, a chiedere, come facevo un tempo, davanti alla scuola un cartoccio di olive o di “fusaie” con parecchio sale sopra? La carta ha il gusto dell’immortalità.

Dubito che tablet e cellulari resisteranno ai milleni tramandando la storia e il vissuto dell’uomo. Sono convinto insomma:
La carta è viva e lotta insieme a noi.

Buona serata e buon fine settimana a tutti voi. E buona lettura.