Omaggio a Peter Sellers

Lunedi 25 febbraio alle ore 16.30 alla Casa del Cinema il Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale renderà omaggio all’attore inglese Peter Sellers con la proiezione del film Il piacere della disonestà e la presentazione del volume In arte Peter Sellers di Andrea Ciaffaroni. Dopo il film, l’autore del libro incontrerà il pubblico in un incontro moderato da Alberto Crespi.

Vi segnalo anche, su Scrittore in viaggio, l’articolo che ho scritto oggi su Omaha Beach, la spiaggia dello sbarco in Normandia durante il celeberrimo D-Day.

Per tornare a Peter Sellers, quanto mi piaceva. Soprattutto nella “saga” della Pantera Rosa. A me faceva scompisciare letteralmente.

Sellers è un comico liscio come uno specchio. Non c’è alcuna profondità nelle sue maschere: c’è invece una straordinaria ricchezza di comportamenti, di tic fisici e linguistici, una labirintica costruzione del personaggio che non presuppone minimamente una persona. Chi è il dottor Stranamore, da dove sbuca all’improvviso, che infanzia ha avuto? Domande superflue: entra in scena, apre bocca e decide i destini del mondo. Chi è Chance il giardiniere, perché si è ridotto così? Chi è l’ispettore Clouseau, come ha fatto a far carriera, perché ha un domestico giapponese? Chi è Clare Quilty, come ha conosciuto Lolita, cosa lo spinge a travestirsi in modo compulsivo? Di nuovo: domande superflue. Sono personaggi che esistono negli atti che compiono, e quando entrano in scena modificano il mondo attorno a loro”.

L’amico David Lodge, conosciuto sotto le armi, racconta: “Le sue insicurezze derivavano dal fatto che non fosse felice con se stesso: l’unico momento in cui era felice era quando poteva essere qualche altro personaggio”. Sellers, parola di tutti, era un “camaleonte pazzo”.

La sua prima moglie Anne Hayes rincara la dose, pur confermando la vecchia verità secondo cui un uomo che fa ridere una donna è ben più che a metà dell’opera […]: “Penso di aver riso più con lui che in tutta la mia vita. Era amorale, pericoloso, vendicativo, un totale egoista, e allo stesso tempo aveva il fascino del diavolo”.

E a proposito del suo talento di trasformista, aggiungeva: “È stato come aver sposato le Nazioni Unite”. Ecco, dal punto di vista artistico Peter Sellers era l’ONU. Per questo – anche se non è il protagonista di Lolita – Clare Quilty è “il” personaggio.

A cominciare dal nome sessualmente ambiguo, è una congregazione di anime, un mostro polimorfo. Non ha psicologia: è un “Es” esploso in mille rivoli, opposto all’Ego ipertrofico di Humbert Humbert (che invece di un nome e un cognome ha due nomi, o forse due cognomi).

Qualsiasi tentativo di psicoanalizzarlo si fermerebbe di fronte a un baratro, come Sellers sapeva benissimo, perché una folgorante battuta di Clouseau in Uno sparo nel buio – “chi ha costruito quell’ordigno andrebbe psicoanalisato” – è troppo teorica per essere casuale.

Sellers funzionava così, in un proliferare di identità che nascondevano l’unica identità invisibile, la sua. […] È il comico puro, l’Omega della comicità: all’altro capo, al punto Alfa, c’è il volto di pietra di Buster Keaton che senza mutare mai ti fa vedere la molteplicità dell’esistenza. Credo veramente che Sellers e Keaton siano stati i due più grandi comici della storia dell’umanità. E se Peter in realtà si chiamava Richard, Buster si chiamava Joseph Frank. A proposito: l’ordigno di cui sopra, quello da “psicoanalisare”, era un supporto per stecche di biliardo; c’è una strepitosa partita a biliardo anche in Hollwyood Party e ce n’è un’altra, la madre di tutte le partite, in Sherlock Jr. di Keaton. Non può essere un caso” (dalla Prefazione di Alberto Crespi al libro di Andrea Ciaffaroni, In arte Peter Sellers).

Ore 16.30 Il piacere della disonestà di Peter Sellers (1961, 97’)

La Cineteca Nazionale ha messo a disposizione la copia depositata in occasione dell’uscita italiana del film: Il piacere della disonestà è sostanzialmente invisibile da allora, tanto che anche molti esperti di Sellers non lo conoscono e non l’hanno mai visto.

È un delizioso film di impianto teatrale, ispirato a una pièce di Marcel Pagnol e interpretato, oltre che dallo stesso Sellers, da Nadia Gray, Michael Gough e Herbert Lom, che pochi anni dopo avrebbe fatto coppia con Sellers nella saga della Pantera rosa interpretando il mitico ispettore Dreyfus. La copia depositata in Cineteca è in pellicola ed è doppiata in italiano, il che renderà la visione del film doppiamente “vintage”: per il supporto, e per le voci italiane che rendono Il piacere della disonestà un esempio della cosiddetta “epoca d’oro” del nostro doppiaggio. Il titolo originale del film è Mr. Topaze.

A seguire incontro moderato da Alberto Crespi con Andrea Ciaffaroni. Nel corso dell’incontro verrà presentato il libro di Andrea Ciaffaroni, In arte Peter Sellers, Sagoma, 2018).

 

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Meraviglie d’Abruzzo, anzi DaDAbruzzo. Ne racconto oggi su Green Planet News

Oggi ho pubblicato una interessante intervista su Green Planet News che mi piace particolarmente segnalarvi.

Ho intervistato (ecco il link all’articolo) la bravissima Alice Petrongolo, presidente dell’associazione DaDAbruzzo. Alice assieme alle amiche e colleghe Valeria Gambi e Maria Fantone ha dato vita a questo interessantissimo progetto di valorizzazione del territorio attraverso l’arte e il turismo.

Nell’articolo sa descrivere con passione quello di cui sono capaci le donne quando sanno fare squadra e come sanno dare vita a iniziative sociali e culturali davvero interessanti.

Vi segnalo anche la novità del giornale: abbiamo cambiato e riorganizzato la newsletter di Green Planet News. Direttamente sull’home page del sito della testata giornalistica, il banner per l’iscrizione alla newsletter. Un modo per stabilire un contatto tra noi e voi, potendo ricevere i nostri articoli direttamente al vostro indirizzo mail e godendo di contenuti esclusivi che stiamo pensando per i soli iscritti.

L’iscrizione è semplicissima, basta indicare nome e indirizzo di posta elettronica, spuntare il consenso alla privacy e cliccare su Iscrivimi. Se vi fa piacere iscrivetevi.

Infine, un’ultima nota di curiosità. Questa settimana con Green Planet News abbiamo seguito diverse cose. La nostra caporedattrice è andata in Senato per seguire un progetto che coinvolge i giovani e l’ambiente, un nostro redattore è andato a Modena per partecipare alla presentazione di una iniziativa che coinvolge le scuole e il risparmio energetico, dunque un bel fermento.

Io, infine, come direttore di GP News, sono andato a seguire a Milano una duegiorni dedicata alla farmacovigilanza. Un tema molto interessante su cui ho cercato di fare chiarezza attraverso alcune domande e di cui vi riferirò la prossima settimana. Dunque, noi ci crediamo e continuiamo a pensare anche che si può fare un giornalismo “alternativo”: etico, sociale, al servizio di chi cerca anche un po’ di svago nella cultura, chi promuove una nuova “guerra di liberazione” nel dare voce alla bellezza e all’arte.

Buona serata.

 

Luci e ombre

Il 3 luglio si inaugura una mostra al palazzo della Cassazione. In questo link che ci riporta all’articolo che ho pubblicato su Green Planet News trovate tutte le informazioni.

Luci e ombre il titolo di questa intensa esposizione fotografica. Sono questi i progetti a cui mi piace dare particolarmente voce. La mostra mette insieme gli scatti realizzati dai detenuti del carcere di Avezzano. Non è la “solita” denuncia sulle condizioni carcerarie.

Qui la parola che fa da sfondo alla rassegna è speranza. Parlando anche con la curatrice del progetto, Cristina Mura, è emerso proprio questo. La volontà di realizzare un percorso, un possibilità per chi ha sbagliato di trovare ancora fiducia, di credere nella vita.

Senza abbandonarsi al cinismo della “banalità del male”. E le lacrime di alcuni di questi detenuti alla presentazione del progetto di fronte ai loro lavori sono forse la migliore speranza di redenzione a cui possa consegnarci la terapia dell’arte e del ritrovarsi “uomini tra gli uomini”.

Buona lettura e buona domenica.

Raffaele de Vico, architetto e paesaggista

Un tributo della Capitale a uno dei maggiori architetti e paesaggisti del Novecento, Raffaele de Vico (1881-1969). La mostra, curata da Alessandro Cremona, Claudio Crescentini, Donatella Germanò, Sandro Santolini e Simonetta Tozzi, ripercorre la storia del verde pubblico romano nella prima metà del passato secolo. Raffaele de Vico (1881-1969).  Architetto e paesaggista, sarà al Museo di Roma Palazzo Braschi da oggi 16 maggio sino al 30 settembre 2018.

Un “classicista sovversivo” come me non può che trovare questo evento di raro fascino. Non solo per l’oggettiva bellezza di fotografie e dipinti che riportano ad un mondo che non c’è più. Ma perché mi appare sempre straordinario vedere Roma come era. Anzi tutto mi appare straordinario quando mi guardo indietro. Difetti antimoderni, sono io che ne sono ricolmo.

Detto questo, alla mostra troverete quasi 100 opere fra disegni, progetti, fotografie e documenti, di cui alcuni mai esposti prima e/o non esposti da lungo tempo, provenienti dalle collezioni capitoline (Museo di Roma Palazzo Braschi, Galleria d’Arte Moderna e Museo Canonica) e dagli archivi capitolini, con particolare riferimento all’Archivio Storico Capitolino a cui l’anno scorso è stato donato dagli eredi l’archivio personale di Raffaele de Vico.

Attraverso la creatività progettuale di de Vico vengono anche documentate le trasformazioni naturalistiche della città. Da Villa Borghese (per un ventennio a partire dal 1915) al Parco della Rimembranza a Villa Glori (1923-1924), dai progetti per i parchi Flaminio (1924), del Colle Oppio (1926-1927), Testaccio (1931) a quelli di Ostia Antica (1929-1930), di Santa Sabina sull’Aventino (1931), di Castel Fusano (1932-1937) e Cestio (1938).

Così come per i giardini di Villa Caffarelli (1925), Villa Fiorelli (1930-1931) e Villa Paganini (1934) e per il Parco degli Scipioni (1929) e per quello Nemorense (1930); o il particolare progetto per i giardini dell’allora via dell’Impero e di via Alessandrina (1933), da affiancare alle esedre arboree realizzate per la sistemazione di piazza Venezia (1931) oltre al raffinato “giardino-fontana” di Piazza Mazzini (1925-1926), fino ad arrivare al grandioso progetto del parco “dantesco” del Monte Malo (Monte Mario, 1951) e a quelli per i giardini dell’EUR (1955-1961).

E ancora: i progetti per il teatro all’aperto a Villa Celimontana (1926) e per l’ampliamento del Giardino Zoologico (1928) e i lavori di riorganizzazione del vivaio e delle serre di San Sisto Vecchio (1926-1927).

Una lista particolarmente ricca di realizzazioni, che sintetizza la varietà professionale e la competenza operativa di Raffaele de Vico, attraverso documenti visivi dell’epoca. Molto azzeccato è l’abbinamento con i quadri di Carlo Montani (1868-1936), che illustrano molti dei giardini romani dei quali Raffaele de Vico andava curando la sistemazione durante gli anni del Governatorato, attestando l’evoluzione del verde a Roma tra gli anni Venti e Trenta del Novecento.

L’esposizione presenta una selezione di questi dipinti a olio su tavola conservati nelle raccolte del Museo di Roma che vennero acquistati nel 1936 dallo stesso Governatorato.

La mostra si muove seguendo un tracciato storicizzato, con il preciso obiettivo di immergere le opere e i progetti di de Vico nel contesto di trasformazione – anche sociale – della città nella prima metà del Novecento, facendo emergere in primo piano alcuni suoi luoghi ancora presenti nell’attuale paesaggio urbano.

In contemporanea alla mostra sarà pubblicato un volume di studi e approfondimenti dal titolo “Raffaele de Vico architetto e paesaggista. Un ‘consulente artistico’ per Roma”, a cura di Alessandro Cremona, Claudio Crescentini e Sandro Santolini, secondo volume della collana editoriale “RomArchitettonica. Collana di Studi sugli Architetti del Comune di Roma”.

Raffaele de Vico, abruzzese di nascita, classe 1881,  professore di architettura al Liceo Artistico di via di Ripetta, nel 1915 vince il concorso per “Aiutante tecnico di III classe” al Comune di Roma e contemporaneamente si aggiudica il concorso progettuale per un serbatoio d’acqua a Villa Borghese.

Nel 1923 consegue il diploma di architetto. Per il Comune si occupa prevalentemente di interventi architettonici e decorativi di edilizia pubblica finché, notato dal segretario generale Alberto Mancini per la sua abilità e duttilità nell’affrontare le problematiche estetiche e pratiche del lavoro, nel 1923 è incaricato del progetto e, l’anno successivo, della direzione dei lavori per la realizzazione del Parco della Rimembranza a Villa Glori.

Da quel momento la sua carriera sarà prevalentemente indirizzata alla progettazione del verde, ottenendo il prestigioso incarico di “consulente artistico” per i giardini, ruolo che gli sarà ininterrottamente rinnovato fino al 1953. Nonostante l’oneroso compito, si occuperà anche di allestimenti (Prima mostra italiana di attività municipale a Vercelli, 1924, e Mostra di Floricoltura e del Giardinaggio a Torino, 1928) oltre a partecipare a numerose commissioni municipali sull’estetica e i parchi cittadini indette dal nuovo Governatorato di Roma.

Non mancherà nemmeno di studiare progetti architettonici per monumenti celebrativi, come l’Ossario al Cimitero del Verano (1922-1926), per opere funzionali, come il serbatoio d’acqua in via Eleniana (1933) o per l’adattamento funzionale di antiche emergenze architettoniche, come quello operato per il teatro di Ostia Antica (1926).

Nel 1939 sarà nominato consulente generale per i parchi e giardini dell’E42.  Nel corso della sua quasi cinquantennale carriera conoscerà e collaborerà con i più importanti artefici dell’Italia post-unitaria e fascista, gli architetti Giuseppe Sacconi, Giacomo Boni, Gustavo Giovannoni e Marcello Piacentini, gli scultori Ettore Ferrari, Adolfo e Lorenzo Cozza e Pietro Canonica e il critico d’arte Ugo Ojetti.

Nel 1950 fonderà, assieme ad altri illustri esponenti del paesaggismo italiano, l’Associazione Italiana degli architetti del giardino e del paesaggio, dove, nel 1965 diverrà socio onorario in qualità di «depositario delle nobili tradizioni del nostro paese nella ideazione del giardino come opera d’arte». Muore a Roma il 15 agosto 1969.

INFO
Raffaele de Vico (1881-1969)
Architetto e paesaggista

Dove
Museo di Roma a Palazzo Braschi
Piazza Navona, 2; Piazza San Pantaleo, 10

Biglietti
16 maggio – 30 settembre 2018. Dal martedì alla domenica dalle ore 10 – 19 (la biglietteria chiude alle 18). Giorni di chiusura: lunedì
Residenti: intero € 8,50;  ridotto: € 6,50
Non residenti: intero € 9,50;  ridotto: € 7,50
Gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente

Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)

www.museodiroma.it; www.museiincomune.it

Gino Vannelli, Wild Horses

Cominciamo “cool” dire che quando si parla di anni Ottanta, mi vengono le lacrime agli occhi.

Nemmeno mi avessero chiamato alla Camera a fare il corrispondente parlamentare.
Per me che ho sonori 53 anni, 54 a giugno, sempre a Dio piacendo, gli anni Ottanta sono stati il diamante dell’età e della speranza.

Pensate: anche il calcio mi attraeva, riuscivo anche a capire le formazioni, declamate da istituzioni “radiotvcronistiche” come Pizzul e Martellini.

Gli anni Ottanta, per me batterista in odore di precariato, come col giornalismo, precario sempre, come essere classicista sovversivo e contemplativo con vigore, sono stati anche la musica.

Si chiama “resistenza culturale” contro un mondo che “non ci vuole più, il mio canto libero sei tu”, o bellezza.

O forse semplicemente gioventù si chiama e quando senti il tempo che si consuma, non solo il prurito si fa più aggressivo ma anche la tendenza a idealizzare diventa nostalgia militante.

Insomma, sabato sera con Gino Vannelli, 1987, tardi anni Ottanta, quasi Novanta, buoni pure quelli alla fine, musicalmente parlando.

Gino Vannelli, italo-canadese con origini di Ripabottoni, in provincia di Campobasso, lo ascoltavo dalle mie Altec Lansing abbinate ad ampli Luxman L114.

Altro che mp3.

Erano serate di gloria. A dissertare e a smanacciarsi con la persona giusta. L’unico attimo di pausa era giustificato per voltare il vinile al lato B.

Wild Horses mi dà di libertà e composta “dionisicità”. Come piace a me.
Buona ascolto, dunque, e buona serata.

As the sun goes down on the arizona plain
and the wind whistles by like a runaway train
hey hey hey it’s a beautiful thing
well it’s me and you and a flatbed truck
my heart kicking over like a whitetail buck
hey hey hey in the middle of spring
You can cut me deep
you can cut me down
you can cut me loose
don’t you know it’s okay
you can kick and scream
you can slap my face
you can set my wheels on a high speed chase
hey no matter what you do
Wild horses could not drag me away from you
Wild horses could not drag me away from you
As the sky falls down from the midnight blue
spittin’ like bullets on a hot tin roof
hey hey hey it’s a beautiful sound
well it’s me and you in a flatbed truck
in a foot of mud just my luck
hey hey hey a hundred miles out of town
You can call me a fool
you can call me blind
you can call it quits
can’t hear a word you say
cause if I had you once
I’m gonna have you twice
I’m gonna follow my heart instead of good advice
hey no matter what you do
Wild horses could not drag me away from you
Wild horses could not drag me away from you
Quando il sole tramonta sulla pianura dell’Arizona
E il vento fischia come un treno in fuga
Hey hey hey è una cosa bellissima
Bene, siamo io e te e un camion a pianale piatto
Il mio cuore scalcia come un cervo dalla coda bianca
Hey hey hey nel mezzo della primavera
 Tu mi puoi ferire in profondità
Tu mi puoi abbattere
Mi puoi parlare fuori dai denti
Non sai che va bene?
Puoi scalciare e urlare
Puoi prendermi a schiaffi in faccia
Puoi lanciare le mie ruote in un inseguimento ad alta velocità
Hey non importa cosa fai
Nemmeno cavalli selvaggi potrebbero trascinarmi via da te
Cavalli selvaggi non potrebbero trascinarmi via da te
 Quando il cielo precipita dal buio della mezzanotte
Crepitando come proiettili su un tetto di latta incandescente
Hey hey hey è un suono bellissimo
Bene, siamo io e te in un camion a pianale piatto
Su una base di fango la mia fortuna
Hey hey hey un centinaio di miglia fuori città
Puoi chiamarmi pazzo
Puoi chiamarmi cieco
Puoi dire che questo passerà
Non sento una parola di quel che dici,
Perchè se ti ho avuto una volta
Ti avrò una seconda
Seguirò il mio cuore invece di un buon consiglio
Hey, non importa cosa fai
Cavalli selvaggi non potrebbero trascinarmi via da te
Cavalli selvaggi non potrebbero trascinarmi via da te

Beat Generation in immagini

Inaugurata oggi alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma la mostra fotografica e documentaria Beat Generation. Ginsberg, Corso, Ferlinghetti. Viaggio in Italia, a cura di Enzo Eric Toccaceli, autore di numerosi libri e “frequentatore” di personaggi come John Cage, Julian Beck, Judith Malina, Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, Anne Waldman, John Giorno, Ed Sanders.

L’esposizione, in programma sino al prossimo 2 aprile, ripercorre i momenti più significativi della Beat Generation  con circa 200 fotografie in bianco e nero realizzate dallo stesso curatore, tutte inedite e
tutte acquisite dalla Galleria Nazionale.

Allen Ginsberg e Fernanda Pivano, Milano, 1996

Le fotografie, accompagnate da un apparato di circa 600 documenti (prime edizioni, vinili, manifesti, inviti, locandine, ritagli stampa), descrivono gli ultimi viaggi in Italia di tre dei più importanti esponenti della Beat Generation, che si recarono in Italia diverse volte in occasione di incontri e performance: Allen Ginsberg, Gregory Corso e Lawrence Ferlinghetti, il più longevo dei tre artisti, ormai quasi centenario.

Gregory Corso: “Gregory slept here in 1958”, Colosseo, Roma, 1997

In un arco di tempo che prende avvio dalla fine degli anni Settanta per arrivare sino
agli anni più recenti, Enzo Eric Toccaceli ha seguito e fotografato Ginsberg, Corso e
Ferlinghetti in tutte le loro peregrinazioni nelle grandi città e capitali dell’arte: da Milano a Venezia, Roma, Firenze, per giungere fino allo Stretto di Messina.

Gregory Corso al Foro Romano, Roma, 1997

Si tratta, dunque, di una sorta di moderno grand tour espresso e sintetizzato con immagini, documenti, manifesti, articoli e diverse rarità e curiosità, in un percorso capace di “mescolare” arte, cronaca e storia.

Lawrence Ferlinghetti (ripreso di spalle) alla sua mostra “60 ANNI DI PITTURA” “Museo di Roma in Trastevere”, Roma, 2010

L’idea della mostra ha preso avvio nel 2017, nel ricordo di Allen Ginsberg, a venti anni dalla sua morte e nel solco delle celebrazioni per il centenario della nascita di Fernanda Pivano, amica e traduttrice dei tre poeti, la prima a parlare in Italia della Beat Generation e a farla conoscere in tutte le sue svariate sfaccettature ad un ampio pubblico di tutte le età.

Lawrence Ferlinghetti, performance al “Teatro India” Roma, 2008

Alla presentazione della mostra alla stampa sono intervenuti Mita Medici, Maria Anita
Stefanelli e Carlo Massarini  che hanno condiviso con il pubblico presente i ricordi, la poesia e la conoscenza della Beat Generation, attraverso testimonianze e letture dei tre personaggi.

Penso a Jack Kerouac, per me uno dei simboli principali del movimento poetico, artistico e letterario che nasce in America alla fine degli anni Cinquanta e mi vengono in mente queste parole, più belle di tante altre spesso citate: “A me piacciono troppe cose e io mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all’altra finché non precipito. Questa è la notte e quel che ti combina. Non avevo niente da offrire a nessuno eccetto la mia stessa confusione”.

Confusione, però, la vita, tutta da sperimentare.

INFO

In programma sino al 2 aprile 2018
Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
Viale delle Belle Arti 131, Roma

Orari di apertura
Dal martedì alla domenica: 8.30 – 19.30
ultimo ingresso 45 minuti prima della chiusura

Biglietti
intero: € 10,00
ridotto: € 5,00
T + 39 06 32298221

lagallerianazionale.com
#LaGalleriaNazionale
#BeatLikeClick

 

Magnum Photos, esposizione all’Ara Pacis

Oggi ho partecipato ad una conferenza stampa di quelle che prediligo.
Quando si parla di arte sono contento ma quando l’evento che presentano racconta di fotografia, vado in estasi.

La mostra di cui vi racconto su Green Planet Edizioni che in questi giorni sta diventando Green Planet Edizioni Stampa e Comunicazione è davvero bellissima.

L’esposizione ripercorre i 70 anni della leggendaria agenzia fotogiornalistica fondata da Robert Capa, la Magnum Photos.

Se vi va di leggere, vi allego il link che vi riporta al sito che ora è diventato anche testata giornalistica.

Ecco il link: https://www.greenplanetedizioni.com/70-anni-magnum-photos-mostra-allara-pacis/

Per aggiungere qualcosa sulla nostra Green Planet, mi piace dirvelo, siamo tornati alla nostra vocazione originaria ossia agenzia di notizie, comunicazione, editing di servizi editoriali.

Abbiamo deciso di lasciare il magazine AgriKoltura 4.0 on line ma senza farlo più pagare. Sinceramente perché i risultati non sono stati quelli attesi. E poi perché, fare notizie, informazione, tramite la nostra agenzia-testata giornalistica, ci è più congeniale e ci piace di più.

Un giorno arriverà forse anche qualche guadagno 🙂 . Per ora, credo molto nella volontà di dare voce a cose interessanti e belle. Se possibile, a fare un po’ di fenomenologia, portare luce sulla realtà.

Ma soprattutto a fare quello in cui ho sempre creduto: un po’ di informazione corretta, giornalismo al servizio di chi legge.

Perché, da un grande potere (che io non ho perché non sono un giornalista di potere, non solo sono mai stato), derivano grandi responsabilità.

Che ho sempre sentito. Nei confronti di chi ha voglia di leggere e di informarsi.

Questi sono tutti i miei datori di lavoro, i lettori, anche voi, tutti coloro che mi fanno stringere i denti quando fare altro, sarebbe stato più facile e più redditizio.

Ma scrivere è nutrirsi, portarsi al centro. E farsi vita.

Buona serata e sempre viva la bellezza e la fotografia.

 

Arte e fotografia nelle immagini di Piergiorgio Branzi

Che la fotografia sia una delle passioni con cui “esperisco” il mondo non è una novità.

Quando poi le immagini appartengono alla dimensione di un reale trasognato dove la vita stessa, nella sua essenzialità, appare quella di un sogno dagli sfumati contorni, beh, mi piace ancora di più.

Nel sito http://www.scrittoreinviaggio.com di cui vi riporto il link all’articolo https://www.scrittoreinviaggio.com/la-fotografia-di-piergiorgio-branzi/
vi racconto della fotografia di Piergiorgio Branzi e della sua attività di fotoreporter.

Gli scatti di questo fotogiornalista, in particolar modo quando racconta il Sud, mi ricordano i quadri di Hopper, di una desolata, scarna e solitaria eleganza.

Come nella fiction Braccialetti rossi.  C’è l’atmosfera del tempo sospeso, l’attesa del bambino che giace nel sonno del coma, ma, fuori del corpo che dorme, attende il risveglio e intanto vede tutto.

Si trova, come in un sogno, sul bordo di una desolata piscina, il Kursaal di Ostia, celebre negli anni Sessanta e sperimenta questo attimo di solitaria speranza.

Lui, da solo, gli altri non immaginano neanche.

Lo so, il paragone può sembrare insolito.

Ma quell’atmosfera di speranzosa sospensione, di solitario distacco da tutto, mi riporta, sia ad Hopper sia alla fotografia di Branzi.

L’incontro, in programma al  Complesso del Vittoriano di Roma(Ala Brasini) il prossimo 31 gennaio, nell’ambito della mostra 100 Anni di fotografia Leica in programma fino al 18 febbraio, fa parte del ciclo di appuntamenti Grandi Maestri, Grandi Storie

Il tema sarà: La fotografia tra presente, passato e futuro.

L’incontro del 31 gennaio sarà anche l’occasione per una riflessione sul futuro della fotografia nell’epoca del digitale, un argomento particolarmente caro a Branzi che guarda con diffidenza ma che non rinuncia a comprendere.

Quindi, se vi fa piacere, leggetelo.

Ultima riflessione a proposito del sito. Propongo un sondaggio. Il sito si chiama Scrittore In Viaggio e sto cercando sempre più di differenziarlo dal blog.

Sia per non annoiarvi, sia per una maggiore varietà di offerta dei contenuti con cui vi “stresso”.

Il sondaggio è questo: dal momento che il blog si chiama Scrittore in Viaggio Blog e mi pare possa creare qualche problema di lettura nello scorrimento del lettore, rischiando di confondersi con il sito Scrittore In Viaggio, che ne dite di un nuovo nome per il blog?

Si accettano suggerimenti 🙂

Prometto che sarà l’ultima volta di un cambio di nome 🙂

E grazie sempre della vostra attenzione.

 

 

Ininterrottamente

Ininterrotti sono i dialoghi.

Tra il cielo e l’immota eternità.

E’ nel silenzio, che la parola si fa pietra.

Di rivelazione, sussurrando sogni.

Qui, si, proprio qui.

A San Galgano.

Dove il cammino diventa volo.

Testimoniando vita, sgranando essenza.

 

 

Fuoco di Parresia

Eccola qua: Fuoco di Parresia, la mia raccolta di poesie in un volume che ora è possibile acquistare on line sul sito di Green Planet Edizioni a questo link https://www.greenplanetedizioni.com/prodotto/fuoco-di-parresia/

Le poesie sono in larga parte quelle pubblicate nel blog ma con una forma diversa, bella e ricca, impreziosite da una copertina che mi sembra centrata.


Ma soprattutto sono, dire arricchite mi sembra poco, dal contributo, dall’inestimabile dono delle mie “amiche” e blogger Adriana Pitacco( https://natipervivereblog.com/) e Serena Lavezzi (https://pennedoriente.wordpress.com/) che desidero ringraziare di cuore.

Hanno scritto, in tutta la perizia della scrittura e sensibilità che le contraddistingue, parole centrate e profonde, su quello che considero un piccolo tentativo poetico per indagare la vita in un, appunto, Fuoco di Parresia.

Perché, come ho scritto, alla fine il mondo, è vero, talvolta, mi tortura ma allo stesso tempo, mi ispira. Grazie anche a lui.

Volevo dirvelo, di questa mia “presenza” mentre vi auguro buon sabato.