Sono ancora vivo, come Rocky, Rambo e Papillon

Quasi un mese che non scrivo su questo spazio. Altrove si ma qui, dove le parole si fanno più intime, no, non ho più scritto. Non sono stati giorni facili e ancora non ne sono proprio fuori. Continuano i giorni in cui i morsi di un dolore che ancora ho difficoltà a pronunciare, questi morsi si fanno sentire.

Un giorno forse vi racconterò di questo dolore improvviso, insensato che ha scardinato molte certezze o forse semplicemente dato conferme. Che la vita è tosta ma non impossibile.

Semplicemente bisogna godere del tempo come se fosse la degustazione di un ottimo vino. Scrive Vito Mancuso nel suo La Via della Bellezza: “Tutto è incerto è vero ma questo sole che ti scalda le ossa, questa notta di stelle, la tua terra, il tuo mare, il tuo preziosissimo amore, tutto questo c’è e non è solo vero, è anche bello, di quella bellezza veritiera che alimenta il piacere sereno di esistere”.

Ecco, questo sereno piacere di esistere è stato messo a dura prova il 7 dicembre alle 21 e 33 di un giorno qualunque. E forse, come giustamente sottolinea Mancuso, il peccato col dolore non c’entra proprio nulla.

C’è un difetto nell’essere da cui provengono il male e il dolore. E semplicemente, di fronte al dolore, quando arriva improvviso e si aggrappa alla gola, straziandoti il cuore, semplicemente non si può fare nulla.

Accettarlo, continuare ad avere fiducia, contemplando bellezza, facendo la veglia a ciò che di questo mondo ci fa sentire e alimentare “quel sereno piacere di esistere”.

Ho avuto grande rabbia nei confronti di Dio. Per la sua lontananza, inesistenza in quel momento, per me tragico e magari per altri non sarebbe nulla. Eppure, pur rivedendo tutto il mio senso “religioso” del credere, ancora continuo a pensare che tutto non possa finire così.

Se Dio permette il dolore è forse perché desidera la nostra libertà. Di scelta sino in fondo. Sono stato stordito, affranto, straziato e ancora sono molto esausto ma non a caso la suoneria del mio cellulare è il tema classico del film Rocky.

Sono un buon incassatore, un uomo che punta sempre al riscatto, a rialzarsi anche quando sta per gettare la spugna e si ritrova al tappeto coperto di sangue. Di sangue e lacrime, questa volta, ne ho versato molto.

Eppure, come direbbe Papillon, “sono ancora vivo, figli di puttana”. Anche se la scena che più mi si addice è quella finale di rambo dove, dopo aver seminato il caos, cede al pianto liberatorio.

Ma la vita è così. Bisogna viverla sempre. Come ieri, siamo in casa a cena, ci chiama la vicina, il marito ha un attacco epilettico. Lo rassereno col suo volto tra le mie mani. Chiamo l’ambulanza, sollecito e arriva. Ora sta meglio, tutti mi ringraziano. Peccato non aver avuto la stessa freddezza e presenza quella sera del 7 dicembre.

Risuonano solo le mie bestemmie e parole di disperazione quella sera, per non aver potuto nulla di fronte alla legge della vita che si ferma. Ho desiderato di fermarmi anche io, non ho dormito per notti, ancora non dormo. Però guardo avanti, e vivo.

Con l’anima che sanguina e una cicatrice in più sul mio corpo per tutto quello che, però, è la mia vita. E, nonostante tutto, dicendo grazie a Dio perché ciò che mi ha tolto, ha dato gioia, amore e felicità alla mia vita per 21 splendidi mesi.

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Mi faccio i sogni miei

Mi faccio sempre i sogni miei. Potrei anche iniziare così: non solo mi faccio i sogni miei ma sogni che siano reali, comuni, banali ma veri. Come il chiodo che sporge: va preso a martellate.

Mi faccio insomma i sogni miei che non sono l’eccezionale, una vita al top, soldi, lusso, potere e bunga bunga. No, vorrei semplicemente, a volte, tornare indietro. All’Italia dell’articolo Uno della Costituzione, della sovranità che appartiene al popolo.

Vorrei una sinistra che non lecca le terga pure al Lussemburgo paradiso degli evasori fiscali per andare contro a chiunque parli di “italianità”, vorrei una sinistra berlingueriana che riporta al problema morale e aggiungerei neuronale, vista l’entità di trovate che discettano oggi gli eredi di una cosi importante tradizione storica.

Vorrei non dovermi vergognare di avere l’idea di Nazione dentro di me, vorrei non dover rischiare l’estinzione perché fa comodo agli speculatori che dietro un sorriso anticristico con la fandonia di essere buoni con tutti, cancellano la nostra identità, la storia, le morti di chi ha lottato per il lavoro e per l’idea di Nazione, appunto. Senza retorica perché non si tratta di colori politici ma di ciò che siamo tutti, italiani.

Sul Carso, nelle trincee, la notte , come si racconta, appaiono fantasmi, lemuri in divise stracciate di soldati della Grande Guerra, austroungarici e italiani abbracciati che ammoniscono con il dito puntato sull’Europa. A tratti piangono, rimasti giovani per l’eternità perché pensano alla morte fredda che hanno trovato su quella terra e che oggi a nulla serve più, tutto quel dolore, tutto quel sacrificio.

Come ebbe a dire Bettino Craxi, gigante della politica rispetto a nani e ballerine dell’integralismo leccaculista di oggi: “Cancellare il ruolo delle Nazioni significa offendere un diritto dei popoli e creare le basi per lo svuotamento, la disintegrazione, secondo processi imprevedibili, delle più ampie unità che si vogliono costruire. Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”. Tié, mettece una pezza.

Vorrei un paese dove le parole sicurezza e lavoro non fossero chiacchiere vuote di incapaci che chiedono voti e dove non devo leggere tutti i giorni frasi sconcertanti che sei nazionalista perché provi affetto per questa nostra amata e maltratta Italia, mentre loro sono invasati e posseduti dall’integralismo della stupidità in malafede, che porta al Sacco di Alarico. Ma la nostra politicaglia non lo sa e chi lo sa, fa finta di nulla. Troppo in alta la posta in gioco: si chiama Stato Sociale da abbattere, per fare del lavoro precaria schiavitù e dellla convivenza civile una lotta tra poveri. E per pagare zero i poveri disperati a cui danno illusioni mentre qui si muore in baraccopoli e in mezzo alla strada.

Vorrei un paese dove i chiacchieroni che dovrebbero alimentare la speranza, inetti anche nelle promesse, vanno a lavorare assieme agli operai, negli altiforni, a colare l’asfalto a Ferragosto durante l’ora panica, vorrei che i responsabili, costruissero loro quel ponte, con le loro mani, a scarnificarsi i polpastrelli, per rifarlo il ponte, donando i loro possedimenti alle famiglie di chi non c’è più. E zitti.

Vorrei non dover dimostrare nulla, avere una moglie che cucina solo squisite pietanze senza alimenti di origine animale, una sfida, vorrei un mondo che sorride e che non ti guarda in cagnesco alla minima inezia, un sorpasso, la fila in un negozio, facce tristi, incazzate, agguerrite, vorrei una unità di persone capaci di defenestrare quelli che ci vogliono divisi e che alimentano la loro pinguedine sulle nostre divisioni.

Vorrei poi un lavoro appartato, tipo che so guardiano del faro, correttore di bozze, bibliotecario, archivista, monaco o custode di eternità solitarie. Vorrei un paese senza tv o forse senza il trash che ormai regna in tv, vorrei una tv della notte che andasse in onda tutto il giorno, vorrei un paese che leggesse a cacciasse a calci in culo i servi del potere, qualunque forma assumano, vorrei un paese di audiolettori, di zero suv, dove la ricchezza vierne redistribuita e i poveri diventano classe media e i ricchi anche classe media, tutti insieme a godere di meno ma a godere tutti.

Vorrei un paese dove le notizie sui crac finanziari mondiali dove la gente finisce in mezzo alla strada perché non può più pagare il mutuo fosse il ricordo brutto di un’epoca lontana e dove le donne posso andare in giro a qualunque ora senza temere per la loro incolumità.

Vorrei un paese più anafabeta ma più felice, meno bollito e più orgoglioso, dove gli italiani non subiscono la xenofobia al contrario e dove essere straniero non è una colpa o un difetto, è semplicemente una realtà che sei vivo, sei nato, con una tradizione di cui non ti devi né vergognare né impormi come fosse l’unica.

Non è il paese dei balocchi, è forse un’utopia ma forse prima che arrivassero i tempi del benessere e dell’Europa di Bruxelles e di chi vorrebbe toglierci non solo l’ora solare ma pure l’orgoglio dei nostri morti, quelli che questo paese l’hanno costruito e che ne hanno calcato le strade con tanta fatica, lasciando ancora l’aria intrisa di sudore. Ecco, forse, prima di tutto questo, l’utopia era meno irreale e forse più possibile.

E poi, vorrei, un po’ di salute, darmi una disciplina, esplorare me stesso per giungere fino alla fine sempre più consapevole, essenziale, spartano, con tanti libri da frequentare e persone da selezionare, e poi guardare il cielo con qualche ruga in più portata sotto azzurri intensi e nuvole che non finiranno mai.

Chiedo troppo? Ecco, appunto, mi faccio i sogni miei.

Bellissime e coraggiosissime

Scrivevo l’altro giorno della triste realtà dell’Africa del bracconaggio. Ora però voglio raccontarvi anche di chi si immola in questa lotta, di quegli esseri umani di cui Francesco Guccini cantava “gli eroi son tutti giovani e belli”, di quelle persone che fanno la differenza nel mondo e che ci consegnano ancora alla speranza di un mondo migliore.

Sono le squadre che il bracconaggio lo combattono, squadre a cui, da poco,  si stanno aggiungendo gruppi composti da sole donne. Le prime sono state le Black Mambas del Sudafrica, adesso si sono aggiunte anche le donne del team Akashinga dello Zimbabwe a cui la Bbc ha recentemente dedicato un ampio servizio. I dati dimostrano che sono loro a salvare più animali rispetto ai colleghi maschi. Un coraggio incredibile.

La spiegazione proposta dall’International Anti-Poaching Federation è che le donne sono più brave perché “meno suscettibili alla corruzione, lavorano di più, non si ubriacano, mostrano livelli maggiori di onestà e orgoglio e considerano moltissimo il loro ruolo e l’opportunità che è stata loro data”.

Queste donne sono particolarmente importanti dunque per gli animali e per le loro comunità. In Africa una donna con un salario spende tre volte di più dei suoi guadagni nella sua comunità locale rispetto ad un uomo con un salario equivalente.

Come riportato in un articolo della Stampa: “In questo momento, in cui la caccia per trofei (molto praticata dagli occidentali che pagano per andare a caccia) sta diminuendo e quindi le comunità perdono una delle loro principali fondi di reddito, il fatto che un cittadino spenda il proprio stipendio localmente significa che l’economia della comunità può continuare a funzionare. Proprio l’innescarsi di questo circolo virtuoso, inoltre, fa sì che la comunità stessa inizi a rivoltarsi contro i cacciatori di frodo, visto che proprio la protezione degli animali è fonte di guadagno”.

A coordinare il gruppo Akashinga è Damien Mander ex militare nell’esercito australiano. L’uomo, dopo aver svolto 12 missioni in Afghanistan, ha lasciato l’esercito e, dopo essere entrato in contatto con la triste realtà del bracconaggio che frutta circa 200 miliardi di dollari l’anno, ha deciso di passare all’azione.

Ossia, mettere a frutto il suo addestramento militare per insegnare a una equipe antibracconaggio come proteggere gli animali: ha venuto tutto ciò che possedeva, fondato la International Anti Poachinf Federation e iniziato i suoi corsi con la gente del posto.

Le donne hanno rappresentato essere la vera svolta. Girando per i villaggi, si è reso conto di come le donne fossero marginalizzate. Ha così iniziato a reclutare donne abbandonate, vittime di abusi, vedove, orfane, prostitute e madri single, “donne che non erano vittime delle circostanze, ma vittime degli uomini”, ha spiegato.

Le donne hanno affrontato un addestramento uguale a quello degli uomini, comprese 72 ore di bootcamp, ma solo 3 donne su 37 hanno lasciato: una percentuale molto inferiore a quella degli uomini.

“Hanno imparato l’etica della conservazione, come si preserva una scena del crimine, come si gestisce una crisi. Hanno studiato come si affrontano creature pericolose, l’utilizzo di armi da fuoco, il primo soccorso, i diritti umani, le tecniche di leadership e di perlustrazione, perquisizione e arresto, e il combattimento a mani nude”, ha spiegato Damien.

Da quando è iniziato il programma, nel 2017, le Akashinga – che significa “le coraggiose” in lingua locale – hanno portato a termine 60 arresti. Le donne controllano più di 850 mila acri nella zona del basso Zambesi e sono “più efficaci di qualsiasi altro gruppo abbia visto”, ha ricordato Damien sempre su La Stampa. Damien ha inoltre sottolineato anche come le donne non solo facciano più arresti ma siano anche più brave nel gestire situazioni potenzialmente violente.

“Non mi interessa se abiti nel mio stesso villaggio o sei il mio vicino di casa, se sei un bracconiere, se fai del male agli animali, io ti prendo e ti arresto”, ha detto Vimbai, una delle donne che fanno parte della squadra Akashinga.

L‘obiettivo attuale del programma è il reclutamento di 2mila donne per la realizzazione di una rete di protezione che possa arrivare a coprire 30 milioni di acri di territorio africano entro il 2030. Damien però ha chiarito anche un altro obiettivo: “Una soluzione di lungo termine prevede che si convincano i cuori e le menti delle comunità, e il modo più efficace per farlo è attraverso le donne”.

Grazie Damien, grazie alle Akashinga, donne coraggiose di cui tutti abbiamo bisogno per un mondo migliore. Soprattutto gli animali.

Ancora stragi di elefanti

Oggi ho scritto uno di quegli articoli che mi “accorano. Quando parlo di animali, infatti, per deontologia professionale non posso lasciarmi andare ma è dura. Su Green Planet News ho raccontato della strage di elefanti avvenuta in Botswana che restano l’ultimo rifugio per queste splendide creature. Eppure, nonostante l’immane sforzo di ranger e volontari in funzione antibracconaggio, 87 nostri amici sono rimasti uccisi.

Ho anche citato un volume Sulla pista degli elefanti (Longanesi, 268 pagine, Euro 16,90) dove David Bomben, presidente dell’Associazione Italiana Esperti d’Africa e istruttore capo della Poaching Prevention Academy, un’organizzazione che in Namibia e in altri paesi africani si occupa di addestrare i ranger contro i cacciatori di frodo, riporta la testimonianza della lotta contro il business illegale del bracconaggio che ha fruttato, negli ultimi 6 anni, un introito tra i 10 e i 12 miliardi di dollari.

Leggiamo: “Questa volta siamo arrivati troppo tardi. Il rinoceronte è lì, di fronte a noi, a terra, agonizzante. Il suo corpo massiccio si muove appena. Sul muso, laddove c’era il corno – il suo prezioso corno – ora c’è una ferita sanguinolenta. Per un attimo chiudo gli occhi. Dolore. Tristezza. Rabbia. Cos’avranno usato per strapparglielo via? Mi chiedo. Probabilmente una sega, o forse un panga, il lungo machete dalla lama larga che i bracconieri usano per prendersi quello che è considerato un tesoro”.

Amare fa la differenza. Amare gli animali, poi, ci consegna alla gioia. I loro occhi sono l’antidoto migliore ai vleni del mondo. Difenderli tra le nostre migliori battaglie per dare un senso a questa vita che a volte appare davvero terribile. Proteggerli significa proteggere la nostra stessa vita.

 

 

 

Audiolibri, una piacevole scoperta

No, vabbé, chiamatemi folle o come meglio credete. C’è gente che quando prova conati di angoscia, si abbarbica sui rovi della malinconia, si butta giù. Oppure per non pensare se la beve, se la fuma, si incoccia sul pornoweb, per non dire di peggio. Che ti faccio io? Mi sparo un audiolibro, mi inietto nelle vene una voce teatrale che mi inebria, una storia struggente e via, l’angoscia si ritrae, come un demone scornato.

Vi ho già accennato a questa piacevole scoperta. Ma dalla prova gratuita che ho effettuato su Audible allo sborso di 9 euro al mese per fare incetta di titoli, è un attimo. E mi sono convinto. Alla faccia di un ebete sputasentenze che incontrai una volta per lavoro, in una di quelle tavolate da rincoglionimento tale che passare all’Isis e farsi esplodere, sarebbe stata un’alternativa.

Asseriva, come un guru alla vaccinara anzi alla quinoa, visto il tipo, che questo no, e queest’altro pure, e Amazon, e il capitalismo e ci vuole una moneta alternativa, tutte cose sacrosante per carità, macchecojoni, con licenza parlando. Poi scassa i maroni su Amazon e lo vedo sedersi all’uscita sulla cadrega del Nissan Quasquai a suvvettare l’asfalto, coerenza da borotalco, di qua e di là.

Insomma, ebete a parte, se l’ebook ha fatto praticamente la fine di Renzi, per i classicisti sovversivi l’audiolibro è si una scoperta ma qualcosa che sembra venire da molto lontano. Intanto quando mi cuffietto e mi concentro sull’ascolto, mi sento come un inglese la sera davanti ai bollettini di Radio Londra. Massima attenzione, fottiti malinconia. C’è altro a cui pensare.

Ad esempio, dopo la lettura ascoltata di Pinocchio, ora sono ad uno dei romanzi più belli che abbia letto in passato: La Storia di Elsa Morante. Narrato da Iaia Forte con la sua splendida voce di attrice di teatro, davvero, sono momenti e sono soddisfazioni. Ce ne sono di titoli su Audible. E dire che La Storia alla sua prima lettura, 126 capitoli, mi entro davvero dentro. Un libro ricolmo di ricordi con mio padre a parlarle per ore, su una descrizione o su un’altra.

Oggi sono arrivato al capitolo in cui nasce il piccolo Giuseppe Felice Angiolino, figlio del soldato tedesco che usa violenza alla dolcissima Iduzza. Ecco, quando si dice struggente, struggimento, intenso, tormentoso, dolce, ecco tutto questo è La Storia del piccolo Giuseppe.

Ascoltato in totale immersione è malinconia che si trasforma nel cuore pulsante della vita, nel corpo che viene alla luce, nell’anima che risplende perché viene dalla luce. Un conato di nostalgia e via. Il ricordo, una voce, un attimo ben speso compensa ogni urto, lenisce il percorso, un antidoto dove anche la speranza prende le ali, così, solo perché c’è qualcosa che ti fa stare bene.

Anche un audiolibro può condurti a questo attimo. Dove i sogni si fanno passato, i morti dialogano, Elsa Morante mi pare di vederla scrivere, le memorie, di gioventù e di eternità, si fanno militanza, lotta, passione, amore, desiderio, studio, lavoro, riconoscimento.

Dove accoglienza significa prima di tutto essere lì, dove tu sei stato e sei ancora per ciò che vedi del tuo vissuto. E sei anche capace di ascoltarlo senza più litigarci. Come un audiolibro, si, proprio come un audiolibro.

Buona serata.

La grazia da un pomodoro

Il nuovo che avanza? No, il distacco. Rifletto e allora scrivo. Come sempre da piccoli atti, distillati quotidiani di vita, sgorga quell’attimo. Di grazia. Non una botta di culo, per carità. No per quella bisogna nascerci. Solo consapevolezza e presenza a me stesso. Che è molta più ricchezza del suddetto culo.

Sicuramente nella vita occorre fortuna. Ma prima di tutto, servono forza e  consapevolezza. Il culo non dura tutta la vita, forza e consapevolezza sono le magiche ancelle che danno all’età lo splendore della gioventù. Preferisco che di me si dica “mancò la fortuna, non il valore”. Piuttosto che “ebbe un gran culo”.

Il fatto quotidiano? Non il giornale ma una cosa semplice. Mi fermo in campagna dove capito per alcune cose da fare in zona. Una bancarella di frutta e verdura. L’ape regina, si chiama, già il nome mi piace.

Adoro comprare frutta e verdura, adoro i colori. Agguanto un pomodoro come fosse pane. Mi inebria il profumo, lo accarezzo, come pelle viva. Un pomodoro, estetica intellettuale della terra. Appunto come la grazia del pane.

Prendo friggitelli, pesche, un cocomero piccolino, mi accorgo di avere a disposizione una ricchezza da autentico re. Non è retorica. Penso a chi è malato, a chi ha problemi seri con la vita e con i suoi giorni, al mondo che latra e che soffre, guardo questi pomodori e me li immagino spaccati con olio, sale e basilico e trovo il mio reame.

Poi rifletto sui giorni che passano. Non ho alcun nodo alla gola ma solo presenza. Penso a me stesso e a ciò che sono diventato perché su me stesso ho imparato a contare. Il distacco, non mi arrabbio più. Quando sperimento, umana vita, come è difficile avere un po’ di “grandeur” non rimugino più, non mi corrodo davanti alle piccole meschinità.

Semplicemente vado oltre e penso a una bruschetta e a un bicchiere di rosso. C’è che si vende per niente, chi non ha niente da vendere ma vorrebbe imporre se stesso, c’è chi si dà arie di superiorità dall’alto della sua inferiorità, chi compete con tutto ciò che si muove, chi sostituisce un eroismo alla gioia della cooperazione, c’è chi non dimentica e si contorce di pensieri neri e non vede altrove, c’è chi sorride e finge, c’è chi erutta inconcludenza, chi la vomita, chi la sbandiera, c’è il lavoro recitato e chi vorrebbe vendicarsi della propria irrisolutezza sul primo che passa c’è chi si lamenta, chi attacca, chi fa violenza, chi semplicemente non guarda.

Ecco, io ho messo un punto a tutta questa emotività negativa. Lascio correre per immergermi nell’attimo dove essere presenti con tutto ciò che sei, crea come un cristallo magico. Ho imparato a starmene per conto mio, sia quando sto bene, sia quando sto male. E scelgo. E non fingo. Che le cose vadano alla grande per pomparmi l’immagine, né che non vadano. Semplicemente guardo poco a quello che gli altri pensano e che determinano.

Anche a chi sorridere, non dispenso più regali simili. Un sorriso ha potere, fa bene, va donato a chi lo apprezza. Mi faccio sempre più essenziale, elimino, scanso, seleziono, più tolgo, più metto.

Tolgo chi non ha rispetto, chi non lo dà a chi rispetto, a ciò che amo, tolgo gli isterici, i senza dialogo, i millantatori, i disturbati, gli egotisti, i “io so io e voi non siete un… “, aggiungo i sensibili, i solitari, i folli in cerca di una spiegazione, di un senso, di armonia, del profumo di un limone e di una mano da stringere.

Ecco, questo essere nelle cose, questo avere realmente presenza sul momento, credo che riesca a rappresentare abbastanza bene cosa sia distacco. Non farsi più travolgere dal negativo, dallo scontato come se la vita fosse infinita. Le paure, è vero, rimangono ma allentano la loro morsa sfacciata e urticante.

Si chiama vita, si chiama spero, si chiama fede o fiducia. Evadere dalla realtà non ha senso quando sei capace di attraversarla la realtà e immergerti nell’attimo. “O vita o mia vita”, diceva il professor Keating citando Whitman. Non solo possiamo contribuire con un verso ma possiamo dare gioia al ricordo senza vivere nel passato.

Ho imparato a pensare a chi non c’è più. A farlo vivere dentro di me. Penso a mio padre, alla nonna giornalista che mi fece entrare al Corriere dello Sport ma io, zuccone, non amavo il calcio e mollai.

Ho imparato a riconciliarmi con tante cose. A vivere di ciò che sono capace di scorgere e di apprezzare, di vedere e di abbracciare. Un antidoto ai veleni del mondo, la speranza che il veleno si ritragga. Ho imparato anche a sorridere alle mie malinconie senza più cercare sfoghi. Semplicemente aspettando che passi.

E poi a starmene lontano, il distacco appunto, e a preferire la compagnia di un pomodoro o di un animale, alla vuota presenza dell’irrisolto. E a sperare sempre, che vengano i giorni di ancora più presenza, non di vane illusioni.

Sono grande per credere all’irreale. E’ la realtà a cui possiamo dare forma. Scegliendo il giusto, il buono e il vero, la Trinità della bellezza che talvolta diviene amore. Amore per i giorni, per i minuti, per le cose che ci passano davanti, per i piedi che ci sostengono, per gli occhi delicati e buoni che incontriamo.

Io che cerco sempre che ci sia buono, io che vado al mare con gli audiolibri e mi immergo nell’ascolto, passando dal Deserto dei Tartari, ai Promessi Sposi, ai gialli per arrivare a Pinocchio e quando si commuove Mangiafoco mi commuovo anche io.

Ecco che allora, la mente ritorna a certe giornate che ho davanti come un film. Io che finisco di studiare, mia madre affaccendata, mio padre a lavoro. La mia stanza, un po’ di musica, poi buttato in terra o sul letto a leggere Zagor o Pinocchio.

In attesa dell’appuntamento atteso di fine giornata: ore 19.20 Happy Days da veder con Fabio, mio vicino di casa e oggi ancora amico che quando ci vediamo, sembriamo ancora quelli che passavano le serate sulle scale a parlare.

Poco di donne in senso maschile, molto dei progetti e delle cose che volevamo fare. Ecco mi pare di vedermi, anche ora che scrivo. Aspettare Happy Days e leggere Zagor che ancora oggi preferisco alla lettura di tanti giornali. Mi pare di essere lì, in quella stanza.

Poi, finito Happy Days, partiva la sigla di Almanacco del Giorno dopo. Ci si preparava per la cena, si aspettava mio padre. Dopo cena, tv intelligente e parlare con mio padre, dibattere, oppure ancora musica in camera e qualche telefonata o insieme a Fabio sulle scale, intabarrati nei nostri pigiami.

Ecco la grazie, fare del ricordo, il presente, una identità. Oggi, a questo proposito, leggevo uno dei post compulsivi di una “amicizia” Facebook: quando nasci ti danno un nome, una identità, una religione, una razza, una nazionalità e finisci per difendere tutta la vita una identità inventata. Di castronerie ne leggo ma questa di acchiappaclick è da Oscar. Come se dovessimo essere tutti “figli di nessuno” per stare meglio.

Ecco i miei ricordi mi danno un’identità. Tutti desiderano avere ricordi, sentirsi qualcosa. La negazione di questi fattori, anche quando le identità sono difficili da pacificare, si chiama sofferenza.

Si chiama psicofarmaco, si chiama psicoterapia. Io riguardo la mia stanza, ripenso anche alle mie angosce. Ma il tempo mi ha portato ad essere nel presente e a godere di quello. Di un pomodoro e di chi, come me, ne accarezza le pelle e ci sente l’estate.

Del resto, dopo tutto, che importa?  Edgar Lee Master nella celebre Antologia di Spoon River scrive in una delle poesie che amavo di più, allegrone: “quando ero giovane avevo ali forti e instacabili e non conoscevo il mondo. Quando fui vecchio, le ali stanche non tennero più dietro alla visione”.

Ecco, non voglio perdere la visione e fare in modo che le mie ali tengano. Per questo guardo al presente, accarezzando ogni ricordo e ogni momento. Vedo, spero.
Buona serata e spero di non avervi annoiato.

 

Un gioia di guscio

C’è una gioia di guscio
che sforbicia,
quando l’anima,
ingombra,
di inutile chincaglieria,
attraversa il solido delle cose,
senza farsi strascico.
È quando premo il tempo
sotto il suolo della mia fiducia
e la speranza non decade.
È quando al petto aggancio
i fulmini del mio temporale
e faccio strage
di lampi e tuoni,
ridonadomi all’essenza del paesaggio.
lo sciame delle api, la notte delle lucciole,
la lingua sulla lingua,
mentre sogno
di baci estivi e di carezze sulle guance.
Sono spiccioli, ma monete d’oro,
quando mi avvicino
in millimetri,
all’estasi che preme.
C’è ardore, scavando,
un rosso esclamativo che si accende,
una visione della strada,
in un percorso di silenzi e di parole.
Una grotta, un rifugio, un ristoro,
così, da vivere,
in un’aurora che ti piomba addosso,
tutta d’oro,
quanto la mente tace
e anche gli occhi
si aggrappano
a lembi di mondo.
Il respiro si allarga,
dalle viti sale,
una brace che scioglie,
il digiuno di bellezza.
E allora canti,
a squarciagola,
per seminare rose,
dalla gabbia della mia visione.

Incontri

Oggi ho avuto un incontro di quelli che mi toccano e che mi trasportano improvvisamente tra le braccia del pensiero, quello buono, conciliante con la vita e con le sue asperità.

Ho scritto di getto questo post sul mio profilo Facebook, io che sono restìo a cadere troppo nel personale su Facebook, che vi ripropongo qui.  Perché, sono convinto, che più si estende la riflessione sulla vita e sulle piccole cose che ce la fanno apprezzare, soprattutto in un momento come questo, e più possiamo trovare pace. Con noi e con gli altri. Perché questa pace ce la meritiamo tutta.

Ci sono persone che mi riconciliano con l’essere umano. Questi i fatti: l’agenzia delle Entrate mi chiede due anni di movimenti bancari da inviare entro pochi giorni per verificare se l’azienda fallita 3 volte dove ho lavorato fino a due anni fa mi ha pagato la ritenuta d’acconto per il periodo in cui non ci faceva più busta paga. Panico.

Non è facile avere due anni di movimenti bancari così su due piedi. In banca il primo impiegato, gentile e affabile, ci mette mezz’ora per stamparmi 3 mesi. Ne mancano 21 di mesi. Armato di pazienza mi dico farò tardi e faccio passare avanti una signora anziana.

Non mi preoccupa aspettare ma il fatto che possa non bastare la disponibilità di questo impiegato a risolvere il mio problema perché non si capisce se è possibile avere così tanti mesi di movimenti.

Poi succede che arriva Tatiana che ringrazio con il cuore e abbraccio con l’anima. Tatiana mi chiede di cosa ho bisogno. È malata di cancro, il cranio glabro, di una bellezza intensa e tragica, di una giovinezza travolgente.

In dieci minuti stampa i rimanenti 21 mesi, me li spilla con mani bellissime e mi saluta sorridendo. Non mi fa pagare nulla. Io ringrazio, la saluto e vorrei essere come Cody la bambina la cui attrice è anche tra le mie amicizie Facebook quando, sul film La mossa del diavolo, incontra una piccola malata e la abbraccia.

La guarisce perché Cody ha i poteri del Signore. Ecco vorrei abbracciare Tatiana ed essere come Cody. Me ne esco parlandone al Signore, si ho questo orribile difetto, cerco speranza dunque mi rivolgo alla giustizia oltre il mondo, vedendo le ingiustizie del reale.

Ringrazio i giorni. Che hanno sempre da insegnarci qualcosa. Fuori fa caldo, ma c’è vento. Il soffio della vita. Grazie Tatiana di avermelo ricordato… scusate le chiacchiere.

E aggiungo, buona serata

Da leggere

Spero di non annoiarvi propondendo due link che vi riporteranno, se avete voglia di leggerli, a due articoli che ho scritto oggi su Green Planet News.

Sono argomenti che mi stanno particolarmente a cuore. Nel primo articolo si parla della Giornata mondiale del donatore di sangue prevista per iol prossimo 14 giugno (https://www.greenplanetnews.it/donare-fa-bene-alla-salute).

Credo che sulla bellezza di un atto simile ci sia poco da aggiungere. C’è solo da sperimentare la sensazione di sentirsi bene a mettersi in relazione con gli altri in questo modo.

Nel secondo, si gioca in casa con un articolo sul ritorno del Festival europeo delle Vie francigene e la mia profonda passione per il camminare.(https://www.greenplanetnews.it/camminare-autentica-rivoluzione/).

Spero che possano interessarvi. Buona serata e buona settimana.

 

Ho incontrato la speranza

Vorrei parlare di una piccola cosa, di una piccola insignificante giornata che, però, racchiude tutto. Mi piace soffermarmi su qualcosa di positivo se lo scorgo intorno a me.

Ve lo dice uno che non sopporta la massa, che definire schivo è puro eufemismo, che quando non gira bene guarda il mondo e lo ritieni troppo affollato di “bipedi parlanti”, tanto per esser chiari e per non alimentare buonismi fuorvianti.

In questi giorni, anzi meglio, di questi tempi Mamma Terra non se la passa benissimo. Tra psicolabili che inneggiano a Dio pensando di compiacerlo ammazzando così, qualcuno a casa, come io sfoglio un giornale, democrazie totalitarie che impongono il “proprio ordine” mondiale col sangue e reflussi gastroesofagei derivanti dalla politica, c’è ampiamente di che deprimersi.

Ma non voglio cedere e pensare solo a siffatto genere “bipedumano”. Questa mattina qualche riscontro positivo, semplice, di quelli che pone la linea: da una parte i santi, dall’altra i criminali, in mezzo ci siamo tutti noi. Con le nostre debolezze, la nostra dignità, la nostra disperata ricerca di un senso.

Mi muovo in direzione INPGI, ho qualce problema di contributi arretrati da pagare. Devo andare per chiedere rateizzazione adeguata. Altrimenti è il mio default, altro che spread e minchiate simili.

Qui si tratta della gloriosa economia domestica come la si definiva in tempi non sospetti. Ebbene, mi muovo. La giornata è radiosa. Il solito movimento. Chi corre, chi strombazza col clacson. Ha il ditino facile. Forse a porselo altrove, troverebbe sollievo, penso in un lampo. Insomma, vita quotidiana.

In mezzo al caos, con la “monnezza” che “irraggia” la pur sempre belle Capitale, nonostante tutto, assisto alla prima scena di ordinaria bellezza.

Incrocio un branco di ragazzi. Una baby gang? No, una wonderful gang. Sono insieme, parlano, si confronto, dibattono con interesse di come sarà la giornata. Hanno il soffio dell’entusiasmo della vita davanti. Fin qui, tutto normale. Sono belli, molto belli. Così li trovo. Non sono una gang, sono una squadra, fanno gruppo.

Insieme a loro c’è un ragazzo, con un giovane coetaneo. Bastone e occhiali scuri. Non vede. E’ cieco, parola desueta, non vedente, più buonista. La realtà non cambia. I suoi occhi sono in silenzio. Lui percepisce e parla, sorride.

E’ uno di loro. Loro lo proteggono. Attraversano davanti a me e una ragazza lo tiene amorevole per il braccio. Lui sorride. “Sente” cose belle attorno a lui. Guarda anche senza vedere. Integrazione, amore, c’è qualcosa per cui Dio sorride a vedere le persone. Che non si uccidono agitando il suo nome.

Passata questa scena, cosette molto più “piccine” che però sintetizzano la quotidianità che fa piacere. Arrivo all’INPGI e un impiegato risolve il mio problema in pochissimo tempo con disponibilità e gentilezza. Da encomio. Gentile anche il vigilantes all’ingresso.

Esco continuando la mia giornata di piccoli incontri, di quelli che fanno bene, così, semplicemente camminando e andando incontro alla giornata. Attraverso Villa Borghese. Qualche coppietta sulle panchine, atmosfera rilassata.

Un chiosco. Mi fermo per un caffé. Sono 3 indiani a gestirlo. Gentilezza e buon caffé. Penso alle sciocchezze di chi parla credendo che il problema sia la religione o il colore della pelle o, peggio mi sento, la diversità del sesso o i propri gusti sessuali. Il problema è il cuore, la disponibilità d’animo. Una grazia trasversale che il Dio dell’Amore a volte manda per sollevarci da numerose pene e parecchi cattivi esempi.

Ecco, concludo. Nulla di trascendentale, forse, ho visto oggi. Anzi no. Ho visto la la rivoluzione: il potere della gentilezza e dell’amore, una trasgressione autentica in una società cinica dove la quotidianità e quella descritta da Frankie HI NRG: “Il fine è solo l’utile, il mezzo ogni possibile. La posta in gioco è massima, l’imperativo è vincere
E non far partecipare nessun altro. Nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro, niente scrupoli o rispetto verso i propri simili. Perché gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili”. Il potere della gentilezza e dell’amore. Così bello a vedersi, così forte da costituire la speranza di un mondo diverso. Dove, nelle piccole cose, palpitano cuori e anime davvero “sovversivi”. le giornate belle sono anche queste.