La forza dell’amicizia

Oggi su Scrittore in Viaggio vi racconto di una storia che mi ha affascinato, una storia di autentici eroi, quelle storie che adoro e su cui mi soffermo volentieri.

L’amicizia tra Jesse Owen e Luz Long. L’altra sera hanno trasmesso il bellissimo film race, il colore della vittoria.

Da qui è nata la mia riflessione. Eccovi il link e buona serata.

https://www.scrittoreinviaggio.com/il-nero-dellalabama-e-lariano-di-germania-la-forza-dellamicizia/

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La perversione dello “spleen” in una giornata qualunque

La perversione dello “spleen”. Lo chiamo così quel vago stato di rodimento del fondoschiena, quel prurito esistenziale che fa oscillare le potenziali espressioni del mio volto tra Vincent Cassel sul film L’Odio e Enzo Cecconi nel bellissimo Jeeg Robot .

In realtà la giornata si storce per la stabilità del mio umore che certi giorni ricorda la fermezza dei pachino sulla bruschetta. Cadono a destra e a manca. Però, al di là del mio rodimento, che non è percepito come certe minchiate che leggo che fanno sottigliezze sulla sicurezza, farfugliando distinzioni tra il reale e il percepito dove in ogni caso, giova ricordarlo, viviamo in un paese di merda che manca poco che stiamo tranquilli come come in Colombia, appunto, il rodimento di oggi si appunta ancora su fatti accaduti e non percepiti.

Oggi ho chiuso una causa di lavoro con una transazione che ha portato a me e ai miei colleghi poco più di un decimo di quanto ci spettava. Dico anche che va bene così perché diversamente sarebbe stato, in un paese dove le cause durano decenni, un rischio e una perdita di tempo. Abbiamo incontrato un giudice davvero bravo, giovane, serio, concreto e non sindacalizzato che non ha fatto politica ma vita reale, facendo ragionare tutti.

Dico anche che chi doveva riconoscerci questa minima indennità ha subito mostrato volontà di riconciliare e aggiungo pure che le responsabilità non erano da attribuirsi tutte a chi ha fatto il licenziamento in blocco ma a problematiche precedenti con fallimenti di società su cui lo stesso giudice ha detto “scatole vuote che porterebbero su un binario morto”.

Insomma, meglio chiudere, con i classici pochi, maledetti e subito (soldi). Dovrebbe essere tutto ok, direte voi. Come uno dei miei colleghi che decide subito di accettare facendomi, “io pure la metà prendevo”. E parliamo di cifre che bastano per comprarti un kymco.

Ora il problema è un altro. Non una questione di cifre che se davo retta ai conteggi, mettevo su una bella libreria. Non è questo. Anzi, ci salutiamo anche con una stretta di mano e via. Mi incammino e, come sempre, rimango solo con le mie riflessioni.

In tutta questa vicenda, al di là dell’oggettiva amarezza di vedere una casa editrice storica fallire tre volte, mi vengono vari pensieri. Noi che stiamo cercando di “monetizzare” oggi i nostri sforzi con immane difficoltà, la situazione dell’editoria che ha vissuto il terremoto che ha vissuto e bla bla bla.

Però c’è qualcosa che mi fa veramente girare i cabbasisi e sapete cosa? Intanto che si fa un bel dire di solidarietà, corridoi umanitari, buoni da una parte e cattivi dall’altra e qui, se a 50 anni perdi il lavoro, ti attacchi al cazzo. Detto crudo. Mi rivedo la Fornero, penso ai suoi pianti e divento non come Jeeg Robot ma come Zingaro quando dice: scioji i cani.

Poi pensi ai terremotati e il tuo di terremoto è poca cosa. Però il rodimento rimane. Soprattutto quando vedi l’amministratore della cooperativa con cui abbiamo conciliato che si gonfia pure il petto  al pari di un mafiosetto di quartiere.

E soprattutto assisti alla pantomima che, in attesa della chiamata del giudice, di lui che telefona e dice davanti a noi, poveri giornalisti professionisti a cui vengono offerti 3 euro ad articolo, “mandami il curriculum che lo assumiamo subito”.

Poi pensi anche che, senza aver mai sofferto né prima né dopo di nostalgie sessantottiste, brigatiste e sindacaliste, comunque, hai sempre creduto ad una minima “fraternità di colleganza” e che hai tentato di fare una battaglia per un diritto minimo tutti insieme e che hai rifiutato qualcosa che ti avevano offerto per non tradire gli altri.

Dici: sarai un eroe d’altri tempi? No, sono un coglione di oggi con la testa nel passato. E infatti due delle colleghe più battagliere e avvelenate col “padrone” che ti fanno? Sottobanco trattano e si fanno assumere. Marameo a tutti e tanti saluti alle battaglie di colleganza e alla dignità sociale, ai valori di correttezza e lealtà così desueti oggi.

Non dico abbiano fatto male. Ognuno ragiona con le sue necessità. Però, magari saperlo, anche per rispetto di tutti, insomma, alla fine ognuno mostra quello che è.
Me ne torno davanti al pc e accendo per continuare il mio lavoro, nella speranza di continuare a farlo con un minimo di risultato.E scrivo a voi per domarlo questo rodimento, trascenderlo.

Ripenso ad una delle colleghe che oggi ha provato a chiedere di essere assunta da questa cooperativa, sentendo delle due ex-colleghe assunte tempo fa. Penso che tanto offerte non ce ne hanno fatte e penso che piuttosto pane e cipolla ma non ho più l’età per mettermi sugli attenti di fronte a chi si improvvisa in editoria ma tratta servizi e facchinaggio.

Penso si al Cecconi quando fa “in non sò amico de nessuno”. Si, in molti casi non sono amico di nessuno. ma per quelli che sono come me, per quelli che ancora credono ancora ad un minimo di giustizia e di fraternità reale che non si fa propaganda sulla pelle altrui, si per me e per quelli come me spero quello che dicevano i guerriglieri dell’IRA in carcere durante lo sciopero della fame in cui morirono per protestare contro le leggi speciali della Thatcher: nudi, stremati ma indomiti si urlavano da cella a cella, in gaelico, Tiocfaidh ár lá, verrà il nostro giorno.

Semplicemente auguri

Semplicemente auguri a tutti amici miei, a tutti ma proprio tutti.
Come ho scritto mettendo questa mia immagine su Instagram, il mio augurio è di poter mantenere sempre il sorriso, guardando all’orizzonte.

Con il sole sulla faccia e sempre avendo una direzione.
Che poi, nella vita, non servono grandi cose.
E come ricorda Friedrich Nietzsche, letto e straletto, soprattutto in gioventù,
“Formula della mia felicità: un si, un no, una meta da raggiungere”.

Auguri a tutti e grazie sempre della vostra attenzione.
Vi abbraccio forte, senza retorica alcuna, anche se non vi conosco.

 

Ringraziare Totò, ringraziare tutti

Ringraziare Totò. E non solo.

Potrebbe essere il titolo di un film, di un articolo, di un ampio documentario su quello che non riesco nemmeno a definire semplicemente un attore. In realtà, a Totò io voglio davvero dire grazie perché in un momento complesso della mia vita mi è stato di aiuto. Da lontano, da altri mondi forse ma, ne sono certo,l Totò mi ha aiutato.

Da una vita cerco di scrivere, da una vita sono precario. Fare il giornalista o provare ad esercitare una minima attività artistica e intellettuale in un paese di merda come il nostro, perdonatemi l’eleganza del francesismo, è praticamente impossibile. Sia per colpa di imprenditori furfanti che credono che ogni attività artistica non vada remunerata, sia perché c’è anche chi si culla in un sogno e spesso, troppe volte, accetta di scrivere gratis.

L’ho fatto anch’io, non lo faccio più.

Ora, il problema è un altro. Ho perso il lavoro circa un anno fa perché la casa editrice dove ho lavorato per 12 anni, dopo anni di precariato al quotidiano Il Tempo, è entrata in crisi.

Una volta licenziato, mi sono imbarcato nel dare seguito al quel praticantato da ricongiungimento per riuscire a fare l’esame da giornalista professionista iniziato quando lavoravo. Avrei potuto abbandonare ma mi sono detto: anche se abbiamo i problemi che abbiamo, io provo a sostenere il sospirato esame.

Se non ci fosse stato il praticantato da ricongiungimento, non avrei mai potuto fare l’esame. Perché? Perché guadagnavo troppo poco e i famigerati contratti co.co.co. non bastavano a farti essere un praticante.

Nonostante anni di professionismo e di lotta sul campo e, soprattutto, sulle spalle. Andiamo avanti.

A settembre veniamo licenziati, a ottobre faccio l’esame. Le sensazioni all’uscita della prova sono pessime. So di aver fatto un brutto esame.

In primis perché mi sono buttato a fare un tema di cronaca che non è il mio settore e poi perché la mia testa è altrove. A novembre arrivano i risultati. Bocciato, non vado nemmeno agli orali.

Delusione tremenda ma obiettivamente sentenza giusta. Rileggo il tema, faccio gli applausi alla commissione. Non abbiamo bisogno di giornalisti che scrivono in quel modo anche se si tratta di me.

Di pessimi scribacchini ne abbiamo già tanti. Decido a caldo: basta tentare di fare l’esame, devo lavorare. Pazienza, rimarrò pubblicista tutta la vita. Anche se sono professionista da anni perché di questa professione, male, malamente, però ho sempre vissuto.

Ma poi, smaltita la sbornia della cocente sconfitta, prendo la decisione: ritento l’esame. Si stancheranno a vedermi e mi daranno l’ambito titolo di professionista.

Sono mesi di studio “intenso e disperatissimo” per citare un nostro vecchio amico. Le difficoltà non mancano. L’esame è ad aprile, lo scritto, il 19.

Il 15 perdo il mio amore. Mi fa compagnia da 15 anni, il mio adorato gatto di nome Gastone. Pochi giorni prima dell’esame. Come sono fatto io, mi concedo tre giorni di dolore lancinante e poi reagisco.

Ho il cuore straziato ma rileggo Nietzsche che leggevo a 20 anni: ciò che non mi distrugge, mi rende più forte.

Comincio a stare meglio la mattina che, a piedi, a distanza di circa 5 chilometri da casa mia, vado a piedi all’Ergife a sostenere lo scritto per la seconda volta.

Cammino e sento di avere Gastone accanto a me.

Fa freddo, vento di tramontana gelido che sembra portare via la mia disperazione. Arrivo e lo scenario è il solito. Caos e agitazione.

Ma stavolta c’è qualcosa di diverso nell’aria. La sala dove alloggiano i computer è meno aula bunker da 41 Bis, le persone sono più simpatiche.

C’è solidarietà, si parla, si stringe l’amicizia veloce, quella di un giorno in cui si è uniti dalla stessa sorte.

Rivedi tanta gente che è lì per il secondo tentativo, qualcuno è anche al terzo. Io stavolta, al secondo, spero di farcela, almeno di arrivare agli orali. Dipende dalla traccia più importante che uscirà, per la sintesi e le domande, sono preparato. Di una cosa sono sicuro: non farò la cronaca.

Nella traccia di cronaca ci sono i lanci di agenzia che per molti rappresentano un’ancora di salvezza ed è uno sbaglio. Sia perché la commissione lo sa, sia perché scrivere di cronaca non è facile come sembra.

Anzi, ci vuole una tecnica precisa. E non è la mia. L’ho capito.

Arriviamo alla lettura delle tracce e qui ci avviciniamo al significato del ringraziamento al mio amato Totò. Penso e dico ad alcuni improvvisati amici: magari uscisse il tema su Totò, al cinquantenario della morte.

Nello stato di ipnotico della lettura delle tracce da parte della commissione, a metà lettura, sento: Totò, a cinquant’anni dalla morte. Ho quasi voglia di fare uno di quei gesti di esultanza calcistica che ho da sempre in uggia.

Sono felice. Non solo ce la posso fare ma posso dare tutto me stesso nello scrivere di Totò che mi ha fatto compagnia tante volte, che sintetizza le giornate serene della mia infanzia.

Quelle al cinema con mio padre la domenica e poi la sera pizza e supplì. Ripenso a mio padre che imita Totò e sorrido.

Mentre scrivo del principe De Curtis, un magistrato, un pezzo da novanta, una donna che non so se mai leggerà il mio post ma che desidero ringraziare per la sua sensibilità, si ferma dietro di me e dice: bellissimo ciò che stai scrivendo. Ve la faccio breve, ci provo.

Finisco i temi e le domande, esco, dopo aver salutato i compagni d’avventura, rifaccio la strada del ritorno. Stessa tramontana, stessa sensazione di fiducia, stessa accettazione della disperazione.

Gastone è con me nonostante abbia voltato l’angolo e io non possa riuscire a vederlo. Solo sentirlo. Poi passano i giorni e aspetto i risultati dello scritto. Intanto studio anche se ancora non conosco l’esito dello scritto. Che arriva, puntuale, dopo circa un mese.

Stavolta ce l’ho fatta. Scritto superato, accedo agli orali. Non è ancora finita. Totò mi ha aiutato, la mia passione per la sua straordinaria arte mi ha innalzato quasi al massimo dei voti: 54, con una commissione che non regala nulla. Studio e preparo la tesi, altro nodo da sciogliere su cui la commissione è particolarmente esigente.

Arrivo al giorno dell’orale, a inizi luglio, e mi avvalgo dei miei consueti riti. Quelli che mi rilassano e danno sicurezza.

Esco di casa e mi dirigo a piedi in via Sommacampagna, mattina presto, stavolta i chilometri da percorrere sono circa 8. L’emozione è tanta, la paura anche, non temo ad ammetterlo. Mi siedo e la commissione mi fa i complimenti per la tesi, argomento interessante, scritta molto bene, dicono.

Domande, tante, qualcuna la so, qualcuna mi aiutano e la sfango. Idoneo, evviva, ieri arrivano i verbali. Promossi il cinquanta per cento, uno su due.

Scrivo questo post, non solo per ringraziare Totò ma per lanciare un invito a chiunque debba affrontare una prova e nella vita sono tante.

Rialzarsi sempre, mai abbattersi, farsi abbracciare dalla disperazione e poi reagire.

Si assaporano vittorie ancora più belle, in tutti i campi, si annienta la delusione con l’autostima. Perché farcela è una cosa, rinunciare è un’altra. E l’inconscio lo sa e ci martella. Certo, molte cose non cambiano. Sono giornalista professionista e volevo esserlo da tanti anni.

Non ho avuto mai la fortuna di un contratto vero. Un po’ per errori che attribuisco a me, un po’ perché il paese è cambiato e al lavoro non si dà il peso che i padri costituenti avevano in mente scrivendo la nostra Costituzione.

Sono giornalista professionista ma il lavoro ancora lo stiamo creando. Io e il mio collega di tante battaglie, Luca. L’unico con cui lavoro bene, che in tanti anni di “trincea” è diventato un amico. Insieme a mia moglie, punto di riferimento con la sua praticità, di tante altre battaglie. Siamo noi tre, ora. Siamo noi tre, ora. Pochi ma buoni. Noi, irriducibili. Gli altri, per la propria strada. A chiacchierare e ad offendersi. Che la vita si fa più facile. Che non a confrontarsi e a dialogare.

Siamo rimasti noi, dicevo, a tentare il lavoro. Da soli, trasformando la nostra agenzia di comunicazione in casa editrice e editing. Continuando ad essere anche agenzia di comunicazione.

Perché più si lavora e meglio è. Lavoriamo per noi.

Poi vi racconterò bene: delle riviste che pubblicheremo a breve on line e anche cartacee su richiesta. Una viene dal titolo della mia tesi che tanto interesse ha riscontrato all’esame, l’altra dallo stesso argomento ma trattato in maniera differente.

E poi ancora tanti altri tentativi. Magari per provare a essere giornalisti migliori ma soprattutto editori diversi. Più appassionati. Dei lettori, del proprio lavoro, di una vita di tentativi.

Rialzarsi sempre e credere. Di farcela. Finché non sei stesso, puoi ancora combattere.

Grazie Totò, grazie a Luca e a mia moglie, grazie ad Antonio, grazie agli amici vaganti nei giorni di esame, grazie alla commissione, grazie alla vita che mi aiuta a crescere anche quando sembra volermi tramortire. E alla fine, un po’, grazie anche a me.

Vintage typewriter and old books

Grazie, semplicemente grazie

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Con questa foto scattata a luglio dello scorso anno durante la fioritura della piana di Castelluccio voglio semplicemente dire grazie a tutti.

Siete in 100 a seguirmi , per la precisione 101, e per me che sono solitario e tendenzialmente “appartato” è un risultato.

Avere il piacere di dialogare e leggervi è un motivo di interesse costante che mi porta ad essere ancora più consapevole che c’è un utilizzo del virtuale, direi, “virtuoso”.

Vi ringrazio ancora, di leggermi e di “sopportarmi”, così, per quello che sono, 🙂 e vi faccio ancora tantissimi auguri di Buona Pasqua.

E che Castelluccio torni ad essere il prima possibile più viva che mai.

Daniele

 

Come dice Remy, voglio mangiare solo cose buone

Come dice Remy, voglio mangiare solo cose buone.
A Pan di Via Bistrot.
“Se è vero che siamo quello che mangiamo, io voglio mangiare solo cose buone”.
Il delizioso e amorevole Remy,
topino protagonista dello splendido e geniale film Ratatouille, esprime la propria culinaria “weltanshauung”, scomodando nientemeno che il pensiero del filosofo Ludwig Feuerbach sul cibo.

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Si, una visione del mondo, avete capito bene. Perché è vero che ognuno di noi comunica se stesso attraverso uno stile. Se “il corpo è l’oggettità della volontà”, come ammoniva Schopenauer, il mangiare (assieme al bere) è una delle metafore più evidenti per capire di che pasta siamo fatti. Si dice spesso che il diavolo si annidi nei dettagli.

Saper mangiare, degustare, sapersi muovere tra calici e forchette, assaporare senza ingordigia, attraversare il mare del gusto con la sapienza dell’asceta che vive nel deserto ed è capace di rinunciare a tutto, ma per questo apprezza i sapori che sente perché ha sviluppato un più autentico “sentire”, ecco, questo si chiama avere stile.

Molto spesso oggi, nell’orribile tregenda della saga dei consumi, assistiamo alla Sodoma e Gomorra del cibo. Locali dove si sostituisce la qualità con la bulimia dell’abbuffata. Prezzo fisso stracciato e mangiare fino a scoppiare. Agghiacciante è la moda che punta a ingozzarti lo stomaco, lessandoti il palato invece che elevarlo ad altezze celestiali, magari fosse, pure eticamente corrette. Mangiare sushi a 10 euro, che tra l’altro detesto pure a prezzi improponibili, mi fa pensare all’acqua dei pozzi del film Erin Brokovich, piu forte della verità. Inquinamento radioattivo. E allora diciamocela questa verità: mangiamo meno ma di gusto. Come dice Remy, solo cose buone.

Io, che sono l’incarnazione viva di quanto ho scritto, la weltanshauung spocchiosa, si spocchiosa e pure antipatica, forse, che sul cibo fa particolare attenzione e seleziona il mangiare in una apologia di lussureggiante vita, come affondare i denti in un polposo frutto mentre aspetti l’alba sulle rovine di Qumran, dopo aver passato le mille e una notte o aver letto i Rotoli del mar Morto e aver scoperto l’essenza degli Esseni, ebbene, si, proprio io, che non sono facile a molte cose, ho incontrato un bistrot che è stato capace di raccontarmi una storia. Mi hanno attraversato la lingua non solo le delizie che ho assaporato ma anche le parole scambiate con gli ideatori di questo spazio creativo, Antonella Rabbia e Francesco Fugaro, dove mangiare e condividere una convivialità rilassata divengono realtà e non propaganda.

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Cucinare è come scrivere. Si plasmano gli ingredienti, si tagliano, si tolgono, si mescolano, per dare vita a qualcosa di speciale. Possibilmente.
I piatti sono serviti come si deve
: per il disegno e i colori che sprizzano, per l’assemblaggio degli elementi, un quadro nel piatto, non sai se mangiarli o portarteli a casa e lasciarli cosi. Per arredare e dare eleganza a qualsiasi ambiente. Ho assaporato qualcosa che è stato in grado di schiaffeggiarmi con un battito di sapori in grado di produrre attimi “estatici”, anche in un’anima complicata come la mia.

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Tra questi assaggi, tortino di melanzane con bufala affumicata e pomodoro torpedino, millefoglie con gamberi grigliati, carciofi e mousse al formaggio di capra, spaghettino di gragnano con torpedino confit e bottarga di spigola selvaggia, zeppoline di baccalà con melanzana affumicata su vellutata di patate ed erbe di campo saltate. Per finire, io che ai dolci oppongo un’aristocratica indifferenza, una selezione di assaggi particolarmente “medianici” in grado cioè di richiamare gli spiriti più golosi anche dal passato più lontano. Insomma, da far resuscitare i morti.

Antonella e Francesco, in Pan di Via Bistrot, che si trova nel centro di Latina, con la piacevole vista sulla piazza simbolo dell’architettura razionalista fascista, hanno puntato a realizzare un ambiente in cui qualità, chilometro zero, eleganza, tranquillità, convivialità siano le fondamenta.

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Il locale è posizionato al primo piano di un edificio e sembra di entrare in una splendida casa arredata in uno stile che mette insieme contaminazioni del moderno e di ispirazione shabby-chic. Atmosfera che acchiappa quella dei pochi tavolini posizionati sul balcone. Si mangia a lume di candela e si guarda l’architettura razionalista. Quasi immersi un quadro di De Chirico.

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La particolare attenzione che Antonella pone ai dettagli, rende il locale ancora più “avvolgente”. Non solo per l’arredo ma per le piccole cose che danno ancora più sapore al tutto, come i vasetti sui tavoli ricolmi di fiori e petali, sapientemente riutilizzati in chiave “arredamento”. La clientela dimostra di apprezzare. Altro che manie “esoticchio-culinarie”. Qui ci vogliono bistrot, caffé, osterie, botteghe. Abbiamo bisogno di ricordarci della nostra trascurata identità. Come diceva Totò: siamo uomini o caporali? E allora via dal sushi a 10 euro e andiamo alla scoperta delle nostre radici e dei profumi che inebriavano le case delle nostre nonne. Che in un ricordo, arriva improvviso un sapore. E spesso ti sfama più di un fast food.

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Antonella e Francesco ci raccontano la loro storia in questa chiacchierata, in una “degustazione” di parole che hanno il sapore delle cose buone. Come Remy insegna.

Antonella, come nasce l’idea di Pan di via Bistrot e quando?

In teoria nasce principalmente dalla nostra passione reciproca per la buona cucina (famiglie e non),  per l’enogastronomia d’eccellenza e  per  la piccola distribuzione (preferibilmente artigianale) poi dall’esigenza reale di creare un posto che a Latina non esisteva e di cui avevamo bisogno. Abbiamo entrambi viaggiato molto, spesso individualmente, e il trovare in ogni luogo, anche lontano, un posto familiare e accogliente dove poter  trascorrere piacevolmente parte del tempo, ci ha sempre particolarmente emozionato.

Il nome, Pan di Via, richiama Il Signore degli Anelli: passione Tolkien?

In realtà, prima di dare un nome alla nostra attività, abbiamo chiesto a tutti i nostri amici più stretti di consigliarcene uno. Abbiamo scelto tra tutti Pan di Via perché, al di la del Signore degli Anelli, ci sembrava un nome che potesse calzare bene alla nostra idea; pane nutriente che sazia anima e corpo e che una volta veniva consegnato dagli anziani ai giovani prima che si mettessero alla prova con un lungo viaggio.

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Il tuo motto è: la felicità è una forma di coraggio. Puoi raccontare il senso di questa “visione”?

Potrei anche dire: “le scelte più facili non sono quasi mai quelle migliori, soprattutto se si guarda al futuro”. Ho sempre cercato di vivere la vita dando il massimo di me e soprattutto di dare sempre retta al mio istinto, ai miei desideri e ai miei sogni, abbinandoci il mio innato entusiasmo e la mia determinazione. Diciamo che ho fatto quello che volevo e l’ho fatto molto spesso coraggiosamente.

Perché un locale al primo piano di un palazzo nel centro di Latina e non il consueto “su strada”?

Perché volevamo che il nostro locale si distaccasse da quella forma di offerta commerciale volta soprattutto all’apparire e non all’essere. Intendiamoci, con questo non vogliamo dire che tutti i locali al piano terra siano commerciali, ma il nostro progetto intendeva creare un punto di rottura proprio nei confronti di questo stile e, il non essere “sul marciapiede” ha reso e rende  il messaggio molto più forte e chiaro.

Francesco è un ex farmacista. In che modo il concetto di salute interviene nella realizzazione della vostra cucina?

Interviene su tutto e non solo sulla cucina. Aver studiato in questo ambito ti rende molto più consapevole dei rischi che si possono correre sia nel trattare le materie prime sia nella loro trasformazione e sia nella gestione dell’igiene. In poche parole, al di là del comprare prodotti d’eccellenza e al di là del preparare piatti sani, vi è tutto un mondo che influisce direttamente sulla salute di tutti noi che frequentiamo locali pubblici. Detto questo, la conoscenza della chimica degli alimenti facilita notevolmente la scelta di materie prime e di una cucina sane e non solo buone.

Le vostre specialità? Il menù, i vini?

La nostra è una cucina che si ispira direttamente ai sapori della nostra infanzia, per entrambi, fortemente legata alla stagionalità, alla nostra terra di origine e ai cibi “poveri”. In questa ottica sono nati piatti come il cacio e pepe su vellutata di zucca; il tortello ripieno di burrata e bietole con salsa di acciughe di Cetara e pecorino Romano e altri che, sempre rivisitati e reinventati, vogliono principalmente rendere omaggio ai profumi e sapori della nostra vita.
La nostra carta è “breve” soprattutto perché la nostra cucina è espressa e le materie prime fresche.
La nostra selezione di vini riguarda poche cantine selezionate con grande cura. La cosa a cui prestiamo attenzione nella scelta é la qualità e il basso contenuto di solfiti.

Le caratteristiche principali degli ingredienti, da dove provengono, è insomma una sana cucina “made in Italy”, un tributo all’eccellenza del nostro buon vivere?

Decisamente SI! Noi siamo da sempre alla ricerca delle eccellenze, come filosofia di vita e questo approccio lo abbiamo ovviamente mantenuto anche per la nostra attività. Principalmente diamo attenzione a prodotti di chi si impegna fortemente nella ricerca e nella salvaguardia del gusto e della qualità. La nostra idea di Km 0 non è solo la ricerca di fornitori il più vicini possibili ma piuttosto mira a privilegiare piccole realtà produttive ITALIANE; anche un grande formaggio prodotto dal piccolo caseificio delle montagne delle Dolomiti o un mirto sardo prodotto da una micro azienda familiare sono per noi Km 0.

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L’ambiente è caldo, raffinato, accogliente, rilassante: come avete ideato lo stile del bistrot e come ne avete composto gli arredi?

Diciamo che lo abbiamo considerato casa nostra, nel vero senso della parola. E’ venuto tutto da sé. Eravamo già partiti con l’idea di usare il più possibile cose delle nostre cantine (sempre ricollegandoci all’idea di “sentirsi a casa” e “sapori di infanzia”). Siamo partiti da 3 tavoli quasi distrutti comprati ai mercatini e da alcune sedie di una vecchia osteria ciociara, oltre a parte dei mobili che arredavano la vecchia farmacia di famiglia. Abbiamo aggiunto il resto cercando di non perdere mai di vista l’idea di creare un microcosmo in cui sentirsi accolti e avvolti, a casa, piuttosto che uno spazio semplicemente da ammirare a distanza.

La squadra che voi coordinate e che vi supporta ogni giorno nella realizzazione di un sogno in continuo divenire

Fra alti e bassi abbiamo avuto la fortuna di trovare validi collaboratori ma soprattutto belle persone, appassionate del proprio lavoro che, insieme a noi e al nostro locale sono cresciute. Per noi è fondamentale un ambiente sereno e gioioso ed è altrettanto importante la professionalità e la capacità di ognuno di noi di restare fedeli al nostro progetto anche in momenti difficili.

La buona cucina può rappresentare un motivo importante per la realizzazione della felicità?

Come si può essere felici se non si mangia bene? Non è importante quanto, ma come! La felicità è anche un sapore, un profumo, un piatto che ci porta a momenti felici o che ci fa chiudere gli occhi o sgranarli per la sorpresa delle sensazioni che proviamo. Troppo spesso le persone si fermano a guardare la quantità tralasciando la qualità o sono così abituate all’appiattimento dei sapori in un mondo globalizzato e commerciale come quello attuale, da non saper  più distinguere.

Qual’è il segreto per far innamorare le persone di un sapore?

Far sentire che dietro ad ogni piatto c’è tanta passione e tanta sperimentazione. Nulla è casuale o meglio nulla è servito tanto per servire qualcosa da mangiare. La cura parte dalla scelta quotidiana della materia prima fino alla scelta dell’impiattamento.

Nella realizzazione di un bistrot come il vostro, un segno distintivo per una città e un luogo di ritrovo capace di fare tendenza, cosa è più importante? Diamo una speranza a chi nel lavoro vuole tentare un sogno.

E’ importante avere a monte un  progetto vero e ben strutturato. E’ importante grande impegno, professionalità e senso del sacrificio. Chi pensa che bastino un pò di soldi e una location è destinato a fallire. Quindi assolutamente si a chi vuole perseguire un sogno ma solo se ha già una traccia del cammino e se è disposto a non scendere a compromessi pur di arrivare o se non pensa alla sua attività come ad una fonte di “soldi facili”.

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Come è cambiata l’alimentazione e cosa chiedono oggi le persone che frequentano il bistrot?

Forse è scontato dirlo ma quei programmi televisivi che tanto parlano della buona cucina e delle buone materie prime hanno creato quanto meno una maggiore curiosità verso il lavoro dei ristoratori: in senso buono ma anche in senso cattivo. Dopo italiani tutti allenatori, incominciamo ad avere italiani tutti grandi chef. Purtroppo si passa da chi non legge neanche il menù e chiede piatti a piacere, a chi ha sempre qualcosa da dire a ragione o a torto perché fa “figo”. Per fortuna che poi ci sono i nostri affezionati clienti che si fanno consigliare secondo gusto e non secondo mode e danno giudizi costruttivi molto utili.

La vostra clientela internazionale: cosa amano di più gli stranieri del vostro menù?

Diciamo che dipende molto dalla nazionalità ma che, in generale, sono i nostri primi piatti a riscuotere il maggiore successo. Anche le nostre selezioni di salumi e formaggi molto particolari e ricercati, sono tra le portate più richieste.

I vostri progetti futuri e le vostre idee per fare ancora più tendenza: il nuovo locale

Di progetti ne abbiamo tanti ma siamo cauti. Dopo aver lavorato molto faticosamente per far decollare il bistrot, con la continua ricerca di offerte che ci caratterizzassero: dalla caffetteria alla sala da te (tutti rigorosamente in foglie) alla pasticceria artigianale alla ristorazione, siamo in procinto di intraprendere una nuova avventura con il solo scopo di migliorare ulteriormente i nostri servizi; ma di questo parleremo a cose fatte. Essere un po’ scaramantici non guasta.
Per quanto riguarda il discorso “del fare tendenza” non è mai stato il nostro scopo ma siamo felici di esserlo proprio per questo.

Concludiamo con una riflessione sui vostri clienti

Le reazioni dei clienti in questi anni nei confronti del nostro progetto ci hanno veramente colpito; finché non si sta dall’altra parte del bancone non ci si rende conto del variegato mondo dei clienti. Ti amano, ti odiano, ti esaltano, sono qui tutti i giorni per un mese e poi spariscono, insomma possiamo confermare che questo è uno dei mestieri più duri e difficili che esistano. Se non c’è passione non puoi farlo e soprattutto non puoi farlo per tanto tempo. Forse tutto questo non sarebbe esistito se non ci fossimo incontrati ma soprattutto trovati e sorriderci a vicenda ogni giorno ci da la carica per continuare il viaggio.

Come dice Remy, voglio mangiare solo cose buone.

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