Il mio Portogallo

Sono tornato da poco. Da Lisbona e dal mio “pellegrinaggio” estivo. Quest’anno, Portogallo. Sapevo che mi avrebbe colpito, che il Portogallo, come altri posti, non tutti, si sarebbe manifestato come una delle mie patrie interiori. L’anima a Lisbona subisce la sua catarsi. E si libera, svolazza, sferraglia, passeggia, amoreggia. Per i vicoli e per le piccole strade, attraversando i colori delle facciate delle case tipiche, ascoltando le parole della gente, sostando lieve nei caffè, con le melodie del fado o dei Madredeus accompagnati dalla voce avvolgente di Teresa Salgueiro a fare da struggente sottofondo dell’essere lì, del “sentirsi” presenti e gioiosamente vivi. Come in un film, “Treno di notte per Lisbona”, romanticismo e sensualità a raffica.

Il viaggio per me è questo. Non l’apologia del movimento o la frenesia delle membra scosse dal condizionamento. No, il viaggio è sempre un tentativo. Come i miei cammini. Ritrovarsi, parlarsi, dialogare con se stessi, attraverso la scoperta degli altri e delle bellezze del mondo.

Camminare per Lisbona è come danzare. Se si è capaci di ascolto. Come nella vita.

Verso l’Alfama

Ho sostato per 4 giorni a Lisbona. Hotel Mundial, ottima sistemazione. Centrale, equidistante da qualsiasi punto strategico, albergo tutto sommato silenzioso, pur immergendosi nella movimentata Praça Martim Monìz.

Per un camminatore come me, andarsene a zonzo, in cerca di “visioni”, Lisbona è ideale. Si va tranquilli anche di sera. Al massimo, ci si imbatte in “carbonari” venditori di hashish e marijuana. Io, che non sono mai stato interessato all’uso di droghe, nemmeno quando suonavo e lo facevano tutti, preferisco un buon vino e un “catatonico” bicchierino di Espinheira come incentivo alle mie “weltanshauung”. In questo caso, declinate con eleganza, rispondendo: no, grazie. Ovviamente se, come me, non interessati.

Non ho mai amato e continuo a non amare la globalizzazione. Anzi la detesto. Non solo perché rappresenta il ghigno del mercato sul “popolo. Detesto la globalizzazione perché ha macdonaldizzato il pianeta, portando suk e kebab ovunque. Il risultato è sommergere le bellezze artistiche di molte città col tipico “kitsch pride”, caratterizzato dalla scusa paracula della fissa per la libertà dell’offerta. Che, in realtà, è sempre la stessa. Il mercato, il Grande Leviatano. Lisbona è anche questo, ahimé, come molte metropoli europee. Ma c’è una città che re-esiste e che fa la differenza, quella che ci fa la soddisfazione di un viaggiatore che è meno turista. E’ la città dei locali tipici, delle vie dell’Alfama, del castello di São Jorge, delle botteghe “resilienti” e “resistenti”. Arrivare da Praça da Figueira a Praça do Comércio e sostare, romanticamente, sulle rive del Tago, può significare una autentica manifestazione di “serendipità”. D’obbligo, appena arrivati nella bellissima piazza, un ristoro in uno dei tanti bar del posto per uno spuntino a base di ostriche e vinho verde.

Dal castello di Sao Jorge

Del castello de São Jorge, la vista dei tetti della città e del ponte 25 do Abril in lontananza, europeo Golden Gate, non mancherà di impressionarvi. Poi i giardini. Meravigliose le viette intorno al castello, caratterizzate da abitazioni dagli accesi cromatismi. Sembra di essere a Montmartre. Sono abitazioni semplici dove non si respira miseria ma quella semplice gioia di vivere che conferisce ai minuti il carattere dell’eternità. Su ogni facciata, un gabbietta appesa con uccellini, una nota di malinconica tristezza vedere questi esserini non poter volare e fuggire via. Anche se c’è da chiedersi se sarebbero davvero in grado di farlo, abituati come sono a conoscere solo la vita attraverso le sbarre.

Confesso di non amare il “mainstream” anche quando viaggio. Mi spiego. Non mi affascina ciò che per molti è popolare. Adoro la bellezza e la classe, che certamente non è il riccastrismo con ostentazione lenonica. No. Sono spartano perché non posso permettermi il lusso che vorrei. Appunto, non il riccastrismo incolto ma lo sfarzo Ancién Regime. Dunque, mi spartanizzo perché il lusso che dico io è stellare e inarrivabile. Cosa voglio significare? Non amo fare il turista che visita i sobborghi, incuriosito dalla miseria degli altri. Mi rattrista. Anzi, non amo fare il turista ma cerco di essere un viaggiatore. Da viaggiatore preferisco concentrarmi su tutta la bellezza possibile e su quartieri a me più affini. Le vie dell’Alfama con le case dalle facciate in maiolica, ognuna depositaria di una storia, mi hanno affascinato. Passeggiare, attraversando le strade animate dal passaggio dei tram come il mitico 28, sempre straripante di gente “bramosa” di provare “l’emozione del binario” e dello sferragliamento mobile, mi ha fatto veramente sentire in vacanza a Lisbona. Il clima dolcemente malinconico, colorato e floreale è quello di cui parla Fernando Pessoa nel suo Libro dell’Inquietudine. Un clima a me particolarmente calzante.

Relax davanti al fiume Tago

Altra zona della città dove mi sono sentito come Niki Lauda quando vinceva, dunque, sereno e a prioprio agio come solo in un bel sogno si riesce ad essere, è stato Bairro Alto, soprattutto la sera. Dopo la cena, sempre da Figus, locale caratteristico e allo stesso tempo di “tendenza”, servizio e cibi ottimi, con una discreta varietà di pietanze portoghesi, direzione Bairro Alto. Tutti in fila per l’ascensore, l’Elevador de Santa Justa, che, posto all’interno di una torre gotica in ferro, vi può portare subito al quartiere. Io, ovviamente, a piedi. Nè ascensori, né code. per me vanno bene le vie in salita che portano al’elegante zona dove troviamo vari musei oltre alle incantevoli rovine della cattedrale do Carmo, una San Galgano portoghese nel pieno centro di Lisbona.

Qui, a proposito di globalizzazione, l’atmosfera cambia. I negozi sono quelli dell’Alta Moda. Il senso estetico è diverso, i vincoli architettonici e artistici da rispettare anche. I locali devono adeguarsi all’eleganza del posto o almeno provarci. I risultati sono di rilievo. I caffè con i tavolini all’aperto sembrano quelli della Belle Epoque, la musica di strada è di livello. Io che non mi lascio andare facilmente, ho trovato molto divertente e anche molto spontaneo ballare in piazza al ritmo di musiche portoghesi di profonda intensità: travolgenti ma composte, sensuali ma eleganti. Come piacciono a me molte cose.
Le luci della sera e dei locali ben si addicono alle strade lastricate dove di mattina è bello vedere operai intenti a posare pietre, controllandole con maestria artigiana. E’ piacevole fermarsi a chiacchierare con loro, facendosi raccontare la storia dei bellissimi pavimenti e marciapiedi dove,  bisogna fare attenzione a non scivolare, talmente i sassi che li compongono a mosaico, sono levigati. Molto ricca anche la presenza dei giovani. Mi piace. Non solo eleganza, musica, diversità ma anche cultura universitaria, artistica, storica.
La mattina poi sarà meraviglioso alzare gli occhi al cielo e assistere al passaggio delle nuvole sopra le vostre teste all’interno della “scoperchiata” e magnifica cattedrale do Carmo.
Ultimo giorno, dall’altra parte della città, per visitare la bellissima Torre di Belém e il monastero dòs Jeronimos. Architetture “ricolme”, di candida bellezza, caratterizzate dal tipico stile gotico moresco.


Qui l’ambiente è totalmente residenziale con la presenza di ville dall’estetica particolarmente curata, sedi di ambasciate e strade larghe e alberate. Sembra di essere a Beverly Hills. E il contrasto elegante con la storia antica rende il quartiere ancora più interessante. Perché, per una volta, tradizione e modernità, ammiccano, in un unico elegante abbraccio.
Se volete mangiare un panino veloce, non disdegnate l’idea di passare per il Centro Cultural de Bélem. Il Centro viene realizzato per fare da sede alla presidenza portoghese della Comunità Economica Europea. Nel 1993 è utilizzato come polo culturale e di conferenze. La struttura è stata progettata dall’architetto Vittorio Gregotti assieme all’architetto portoghese Manuel Salgado, tra il 1988 e il 1993. Il Centro Cultural de Belém è dotato di una grande area espositiva e di un museo del design che contiene pezzi fin dal 1937. Da visitare in questa zona molti musei come   il Museu da Marioneta, all’interno del Convento das Bernardas (espone marionette provenienti da tutto il mondo), il Museu Nacional de Arte Antiga (collezioni di arte portoghese ed europea, tra cui un Sant’Agostino di Piero della Francesca e Le tentazioni di Sant’Antonio di Jheronymus Bosch) , la Fundação Oriente Museu (collezioni di arte portoghese e asiatica) e la Lx Factory, una ex fabbrica trasformata in spazio creativo per artisti, performer, pubblicitari, musicisti e fotografi.
Da non dimenticare poi il bellissimo spazio verde dell’orto botanico.
Gli appassionati di dolci, dopo una faticosa giornata, e ancora di più, una chilometrica fila da affrontare, potranno rifocillarsi alla Pasteis de Belém (www.pasteisdebelem.pt) http://pasteisdebelem.pt/, la più famosa pasticceria di Lisbona dove non mancheranno le consolazioni per tutto.

 Da Lisbona, in un giorno.

La comodità della macchina in affitto, buona la compagnia Gold Car che ho trovato quest’anno, che Dio ce ne scampi dalla Heartz con cui ho avuto a che fare lo scorso anno in Scozia, è che, oltre a spostarsi in maniera più agevole, si possono programmare escursioni di un giorno, rimanendo a dormire al “Campo Base”. Non potevo perdermi Fatima e il faro di Cabo de Roca.

A Fatima, arrivi e sembra di essere un po’ a San Giovanni Rotondo. Alberghi e negozi ovunque ma nonostante la moltitudine in fermento, l’atmosfera è quantomeno singolare. C’è una sorta di misticismo che resiste anche al mercato e di fronte al Mistero, tace un po’ tutto perché la domanda è di rigore: e se fosse accaduto veramente? Io che personalmente sono un credente imperfetto, imperfettissimo, ma sempre in cerca di un significato, amo vedere questo: che tutto tace e che lo stesso caos trova quiete in una dimensione altra. A Fatima come in molti altri luoghi di questo tipo il “misticismo” si fa forte.

In mezzo ai selfienomani, c’è chi percorre in ginocchio, pronunciando il rosario, la spianata antistante le tre chiese, la cappellina delle apparizioni, la chiesa antica dove sono sepolti i pastorelli e la massicciata moderna. Fa effetto fermarsi, soprattutto davanti alla cappellina delle apparizioni e ascoltare il rosario. La gente si muove in assoluta compostezza mentre dai bracieri accanto la chiesetta, una fila di persone si muove per deporre i ceri nel fuoco. L’odore acre del fuoco misto alla cera mi ha inquietato. Mi è venuta in mente la tragedia della Shoah ma ovviamente è una sensazione assolutamente personale.

La chiesa con le tombe di Francisco, Lucia e Jacinta la percorri in silenzio. Un momento di raccoglimento, gli interrogativi sono tanti. Qui hai davvero la sensazione di essere nudo, con il pensiero trafitto dai sorrisi di chi sa leggerne i meandri più insidiosi. E anche portare risposte. O forse solo una risposta, la migliore, la più sensata: la speranza che il mondo non sia solo questo ma che forse ci sia un luogo altrove dove verranno riscattate sofferenze, dolori, ingiustizie. Per tutti coloro a cui il mondo è stato inospitale, per cui il vivere si è fatto duro ogni giorno, spezzato, affranto. E’ per loro la speranza, l’anelito che tutto sia grazia davvero, un giorno.

Lasciata Fatima, fedelmente in compagnia della voce di Silvia, insuperabile navigatrice BMW che ha saputo condurmi ovunque, il bello della tecnologia, direzione Cabo de Roca. Qui mi trovo nei luoghi della mia anima, nei posti solitari che amo, immerso in una natura aspra e selvaggia che adoro. Il vento sferzante e il profumo del mare col suo biancheggiare travolgente è casa mia. Cabo da Roca è il punto più occidentale del continente europeo. Fino alla fine del XIV secolo si pensava che le scogliere battute dal vento di Cabo de Roca fossero i confini del mondo. Il paesaggio, desolato e imponente, quasi minaccioso, è tuttavia pacificante e purificatorio. Le onde dell’Oceano Atlantico schiaffeggiano i denti di roccia delle scogliere che è possibile ammirare dai sentieri che le lambiscono.

L’atmosfera isolata di Cabo da Roca, per me assolutamente “orgasmica”, come la visione di ogni faro battuto dal vento in cima a una vetta, ricolmo di una storia del passato che è avventura adatta per Cuori di tenebra, è resa ancora più forte dallo sviluppo molto limitato nella zona: un faro, una caffetteria e un negozio di souvenir, punto. In punta di mondo, ho riscontrato anche qui, nella natura parlante e nei silenzi trasognati, quel misticismo che a Fatima assume una diversa forma ma che forse proviene dalla stessa mano.

Nei dintorni di Cabo de Roca, da vedere, anche velocemente, è la cittadina che risponde al nome di Sintra. Mi è piaciuta più per i giardini che per le architetture, che, volendosi rifare al mondo da fiaba di cui tutte le guide raccontano, sembrano essere troppo finte e piuttosto da “Luna Park”. Interessanti i caffè tipici, meno la solita accozzaglia di locali “radical chic”, apologeti di un’apertura che non c’è. Se non in un’unica direzione, quella appunto del mercato. Io appena ho visto l’aria che tirava ossia che per fare due metri a piedi bisognava fare la coda in mezzo ai soliti rivenditori di paccottiglie, ho fatto dietrofront e ho detto: Sintra, te saluto.

L’Algarve

Visto che adoro i fari, le scogliere a picco e il vento che spazza via, persone e pensieri, non mi sono lasciato sfuggire l’occasione di visitare un altro promontorio estremo. Sto parlando di Capo de São Vicente. A questo punto, però, ci siamo spostati in Algarve, meta ideale dei surfisti, la zona di mare che si trova a sud del Portogallo con i suoi 150 chilometri di coste affacciate sull’Oceano Atlantico. Arrivati a Vilamoura, nonostante lo struscio estivo, evitando la passeggiata serale al Porto che pare di essere a via Sannio negli anni Ottanta, storica meta romana per gli appassionati delle bancarelle dell’usato, l’impressione è di totale relax. Oltre a starsene prendere il sole con il viso rivolto all’ignoto, tesi verso l’Atlantico, una delle passeggiate che è possibile fare in un giorno è appunto andare a Capo de São Vicente. Ci si arriva attraverso autostrade comode, ricolme di stazioni di servizio efficienti e veloci, nonostante il “fai da te”. Se affittate l’automobile, da richiedere assolutamente il telepass. Non solo per passare attraverso il pedaggio autostradale, evitando le code ma perché sulla superstrada principale, la A22, ci sono tutor abbastanza frequenti. Con il passaggio tramite Telepass, non avrete bisogno di fare altro e perdere tempo. Solo passarci sotto, i tutor. Molto più comodo.
Arriviamo a Capo de São Vicente, usciti dalla A22, tramite una strada che sembra attraversare un paesaggio a metà tra la steppa e le dune di Ostia. Sento di essere a casa, mano mano che mi avvicino.

Si entra nel fortino di Capo de São Vicente e si rimane affascinati, avvolti dal nitore dell’architettura, fulgida e abbagliante e, ovviamente, dalla distesa azzurra infinita che davanti agli occhi ammalia come le Sirene di Ulisse. Navigatori e viaggiatori di tutto il mondo sono da sempre attratti irresistibilmente dal promontorio che rappresenta l’ultima propaggine dell’Algarve di fronte all’Oceano Atlantico.

Sagres è vicinissima al faro ed è assolutamente una cittadina da visitare. Poca gente, atmosfera “slow travel”, localini di pescatori e negozi no-global di splendide ceramiche che ad entrarci, ti perdi in mezzo a cocci di tutti i colori. Un carnevale artistico e artigianale che ho particolarmente apprezzato, per una volta libero da “cineserie” e “kebabbate”. Sembra un po’ di precipitare nel film “Un mercoledì da Leoni” con i negozi di surf e ogni genere di “biondità” californiana in giro, uomini e donne, che se incontri il mitico “Bear” nemmeno ti meravigli. Un posto di quelli, insomma, da mollare tutto e realizzarci una piccola attività, resiliente e resistente, Per essere, dall’ultimo lembo di mondo, contro il mondo che vorrebbero farci ingoiare a tutti i costi.
Una settimana passa presto ed è stata quasi immediata l’ora di tornare. Una buona scorta per l’inverno è stata fatta. Ricordi, natura, bellezza, persone giuste, musica, arte, animali, sole, sono i migliori antidoti per riprendere il quotidiano. Ma soprattutto per ricordarsi di non cedere nei momenti difficili. Di bellezza ce n’è tanta ovunque. Nonostante tutto, nonostante tutto.

 

 

 

 

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Senza centro non c’è universo

Senza centro non c’è universo.

Torno a casa. Penso a tutta la bellezza possibile, ovunque sia e ovunque palpiti. Solo chi cerca vita trova amore. In un corpo che ti abbraccia, negli occhi di un animale che ti ama, nella natura che ti avvolge. Allora ho voglia di sentirlo questo amore. E lo cerco. Mi siedo, un calice di rosso, musica e immagino.

E scrivo. Come sia bello amarsi, stringersi, toccarsi, illuminarsi e bere alla stessa ciotola di luce e poi stendersi al sole per asciugarsi. E poi fondersi di nuovo. Nella luce e nell’invisibile che danza. In coppe d’ebbrezza.  Non esiste più nulla.

Nemmeno l’orrore che sembra divenuto una pratica quotidiana in questa tragica umanità, sospesa, tra sgomento e follia.

Ripenso al potere di ogni amore. Senza morte. Divenire immortali. A-mors. Nell’altro, per l’altro, fosse anche solo per se stessi e per ritrovarsi in una nuova capacità di capire cosa sia veramente amare e gioire.

E donarsi. E nel farsi, trasformarsi, trasmutarsi in una carne sola. Ho scattato questa foto. Due ragazzi in mezzo alla luce. Nei colori della vita e nella serena gioia di un giorno qualunque.

Ecco. L’antidoto al veleno. E all’orrore che digrigna i denti nella frustrazione e nella follia.
Ma voglio speranza. Di essere. E di non morire più.

Senza centro

non c’è universo.

Nè disegno.

A volte ho l’anima

che è il becco di un silenzio, di un segreto che mi assale.

Irrompe un desiderio di sfrenata tenerezza,

di un’estate che non sia più mondo ma disarmo.

Dal tempo, dalla stupidità che insiste sempre,

da sillabe che strabuzzano

il giudizio

per dichiarare prove d’esistenza,

da religioni dell’odio e dell’orrore.

Per esistere si fa così:

si passa, si ascolta, poi si ama e poi si geme,

insieme,

per molte volte,

trafitti e ubriachi, coi visi immersi

nella stessa ciotola di luce

morbida e sfrenata

necessaria ad allontanarsi

per farsi scala

di splendore.

E non vedere più disperazione.

Allora ho voglia di piegare le lenzuola,

insieme a te.

E sentire il tuo calore

per chiudere il giorno nella notte

e farne teatro

di luminosi sensi

in gocce di fuoco,

e avamposti di bellezza.

Assaggio, bevo, sorseggio alla bocca del cielo

e divento funambolo, mi allaccio a te

in un sigillo trasparente

di ardore, amore, gioia e di splendore.

Via, via da ogni abitato.

C’asciughiamo al sole poi

coi corpi nudi,

in un viluppo solo

che è volontà di gioia, antidoto al veleno di chi non sa

che tutto passa e non ne gode.

L’invisibile danza sui giacigli,

di fiori, per farsi strada dell’essere.

Accolgo le mie piume e dormo.

Nulla esiste più, né mondo né bruttura.

Solo ebbrezza e stelle

che sorridono

e siamo scie che brillano

nell’infinito che si è fatto carne

in un guizzo di speranza e cuore dolce.

Che sia dolce. Cuore. Sempre

castelluccio6-luglio2016

Contrasti

Il mio augurio di buon ferragosto. Per orizzonti ideali, infiniti, possibili.
Con un contrasto.
Un pensiero di Pierpaolo Pasolini quantomai attuale, soprattutto pensando alla politica e ai “potenti”.

Una stupenda poesia di Mariangela Gualtieri, Bello mondo, da “LE GIOVANI PAROLE” (Einaudi Editore, 2015), un inno alla vita proprio quando il mondo sembra essere meno bello di quanto la poetessa riesca a descrivere con incomparabile bellezza. Soprattutto a leggere in questi giorni tante notizie. Ma, forse, la cosa più bella e più difficile è proprio questa: riuscire a ringraziare sempre, nonostante tutto e credere ancora.

Ma, forse, la cosa più bella e più difficile è proprio questa: riuscire a ringraziare sempre, nonostante tutto. E a credere ancora.

E, in ogni caso, buon ferragosto a tutti, ovunque voi siate, amici miei.

 

Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane

“L’Italia – e non solo l’Italia del Palazzo e del potere – è un Paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue: «contaminazioni» tra Molière e il Grand Guignol. Ma i cittadini italiani non sono da meno. Li ho visti, li ho visti in folla a Ferragosto. Erano l’immagine della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato di «raptus»: era difficile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti.”

 

Mariangela Gualtieri, Bello Mondo

In quest’ora della sera
da questo punto del mondo

Ringraziare desidero il divino
labirinto delle cause e degli effetti
per la diversità delle creature
che compongono questo universo singolare
ringraziare desidero
per l’amore, che ti fa vedere gli altri
come li vede la divinità
per il pane e il sale
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede
per l’arte dell’amicizia
per l’ultima giornata di Socrate
per il linguaggio, che può simulare la sapienza
io ringraziare desidero
per il coraggio e la felicità degli altri
per la patria sentita nei gelsomini

e per lo splendore del fuoco
che nessun umano può guardare
senza uno stupore antico

e per il mare
che è il più vicino e il più dolce
fra tutti gli Dèi
ringraziare desidero
perché sono tornate le lucciole
e per noi
per quando siamo ardenti e leggeri
per quando siamo allegri e grati
per la bellezza delle parole
natura astratta di Dio
per la scrittura e la lettura
che ci fanno esplorare noi stessi e il mondo

per la quiete della casa
per i bambini che sono
nostre divinità domestiche
per l’anima, perché se scende dal suo gradino
la terra muore
per il fatto di avere una sorella
ringraziare desidero per tutti quelli
che sono piccoli, limpidi e liberi
per l’antica arte del teatro, quando
ancora raduna i vivi e li nutre

per l’intelligenza d’amore
per il vino e il suo colore
per l’ozio con la sua attesa di niente
per la bellezza tanto antica e tanto nuova

io ringraziare desidero per le facce del mondo
che sono varie e molte sono adorabili
per quando la notte
si dorme abbracciati
per quando siamo attenti e innamorati
per l’attenzione
che è la preghiera spontanea dell’anima
per tutte le biblioteche del mondo
per quello stare bene fra gli altri che leggono
per i nostri maestri immensi
per chi nei secoli ha ragionato in noi

per il bene dell’amicizia
quando si dicono cose stupide e care
per tutti i baci d’amore
per l’amore che rende impavidi
per la contentezza, l’entusiasmo, l’ebbrezza
per i morti nostri
che fanno della morte un luogo abitato.

Ringraziare desidero
perché su questa terra esiste la musica
per la mano destra e la mano sinistra
e il loro intimo accordo
per chi è indifferente alla notorietà
per i cani, per i gatti
esseri fraterni carichi di mistero
per i fiori
e la segreta vittoria che celebrano
per il silenzio e i suoi molti doni
per il silenzio che forse è la lezione più grande
per il sole, nostro antenato.

Io ringraziare desidero
per Borges
per Whitman e Francesco d’Assisi
per Hopkins, per Herbert
perché scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini.
Ringraziare desidero
per i minuti che precedono il sonno,
per gli intimi doni che non enumero
per il sonno e la morte
quei due tesori occulti.

E infine ringraziare desidero
per la gran potenza d’antico amor
per l’amor che se move il sole e l’altre stelle.
E muove tutto in noi”.

E per concludere, ancora Mariangela Gualtieri,  per dire ancora buon ferragosto, semplicemente non facendo nulla, non…
Contrasti e auguri.

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Malinconica “voluttuosità”

Altro brano, di dolce e malinconica “voluttuosità”. Una della canzoni più belle dei Cigarettes After Sex. Il passo lento, sinuoso, è quello di due corpi che delicatamente ballano, in casa, “strafatti” di loro stessi. Nessun bisogno altro, solo ballare e godere l’uno dell’altro. Che cosa può esserci di meglio di riuscire a farsi del bene e godere della vita, forti e straripanti come la tempesta? Mi piace la loro musica perché ha lo stile del fuoco dentro il ghiaccio: il fuoco brucia ma il ghiaccio non si scioglie.

Come avere dentro di sé Apollo e Dioniso in unica forma. Non è sballo, è elevazione.

Buona serata.

Nessuno ti farà del male, baby

Ti ho sussurrato qualcosa
Qualcosa di davvero perverso
Ma l’ho detto lo stesso
Ti ho fatto sorridere e distogliere lo sguardo
Nessuno ti farà del male, baby
Finché sei con me starai benissimo
Nessuno ti farà del male, baby
Nessuno ti porterà via da me
Quando balliamo nel mio salotto
Al suono di stupida R&B anni ’90
Quando beviamo un drink o anche tre
Finisce sempre in una scena fumosa sotto la doccia
Quando ridiamo e cantiamo al microfono
le nostre canzoni, con gli occhiali da sole

 

 

Il conforto

E’ un pò che non vi propongo qualche brano.

Vivo quando scrivo e quando ascolto musica. E quando cammino e viaggio.

Ho suonato per anni a livello professionistico, da batterista, ho fatto due dischi e poi, non vedendo luce, mi sono dedicato all’altra mia passione: scrivere. Per dire la verità anche in questo caso, soprattutto in Italia, scrivere è un pò come fare musica. La luce la vedi a tratti. Ma, insomma, non voglio tediarvi. Voglio dire altro.

La musica è da sempre la stella danzante che mi porta “oltre” e mi fa compagnia. Come i libri. Ho la casa ricolma di vinili, cd e cassette.

E ovviamente, cataste di libri ovunque. Ho ascoltato musica colta e popolare, vissuto la new wave e il punk in gioventù. Una cosa è certa: non ho quegli snobismi ad uso di molti “critici”. Sia per la musica che per la scrittura.

Ciò che mi comunica una “visione” lo apprezzo, ciò che non mi comunica nulla, lo oltrepasso. Tutto qui. In questo caso, l’abbinamento Tiziano Ferro e Carmen Consoli mi comunica molto, mi avvolge.

Il conforto, chi non ne ha bisogno. Bello il video, bella lei, belli tutti, un colpo in gola il brano. Ve lo propongo con testo annesso e poi anche un altro brano…

Il conforto
Se questa città non dorme
Allora siamo in due
Per non farti scappare
Chiusi la porta e consegnai la chiave a te
Adesso sono certa della differenza tra
Prossimità e vicinanza
Eh, è il modo in cui ti muovi
In una tenda in questo mio deserto
Sarà che piove da luglio
Il mondo che esplode in pianto
Sarà che non esci da mesi
Sei stanco e hai finito i sorrisi soltanto
Per pesare il cuore con entrambe le mani ci vuole coraggio
E occhi bendati, su un cielo girato di spalle
La pazienza, casa nostra, il contatto, il tuo conforto
Ha a che fare con me
È qualcosa che ha a che fare con me
Se questa città confonde
Allora siete in due
Per non farmi scappare
Mi chiuse gli occhi e consegnò la chiave a te
Adesso sono certo
Della differenza tra distanza e lontananza
Sarà
Sarà che non esci da mesi
Sei stanco e hai finito i sorrisi soltanto
Per pesare il cuore con entrambe le mani
Ci vuole coraggio
E occhi bendati su un cielo girato di spalle
La pazienza a casa nostra il coraggio il tuo conforto
Ha a che fare con me
È qualcosa che ha a che fare con me
Sarà la pioggia d’estate
O Dio che ci guarda dall’alto
Sarà che non esci da mesi sei stanco
Hai finito e respiri soltanto
Per pesare il cuore con entrambe le mani mi ci vuole un miraggio
Quel conforto che
Ha a che fare con te
Quel conforto che ha a che fare con te
Per pesare il cuore con entrambe le mani ci vuole coraggio
E tanto tanto troppo troppo troppo amore
Compositori: Tiziano Ferro / Emanuele Dabbono
Testo di Il conforto © Peermusic Publishing
 

 

Essere altrove, per ritrovarsi a casa propria 


Essere altrove, per ritrovarsi a casa propria.

Nel fascino di ciò che cerco, che mi trafigge, di fronte all’ignoto di cui sono consapevole. Il silenzio, un bastione di vastità in opposizione allo sfrigolare del mondo che non mi appartiene.

Luoghi dove mi ritrovo e incontro me stesso, nella luce e nei sussurri del vento. Tutto questo è Cabo da Roca in Portogallo che, come alcuni altri spazi, diviene per il mio vivere, una patria dell’anima. Luoghi che parlano la mia lingua e che rappresentano le mie radici metafisiche.

Ringraziare Totò, ringraziare tutti

Ringraziare Totò. E non solo.

Potrebbe essere il titolo di un film, di un articolo, di un ampio documentario su quello che non riesco nemmeno a definire semplicemente un attore. In realtà, a Totò io voglio davvero dire grazie perché in un momento complesso della mia vita mi è stato di aiuto. Da lontano, da altri mondi forse ma, ne sono certo,l Totò mi ha aiutato.

Da una vita cerco di scrivere, da una vita sono precario. Fare il giornalista o provare ad esercitare una minima attività artistica e intellettuale in un paese di merda come il nostro, perdonatemi l’eleganza del francesismo, è praticamente impossibile. Sia per colpa di imprenditori furfanti che credono che ogni attività artistica non vada remunerata, sia perché c’è anche chi si culla in un sogno e spesso, troppe volte, accetta di scrivere gratis.

L’ho fatto anch’io, non lo faccio più.

Ora, il problema è un altro. Ho perso il lavoro circa un anno fa perché la casa editrice dove ho lavorato per 12 anni, dopo anni di precariato al quotidiano Il Tempo, è entrata in crisi.

Una volta licenziato, mi sono imbarcato nel dare seguito al quel praticantato da ricongiungimento per riuscire a fare l’esame da giornalista professionista iniziato quando lavoravo. Avrei potuto abbandonare ma mi sono detto: anche se abbiamo i problemi che abbiamo, io provo a sostenere il sospirato esame.

Se non ci fosse stato il praticantato da ricongiungimento, non avrei mai potuto fare l’esame. Perché? Perché guadagnavo troppo poco e i famigerati contratti co.co.co. non bastavano a farti essere un praticante.

Nonostante anni di professionismo e di lotta sul campo e, soprattutto, sulle spalle. Andiamo avanti.

A settembre veniamo licenziati, a ottobre faccio l’esame. Le sensazioni all’uscita della prova sono pessime. So di aver fatto un brutto esame.

In primis perché mi sono buttato a fare un tema di cronaca che non è il mio settore e poi perché la mia testa è altrove. A novembre arrivano i risultati. Bocciato, non vado nemmeno agli orali.

Delusione tremenda ma obiettivamente sentenza giusta. Rileggo il tema, faccio gli applausi alla commissione. Non abbiamo bisogno di giornalisti che scrivono in quel modo anche se si tratta di me.

Di pessimi scribacchini ne abbiamo già tanti. Decido a caldo: basta tentare di fare l’esame, devo lavorare. Pazienza, rimarrò pubblicista tutta la vita. Anche se sono professionista da anni perché di questa professione, male, malamente, però ho sempre vissuto.

Ma poi, smaltita la sbornia della cocente sconfitta, prendo la decisione: ritento l’esame. Si stancheranno a vedermi e mi daranno l’ambito titolo di professionista.

Sono mesi di studio “intenso e disperatissimo” per citare un nostro vecchio amico. Le difficoltà non mancano. L’esame è ad aprile, lo scritto, il 19.

Il 15 perdo il mio amore. Mi fa compagnia da 15 anni, il mio adorato gatto di nome Gastone. Pochi giorni prima dell’esame. Come sono fatto io, mi concedo tre giorni di dolore lancinante e poi reagisco.

Ho il cuore straziato ma rileggo Nietzsche che leggevo a 20 anni: ciò che non mi distrugge, mi rende più forte.

Comincio a stare meglio la mattina che, a piedi, a distanza di circa 5 chilometri da casa mia, vado a piedi all’Ergife a sostenere lo scritto per la seconda volta.

Cammino e sento di avere Gastone accanto a me.

Fa freddo, vento di tramontana gelido che sembra portare via la mia disperazione. Arrivo e lo scenario è il solito. Caos e agitazione.

Ma stavolta c’è qualcosa di diverso nell’aria. La sala dove alloggiano i computer è meno aula bunker da 41 Bis, le persone sono più simpatiche.

C’è solidarietà, si parla, si stringe l’amicizia veloce, quella di un giorno in cui si è uniti dalla stessa sorte.

Rivedi tanta gente che è lì per il secondo tentativo, qualcuno è anche al terzo. Io stavolta, al secondo, spero di farcela, almeno di arrivare agli orali. Dipende dalla traccia più importante che uscirà, per la sintesi e le domande, sono preparato. Di una cosa sono sicuro: non farò la cronaca.

Nella traccia di cronaca ci sono i lanci di agenzia che per molti rappresentano un’ancora di salvezza ed è uno sbaglio. Sia perché la commissione lo sa, sia perché scrivere di cronaca non è facile come sembra.

Anzi, ci vuole una tecnica precisa. E non è la mia. L’ho capito.

Arriviamo alla lettura delle tracce e qui ci avviciniamo al significato del ringraziamento al mio amato Totò. Penso e dico ad alcuni improvvisati amici: magari uscisse il tema su Totò, al cinquantenario della morte.

Nello stato di ipnotico della lettura delle tracce da parte della commissione, a metà lettura, sento: Totò, a cinquant’anni dalla morte. Ho quasi voglia di fare uno di quei gesti di esultanza calcistica che ho da sempre in uggia.

Sono felice. Non solo ce la posso fare ma posso dare tutto me stesso nello scrivere di Totò che mi ha fatto compagnia tante volte, che sintetizza le giornate serene della mia infanzia.

Quelle al cinema con mio padre la domenica e poi la sera pizza e supplì. Ripenso a mio padre che imita Totò e sorrido.

Mentre scrivo del principe De Curtis, un magistrato, un pezzo da novanta, una donna che non so se mai leggerà il mio post ma che desidero ringraziare per la sua sensibilità, si ferma dietro di me e dice: bellissimo ciò che stai scrivendo. Ve la faccio breve, ci provo.

Finisco i temi e le domande, esco, dopo aver salutato i compagni d’avventura, rifaccio la strada del ritorno. Stessa tramontana, stessa sensazione di fiducia, stessa accettazione della disperazione.

Gastone è con me nonostante abbia voltato l’angolo e io non possa riuscire a vederlo. Solo sentirlo. Poi passano i giorni e aspetto i risultati dello scritto. Intanto studio anche se ancora non conosco l’esito dello scritto. Che arriva, puntuale, dopo circa un mese.

Stavolta ce l’ho fatta. Scritto superato, accedo agli orali. Non è ancora finita. Totò mi ha aiutato, la mia passione per la sua straordinaria arte mi ha innalzato quasi al massimo dei voti: 54, con una commissione che non regala nulla. Studio e preparo la tesi, altro nodo da sciogliere su cui la commissione è particolarmente esigente.

Arrivo al giorno dell’orale, a inizi luglio, e mi avvalgo dei miei consueti riti. Quelli che mi rilassano e danno sicurezza.

Esco di casa e mi dirigo a piedi in via Sommacampagna, mattina presto, stavolta i chilometri da percorrere sono circa 8. L’emozione è tanta, la paura anche, non temo ad ammetterlo. Mi siedo e la commissione mi fa i complimenti per la tesi, argomento interessante, scritta molto bene, dicono.

Domande, tante, qualcuna la so, qualcuna mi aiutano e la sfango. Idoneo, evviva, ieri arrivano i verbali. Promossi il cinquanta per cento, uno su due.

Scrivo questo post, non solo per ringraziare Totò ma per lanciare un invito a chiunque debba affrontare una prova e nella vita sono tante.

Rialzarsi sempre, mai abbattersi, farsi abbracciare dalla disperazione e poi reagire.

Si assaporano vittorie ancora più belle, in tutti i campi, si annienta la delusione con l’autostima. Perché farcela è una cosa, rinunciare è un’altra. E l’inconscio lo sa e ci martella. Certo, molte cose non cambiano. Sono giornalista professionista e volevo esserlo da tanti anni.

Non ho avuto mai la fortuna di un contratto vero. Un po’ per errori che attribuisco a me, un po’ perché il paese è cambiato e al lavoro non si dà il peso che i padri costituenti avevano in mente scrivendo la nostra Costituzione.

Sono giornalista professionista ma il lavoro ancora lo stiamo creando. Io e il mio collega di tante battaglie, Luca. L’unico con cui lavoro bene, che in tanti anni di “trincea” è diventato un amico. Insieme a mia moglie, punto di riferimento con la sua praticità, di tante altre battaglie. Siamo noi tre, ora. Siamo noi tre, ora. Pochi ma buoni. Noi, irriducibili. Gli altri, per la propria strada. A chiacchierare e ad offendersi. Che la vita si fa più facile. Che non a confrontarsi e a dialogare.

Siamo rimasti noi, dicevo, a tentare il lavoro. Da soli, trasformando la nostra agenzia di comunicazione in casa editrice e editing. Continuando ad essere anche agenzia di comunicazione.

Perché più si lavora e meglio è. Lavoriamo per noi.

Poi vi racconterò bene: delle riviste che pubblicheremo a breve on line e anche cartacee su richiesta. Una viene dal titolo della mia tesi che tanto interesse ha riscontrato all’esame, l’altra dallo stesso argomento ma trattato in maniera differente.

E poi ancora tanti altri tentativi. Magari per provare a essere giornalisti migliori ma soprattutto editori diversi. Più appassionati. Dei lettori, del proprio lavoro, di una vita di tentativi.

Rialzarsi sempre e credere. Di farcela. Finché non sei stesso, puoi ancora combattere.

Grazie Totò, grazie a Luca e a mia moglie, grazie ad Antonio, grazie agli amici vaganti nei giorni di esame, grazie alla commissione, grazie alla vita che mi aiuta a crescere anche quando sembra volermi tramortire. E alla fine, un po’, grazie anche a me.

Vintage typewriter and old books

Quando

Quando mi fissa un fiore,

o un impastato vento,

bevo stelle,

nell’abitacolo dei rampicanti.

Senza eccessi.

Però immagino.

E se ne vanno uncini e graffi,

nomi e assilli.

Come un cartoccio di paradiso

che disnebbia

le vele del silenzio, il roveto che sforbicia e, qualche volta,

dilania pure.

Non è diabolico un abisso,

o un buco troppo vuoto.

E’ quel grumo arrotolato

sulla chiglia delle speranze.

Si fa sera ogni volta,

ma talvolta è notte, notte fonda,

mentre aspetti

che dal calore di quei chicchi,

crepi e squarci una forza

di vegliante,

una sonda sui bastioni

che si faccia canto,

secco, potente,

di vita densa,

di gioia vera,

tra sillabate vene e nessuna increspatura.

 

castelluccio8-luglio2016

 

L’arte intima della convivialità

Hygge è un termine nordico che riporta ad una idea di puro benessere, di interiorità soddisfatta, di pienezza che zampilla e solleva.

E’ arte della convivialità, quando l’intimità è capace di avvolgerci e realizzare un guscio, una sfera di cristallo, un baluardo protettivo di affetto e calore.

Abbiamo bisogno di autentica convivialità, di affetti sani, di antidoti allo stress, di veri sentimenti.

Come quando fuori piove e fa freddo. Un camino acceso, il fuoco che crepita e la compagnia giusta.

Ecco, tutto questo è Hygge.

Leggete l’articolo.

https://www.greenplanetedizioni.com/hygge-benessere-vero/

 

Non ci scassate il paperuolo

Senti, senti.

Che scassamento di peperoni, come ammoniva il mitico Tiberio Murgia su I soliti ignoti.

O anche, non ci scassate il paperuolo.

Non ci scassate il paperuolo. Poniamola così: con funzione non di accorato appello ma di polisemica frase che ciascuno di noi, a proprio gusto, può elargire in “caritatevole” funzione no-social.

La parola scientifica è di per sé definitoria, quella polisemica si presta a molteplici significati. Ebbene, vogliamo ragionare davvero sul polisemico affermarsi della frase “non ci scassate il paperuolo” che ognuno di noi potrebbe elargire con animo lieve al più meritevole?

Quanti sarebbero sacrosanti depositari di un meritocratico attestato di scassatori di paperuolo?

Siamo sopraffatti da moralisti a grappolo, narcisisti della predica, con il vizio dello scasso, tendenzialmente provocatori dello scazzo, integralisti dello scuotimento.

Ci siamo dibattuti per secoli tra guerre, inquisizioni, rivoluzioni, nella speranza di porre fine all’oscurantismo della storia e ci ritroviamo gli “scassinatori” che, posta fine a parecchie chiese, ci spappolano spesso con le loro conventicole, coi settarismi, però, privi di storia, tradizione, architettura, musica e verbo.

Non ho mai aspirato al mainstream della fine della chiesa come unica possibile libertà. I risultati sono evidenti: morta una chiesa, se ne sono fatte a migliaia, dominate da improbabili santoni con il sacerdozio facile.

Del potere personale e della castroneria. Ma non solo sulle cose sacre. Su qualsiasi cosa possa creare opposizione, divisione, “metterci l’un contro l’altro armati”, nei secoli dei secoli. Non il libero arbitrio per decidere a cosa credere e magari cercare unità, condivisione, comunione.

Fare opposizione a prescindere, senza chiedersi perché. Purché si scassi il paperuolo e si divida. Come se non fossimo già abbastanza divisi e in conflitto.

Tentazione ancestrale. La domanda sorge spontanea come qualcuno disse in una tv che assolveva alla sua missione: informare, intrattenere, educare.  Ha senso tutto questo?

Ha senso questo dogmatismo con finzione libertaria e paraculaggine libertina? Si dibatte e si litiga su: con chi andare a letto, con chi parlare, che cosa non mangiare, che cosa non bere, chi accogliere e chi no, quale paese visitare, chi votare, chi giudicare, chi condannare, chi liberare.

E fare questo e fare quello, non comprate, adottate, boicottate.

E’ l’ossessione del giudizio, quella si da evitare, quella paranoica fissazione di ritenersi convinti portatori sani di verità. Purché sia la propria. Caratteristica di ogni settarismo e di ogni chiesa.

Non bastava il potere a farci il paperuolo a fagiolini. No. Avevamo bisogno anche del proibizionismo degli invasati di qualsiasi parola possibile purché farne uno slogan. E continuare a percuoterci il paperuolo che assume, a questo punto valenza transnazionale, senza connotati sessuali, né di genere. Va bene per tutti. La morale è sempre la stessa.

Oltre alle complicanze della vita, aggiungerne altre, così, tanto per farcela ancora più facile. Ma questo è solo un aspetto del problema.

Sono inquieto per molti motivi. Mi torna in mente, in certe giornate, lo stigma migliore di un film eccellente: Io non sò amico de nessuno. Vorrei essere come Jeeg Robot, invincibile. E invece, mi assale l’inquietudine generata dal mondo e dai suoi orrori. Generata dal vuoto e dal bilico. E allora scrivo, urlo nel silenzio per trovare pace. E una risposta. All’orrore che se la ride. Dei fratelli, di ciò che abita, di chi non può difendersi.

A chi il mondo lo dà al martirio, lo crocifigge con le sue bellezze, a chi lo brucia perché brucia dentro, a chi è sconfitto e si trasforma.

In sociopatico, millantatore, folle, senza più sentimento. La banalità del male. E si ride, si violenta l’esistenza. Facendone lacrimosa essenza. A chi non sa quello che fa, perché?

E soprattutto, attenzione a parlare di libertà che si tratta di cosa seria.

I 75 ne sapevano qualcosa. E si sono preoccupati di dare voce a tutti più che di preoccuparsi di questa famigerata stabilità politica oggi tanto in voga, soprattutto tra quelli che una volta assisi sulla cadrega, non la mollano più.

“Libertà è soggezione a un ordine”, ammoniva Nicolas Gomez Davila. Nel disordine non c’è libertà ma schianto, stravolgimento. Può definirsi libertà il senso fragile di un’esistenza deprivata di uno scopo “alto”?

La libertà è non solo “partecipazione”. E’ cosa che ciascuno riesce a “stanare” in base alla sua dignità e a ciò che è in grado di diventare. Per una vita autentica e davvero consapevole.

Che senza scomodare Heidegger e il suo “essere per la morte”, libertà è ciò che davvero possiamo costruire, fortificando se stessi e facendo luce sulla realtà.

Il resto è, forse, molto illusorio, un lampo, un attimo di ebbrezza, un grido alla finestra ma pur sempre un miraggio che con la libertà ha poco a che fare. E con la vita, appunto, essere per la morte, ancora meno.

Ci vorrebbe altro. Che non c’è, perché dall’alto non c’è volontà. In mezzo ci siamo noi. Tra i santi e l’orrore, a sperare in un mondo migliore, più quieto, redento e quasi in pace.

Questo si che è un sogno, questa si che è un’illusione. Ma forse una speranza ancora. Di incontrarci tra noi e questo sogno realizzarlo, trascinando la follia del mondo a tramutarsi in estasi di liberazione.