La perversione dello “spleen” in una giornata qualunque

La perversione dello “spleen”. Lo chiamo così quel vago stato di rodimento del fondoschiena, quel prurito esistenziale che fa oscillare le potenziali espressioni del mio volto tra Vincent Cassel sul film L’Odio e Enzo Cecconi nel bellissimo Jeeg Robot .

In realtà la giornata si storce per la stabilità del mio umore che certi giorni ricorda la fermezza dei pachino sulla bruschetta. Cadono a destra e a manca. Però, al di là del mio rodimento, che non è percepito come certe minchiate che leggo che fanno sottigliezze sulla sicurezza, farfugliando distinzioni tra il reale e il percepito dove in ogni caso, giova ricordarlo, viviamo in un paese di merda che manca poco che stiamo tranquilli come come in Colombia, appunto, il rodimento di oggi si appunta ancora su fatti accaduti e non percepiti.

Oggi ho chiuso una causa di lavoro con una transazione che ha portato a me e ai miei colleghi poco più di un decimo di quanto ci spettava. Dico anche che va bene così perché diversamente sarebbe stato, in un paese dove le cause durano decenni, un rischio e una perdita di tempo. Abbiamo incontrato un giudice davvero bravo, giovane, serio, concreto e non sindacalizzato che non ha fatto politica ma vita reale, facendo ragionare tutti.

Dico anche che chi doveva riconoscerci questa minima indennità ha subito mostrato volontà di riconciliare e aggiungo pure che le responsabilità non erano da attribuirsi tutte a chi ha fatto il licenziamento in blocco ma a problematiche precedenti con fallimenti di società su cui lo stesso giudice ha detto “scatole vuote che porterebbero su un binario morto”.

Insomma, meglio chiudere, con i classici pochi, maledetti e subito (soldi). Dovrebbe essere tutto ok, direte voi. Come uno dei miei colleghi che decide subito di accettare facendomi, “io pure la metà prendevo”. E parliamo di cifre che bastano per comprarti un kymco.

Ora il problema è un altro. Non una questione di cifre che se davo retta ai conteggi, mettevo su una bella libreria. Non è questo. Anzi, ci salutiamo anche con una stretta di mano e via. Mi incammino e, come sempre, rimango solo con le mie riflessioni.

In tutta questa vicenda, al di là dell’oggettiva amarezza di vedere una casa editrice storica fallire tre volte, mi vengono vari pensieri. Noi che stiamo cercando di “monetizzare” oggi i nostri sforzi con immane difficoltà, la situazione dell’editoria che ha vissuto il terremoto che ha vissuto e bla bla bla.

Però c’è qualcosa che mi fa veramente girare i cabbasisi e sapete cosa? Intanto che si fa un bel dire di solidarietà, corridoi umanitari, buoni da una parte e cattivi dall’altra e qui, se a 50 anni perdi il lavoro, ti attacchi al cazzo. Detto crudo. Mi rivedo la Fornero, penso ai suoi pianti e divento non come Jeeg Robot ma come Zingaro quando dice: scioji i cani.

Poi pensi ai terremotati e il tuo di terremoto è poca cosa. Però il rodimento rimane. Soprattutto quando vedi l’amministratore della cooperativa con cui abbiamo conciliato che si gonfia pure il petto  al pari di un mafiosetto di quartiere.

E soprattutto assisti alla pantomima che, in attesa della chiamata del giudice, di lui che telefona e dice davanti a noi, poveri giornalisti professionisti a cui vengono offerti 3 euro ad articolo, “mandami il curriculum che lo assumiamo subito”.

Poi pensi anche che, senza aver mai sofferto né prima né dopo di nostalgie sessantottiste, brigatiste e sindacaliste, comunque, hai sempre creduto ad una minima “fraternità di colleganza” e che hai tentato di fare una battaglia per un diritto minimo tutti insieme e che hai rifiutato qualcosa che ti avevano offerto per non tradire gli altri.

Dici: sarai un eroe d’altri tempi? No, sono un coglione di oggi con la testa nel passato. E infatti due delle colleghe più battagliere e avvelenate col “padrone” che ti fanno? Sottobanco trattano e si fanno assumere. Marameo a tutti e tanti saluti alle battaglie di colleganza e alla dignità sociale, ai valori di correttezza e lealtà così desueti oggi.

Non dico abbiano fatto male. Ognuno ragiona con le sue necessità. Però, magari saperlo, anche per rispetto di tutti, insomma, alla fine ognuno mostra quello che è.
Me ne torno davanti al pc e accendo per continuare il mio lavoro, nella speranza di continuare a farlo con un minimo di risultato.E scrivo a voi per domarlo questo rodimento, trascenderlo.

Ripenso ad una delle colleghe che oggi ha provato a chiedere di essere assunta da questa cooperativa, sentendo delle due ex-colleghe assunte tempo fa. Penso che tanto offerte non ce ne hanno fatte e penso che piuttosto pane e cipolla ma non ho più l’età per mettermi sugli attenti di fronte a chi si improvvisa in editoria ma tratta servizi e facchinaggio.

Penso si al Cecconi quando fa “in non sò amico de nessuno”. Si, in molti casi non sono amico di nessuno. ma per quelli che sono come me, per quelli che ancora credono ancora ad un minimo di giustizia e di fraternità reale che non si fa propaganda sulla pelle altrui, si per me e per quelli come me spero quello che dicevano i guerriglieri dell’IRA in carcere durante lo sciopero della fame in cui morirono per protestare contro le leggi speciali della Thatcher: nudi, stremati ma indomiti si urlavano da cella a cella, in gaelico, Tiocfaidh ár lá, verrà il nostro giorno.

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Riflessioni in moto

Il luogocomunismo regge, il reggente pure, il nulla cresce. Come il deserto. E se Nietzsche ammoniva: guai a chi alberga deserti, qui si tratta di capire dove la nave va.
Comincio a pensare a questa riflessione e a come vorrò proporvela mentre dialogo con voi in maniera a me consona.

Sono in moto, strada Aurelia, casco aperto e vento sul volto. Andatura media, indicativamente sui 100 all’ora, per andare a trovare la bimba mia? Come avrebbe cantato qualcuno?, no, manubrio agguantato e rombo che mi percuote la schiena. Direzione San Vincenzo.

A volte, mi prende. Mollo tutto e faccio un mordi e fuggi. Tanto più che siamo in zona compleanno, anni 54, portati fisicamente bene, mentalmente un po’ meno. Stanchezza da percussione di mondo. Ci sono nato.

Insomma sono in moto e penso a come l’Italia mi ricordi il Titanic. L’orchestra suona e la nave affonda. Forse non è così ma le chiacchiere non mancano. Tra sinistra e destra, in mezzo c’è il vuoto, ai lati, pure.

Martin Reggente fa tenerezza. Gira voce, come ho letto sul Fatto Quotidiano in un articolo di Marco Travaglio, che quando va al cinema gli si siedono sopra. La scorta seduta accanto ammonisce l’incauto avventore: non vede che c’è il reggente? Loro fanno: appunto non c’è nessuno e si siedono, nemmeno ci fosse il cappello ad occupare la poltrona.

Fanno tenerezza pure gli altri. Oggi se ne escono con l’hasthag fermiamo l’onda nera. I contenuti di chi ha contribuito a distruggere lo Stato Sociale e la sinistra, demolendo l’articolo 18, istituzionalizzando il precariato coi ghirigori del Job Act, sono questi. Nulla.

Dimenticando che nell’onda nera, anzi marrone per la verità, ci siamo immersi da tempo. Forse non se ne sono accorti perché, teneri, troppo impegnati a fare il tifo contro, guelfi e ghibellini, che a tirar di soluzioni. E’ questa la sinistra? A me sembra il dominio del pensiero unico.

E infatti, quando ne vedo qualcuno in tv, a parte i contenuti che sono zero, li trovo abbigliati allo stesso modo. Donne e uomini sembrano tutti un po’ bungabunghizzati. Fighettismo rampante. Che tempi quelli dove anche nel vestire riconoscevi lo stile e l’appartenenza politica. Qui poca aria di terra e di fabbrica, molta finanza che scorre nelle vene e parvenza da immobiliarismo.

Gli apostoli del bullettismo se le sputano a vicenda. Soluzioni proposte? Tra l’ovvio e il l’enciclopedia del Bar dello Sport. Poca politica per la gente e molti slogan, vediamo che succede. Non bisogna però cadere nel trappolone voluto a regola dai gestori del nulla: farci odiare, dividerci, farci stare l’un contro l’altro armati. Senza distinzioni di razza, sesso e religione. Sarà mica funzionale a qualcosa?

Ricordava Junger che uno degli incubi dei potenti è che le persone si uniscano e prendano coscienza. Col piffero. Sui social le persone si scannano virtualmente, con una intolleranza e una aggressività patologiche.

Parecchi sono “buoni con le chiappe altrui”. O per farsi mettere un bel like che sa tanto di likeculismo di genere. Il dibattito va bene ma i problemi sono complessi e non si affrontano col tifo ultrà. Al primo accenno di diniego, son legnate, virtuali ovviamente.

Però vogliemo ricordare, ad esempio, che siamo tutti schedati tra buoni benzina, punti spesa, carte di credito, codice fiscale e tanto altro. Vogliamo negare anche che l’afflusso massiccio di immigrazione senza controllo sia funzionale al Grande Capitale per abbassare il costo del lavoro a livelli sociali vergognosi dove gli immigrati pagati come schiavi sono funzionali a pagare anche gli italiani zero e a cancellare definitivamente le conquiste sul lavoro del passato e quel che rimane dello Stato Sociale? Non serve fare slogan per acchiappare voti, serve fare politica per la gente.

Quando non sento politica ma attacchi da tutte le parti, “mi viene il vomito”, come cantava Vasco. Fortunatamente arrivo a San Vincenzo e spengo la mente. Al nulla non ci penso quasi più. Mi godo il tramonto e quando vedo certe luci, ritrovo speranza.
Che la gente non abbocchi e prenda coscienza. Che l’odio fa male ed è sempre funzionale al potere.

Serve giustizia, legalità, lavoro, solidarietà, redistribuzione della ricchezza, a partire dall’alto. Un po’ di serenità sociale e di chiarezza su quello che questo paese davvero può fare. Senza illusioni, senza giocare sulla pelle degli altri.

 

 

 

La carta è viva e lotta insieme a noi

Sparita non è sparita. Ma proprio per niente. Carta canta, anzi, carta conta e continua a resistere. L’invasione dei cellulari ìi ma tablet ed e-book rimangono a fare “l’intertoto”.

Faccio un esempio. Ho un abbonamento con Il Corriere della Sera su tablet. Vado al mare e mi spaparanzo per leggere un po’ il giornale. Tra l’applicazione che non funziona, va a rilento manco fossi a -4G, il sole che spiaccica i suoi amorevoli raggi sullo schermo e i riflessi che rimandano al mio volto con la barba di un paio di giorni, di notizie ne intravedo appena qualcuna. E sempre sotto botta del download che pare lento come la ripresa economica.

Insomma, con il mio solito nostalgico cuore, rivado a qualche mezzora prima dove ero stato in procinto di entrare in edicola e comprare uno scrocchiante quotidiano. Per quel che l’informazione vale oggi, beninteso, e lo dico da giornalista. Però mi dico no, ho il tablet.

Alla fine, sperimentando l’impossibilità di leggere col tablet, buono solo per ascoltarmi Spotify,  mi ributto su un paio di libri che mi sono “inzainettato” per sopportare meglio la folla estiva e i simpatici bambini armati di fucili ad acqua che sgambettano ad ogni dove.

Insomma, vuoi mettere l’odore della carta, la magia di fabriano con l’untosità del tablet? Non che voglia demonizzarlo ma per leggere occorre altro. Tipo il fruscio dei fogli, le spiegazzate alle pagine, la matita come segnalibro e la scrittuta ai lati con i post-it colorati a segnare le notizie più interessanti.

Provate a mettere un post-it sul tablet o a sottolineare sul cellulare. Roba che nemmeno Basaglia te la darebbe vinta. Io la carta la adoro. Prendo appunti ovunque, ricordo gli attimi del flusso della mia vita.

Mi emoziona quando la tocco, mi inebria il profumo, soprattutto quella di riciclo che mi fa sentire più a posto con la coscienza e con i miei amici dalla chioma verde. La pagina elettronica possiede una impalpabilità spettrale, è una sorta di televisione alla The Ring da cui promanano, quando riesci a leggerli, colori frammisti a sentori di luce al neon che fanno tanto obitorio.

La carta è una sintassi magnifica sospesa tra la materialità della terra e un fluido che nasce dal nulla, dai pensieri che prendono forma e si dipanano tra gli incroci dell’anima. La carta ha suoni e sapori unici, il fruscio, lo scricchiolare del foglio che si appallottola, la pace che evoca un libro chiuso prima di essere accarezzato e aperto.

La carta ingiallita dei vecchi quotidiani, i libri antichi nelle biblioteche che ti sorridono e ammoniscono a non dimenticarli e con loro il passato che ti fonda e ti determina. L’odore? Legna che scoppietta, colla, polvere, sudore, ognuno con una memoria e un vissuto che ci attraversa il corpo e delizia gli occhi nella silenziosa pausa del ricordo che ci riporta in viaggio nel tempo. E fare un aeroplanino di carta o una barchetta, giochi d’altri tempi? E il moleskin, il leggendario taccuino dei viaggiatori e di Bruce Chatwin, a cui non a caso ho intitolato una sezione del mio blog?

Il poeta siriano Adonis ha scritto: “La carta è la notte è noi siamo l’inchiostro”.
L’incarnato delle parole è carta e nella carta ci siamo noi, fatti di pensiero che nella carta si esprime, nel pensiero liquido si annacqua.

Il 30 agosto del 1999 Wired scrive le parole del dirigente Microsoft Dick Brass: “Tra vent’anni la cara sarà una cosa del passato”. Il passato, invece, che trovi nei libri, ancora è la nostra strada, rappresenta il futuro che, speriamo, porti a riflessione l’umanità. A una vera libertà.

Come quando l’ufficiale nazista ricorda a Totò nel celebre film: Badate colonnello che io ho carta bianca. E Totò risponde modo che conosciamo, ammomendo a pulirsi le terga con la carta bianca. Se avesse avuto un tablet, col nazista come sarebbe andata a finire?

Insomma, scrivere sui social, fare parole in questo modo è piacevole: soprattutto per il ticchettio sulla tastiera che mi riporta a quello della macchina da scrivere. Non ho fogli da inserire e guardo il video.

Ma i libri sono un’altra cosa e bisogna toccarli, viverli, abbracciarli, come un gatto amorevole. E poi raccontarceli tra di noi.  Come tante altre cose. Ma gli appunti, per queste idee, dopo essere lievitati nella mia testa, li “incarto” sul blocco e poi li picchietto. Per farne un dibattito insieme a voi.

E ancora, vuoi mettere a incartare le uova col giornale vecchio, a chiedere, come facevo un tempo, davanti alla scuola un cartoccio di olive o di “fusaie” con parecchio sale sopra? La carta ha il gusto dell’immortalità.

Dubito che tablet e cellulari resisteranno ai milleni tramandando la storia e il vissuto dell’uomo. Sono convinto insomma:
La carta è viva e lotta insieme a noi.

Buona serata e buon fine settimana a tutti voi. E buona lettura.

Mentre tutto era cielo

Riemergeva così.
Con una fatica esclamativa,
una tessitura in grotta,
silenziosa e sovversiva..
Spostando ai confini del foglio,
parole come carri armati
e obici, da 7 mm,
di ardore scavato.
Diceva:
datemi un tempo pieno
e vi solleverò l’uomo.
Affiorate, svelatevi a voi,
vacillando anche,
in una continenza di porpora.
Seminava le sillabe,
nelle aiuole dei minuti,
accatastati in giorni.
Mentre tutto era cielo,
e gocce affilate,
di stanchezza, serale.
Per far dormire la mente
e le nemiche distanze,
ne colsi appena un ciuffo,
rimanendo aggrappato a una nuvola.

 

Viaggi d’altri tempi

Mi piace spaziare. Fedele alla mia dicotomia o forse potremmo chiamarlo, simpaticamente “disturbo pentapolare dell’asceta-esteta”, io che oggi di automobili mi importa quanto del calcio, vi voglio parlare di un mito autentico, di una macchina che ha fatto storia e che per la sua bellezza è stata apprezzata ovunque: l’Alfa Romeo Giulia GT Junior.

Per quegli anni, viaggiare con questa splendida vettura, era salire sulle ali del vento. Oggi ci passeggerei come quando cammino. Per sentirmi me stesso. Come quando salivo su quella di mio nonno e, bambino, provavo una emozione che provavo solo poche altre volte: quando salivo sulla Giulia di mio padre.

Nel 1996 appare un articolo di Carlo Di Giusto sulla rivista Ruote Classiche che inizia cosi: “Si può restare indifferenti di fronte ad una macchina di buona famiglia (Alfa Romeo), che ha il nome dolce di una donna (Giulia), che esprime sportività (GT) e gioventù (junior) e che rivela anche un basso impegno economico (1300)?” No, non si può restare indifferenti.

La GT Junior 1300 vede la sua nascita nel 1966, dopo l’esordio della Giulia Sprint GT e della sua versione cabriolet GTC, per attirare i giovani verso una macchina sportiva ma dai costi contenuti. Possiamo distinguere quattro serie della GT Junior : la prima (1966-1969), la seconda (1969-1971), la terza (1971-1974) e la quarta e ultima (1974-1976).

La carrozzeria, firmata da Giorgetto Giugiaro per conto della Bertone, copriva il pianale, con un passo accorciato da 251 a 235 centimetri rispetto alla Giulia Berlina. Il design è ancora oggi a vederlo di una emozionante bellezza, quello di una elegante e allungata coupé sportiva 2+2.

Il curioso scalino anteriore che caratterizzava tutte le versioni prodotte fino al 1968 e parte di quelle prodotte fino al 1971 era dovuto ad un ripensamento tra l’approvazione del disegno e la messa in produzione dell’auto. Originariamente, infatti, doveva essere una presa d’aria poi abolita per contenere i costi.

Finirà per caratterizzarla in modo unico, diventando una delle vetture più ambite del periodo che ancora oggi sul mondo vintage affascina e arriva a costi impensabili. Vengono prodotte diverse versioni: Sprint GT, GT Junior, GT Veloce e GTC “(Gran Turismo Cabriolet)” con motori 1300, 1600, 1750 e 2000. La GT Junior, quella più nota e apprezzata, monta il motore 1291 cc della Giulietta e rispetto alla Giulia Sprint GT non ha il servofreno.

La vettura costa al pubblico 1.792.800 lire su strada e la tassa di circolazione annuale è di 32.155 lire con la possibilità di nuove forme di pagamento rateale che confermano la volontà dei vertici Alfa Romeo di farne un sogno possibile per molti ragazzi. Sul finire del 1967 l’Alfa Romeo corregge alcune delle mancanze della GT Junior 1300, dotandola di servofreno e del nuovo volante di alluminio a due razze di nuovo disegno.

Nel 1969 le vetture (che persero il nome Giulia per chiamarsi semplicemente GT 1300 Junior) pur mantenendo lo “scalino”, vennero dotate di servofreno e di una nuova plancia (simile a quella della GT 1750 Veloce). Questa versione è conosciuta come Seconda Serie.

Nel 1971, la 1750 GT Veloce viene sostituita dalla 2000 Gran Turismo veloce. Nel 1973 tutte le GT si uniformano esteticamente alla versione GT 2000 Veloce introdotta nel 1971. Anche le GT 1300 Junior e le GT 1600 Junior adotta la stessa mascherina cromata a quattro fari, con interni e plancia uguali.

Nel 1971 le GT Junior adottano il frontale ridisegnato senza lo scalino con parafanghi posteriori più alti che la fanno essere molto simile i modelli 1750 GT Veloce e alla GT 2000 Veloce. Le Junior mantengono però i fari singoli e non doppi sul frontale con una mascherina diversa. Accanto al motore 1300 da 89 cavalli fa il suo esordio il propulsore 1600 da 109 cavalli.

La sigla Veloce infatti caratterizzerà le vetture più potenti come la gamma 1750 e la 2000, conosciuta come la Terza Serie.

A differenziarle sono i fari posteriori più piccoli. L’aumento di cilindrata da 1779 a 1962 cc per 150 cavalli di potenza viene accompagnata da numerose novità estetiche come la nuova mascherina anteriore cromata, le luci posteriori maggiorate comprendenti le luci retromarcia, nuova strumentazione e consolle centrale raggruppata in stile “quadrifoglio” davanti al volante.

Il propulsore monta due carburatori sportivi doppio corpo ( Solex o Dell’Orto) con trasmissione del differenziale Torsen autobloccante al 25% Tra gli accessori disponibili su richiesta aria condizionata, cerchi in lega di magnesio tipo Millerighe (Campagnolo o Cromodora), vernice metallizzata e vetri atermici. La velocità massima arriva a 195 Km/H.

La vettura fu molto amata negli Stati Uniti tanto è vero che la rivista “Hot Rod” nel mese di ottobre 1980 la descrisse come “the only european car able to be called muscle car”.

La 2000 GT veloce coupé fu prodotta fino 1976 in quasi 38.000 unità di cui circa 6.500 vendute in America. L’Alfa Romeo, a conferma di quest’attenzione per il mercato americano, produrrà, nel 1970, la potentissima Montreal con motore a 8 cilindri, il sogno proibito di molti appassionati e di cui ci racconteremo in seguito.

Scusate se vi ho annoiato ma era un po’ che volevo ricordare certi miti.

 

 

Da leggere

Spero di non annoiarvi propondendo due link che vi riporteranno, se avete voglia di leggerli, a due articoli che ho scritto oggi su Green Planet News.

Sono argomenti che mi stanno particolarmente a cuore. Nel primo articolo si parla della Giornata mondiale del donatore di sangue prevista per iol prossimo 14 giugno (https://www.greenplanetnews.it/donare-fa-bene-alla-salute).

Credo che sulla bellezza di un atto simile ci sia poco da aggiungere. C’è solo da sperimentare la sensazione di sentirsi bene a mettersi in relazione con gli altri in questo modo.

Nel secondo, si gioca in casa con un articolo sul ritorno del Festival europeo delle Vie francigene e la mia profonda passione per il camminare.(https://www.greenplanetnews.it/camminare-autentica-rivoluzione/).

Spero che possano interessarvi. Buona serata e buona settimana.

 

Happy World Oceans Day

La natura è una delle mie passioni, scrivere di ambiente è il mio modo di fare qualcosa per la natura che amo. Raramente mi sento bene come quando passeggio in un bosco, su una spiaggia solitaria, nuoto in un’acqua limpida o salgo in vetta a una montagna.

Uno dei ricordi più belli che ho con mio padre è quando rimanevamo soli al tramonto a farci il bagno al mare d’estate quando ormai si rimaneva in pochi sulla spiaggia. In silenzio e in assorta meditazione su fluire degli attimi.

Oggi è la Giornata dedicata al mate e agli oceani, World Oceans Day. Il tema di questìanno è la lotta alla plastica che sta invadendo il pianeta come un tentacolare Leviatano.

Su Green Planet News ho pubblicato questo articolo di cui vi segnalo il link: https://www.greenplanetnews.it/salviamo-gli-oceani-dalla-plastica/.

Buona giornata e soprattutto Happy World Oceans Day.

Piaceri prediletti

Tra i miei piaceri prediletti, oltre a consumare le suole, c’è quello di consumare le gomme.

Vado in moto da quando ho 14 anni. Erano i tempi di quelle due ruote che venivano chiamate “regolarità”. le amavo. Aspes, Swm, Ktm, Simonini, Caballero. Tutte gloriosamente artigianali e italiane, Ktm a parte.

L’Aspes poi chiamava i proprio modelli con nomi che mi affascinavano Navajo, Yuma, Hopi, Cheyenne, Sioux.

 

Per me che già ai tempi non stavo col VII Cavalleggeri ma con Zagor-Te-Nay, lo Spirito con la Scure e con gli indiani, nomi del genere erano un vero amore.

Insomma, ho sempre amato il genere Enduro, Adventure. Solo che con i miei contrari alle moto più del PD al governo Lega-Cinque Stelle, di moto enduro non se ne parlava. Ebbi un terribile Zeta Malanca 50 che addobbai in modo indegno. Il mio inconscio lottava per la sua distruzione.

A 16 anni infatti, di enduro continuava a non parlarsene e mio padre volle a tutti i costi comprarmi un vespone. Il povero Zeta Malanca tirò le cuoia. Si stacco il motore dal telaio e addio fetecchia.

Più tardi mi accorsi che era un signor motorino alla fine, meglio dei modaioli Ciao e Boxer. Ovviamente il suo appeal sulle ragazze era pari ad girarsela a 18 anni con la Fiat 850.

Stanco del proibizionismo paterno, e di dinieghi assortiti, optai per la rivoluzione. Anche perché, detto con amabile sincerità, mi ero abbastanza scassato i cabasisi. Lavorando, mi comprai di nascosto un bel Teneré 600.

Da lì è iniziata la mia vita con le moto enduro. Non sono un motociclista di quelli feticisti che parlano sempre di moto come di calcio. Le moto mi piace viverle, le consumo. Non sto sempre a cambiarle. Ma mi portano in giro. Non sto a draci un’anima.

Per me andare in moto è come camminare. Sentirmi libero, distogliermi dai pensieri, metabolizzare le inquetudini. Come scrivere. Mi piacciono le penne, le scarpe da camminata e le moto.

Non faccio parte di gruppi, non li amo. Ai gruppi di motociclisti, con tutto il rispetto, preferisco uscite al massimo in 3 persone. Oppure le passeggiate in solitaria, come Lawrence d’Arabia.

Insomma, vi ho fatto questa ampia premessa perché su Scrittore In Viaggio ho appena inserito un articolo che racconta della mia breve passeggiata di sabato scorso al Monte Argentario. Se vi andasse di leggerlo, eccovi il link https://www.scrittoreinviaggio.com/orbetello-argentario-in-moto/.

Buona serata, vi abbraccio tutti.

Ho incontrato la speranza

Vorrei parlare di una piccola cosa, di una piccola insignificante giornata che, però, racchiude tutto. Mi piace soffermarmi su qualcosa di positivo se lo scorgo intorno a me.

Ve lo dice uno che non sopporta la massa, che definire schivo è puro eufemismo, che quando non gira bene guarda il mondo e lo ritieni troppo affollato di “bipedi parlanti”, tanto per esser chiari e per non alimentare buonismi fuorvianti.

In questi giorni, anzi meglio, di questi tempi Mamma Terra non se la passa benissimo. Tra psicolabili che inneggiano a Dio pensando di compiacerlo ammazzando così, qualcuno a casa, come io sfoglio un giornale, democrazie totalitarie che impongono il “proprio ordine” mondiale col sangue e reflussi gastroesofagei derivanti dalla politica, c’è ampiamente di che deprimersi.

Ma non voglio cedere e pensare solo a siffatto genere “bipedumano”. Questa mattina qualche riscontro positivo, semplice, di quelli che pone la linea: da una parte i santi, dall’altra i criminali, in mezzo ci siamo tutti noi. Con le nostre debolezze, la nostra dignità, la nostra disperata ricerca di un senso.

Mi muovo in direzione INPGI, ho qualce problema di contributi arretrati da pagare. Devo andare per chiedere rateizzazione adeguata. Altrimenti è il mio default, altro che spread e minchiate simili.

Qui si tratta della gloriosa economia domestica come la si definiva in tempi non sospetti. Ebbene, mi muovo. La giornata è radiosa. Il solito movimento. Chi corre, chi strombazza col clacson. Ha il ditino facile. Forse a porselo altrove, troverebbe sollievo, penso in un lampo. Insomma, vita quotidiana.

In mezzo al caos, con la “monnezza” che “irraggia” la pur sempre belle Capitale, nonostante tutto, assisto alla prima scena di ordinaria bellezza.

Incrocio un branco di ragazzi. Una baby gang? No, una wonderful gang. Sono insieme, parlano, si confronto, dibattono con interesse di come sarà la giornata. Hanno il soffio dell’entusiasmo della vita davanti. Fin qui, tutto normale. Sono belli, molto belli. Così li trovo. Non sono una gang, sono una squadra, fanno gruppo.

Insieme a loro c’è un ragazzo, con un giovane coetaneo. Bastone e occhiali scuri. Non vede. E’ cieco, parola desueta, non vedente, più buonista. La realtà non cambia. I suoi occhi sono in silenzio. Lui percepisce e parla, sorride.

E’ uno di loro. Loro lo proteggono. Attraversano davanti a me e una ragazza lo tiene amorevole per il braccio. Lui sorride. “Sente” cose belle attorno a lui. Guarda anche senza vedere. Integrazione, amore, c’è qualcosa per cui Dio sorride a vedere le persone. Che non si uccidono agitando il suo nome.

Passata questa scena, cosette molto più “piccine” che però sintetizzano la quotidianità che fa piacere. Arrivo all’INPGI e un impiegato risolve il mio problema in pochissimo tempo con disponibilità e gentilezza. Da encomio. Gentile anche il vigilantes all’ingresso.

Esco continuando la mia giornata di piccoli incontri, di quelli che fanno bene, così, semplicemente camminando e andando incontro alla giornata. Attraverso Villa Borghese. Qualche coppietta sulle panchine, atmosfera rilassata.

Un chiosco. Mi fermo per un caffé. Sono 3 indiani a gestirlo. Gentilezza e buon caffé. Penso alle sciocchezze di chi parla credendo che il problema sia la religione o il colore della pelle o, peggio mi sento, la diversità del sesso o i propri gusti sessuali. Il problema è il cuore, la disponibilità d’animo. Una grazia trasversale che il Dio dell’Amore a volte manda per sollevarci da numerose pene e parecchi cattivi esempi.

Ecco, concludo. Nulla di trascendentale, forse, ho visto oggi. Anzi no. Ho visto la la rivoluzione: il potere della gentilezza e dell’amore, una trasgressione autentica in una società cinica dove la quotidianità e quella descritta da Frankie HI NRG: “Il fine è solo l’utile, il mezzo ogni possibile. La posta in gioco è massima, l’imperativo è vincere
E non far partecipare nessun altro. Nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro, niente scrupoli o rispetto verso i propri simili. Perché gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili”. Il potere della gentilezza e dell’amore. Così bello a vedersi, così forte da costituire la speranza di un mondo diverso. Dove, nelle piccole cose, palpitano cuori e anime davvero “sovversivi”. le giornate belle sono anche queste.

Come un gatto in tangenziale

In tempi in cui “il popolo” comincia ad averne abbastanza delle chiacchiere della politica e dei burocrati europei, ieri sera ho visto un bel film che mi ha fatto riflettere parecchio. Il titolo è Come un gatto in tangenziale con due attori che amo, in grado di fare sempre film intelligenti: Antonio Albanese e Paola Cortellesi. regia di Riccardo Milani.

Il film racconta la storia impossibile tra Agnese, figlia di Giovanni (Antonio Albanese), funzionario del Governo che fa buonismo parlando di riqualificare le periferie con le parole e Alessio, figlio di Monica che abita insieme alle zie, Pamela e Suellen, al quartiere simbolo di come la politica intenda le periferie: Bastogi.

E’ l’incontro-scontro tra il centro e “il mondo dimenticato” della periferia reale, quella che Giovanni conosce solo sulle carte dei suoi progetti. Monica avverte Alessio: “non siamo uguali, inutili farsi illusioni”.

Bravi i due giovani protagonisti, Alice Maselli e Simone De Bianchi. Per non dire delle gemelle cult, Alessandra e Valentina Giudicessa, loro di Bastogi sul serio. Strepitose.

Rilevanti anche le figure di Luce, moglie separata di Giovanni, interpretata da Sonia Bergamasco, che vive di sogni coltivando lavanda in Provenza, simboleggiando alla perfezione la deriva borghese della gioventù ricca che giocava a fare la rivoluzione negli anni di piombo e Claudio Amendola,  Sergio, “maestro de tajo”, eterno galeotto.

Al centro dell’incomunicabilità che regna nella storia è il divario che esiste tra i due universi. Il film fa sorridere e ridere. Però il problema delle periferie è un problema serio che rischia di sfociare in un eccesso “tragicomico” che non rende giustizia al messaggio sociale che probabilmente il film vuole lanciare.

I due protagonisti sono sempre bravi. Il rischio è di trasformare le “vite dolenti e dolorose” di chi vive la quotidianità a Bastogi, come a Corviale, Tor Bella Monaca, e in tanti altri luoghi, in vite che fanno ridere e questo finisce per non fare “giustizia sociale”.  I due mondi in antitesi di Giovanni e Monica sono ritratti un po’ troppo “a stereotipi”.

Divertenti ma che con un maggiore approfondimento psicologico avrebbe aggiunto davvero di più ad un film che comunque porta molto da pensare. Creare paradossi  fa ridere, è vero ma rischia di portare fuori strada.

Le gemelle sono straordinare, Monica che litiga con i vicini di casa di tante nazionalità diverse, le scene al mare di Coccia di Morto, luogo frequentato da Monica e a Capalbio, dove Giovanni mette in mostra il proprio ambiente, facendo conoscere a Monica anche Franca Leosini,  sono di una comicità amara. Monica che manda a quel paese, per dirla con un eufemismo, Giovanni che sotto al sole cocente parla di Upupe, è strepitosa. La parte finale è romantica ma irreale.

Ci sono momenti in cui però il paradosso lascia spazio alla riflessione. E sono i momenti che preferisco. La scena in cui dinanzi ai burocrati europei Giovanni fa un cambio di programma e racconta cosa signfica davvero parlare di perfierie, lasciando gli “europeisti” senza parole. E anche quella alla fine del pranzo dove ricompare improvvisamente Sergio a cui Giovanni espone il suo punto di vista mentre Luce trangugia ansiolitici in gocce. Tanto la situazione è imbarazzante.

Sono queste le scene che personalmente mi sono arrivate dentro. Quelle in cui emergono i contrasti non trasformansosi in macchietta. Perché ho una speranza, forse una pura illusione ma voglio credere che accada.

Che Bastogi e che le periferie dimenticate di Roma, d’Italia e d’Europa e di tutto il mondo, possano vivere diversamente: magari non come in un film che racconta del degrado ma come un sogno che è si è tradotto in una vita migliore. Per un film a lieto fine davvero dove la politica ha ritrovato finalmente il suo ruolo autentico ruolo: fare del bene alle persone. Soprattutto a chi ne ha più bisogno. Ecco l’Europa che voglio, ecco l’Europa che spero. Il resto è un paradosso. Divertente forse. Ma molto amaro.