La ricerca come speranza

Sabato 10 e domenica 11 marzo 2018 la Fondazione Umberto Veronesi torna nelle piazze di tutta Italia per la prima edizione deIl Pomodoro. Buono per te, buono per la ricerca”, un’iniziativa ideata per raccogliere fondi per finanziare la ricerca scientifica in ambito pediatrico, al fine di garantire le migliori cure possibili ai bambini malati di tumore e aumentare le loro aspettative di guarigione.

La ricerca è una speranza, la guarigione una speranza sovranaturale. Vi racconto su Green Planet Edizioni di questa iniziativa e di quello che effettivamente si dice sulle proprietà del pomodoro e sul benessere che, in teoria, il pomodoro apporterebbe alla nostra salute.

Io spero sempre. “La speranza è una cosa buona”. Mi piace riportare spesso la frase del bellissimo film Le Ali della Libertà, film che adoro.

E, come si aggiunge nel film, mentre Andy sfreccia a bordo della sua decappottabile rossa lungo le coste del Pacifico, le cose buone non muoiono mai.

E io voglio sperare sempre che questo “alieno”, come lo chiamava la Fallaci, un giorno sarà sconfitto definitivamente. Per la gioia del mondo e di una vita “senza fine”.

Eccovi il link e se vi fa piacere, buona lettura. E buona serata.

https://www.greenplanetedizioni.com/un-pomodoro-la-ricerca-la-salute/

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Accademie al femminile

Sarà perché ho sempre avuto più amicizie al femminile, sarà che vedo la capacità di lottare delle donne, sarà che vedo mia zia che supporta gli altri in un momento in cui dovrebbero essere gli altri a sostenere lei, sarà che le mie filosofe e poetesse più amate sono donne, insomma, questa mi sembra veramente una bella idea.

Non è la solita propaganda elettorale delle quote rosa, “acchiappavoti” e “acchiappaclik”.

Qui si tratta di tradurre l’esperienza delle donne in qualcosa di concreto.

Nascono le Accademie della Maestria femminile, un modo nuovo di intendere la formazione, con lo scopo di offrire esperienze e pratiche delle donne di tutto il mondo.

Le Accademie della Maestria femminile sono un progetto voluto dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea e dalla Fondazione Scuola Alta Formazione Donne di Governo, in collaborazione con Aspasia di Mileto Associazione per la Consulenza Filosofica di Trasformazione.

Le Accademie della maestria femminile assumono la novità del protagonismo femminile non solo da un punto di vista numerico, ma anche qualitativo. Le Accademie propongono un percorso di formazione di volta in volta adattabile e flessibile a seconda del territorio e dei singoli contesti che ne chiederanno la realizzazione: dai soggetti pubblici e privati, alle istituzioni, alle aziende sanitarie, agli istituti scolastici, ai centri nevralgici della cultura, gruppi informali, imprese sociali.

La scelta del termine “Maestria” indica che la formazione, oltre a chiamare in causa le attività di pensiero e conoscenza, pone l’accento sulla pratica e il saper fare, laddove i saperi femminili hanno il loro peso.

Le Accademie saranno quindi luoghi di riferimento nazionali che si propongono di coordinare esperienze di formazione e di ricerca in ambiti in cui la sapienza e l’esperienza femminili sono decisive per il cambiamento.

Le Accademie offrono un percorso che è allo stesso tempo di trasformazione, ripensamento e approfondimento, ma anche di guida per tutti coloro che desiderano inserirsi in un contesto lavorativo per la prima volta, oppure semplicemente desiderano riconsiderare la propria esperienza dalle origini, evitando schemi già codificati e standardizzati, nella consapevolezza della propria differenza.

Le 10 Accademie saranno tutte ospitate negli spazi della Galleria Nazionale, che si pone quindi come riferimento in Italia per l’avvio di questo progetto, confermandosi come un luogo innovativo di ricerca e di formazione, in uno spirito di servizio e di accoglienza.

Tutte le Accademie proposte in questa sede saranno aperte gratuitamente a chiunque, dai 14 anni in su, voglia partecipare.

L’Open Day

La formazione proposta dalle Accademie della maestria femminile si articola in moduli tematici, alcuni dei quali verranno presentati il 30 gennaio presso la Galleria Nazionale dalle ore 15.00 fino alle ore 17.30.

In questa occasione sarà possibile partecipare ad un saggio di quella che sarà l’offerta formativa delle Accademie attraverso tre momenti di 30 minuti ciascuno, dedicati ad altrettante tematiche presentate nel programma. A seguire, si terrà una visita guidata nel Museo, quale sperimentazione itinerante dell’Accademia delle Arti.

15.00 – 15.30, Sandra Morano presenterà l’Accademia Le mediche

15.30 – 16.00, Letizia Paolozzi presenterà l’Accademia Del prendersi cura

16.00 – 16.30, Anna Maria Piussi presenterà l’Accademia Del fare scuola

16.30 – 18.00, Carla Subrizi presenterà l’Accademia Delle Arti con la visita guidata

Il tipo di percorso proposto dalle Accademie vuole produrre una trasformazione soggettiva per radicarsi nella propria differenza, attraverso lo studio e la discussione di testi, esperienze, pratiche, saperi e sapienze delle donne nella storia e nel presente, fino a costituire un laboratorio permanente di incontro e registrazione storica di esperienze e pratiche di donne di tutto il mondo.

La Galleria attiverà nel corso dei prossimi mesi le seguenti Accademie:

Del Fare Scuola
Del Mettere al Mondo
Del Prendersi Cura
Della Sessualità e del Discorso Amoroso
Delle Arti
Le Donne Pensano
Le Mediche
Delle Pratiche Politiche nelle Amministrazioni Locali
Della Spiritualità
Del Lavoro delle Donne

Biografie

Cristiana Collu, Direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea.
Annarosa Buttarelli è filosofa, autrice di numerosi saggi e componente della comunità filosofica Diotima. È ideatrice e coordinatrice del progetto delle Accademie della Maestria femminile.
Luana Zanella è presidente di Comitato Promotore di Scuola Alta Formazione Donne di Governo.
Nadia Lucchesi è insegnante di filosofia e autrice di saggi di teologia femminile.
Sandra Morano è specialista in Ostetricia e Ginecologia, ideatrice della prima casa di maternità intra-ospedaliera a Genova.
Letizia Paolozzi è giornalista, scrittrice e responsabile con Alberto Leiss, Bia Sarasini e Monica Luongo della rivista online DeA, www.donnealtri.it.
Anna Maria Piussi è stata docente di Pedagogia all’Università di Verona, componente della Comunità Diotima. È una delle ideatrici della Pedagogia della Differenza Sessuale.
Carla Subrizi insegna Storia dell’Arte Contemporanea alla Sapienza Università di Roma. È presidente della Fondazione Baruchello.
Tiziana Vettor è docente dell’Università degli studi di Milano-Bicocca presso il Dipartimento dei Sistemi giuridici, dove insegna Diritto del Lavoro.

Info
Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
viale delle Belle Arti, 131 – 00197 Roma

Accademie della Maestria femminile | Scuola di Alta Formazione Donne di Governo
accademie@scuolaperdonnedigoverno.it | accademie.maestria@gmail.com
Tel. 045 803 9092

 

Arte e fotografia nelle immagini di Piergiorgio Branzi

Che la fotografia sia una delle passioni con cui “esperisco” il mondo non è una novità.

Quando poi le immagini appartengono alla dimensione di un reale trasognato dove la vita stessa, nella sua essenzialità, appare quella di un sogno dagli sfumati contorni, beh, mi piace ancora di più.

Nel sito http://www.scrittoreinviaggio.com di cui vi riporto il link all’articolo https://www.scrittoreinviaggio.com/la-fotografia-di-piergiorgio-branzi/
vi racconto della fotografia di Piergiorgio Branzi e della sua attività di fotoreporter.

Gli scatti di questo fotogiornalista, in particolar modo quando racconta il Sud, mi ricordano i quadri di Hopper, di una desolata, scarna e solitaria eleganza.

Come nella fiction Braccialetti rossi.  C’è l’atmosfera del tempo sospeso, l’attesa del bambino che giace nel sonno del coma, ma, fuori del corpo che dorme, attende il risveglio e intanto vede tutto.

Si trova, come in un sogno, sul bordo di una desolata piscina, il Kursaal di Ostia, celebre negli anni Sessanta e sperimenta questo attimo di solitaria speranza.

Lui, da solo, gli altri non immaginano neanche.

Lo so, il paragone può sembrare insolito.

Ma quell’atmosfera di speranzosa sospensione, di solitario distacco da tutto, mi riporta, sia ad Hopper sia alla fotografia di Branzi.

L’incontro, in programma al  Complesso del Vittoriano di Roma(Ala Brasini) il prossimo 31 gennaio, nell’ambito della mostra 100 Anni di fotografia Leica in programma fino al 18 febbraio, fa parte del ciclo di appuntamenti Grandi Maestri, Grandi Storie

Il tema sarà: La fotografia tra presente, passato e futuro.

L’incontro del 31 gennaio sarà anche l’occasione per una riflessione sul futuro della fotografia nell’epoca del digitale, un argomento particolarmente caro a Branzi che guarda con diffidenza ma che non rinuncia a comprendere.

Quindi, se vi fa piacere, leggetelo.

Ultima riflessione a proposito del sito. Propongo un sondaggio. Il sito si chiama Scrittore In Viaggio e sto cercando sempre più di differenziarlo dal blog.

Sia per non annoiarvi, sia per una maggiore varietà di offerta dei contenuti con cui vi “stresso”.

Il sondaggio è questo: dal momento che il blog si chiama Scrittore in Viaggio Blog e mi pare possa creare qualche problema di lettura nello scorrimento del lettore, rischiando di confondersi con il sito Scrittore In Viaggio, che ne dite di un nuovo nome per il blog?

Si accettano suggerimenti 🙂

Prometto che sarà l’ultima volta di un cambio di nome 🙂

E grazie sempre della vostra attenzione.

 

 

Mi impegno

Mi impegno.
A fare del profumo e del colore, una gioiosa essenza. Per l’attimo che incontro.

Passeggiando nell’erba.

Deglutisco ombre, bevo petali. A sorsate.
È sempre bene onorare e proteggere il bene che abbiamo conquistato e saputo cogliere.

Mi impegno.
A ricordarmi di non dimenticare.

A fare di inquietudine, rivoluzione e catarsi di me.
Ci sono parole che sono fiori, il riparo da una improvvisa calura estiva, essenzialità delle piccole ma gioiose cose.

Il mio elenco: natura, profumi, silenzi, musica, leggere, scrivere, il buon vino, le amicizie autentiche, l’amore per le cose che vedo davanti a me, accanto a me, carezzare il mio gattino, ascoltarne le fusa di notte quando si accuccia tra le mie braccia, relazionalità “sana”, stare bene con me, tra un giorno e l’altro.

A costruire un sentiero, orlato di fiori dove anche la polvere porti dritta alla serenità.
Mi impegno.
A fare di vita, colore.
A fare di caos, una danza.

Fino a che giunga l’aurora e mi avvolga l’ora blu.

Anche oggi, la vita adusta

Anche oggi i pensieri si “scartocciano”, si distendono come fogli.

Ricolmi di pieghe, sdruciti, forse, consunti, logori, escono dal fiotto di alcuni momenti, riconsegnati alla luce.

Si, la luce, quella generata dalla contemplazione delle sofferenze degli altri.

Anche oggi sono in ospedale.

La zia combatte, sorride, dice agli altri di avere forza.

Ma, nonostante il suo brillare, il suo viso è lo storico di una sofferenza che è frastuono oltre i chiusi.

Nell’ora lenta che s’addensa, mentre i volti timbrano il biglietto ai minuti del quotidiano, gli occhi assumono sembianze mute ma rumorose.

C’è chi li ha umidi, avviluppati nel masso di un presagio, chi tra lampi e arguzie, chi li proietta al fondo del tremulo perimetro della stanza bianca.

Come sempre, negli scenari esistenziali, laddove la vita non si fa social ma solidale, appunto, il pensiero emerge dagli screzi col moccolino di un bagliore.

Si, non solo è la speranza che travaglio non sia definitivo, che sia giustizia.

E’ la vita che preme sull’orda del dubbio e della paura.

Che dire? La bacio e la saluto.La zia.

Fuori il sole, d’inverno, in sembianze di primavera.

Annuso l’aria che dirocca le narici, penetrando nelle rughe del vissuto.

La vita adusta dal sole che discende. Dal calore. Anche oggi. Per molti. Per fortuna, grazie a Dio. E’ immensa, procace, generatrice di “possibilitudini”.

Mi incammino verso casa mentre ripercorro il tintinnio di sciabole che l’esercito del destino mette in atto sull’umano. Ogni volta. Il mistero.

Attraverso piazze mentre il sole è del meriggio. Accarezza mura, avvolge cuori.

Le persone brulicano e sorridono di un’estasi che non sanno, di una sconosciuta metafisica sulle parvenze dell’aria.

Fasciato di quanto “sento,” i miei passi sono la gaiezza d’esser lì.

Alzato, col profilo inciso nel ritorno, ricco, mentre penso allo stridore di chi digrigna dentro.

Il sole, il cielo, lacciuoli a questa esistenza che rinasce ogni volta.

Quando riesci a scorgerne il profilo. Mentre l’eterno sta in un silenzio. Che assorda.


Sgrano passi che scrosciano di ciò che non è scontato.
Penso. Si, non è scontata questa vita. Meglio amarla, anche se fa buio, talvolta.

Ogni attimo, gloria di un’attesa, gioia di un’ombra che si schiude, di una ventura che diventa limpida quando pensi a chi sorride. Nonostante tutto.

Ma aspetta. Per sapere.

 Se camminare ancora.

Sei dentro

Ti guardo.

Sei dentro.

Nel viavai bianco, verde, intabarrato,

di vestaglie,

carrelli come burchielli,

visitatori, lamenti e strascichi.

Ti tengo,

tra le mani,

il cuore,

in una risacca di pensieri, di memorie,

che fa sfregio,

a chi è perduto ormai

nel meriggio della polvere,

lui, che trepidava,

agli angoli dell’insensato.

E’ lui, il pattume profugo, che ancora ti batte in gola

mentre singhiozzi il tuo prodigio,

che vivi, nel fallimento di ciò che è stato.

Ma zia, non sei tu una monca vita,

non tu la deriva di questo mondo.

Anche se l’ora si fa buia, incomprensibile,

un gorgo, un flutto,

il mistero non si disvela,

ancora,

tu, sorridi,

con occhi lucidi,

nel tremoroso affanno.

Misuro,

a centimetri il mio battito,

la vita, così scontata, spesso così la vedo,

mentre guardo chi saluta, chi riposa, chi cammina.

E’ una tempesta a volte,

che ci parla di salvezza,

che ci sconquassa dalla norma,

ci riconsegna ad un frangente, ad un solare accadimento.

Spengono le luci,

il soffitto si fa piombo,

la spira strepita.

Sei dentro.

Sei lì, nell’ospedale,

che brulica,

di una tacita speranza,

delle creature più spossate,

a fare lettere,

per le alte sfere.

 

Ora basta

Venerdì scorso partecipo ad un evento che mi interessa particolarmente. Di quegli eventi che sono i corsi formativi organizzati per i giornalisti per acquisire crediti e “aggiornare”, se possibile, la propria professionalità.

L’evento a cui mi iscrivo si chiama “Formare per fermare. Stop alle violenze di genere”. Partecipo a molti di questi corsi formativi. Li trovo utili e interessanti.

L’evento che parla della violenza sulle donne mi tocca particolarmente. Il mondo è divenuto un posto parecchio inospitale e cercare di fare qualcosa per porre una autentica riflessione, che non sia ideologica o di parte ma dettata dalla volontà reale di agire, insomma, mi pare sensato.

Alcuni dati: in Italia oltre cento donne vengono uccise da uomini che sostengono di amarle. Si, proprio così, in questo paese dove dilagano cuori e cuoricini sui social, dove per un nulla, la reazione è sconvolgente. Basta leggere certi commenti, basta pensare alla bimba australiana che, proprio pochi giorni fa, si è suicidata, vittima di bullismo da internet.

Secondo i numeri Istat, sono 7 milioni le donne che nel corso della propria vita hanno subito un abuso.

Ai femminicidi, parola che ho in uggia ma che spiega, si aggiungono violenze che sfuggono ai dati, quelle che fanno riferimento a donne aggredite, picchiate, aggredite, umiliate, vessate, perseguitate.

Perché, in realtà, la violenza fisica è quella più facile da riconoscere ma ci sono altre forme e modalità altrettanto gravi: sessuale, psicologica, economica, stalking.

La violenza non coinvolge solo le donne ma anche tanti bambini, si chiama violenza “assistita”, quella a cui tanti figli assistono senza poter fare nulla, subendo danni permanenti che non possono e non devono essere sottovalutati.

Il corso ha cercato di sensibilizzare gli operatori dell’informazione sull’approccio al problema, sia parlando degli aspetti psicologici, che scientifici e giuridico-normativi con particolare attenzione alla tutela della privacy ma soprattutto alla divulgazione dei fatti secondo canoni di appropriatezza per fare in modo che il racconto mediatico non si trasformi in spettacolo e show ai danni delle vittime.

Sono intervenute molte personalità tra cui Laura Berti, giornalista di Medicina 33, il magistrato Federica Albano, il criminologo Vincenzo Mastronardi, Alessandra Kustermann, Vittoria Doretti, Paola Barretta, Daniela Pescina e Linda Laura Sabbadini.

Più di tutti mi colpisce l’intervento di Lucia Annibali la cui storia tutti tristemente conosciamo. Non ne riporto i dettagli per rispetto della sua travagliata vita e dei miei principi deontologici. Però, mi soffermo su un invito che lei fa ai giornalisti: bisogna avere la capacità di rapportarsi ad un mondo di dolore, all’uso delle parole che continuano a portare sofferenza a chi ha già subito il peggio.

C’è tutto un mondo intorno a chi soffre e di questo mondo bisogna avere rispetto, una sensibilità particolare per realizzare una vera rivoluzione culturale chiamata “empatia”, la capacità di “sentire” il dolore dell’altro.

Mi chiedo: quanti giornalisti hanno questa sensibilità? Quanti operatori della comunicazione sono in grado di “sentire” il mondo di sofferenza che proviene da una donna che è stata vittima di violenza, quanti non cedono alla tentazione della strumentalizzazione o, peggio, della battuta per farsi leggere?.

Ci mostrano una serie di titoli di giornali presi a modello di ciò che non si dovrebbe scrivere. C’è n’è uno che mi colpisce e non ricordo la testata ma recita, a proposito di Virginia Raggi, Patata Bollente. Come a titolare di un uomo “pisello moscio”, perdonatemi il francesismo.

Ecco dove deve avvenire una rivoluzione culturale. Intanto, dall’uscire fuori dei canoni “machisti” degenerativi in gratuita volgarità.

Poi, abbandonata la cultura dell’epiteto a tutti i costi, “educarsi al sentire”, ristabilendo un mondo nuovo.

Sia facendo leggi adeguate, questo è un invito alla politica e alla magistratura,  corrispondendole con la certezza della pena.

Sia non lasciando sole le donne di fronte alla loro vita difficile. Perché, come con la mafia, se non c’è lo Stato, non sarà facile nemmeno la denuncia.

Siamo in campagna elettorale e i parolai sono ora, tutti molto bravi a fare la vita del popolo con il conto in banca da onorevoli ma la realtà è diversa. Sono solo parole?

Vincenzo Mastronardi cita Gorgia: “La parola è una gran dominatrice che, anche col più piccolo e invisibile corpo, cose profondamente divine sa compiere. Essa ha la virtù di stroncare la paura, di rimuovere la sofferenza, di infondere gioia e d’intensificare la commozione”.

E ancora: “La parola sta all’anima come la medicina al corpo”.

Ognuno deve tornare ad essere responsabile delle parole che fa, delle ferite che arreca. Se avalliamo luoghi comuni e stereotipi, ripensiamo a “patata bollente”, creiamo le premesse per un linguaggio dell’odio e del disprezzo, per una mancanza di rispetto che molte volte è la premessa alla colpevolizzazione della vittima e alla giustificazione della violenza.

Quante volte abbiamo ascoltato: se l’è cercata. Se il linguaggio è di per sé definitore della realtà, è segno allora che va cambiata la mentalità e la visione comune, troppo comune.

E molte donne, per non affrontare tutto questo, si convincono che violenza non c’è. E’ il meccanismo delle giustificazione definito Sindrome di Stoccolma.

Paola Barretta lamenta da parte dei media, la “tendenza a rappresentare le donne come soggetti passivi e la propensione al racconto morboso, voyeristico”.

In realtà, la violenza aumenta perché la donna ha preso consapevolezza. Pensiamo alle donne che hanno subito violenza e che, giunte in ospedale, subiscono la trafila di incontrare 5 medici e dover rispondere alle stesse domande, agli stessi particolari.

Può essere passiva una persona costretta ad attraversare questo tipo di realtà?

Federica Albano, magistrato, afferma che “le evoluzioni degli ultimi anni hanno dato una diversa dignità penale al femminicidio” ma osserva anche che “i tempi lunghi dei passaggi giuridici rischiano di annacquare l’accaduto”.

Ecco quindi, leggi vere, procedimenti snelli e pena detentiva reale. Per prima cosa.

La violenza di genere è sistematica, trasversale, specifica, culturalmente radicata, un fatto endemico. parliamo di una violazione dei diritti umani più diffuse al mondo.

Come dichiarato dalla Convenzione dei Ministri del Consiglio d’Europa nel 2011, recepita in Italia nel 2013, viene condannata “ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica” e riconosce come il raggiungimento dell’uguaglianza sia un elemento fondamentale per prevenire la violenza.

A questa dichiarazione, però, deve corrispondere un vero cambio di mentalità. L’uguaglianza non può essere una questione di sole carte ma di cuore. E questo in tante altri aspetti della vita.

Fatto sta che un paese minato da una continua e persistente violazione dei diritti umani non può considerarsi civile.

Impegno congiunto deve essere quello di eliminare alla radice stereotipi, luoghi comuni, fonti di disparità che sostanzialmente creano un’asimmetria di genere nel godimento dei diritti reali.

La Convenzione di Istanbul insiste sulla prevenzione e sull’educazione. Sottolinea che l’elemento culturale è un dato basilare. L’informazione deve quindi essere responsabile.

Il diritto di cronaca non deve essere utilizzato come un abuso. Il giornalista deve rispettare la verità sostanziale dei fatti ma non cedere alla pruderie, ai dettagli superflui per alimentare le voracità del sensazionalismo.

La descrizione della realtà nella sua complessità, senza pregiudizi e con rispetto, pensando al mondo di sofferenza che c’è dietro ogni forma di sofferenza, è il primo passo per un cambiamento culturale della società e per il raggiungimento di una reale parità.

Affinché ogni essere umano possa essere davvero orgoglioso di definirsi tale.

I believe

Stamattina sono alla mia consueta trimestrale donazione di sangue.
In aferesi.
Disteso sul lettino, guardo la tv in sala che passa questa canzone.
Penso a molte cose. Gli occhi si fissano sulle immagini del video.
Ne ascolto la musica. Quasi con voluttà esistenziale.
Rifletto ancora.
Sono lì, grazie a Dio, per fare un po’ di bene, se possibile.
Non per curarmi un male.
Non so, mi viene da commuovermi.
E ascolto ancora.
Si, I Believe…
Nel vero, nel bello, e nel buono.
E in tutto ciò che l’amore vince.

Ininterrottamente

Ininterrotti sono i dialoghi.

Tra il cielo e l’immota eternità.

E’ nel silenzio, che la parola si fa pietra.

Di rivelazione, sussurrando sogni.

Qui, si, proprio qui.

A San Galgano.

Dove il cammino diventa volo.

Testimoniando vita, sgranando essenza.

 

 

La magia di una notte in volo

La notte della befana. Quanti ricordi. Mentre vi segnalo che sul nostro sito Green Planet Edizioni abbiamo inserito un articolo che è una ricetta per preparare biscotti “celebrativi” a forma di calza di cui vi allego il link (https://www.greenplanetedizioni.com/per-una-buona-befana/), la mente “esonda” e, guarda caso, mi riporta al passato.

Prometto di essere buono. Almeno questa notte. Per non avere carbone. Dunque, di non importunarvi con le solite nostalgie.

Cosa è la befana per me, per voi?

Per me è la “famigerata” letterina con cui chiedevo alla simpatica vecchietta alcuni regalini.

Parto dalle strategie di comunicazione. Io in compagnia di mia madre. Seduti al tavolo della cucina. Come si usava un tempo. Radio accesa. Mia madre che stira e io che fantastico con i miei sogni.

Guardando quei lampadari da cucina di una volta, decorati con fiori e frutta, di quelli che si abbassavano e alzavano con un meccanismo a molla che per noi bambini era una tentazione continua.

E scrivo. I miei occhi brillano. Di speranza. Che i miei desideri si avverino. Ho anche un po’ di timore. Mamma e papà mi dicono che non devo fare tardi. Altrimenti c’è il rischio che la vecchina, “guardi e passi”.

Io alla befana credo sul serio. Il solito illuso. Che non cambierà molto nel tempo, per la verità. Continuerò anche a credere, va là, alle persone. A volte giustamente, a volte, col desiderio di spernacchiarmi da solo, tanto l’errore.

Mi metto a letto. Ma prima lascio la letterina. Dove? Nel buco centrale di quelle cappe in metallo di una volta che di sostenibile avevano solo i ganci che le fissavano al muro.

Il resto era zozzeria da vapori di cucina e metalli più pesanti del mercurio e del cromo esavalente.

Infilo col le mie manine il foglio intriso di speranza e scarabocchiate parole e via. A letto.

Non dormo per niente. Col cavolo che sento mamma e papà. Io sta vecchina, nascondendomi sotto le coperte, la voglio vedere. L’immaginazione non mi manca.

Sento che passerà davanti alla finestra della mia stanza, a cavalcioni di questa scopa rigorosamente di saggina spessa, quella che usavano una volta i netturbini e che quando li vedevi, ti parevano gente di famiglia. nel senso che una chiacchiera te la facevano sempre.

Più contemplativi, “slow cleaner”, rispetto ai “monnezzari” sul predellino che arrivano “cantando” all’armi, all’armi, all’armi siamo quelli dello “svotone”. Dio li benedica. Gli uni e gli altri. Che ci portano a pulizia. Quando passano. Però, gli scopini in tenuta blu e cappello, che fascino, che soldati.

Insomma, a letto rimango in fibrillazione. Sia perché i miei genitori mi hanno fatto la promessa. Verranno a svegliarmi dopo che loro avranno ricevuto la befana. Io attendo e sbircio.

Eccola, mi pare passata questa befana. Un po’ strega Nocciola, un po’ nonna, cappellone e scopa. Eccola che se la spassa, volteggiando nell’etere. No. Mi sbaglio. Il rumore è mia madre che mi dice di dormire che fra poco arriva.

Io ci provo e aspetto che papà e mamma facciano gli onori di casa alla simpaticona senza età. E mi vengano a chiamare. Quello che mi chiedo è: ma perché una vecchina così sprint, che se ne va a zonzo per i cieli di tutte le epoche a portare regali ai bambini, coi bambini non ci parla e non li incontra direttamente?

O forse è così poco avvenente che teme di non essere ben vista? Pane per i denti di Francis che ci scappa una bella richiesta di accoglienza pure per lei. Senza ironia. Lei è più migrante di tutti e se ne infischia di qualsiasi pregiudizio. A tutti porta qualcosa. Solo che separa il grano dal loglio. A chi regali, a chi il carbone.

Perché se sei un po’ minchione, c’è ancora la briga di fartelo notare. Che magari impari e l’anno successivo becchi un bel regalino. Santa morale che si faceva con miti, favole, leggende e racconti.

Tant’è. Vado avanti. Mi strappo la nostalgia dal petto e la sacrifico sull’altare del presente. Promesso. L’aria è di festa. Finalmente il mio papone apre la porta della stanza.

Io accucciato nel letto, balzo fuori come un gattino, in pigiama rigorosamente di spugna, di quelli con la stellina e l’abbottonatura sulla spalla a sinistra che sembri Ed Straker su Base Luna. F

Fa anche un po’ Spazio 1999. Per me è una notte magica davvero. Altro che i mondiali cantati da Gianna Nannini. I miei prendono per mano me e mio fratello che della befana pare impiparsene un po’, è più piccolo, meno consapevole.

Mica come me, che, gagliardo e tosto, sono straconvinto che esista ‘sta befana. Più convinto di certi con la ripresa. Tutto dire.

Che emozione. La distanza che mi separa dalla cucina è un corridoio lungo. Di quelli di una volta. Dove le case hanno soffitti pensati per “l’homo sapiens erectus”. Non progettati per Gongolo, Dotto e i fantastici sette. Nani. Insomma, camminiamo tranquilli e non a passo di leopardo.

Arriviamo in cucina e io quasi mi vergogno e temo che ci sia lei, la mitica vecchina.

Invece, sfolgorano sul tavolo, sotto il succitato lampadario a cui stavolta non darò il martirio, quanto richiesto. Incredibile. Mi ha portato proprio quello che desideravo. me la sono scampata. Niente carbone.

Avevo chiesto alcuni regali. Essendo innamorato di mio padre, amavo andare in macchina con lui. Da alfista, entravo nella sua Giulia e mi pareva di essere un re. Poi quell’odore dei sedili.

Insomma, mi piacevano le macchinine. Servito. Eccole, due belle Alfa Romeo Giulia di Carabinieri e Polizia. Avevo il senso dello Stato innato. Pensate oggi come vivo che lo Stato non esiste più. Era meglio avere la pancia dell’Olio Sasso. Vabbé.

Le macchine sono meravigliose. Polystil, le tiro fuori dalla scatola. Odorano di metallo. Tocco le gomme, apro gli sportelli, guardo i fari che sembrano brillanti sfavillanti che al confronto il mago Otelma è un chierichetto a sobrietà.

Belle le gazzelle dei Carabinieri, in blu, bella la volante della Polizia in grigioverde. Ancora non è stata smilitarizzata e i policeman non sono tutti giubbottino di pelle e jeans anche a -10 di temperatura. Come ci faranno vedere sulle fiction della modernità.

Distretto di Polizia e compagnia bella. In quel caso, di stretto ci sono solo sti giubbottini.

La polizia ha la divisa e le Giulia è dello stesso colore. Poi altra sorpresa. C’è un’ulteriore aggiunta. La befana è proprio generosa. L’austerity degli anni Settanta mica è la fame dell’Ue e della ripresa che non c’è.

Altra macchinina: Lancia Fulvia HF 1600, in versione spedizione polare. Ha le gomme chiodate davanti che si tolgono e si sostituiscono, tutta sporca di neve. certo, a pensarci oggi, andare al Polo Nord con la Fulvietta coupè. Altro che il generale Nobile.

I coupé poi mi sono sempre piaciuti. Per non dire dell’Alfa Romeo GT Junior di nonno. Di quelle basse e strette. Con il rombo  del motore inconfondibile: trrn, trrn, trrn. Un leone pronto a scattare.

L’entusiasmo è alle stelle. Più contento del Massimo Inardi al Rischiatutto.

Sono ricco. Baci e abbracci. Vorrei che la notte non finisse mai. Chiedo se tornerà la vecchina. Vorrei ringraziarle, abbracciarla, baciarla. No, magari, baciarla no. Basta un abbraccio.

Niente, è ora di andare davvero a dormire.

Sarà una delle notti più belle della mia vita. Nessuna paura del buio, delle luci fuori che tremano. A letto me le porto le mie macchinine. Ne sono travolto, le metto sul cuscino, le guardo, fantastico di quando sarò grande magari ne comprerò una vera.

Peccato che, una volta grande, il sistema mi lascerà la Punto o poco più. L’Alfa Romeo Giulia sarà molto diversa. Irriconoscibile. Come la nostra Italia, come, forse, la nostra befanina per molti.

Che, tra paure di urtare le sensibilità altrui e altre ipocrisie del politicamente corretto, davvero rischia di trasformarsi in una migrante dell’anima. Dove per lei non c’è spazio. Perché gli uomini non hanno più il coraggio di credere.

O forse per tanti è ancora là. Come la mia passione per i modelli di Alfa Romeo che possiedo ancora oggi e che mi rimandano a quella notte di magia.

A testimoniare che c’è speranza, che una notte, possa essere indimenticabile.

A cercare, con un cuore da bambino, l’invisibile alba di un mondo dove ancora sorridere e sperare.

Di stare così. Semplicemente felice, a dormire con tutto ciò che abbiamo di più caro.

E poi del resto, dopo tutto, che importa?

Buona befana, per una notte piena di sogni.