Requiem di Mozart per non dimenticare

Mentre il potere mediatico “istituzionale” forza al massimo la sua stretta per dividerci e dirottarci su altro, questa volta lo slogan “per non dimenticare” non appartiene alle solite schiere. O meglio, lo prendo in prestito, non me ne vorranno i “poteri forti” per una bella iniziativa in ricordo del bombardamento di San Lorenzo che avveniva proprio il 19 luglio del 1943.

Giovedì 19 luglio prossimo presso la Basilica di S. Lorenzo in Lucina a Roma, alle ore 21, si terrà un concerto per il 75° anniversario del bombardamento di Roma ad opera degli alleati che provocò circa 3.000 morti e 11.000 feriti.

Per l’occasione verrà eseguito il Requiem di W.A. Mozart diretto dal Maestro Raffaele Napoli la cui attività musicale è basata sui criteri di analisi e la tecnica direttoriale derivanti dalla poetica del grande Maestro rumeno Sergiu Celibidache, del cui lascito spirituale Raffaele Napoli è l’epigono più conosciuto in Italia.

Protagonisti del concerto il soprano Annalisa Raspagliosi, il mezzosoprano Stefania Colesanti, il tenore Alessandro Fantini, il baritono Alessio Quaresima Escobar, insieme ai cori “Cantar gli Affetti”, “Incanto” e “San Francesco” e all’ Orchestra Filarmonica Città di Roma, insieme al direttore Raffaele Napoli.

Il concerto rappresenta davvero una bella occasione culturale per poter assaporare al meglio l’avvincente prelibatezza della musica unita ai piaceri dello spirito. Non parlo solo da “classicista sovversivo” .

Apprezzo questa iniziativa perché i “liberatori”, in quel caso, volendo colpire il nodo ferroviario, fecero strage di civili. Una storia che non è servità granché a guardare l’attualità. Il sangue sparso fu tanto e ne rimase intrisa anche la tonaca di papa Pio XII, papi d’altri tempi, di quelli che credevano in Dio e anche al suo antagonista.

Trovo poi il requiem di Mozart di una bellezza infinita. Ricordo ancora, alla prima dello straordinario film Amadeus con mio padre, avevo 20 anni, in atteggiamento estatico al cinema Etoile ad ascoltare la musica e sentirsi “trafitti” nella scene finali. Si, con mio padre, ah mio padre. Sospiro e pensiero. Il vuoto che riempie e che rimane. Senza retorica, né illusione. Ma solo realtà, fenomenologia di esistenza.

INFO

Concerto per il 75° anniversario del bombardamento di Roma
Requiem di W.A. Mozart
Roma – 19 luglio 2018 – ore 21:00
Basilica di S. Lorenzo in Lucina
Piazza di S. Lorenzo in Lucina, 16A, Roma
Ingresso: ad offerta libera
Infoline: 335 311328

Orchestra Filarmonica Città di Roma
Direttore: Raffaele Napoli

Solisti
Soprano: Annalisa Raspagliosi
Mezzosoprano: Stefania Colesanti
Tenore: Alessandro Fantini
Baritono: Alessio Quaresima Escobar

Cori
“Cantar gli Affetti”, “Incanto” e “San Francesco”

E aggiungo, per non dimenticare, il mio post di oggi su Facebooo con qualche pillola di riflessione, pensando proprio a come si voglia distogliere l’attenzione dai veri problemi, mettendoci gli uni contro gli altri.

“Le masse popolari in Europa non sono contro le masse popolari in Africa. Ma quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa. Abbiamo un nemico comune”…
Thomas Sankara

“Il globalismo a cui gli Stati devono assoggettarsi, sono fenomeni che inducono all’inesorabile impoverimento materiale e spirituale delle singole popolazioni a vantaggio di pochissimi potentati economici e finanziari.

Condizioni indispensabili per l’avvento di un Super Governo Mondiale, guidato da pochi, che aspiri ad assoggettare un numero sempre maggiore di popoli. Rendendoli, com’è ovvio, gradualmente sudditi, perciò dediti esclusivamente al consumo di merci, sorvegliati dai guardiani della politica attraverso i media più influenti: i fedeli vassalli delle attuali monarchie economico-finanziarie, intente a instaurare un visibilissimo, quanto rapace sistema feudale dell’epoca moderna”…
Rosaria Impenna

“Tra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cos’è la libertà. E non soltanto quei lupi sono forti in se stessi, c’è anche il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in branco. È questo l’incubo dei potenti”…
Ernst Junger

 

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Come un gatto in tangenziale

In tempi in cui “il popolo” comincia ad averne abbastanza delle chiacchiere della politica e dei burocrati europei, ieri sera ho visto un bel film che mi ha fatto riflettere parecchio. Il titolo è Come un gatto in tangenziale con due attori che amo, in grado di fare sempre film intelligenti: Antonio Albanese e Paola Cortellesi. regia di Riccardo Milani.

Il film racconta la storia impossibile tra Agnese, figlia di Giovanni (Antonio Albanese), funzionario del Governo che fa buonismo parlando di riqualificare le periferie con le parole e Alessio, figlio di Monica che abita insieme alle zie, Pamela e Suellen, al quartiere simbolo di come la politica intenda le periferie: Bastogi.

E’ l’incontro-scontro tra il centro e “il mondo dimenticato” della periferia reale, quella che Giovanni conosce solo sulle carte dei suoi progetti. Monica avverte Alessio: “non siamo uguali, inutili farsi illusioni”.

Bravi i due giovani protagonisti, Alice Maselli e Simone De Bianchi. Per non dire delle gemelle cult, Alessandra e Valentina Giudicessa, loro di Bastogi sul serio. Strepitose.

Rilevanti anche le figure di Luce, moglie separata di Giovanni, interpretata da Sonia Bergamasco, che vive di sogni coltivando lavanda in Provenza, simboleggiando alla perfezione la deriva borghese della gioventù ricca che giocava a fare la rivoluzione negli anni di piombo e Claudio Amendola,  Sergio, “maestro de tajo”, eterno galeotto.

Al centro dell’incomunicabilità che regna nella storia è il divario che esiste tra i due universi. Il film fa sorridere e ridere. Però il problema delle periferie è un problema serio che rischia di sfociare in un eccesso “tragicomico” che non rende giustizia al messaggio sociale che probabilmente il film vuole lanciare.

I due protagonisti sono sempre bravi. Il rischio è di trasformare le “vite dolenti e dolorose” di chi vive la quotidianità a Bastogi, come a Corviale, Tor Bella Monaca, e in tanti altri luoghi, in vite che fanno ridere e questo finisce per non fare “giustizia sociale”.  I due mondi in antitesi di Giovanni e Monica sono ritratti un po’ troppo “a stereotipi”.

Divertenti ma che con un maggiore approfondimento psicologico avrebbe aggiunto davvero di più ad un film che comunque porta molto da pensare. Creare paradossi  fa ridere, è vero ma rischia di portare fuori strada.

Le gemelle sono straordinare, Monica che litiga con i vicini di casa di tante nazionalità diverse, le scene al mare di Coccia di Morto, luogo frequentato da Monica e a Capalbio, dove Giovanni mette in mostra il proprio ambiente, facendo conoscere a Monica anche Franca Leosini,  sono di una comicità amara. Monica che manda a quel paese, per dirla con un eufemismo, Giovanni che sotto al sole cocente parla di Upupe, è strepitosa. La parte finale è romantica ma irreale.

Ci sono momenti in cui però il paradosso lascia spazio alla riflessione. E sono i momenti che preferisco. La scena in cui dinanzi ai burocrati europei Giovanni fa un cambio di programma e racconta cosa signfica davvero parlare di perfierie, lasciando gli “europeisti” senza parole. E anche quella alla fine del pranzo dove ricompare improvvisamente Sergio a cui Giovanni espone il suo punto di vista mentre Luce trangugia ansiolitici in gocce. Tanto la situazione è imbarazzante.

Sono queste le scene che personalmente mi sono arrivate dentro. Quelle in cui emergono i contrasti non trasformansosi in macchietta. Perché ho una speranza, forse una pura illusione ma voglio credere che accada.

Che Bastogi e che le periferie dimenticate di Roma, d’Italia e d’Europa e di tutto il mondo, possano vivere diversamente: magari non come in un film che racconta del degrado ma come un sogno che è si è tradotto in una vita migliore. Per un film a lieto fine davvero dove la politica ha ritrovato finalmente il suo ruolo autentico ruolo: fare del bene alle persone. Soprattutto a chi ne ha più bisogno. Ecco l’Europa che voglio, ecco l’Europa che spero. Il resto è un paradosso. Divertente forse. Ma molto amaro.

 

 

 

 

 

Gino Vannelli, Wild Horses

Cominciamo “cool” dire che quando si parla di anni Ottanta, mi vengono le lacrime agli occhi.

Nemmeno mi avessero chiamato alla Camera a fare il corrispondente parlamentare.
Per me che ho sonori 53 anni, 54 a giugno, sempre a Dio piacendo, gli anni Ottanta sono stati il diamante dell’età e della speranza.

Pensate: anche il calcio mi attraeva, riuscivo anche a capire le formazioni, declamate da istituzioni “radiotvcronistiche” come Pizzul e Martellini.

Gli anni Ottanta, per me batterista in odore di precariato, come col giornalismo, precario sempre, come essere classicista sovversivo e contemplativo con vigore, sono stati anche la musica.

Si chiama “resistenza culturale” contro un mondo che “non ci vuole più, il mio canto libero sei tu”, o bellezza.

O forse semplicemente gioventù si chiama e quando senti il tempo che si consuma, non solo il prurito si fa più aggressivo ma anche la tendenza a idealizzare diventa nostalgia militante.

Insomma, sabato sera con Gino Vannelli, 1987, tardi anni Ottanta, quasi Novanta, buoni pure quelli alla fine, musicalmente parlando.

Gino Vannelli, italo-canadese con origini di Ripabottoni, in provincia di Campobasso, lo ascoltavo dalle mie Altec Lansing abbinate ad ampli Luxman L114.

Altro che mp3.

Erano serate di gloria. A dissertare e a smanacciarsi con la persona giusta. L’unico attimo di pausa era giustificato per voltare il vinile al lato B.

Wild Horses mi dà di libertà e composta “dionisicità”. Come piace a me.
Buona ascolto, dunque, e buona serata.

As the sun goes down on the arizona plain
and the wind whistles by like a runaway train
hey hey hey it’s a beautiful thing
well it’s me and you and a flatbed truck
my heart kicking over like a whitetail buck
hey hey hey in the middle of spring
You can cut me deep
you can cut me down
you can cut me loose
don’t you know it’s okay
you can kick and scream
you can slap my face
you can set my wheels on a high speed chase
hey no matter what you do
Wild horses could not drag me away from you
Wild horses could not drag me away from you
As the sky falls down from the midnight blue
spittin’ like bullets on a hot tin roof
hey hey hey it’s a beautiful sound
well it’s me and you in a flatbed truck
in a foot of mud just my luck
hey hey hey a hundred miles out of town
You can call me a fool
you can call me blind
you can call it quits
can’t hear a word you say
cause if I had you once
I’m gonna have you twice
I’m gonna follow my heart instead of good advice
hey no matter what you do
Wild horses could not drag me away from you
Wild horses could not drag me away from you
Quando il sole tramonta sulla pianura dell’Arizona
E il vento fischia come un treno in fuga
Hey hey hey è una cosa bellissima
Bene, siamo io e te e un camion a pianale piatto
Il mio cuore scalcia come un cervo dalla coda bianca
Hey hey hey nel mezzo della primavera
 Tu mi puoi ferire in profondità
Tu mi puoi abbattere
Mi puoi parlare fuori dai denti
Non sai che va bene?
Puoi scalciare e urlare
Puoi prendermi a schiaffi in faccia
Puoi lanciare le mie ruote in un inseguimento ad alta velocità
Hey non importa cosa fai
Nemmeno cavalli selvaggi potrebbero trascinarmi via da te
Cavalli selvaggi non potrebbero trascinarmi via da te
 Quando il cielo precipita dal buio della mezzanotte
Crepitando come proiettili su un tetto di latta incandescente
Hey hey hey è un suono bellissimo
Bene, siamo io e te in un camion a pianale piatto
Su una base di fango la mia fortuna
Hey hey hey un centinaio di miglia fuori città
Puoi chiamarmi pazzo
Puoi chiamarmi cieco
Puoi dire che questo passerà
Non sento una parola di quel che dici,
Perchè se ti ho avuto una volta
Ti avrò una seconda
Seguirò il mio cuore invece di un buon consiglio
Hey, non importa cosa fai
Cavalli selvaggi non potrebbero trascinarmi via da te
Cavalli selvaggi non potrebbero trascinarmi via da te

Antidoti degni. Di un attimo.

La sera viene meglio se si hanno i giusti antidoti.

Degni dell’attimo.

Ed Sheeran con Photograph e i Massive Attack con Unfinished Sympahty mi sembrano particolarmente adatti stasera.

Così, per prendere al volo chi avete accanto, abbracciarvelo e ballare insieme.

Animale o umano che sia.

Così, senza motivo. Non state a pensarci. fatelo. Ora.

C’è sempre una buona ragione per abbracciarsi, tenersi stretti e ballare in silenzio.

Guardando oltre ogni rovina.

Buona serata bloggers.

Vi abbraccio anche io. E ballo con voi 🙂

 

I believe

Stamattina sono alla mia consueta trimestrale donazione di sangue.
In aferesi.
Disteso sul lettino, guardo la tv in sala che passa questa canzone.
Penso a molte cose. Gli occhi si fissano sulle immagini del video.
Ne ascolto la musica. Quasi con voluttà esistenziale.
Rifletto ancora.
Sono lì, grazie a Dio, per fare un po’ di bene, se possibile.
Non per curarmi un male.
Non so, mi viene da commuovermi.
E ascolto ancora.
Si, I Believe…
Nel vero, nel bello, e nel buono.
E in tutto ciò che l’amore vince.

La solitudine di Borg, come in un quadro di Hopper

IceBorg o forse meBorg, mi piacerebbe aver potuto dire un tempo. L’uomo di ghiaccio capace di vincere cinque volte di seguito il più prestigioso torneo di tennis al mondo, quel Wimbledon che una volta mi faceva passare giornate “gagliarde”. Quando la tv di stato non eruttava pubblicità e le partite dell’Italia erano precedute dalla sigla in Mondovisione e venivano giocate da facce proletarie con la maglia azzurra. Bei tempi, ben diversi dal calcio tatuaggiato e orecchinato di oggi.

Ieri sono andato a vedere il film Borg McEnroe. Non vedevo l’ora. Come accaduto con Rush, la storia epica che racconta di Lauda e di Hunt. Dico subito che il film su Borg mi è piaciuto. Non come Rush. Meno approfondita la psicologia dei personaggi, meno spettacolare il film che è principalmente concentrato sulla storica finale di Wimbledon del 1980, la quinta di seguito vinta da Borg.

Certamente fa vibrare il muscolo pulsante la storia e rivivere i cinque set di quella partita è pur sempre uno struggente ricordo. Però Rush è altra cosa.

La figura di Borg è “abbastanza” centrata, più di quella relativa a Crazy John Patrick. Il vecchio Bjorn Runa mi è sempre piaciuto. Se molti volevano essere John McEnroe, io volevo essere Borg. Provavo a fare il rovescio a due mani con risultati pessimi.

I due però mi affascinavano entrambi e più di altri tennisti. Per non dire della battuta di McEnroe e delle sue staffilate. Ad un certo punto del film si sente dire: “Borg è un martello pneumatico, John McEnroe un coltello che ferisce qua e là. Non senti niente e ad un certo punto ti ritrovi a morire dissanguato”.

Di Borg mi piaceva quello che mi piaceva di Lauda: la disciplina e la capacità profonda di convogliare la classe in un misto di “sole e acciaio”.

Di McEnroe e Hunt mi piaceva altro: lo scapestrato che non sono mai riuscito ad essere, il ribelle che covavo dentro ma che, tranciato dalle mie paure e insicurezze, non facevo uscire fuori. Anche la genialità maldestra, la classe scomposta.

Nella disciplina di Borg e di Lauda, nel loro controllo delle emozioni, cercavo di identificarmi. Per rimuovere le mie paure, le mie angosciose ansie. Con gli stessi risultati del mio rovescio a due mani. Praticamente un 6-1, 6-1 a favore dell’ansia.

Certo è che quando vidi Borg abbinarsi alla “scosceggiante” e incontinente Berté e Lauda separarsi da Marléne, compagna di soldi e di vittorie, beh, ci rimasi male.
Peggio di Baggio in Brasile dopo il calcio di rigore nella finale col Brasile del 1994.

Non per moralismo. Solo l’illusione giovanile che esistesse un mondo perfetto di amori fulgidi ed eroi vittoriosi.

Di questo film Borg McEnroe non mi è arrivata solo l’epica della storia, l’amicizia tra i due, che forse, peraltro, avrebbe meritato un maggiore approfondimento.

No, mi è arrivata la solitudine di Borg che forse ha coinciso molte volte con la mia, soprattutto in adolescenza dove se non sei “pallonaro” e “macho macho”, ed io forse ero più “micio micio”, sei un oggetto camminante non identificato.

Borg nella stanza di albergo che cammina a piedi scalzi sulle racchette per testarne l’accordatura assieme al suo fedele allenatore, Borg che siede sul letto da solo, senza Mariana Simionescu con cui ha poco dialogo, ebbene questo Borg, mi ha riportato ad un quadro del mio amato Edward Hopper: Escursione nella filosofia.

Nel quadro, un uomo fissa un tappeto di luce, come se si fosse seduto dopo averla raggiunta. C’è una quiete mortale nel quadro, come in tutti i quadri di Hopper. Nonostante questa luce di cui quest’uomo ha estremamente bisogno, la verità non viene accolta ma solo percepita.

E’ una vita muta, un silenzioso grido, una impotenza che in realtà è potentissima. Borg che guarda il vuoto è questa potente impotenza, il pensiero angoscioso del peso delle emozioni che digrignano ma che lui ha reso gelide e contenute dentro di sé.

Dopo l’esperienza della beatitudine, Borg sembra esserne consapevole. La caduta è in agguato, questo essere banditi dall’eternità che farà esclamare a Yukio Mishima,  prima di fare Seppuku, “la vita umana è breve ma io voglio vivere per sempre”.

Eccolo il destino della solitudine: la metamorfosi di ciascuno di noi in Adelchi manzoniano: “Soffri e sii grande, il tuo destino è questo”.

Nonostante il successo, nonostante i soldi, la solitudine di Borg è totalizzante, è una metastasi dell’anima. Come nel quadro. Una donna è distesa alle spalle dell’uomo seduto sul letto. Per metà è svestita, ha i capelli sciolti.

L’uomo è indifferente, sprofondato in sé stesso. Come Borg in preda all’indecisione e al dubbio di perdere, di non riuscire a entrare nella leggenda. Nonostante il suo mondo simbolico fatto di riti scaramantici e di emozioni soffocate. Sembra voler dire: chi ha fatto un bel sogno non potrà mai tornare alla realtà.

E’ la distanza dal piacere che sta per sfumare, la consapevolezza che, anche se giovane, è ormai sfibrato, usurato dall’essere il numero uno, è la solitudine dei numeri primi.

Nel quadro l’angoscia dell’uomo corruga la fronte. Forse la donna alle sue spalle è la bellezza stessa che lo ha tradito. Il quadro diventa metafora della vita e dell’eros di cui mette in luce il carattere contraddittorio. Il quadro registra l’impossibile unità, la cultura tragica di una distanza muta, irrisolvibile, l’uomo racchiuso nel silenzio e nella finitudine eternata. Borg è l’uomo del quadro.

In maniera opposta ma identicamente “oppresso” dalla volontà “emulativa” di essere come Borg ,è John Patrick McEnroe. Anche lui è solo. Davanti al pubblico di Wimbledon che lo fischia, davanti al mondo che lo contesta nello stile e nelle sceneggiate.

Solo perché è consapevole che sarà un fuoriclasse, ma che non diventerà come Borg, la leggenda. Soli entrambi, soli che diverranno amici. Come Lauda e Hunt e, come Hunt, anche Borg finirà per cercare di riempire il vuoto della solitudine angosciosa con l’evasione e la narcosi. Prima delle emozioni, poi della realtà. Che è poi un po’ la stessa cosa. dopo delle realtà.

La modernità si è nutrita di un sogno irreale di beatitudine, “venduto” dal mondo borghese e teorizzato dalle utopie socialiste. La modernità è l’epoca che più di ogni altra ha identificato il piacere con la vita stessa. Ma di fronte alle contraddizioni che la vita genera, la vita ha sempre di più finito per assomigliare a una morte silenziosa.

Come nei quadri di Hopper. I personaggi che sbarrano l’accesso alle difficoltà, alle contraddizioni, alle emozioni, alla realtà della vita sono le icone più rappresentative di questa vuotezza. Siedono immobili, hanno cercato la felicità senza trovarla o forse l’hanno trovata senza capirla.

Guardano il sole, conducono una vita agiata. Hanno creduto di trovare il godimento costante nel successo e nel piacere ma ora si trovano davanti al nulla e una luce incavata di buio si è insediata nei loro occhi, una luce non recepita.

Borg, come viene descritto nel film e dalla vita stessa, è un figlio della modernità. Pietrificato in un desiderio di immortalità. Non voler morire ma nemmeno riuscire a vivere fino in fondo. La rete di relazioni è distrutta dalla concezione moderna del tempo e dalla “volontà di potenza”. E’ questa la vera sconfitta di Borg.

Essere costretto a vincere senza liberarsi dal vincolo. L’essere umano “chiarificato” è anche quello capace di scegliere. Per questo, molte volte, la scelta viene rimandata dall’evasione. Mentre la forza della scalta accordata con il se chiarificato rimane il cuore del vero potere: quello che si ha su se stessi e sul controllo dei demoni del pensiero: il pensiero-rumore, quello prevaricatore, il pensiero-ideologia e quello intrattenimento.

Insomma, il film mi è piaciuto per quello che ho percepito e “sentito”.

Come sempre, tutto ciò che riporta al proprio io profondo, alla propria solitudine, alle proprie esperienze, al quella che io definisco, una certa distanza dal mondo “esperita” più volte, è comunque benefico. Quando genera consapevolezza e non rimuginio, il pensiero-rumore.

La presa di coscienza del reale e delle sue verità. Si chiama anche maturità cognitiva. In tutti i suoi aspetti che, una volta compresi. mordono meno. E’ questa la mia Escursione nella filosofia, è questo il mio pathos per certi “compagni di solitudine” come Borg e molti, moltissimi altri che tengono desto, in ogni caso, il mio piacevole cammino esistenziale.

 

La tenerezza ambigua di Lana Del Rey

Lana Del Rey e la sua “voglia di vivere”. Nei due brani proposti, una sintesi della sensualità dell’artista di origine scozzese e di tutta la sua “disperante” ambigua tenerezza

Se la sensualità e la voce hanno un nome, Lana Del Rey in Lust For Life, riesce ad incarnare da molto vicino questa idea del dinamismo dei sensi. Come con la sua Love che abbino assieme a Lust For Life. Il testo di questa canzone parla chiaro. Voglia di vivere.

Mi piace come modula la voce, mi piace l’andamento sinuoso e rallentato che impone alla melodia. Un incedere fermo ma rilassato, consapevole di una direzione. L’album Lust For Life è uscito nel mese di luglio. Il brano che dà il nome all’intera raccolta ha avuto oltre 6 milioni di visualizzazioni in meno di 24 ore.

Timida e provocante, dolce, enigmatica e ribelle, la cantante e modella, di origine scozzese, ha il fascino delle tenerezza ambigua e “disperante”, delle ricerca esistenziale che si ritrova. Qualche volta. Con lo stigma della malinconia. Mi ricorda i quadri di Hopper.

“Scrivo di notte, all’aperto, con molto rumore, la tivù accesa e la radio che suona. Fumando e bevendo caffè”, ha detto. Improponibile. Ascoltare insieme musica e tv, però alcuni risultati riescono a “comunicare”. E tanto basta.

In un articolo uscito su Grazia, sono state pubblicate alcune sue citazioni che riescono ad identificarla molto bene. Leggiamo:

Timida “Salire su un palco davanti a 5 mila persone è la parte che mi piace meno del mio lavoro. Adoro scrivere e produrre musica, non tutto quello che viene dopo la realizzazione, per promuovere un album”.

Permalosa, ma reattiva “Non reagisco bene alle critiche. Se è stato scritto qualcosa di negativo su di me e lo vengo a sapere, ci resto male. Ma cerco di far sì che le critiche non compromettano la mia creatività”.

Una star con i piedi per terra “In famiglia mi sono formata con radici solide e profonde. La normalità e l’anonimato sono essenziali per la mia creatività. Anche vivere con i miei fratelli, mi aiuta a tenere i piedi per terra”.

Eccentrica, ma con la testa sulle spalle  “Mi definisco eccentrica psicologicamente, perché la mia vita è passata attraverso varie incarnazioni. Ma non sono provocatoria: sotto sotto sono una tradizionalista”.

Una bella persona “Non voglio ispirare gli altri. Ma ci tengo a essere una bella persona. Che per me significa essere paziente con quelli a cui voglio bene, generosa e che cerca la serenità”.

La serenità per Lana Del Rey “Sono serena, ma sono anni che non mi sento in pace. Forse perché musicalmente la mia tribù non l’ho ancora trovata. Gente a cui voler bene e con la quale spartire un senso di cameratismo. Forse la mia è un’aspirazione romantica, ma penso a Bob Dylan negli anni 60, quando arrivò nel Greenwich Village e trovò la sua “comune” di musica folk emergente”.

Una star d’altri tempi “Ho sempre sognato di far parte di una scena di musicisti d’alta classe, di fondare una comunità intorno a me, così come si usava fare negli anni sessanta, quando si fece avanti un concetto di libertà così nuovo da generare passioni profonde. Molto più eccitanti delle libertà di cui godiamo ora”.

Influenze musicali “In un programma radio della BBC ha detto «Mi piacciono solo i maestri di ogni genere. Bob Dylan è la mia costante. Amo i Nirvana, Courtney Love, i Beach Boys, Pet Sounds e i lavori solisti di Dennis Wilson. E ancora Amy Winehouse, Antony and the Johnsons, Billie Holiday, Britney Spears, Bruce Springsteen, Elvis Presley, Eminem, Frank Sinatra, Janis Joplin, Nina Simone”.

Del suo stile musicale “Una sorta di Hollywood sadcore, un genere di alternative rock caratterizzato da testi cupi, melodie malinconiche e tempi più lenti». Agli esordi, quando ancora si faceva chiamare Lizzy Grant, Lana Del Rey definì la sua musica glam metal hawaiano“.

Paturnie da star “Non amo i giornalisti perché mi fanno sempre le solite domande sulla mia vita sentimentale, i miei presunti desideri di morte, il mio lato oscuro”.

Delle citazioni che Grazia riporta mi ha colpito particolarmente quella che dice “una relazione è l’estensione di un processo creativo. Accadono eventi importanti, grandi avventure o grandi cadute”. Eventi e cadute non sono sempre grandi perché ognuno di noivive il mondo con la propria sensibilità. Però, è vero, relazione dovrebbe essere l’estensione di un processo creativo. E aggiungo di consapevolezza. Come la vita.

Buon ascolto e buona serata.

 

 

Testo tradotto Lust For Life

Sali sull’H
Della scritta di Hollywood, sì
In questi momenti rubati
Il mondo è mio (fallo, fallo)
Non c’è nessuno qui
Solo noi insieme (silenzio, fai silenzio)
Tienimi al caldo
Come fosse luglio per sempre

Perché siamo i padroni del nostro destino
Siamo i capitani delle nostre anime
Non c’è modo per noi di venire via
Perché ragazzo siamo preziosi, ragazzo siamo preziosi
Ed ero tipo…

Togli, togli
Togli tutti i vestiti
Togli, togli
Togli tutti i vestiti
Togli, togli
Togli tutti i tuoi vestiti
Dicono che solo i buoni muoiono giovani
Questo non è giusto
Perché ci stiamo divertendo troppo
Troppo divertendo stanotte, sì

E una voglia di vivere e una gioia di vivere
E una voglia di vivere e una gioia di vivere
Ci tiene vivi, ci tiene in vita
Ci tiene vivi, ci tiene in vita
E una voglia di vivere e una gioia di vivere
E una voglia di vivere e una gioia di vivere
Ci tiene vivi, ci tiene in vita
Ci tiene vivi, ci tiene in vita

Poi, balliamo sulla H
Del segno di Hollywood, sì
Finché non abbiamo più fiato
Devo ballare fino a morire (duwop, duwop)
Il mio ragazzo è tornato
Ed è più divertente che mai (shuwop, shuwop)
Non c’è più notte
Un cielo blu per sempre

Perché siamo i padroni del nostro destino
Siamo i capitani delle nostre anime
Non c’è modo per noi di venire via
Perché ragazzo siamo preziosi, ragazzo siamo preziosi
Ed ero tipo…

Togli, togli
Togli tutti i vestiti
Togli, togli
Togli tutti i vestiti
Togli, togli
Togli tutti i tuoi vestiti
Dicono che solo i buoni muoiono giovani
Questo non è giusto
Perché ci stiamo divertendo troppo
Troppo divertendo stanotte, sì

E una voglia di vivere e una gioia di vivere
E una voglia di vivere e una gioia di vivere
Ci tiene vivi, ci tiene in vita
Ci tiene vivi, ci tiene in vita
E una voglia di vivere e una gioia di vivere
E una voglia di vivere e una gioia di vivere
Ci tiene vivi, ci tiene in vita
Ci tiene vivi, ci tiene in vita

Il mio ragazzo è tornato
Ed è più divertente che mai
Non c’è più notte
Un cielo blu per sempre
Ti ho detto due volte
Nella nostra lettera d’amore
Non c’è nessuno stop adesso
Semafori verdi per sempre
Ed ero tipo…

Togli, togli
Togli tutti i vestiti
Togli, togli
Togli tutti i vestiti
Togli, togli
Togli tutti i tuoi vestiti

E una voglia di vivere e una gioia di vivere
E una voglia di vivere e una gioia di vivere
Ci tiene vivi, ci tiene in vita
Ci tiene vivi, ci tiene in vita
E una voglia di vivere e una gioia di vivere
E una voglia di vivere e una gioia di vivere
Ci tiene vivi, ci tiene in vita
Ci tiene vivi, ci tiene in vita

Testo tradotto Love

Guardatevi, ragazzi, con la vostra musica vintage
che esce dai satelliti in viaggio
Siete parte del passato, ma ora siete il futuro
I segnali di navigazione possono essere confusi

E’ quanto basta per farvi sentire pazzi, pazzi, pazzi
A volte, è appena sufficiente per farvi sentire pazzi

Tenetevi pronti, vestiti di tutto punto
Per andare da nessuna parte, in particolare,
Ritorno al lavoro o al negozio di caffè
Non importa perché è abbastanza
Per essere giovani e innamorati
Per essere giovani e innamorati

Guardatevi ragazzi, sapete di essere i più cool
Il mondo è vostro e non potete dire di no
Visto così tanto, potreste essere malinconici
Ma questo non significa che possiate maltrattare

Sebbene sia quanto basta per farvi sentire pazzi, pazzi, pazzi
A volte, è appena sufficiente per farvi sentire pazzi

Tenetevi pronti, vestiti di tutto punto
Per andare da nessuna parte, in particolare,
Ritorno al lavoro o al negozio di caffè
Non importa perché è abbastanza
Per essere giovani e innamorati
Per essere giovani e innamorati

(Ah ah)
Non ti preoccupare, baby
(Ah ah)
Non ti preoccupare, baby
E’ quanto basta per farvi sentire pazzi, pazzi, pazzi
A volte, è appena sufficiente per farvi sentire pazzi

Mi preparo, mi vesto a tutto punto
Per andare da nessuna parte, in particolare,
Non importa se non sono abbastanza
Per le cose future che accadranno
Perché io sono giovane e innamorato
Sono giovane e innamorato

 

Malinconica “voluttuosità”

Altro brano, di dolce e malinconica “voluttuosità”. Una della canzoni più belle dei Cigarettes After Sex. Il passo lento, sinuoso, è quello di due corpi che delicatamente ballano, in casa, “strafatti” di loro stessi. Nessun bisogno altro, solo ballare e godere l’uno dell’altro. Che cosa può esserci di meglio di riuscire a farsi del bene e godere della vita, forti e straripanti come la tempesta? Mi piace la loro musica perché ha lo stile del fuoco dentro il ghiaccio: il fuoco brucia ma il ghiaccio non si scioglie.

Come avere dentro di sé Apollo e Dioniso in unica forma. Non è sballo, è elevazione.

Buona serata.

Nessuno ti farà del male, baby

Ti ho sussurrato qualcosa
Qualcosa di davvero perverso
Ma l’ho detto lo stesso
Ti ho fatto sorridere e distogliere lo sguardo
Nessuno ti farà del male, baby
Finché sei con me starai benissimo
Nessuno ti farà del male, baby
Nessuno ti porterà via da me
Quando balliamo nel mio salotto
Al suono di stupida R&B anni ’90
Quando beviamo un drink o anche tre
Finisce sempre in una scena fumosa sotto la doccia
Quando ridiamo e cantiamo al microfono
le nostre canzoni, con gli occhiali da sole

 

 

Il conforto

E’ un pò che non vi propongo qualche brano.

Vivo quando scrivo e quando ascolto musica. E quando cammino e viaggio.

Ho suonato per anni a livello professionistico, da batterista, ho fatto due dischi e poi, non vedendo luce, mi sono dedicato all’altra mia passione: scrivere. Per dire la verità anche in questo caso, soprattutto in Italia, scrivere è un pò come fare musica. La luce la vedi a tratti. Ma, insomma, non voglio tediarvi. Voglio dire altro.

La musica è da sempre la stella danzante che mi porta “oltre” e mi fa compagnia. Come i libri. Ho la casa ricolma di vinili, cd e cassette.

E ovviamente, cataste di libri ovunque. Ho ascoltato musica colta e popolare, vissuto la new wave e il punk in gioventù. Una cosa è certa: non ho quegli snobismi ad uso di molti “critici”. Sia per la musica che per la scrittura.

Ciò che mi comunica una “visione” lo apprezzo, ciò che non mi comunica nulla, lo oltrepasso. Tutto qui. In questo caso, l’abbinamento Tiziano Ferro e Carmen Consoli mi comunica molto, mi avvolge.

Il conforto, chi non ne ha bisogno. Bello il video, bella lei, belli tutti, un colpo in gola il brano. Ve lo propongo con testo annesso e poi anche un altro brano…

Il conforto
Se questa città non dorme
Allora siamo in due
Per non farti scappare
Chiusi la porta e consegnai la chiave a te
Adesso sono certa della differenza tra
Prossimità e vicinanza
Eh, è il modo in cui ti muovi
In una tenda in questo mio deserto
Sarà che piove da luglio
Il mondo che esplode in pianto
Sarà che non esci da mesi
Sei stanco e hai finito i sorrisi soltanto
Per pesare il cuore con entrambe le mani ci vuole coraggio
E occhi bendati, su un cielo girato di spalle
La pazienza, casa nostra, il contatto, il tuo conforto
Ha a che fare con me
È qualcosa che ha a che fare con me
Se questa città confonde
Allora siete in due
Per non farmi scappare
Mi chiuse gli occhi e consegnò la chiave a te
Adesso sono certo
Della differenza tra distanza e lontananza
Sarà
Sarà che non esci da mesi
Sei stanco e hai finito i sorrisi soltanto
Per pesare il cuore con entrambe le mani
Ci vuole coraggio
E occhi bendati su un cielo girato di spalle
La pazienza a casa nostra il coraggio il tuo conforto
Ha a che fare con me
È qualcosa che ha a che fare con me
Sarà la pioggia d’estate
O Dio che ci guarda dall’alto
Sarà che non esci da mesi sei stanco
Hai finito e respiri soltanto
Per pesare il cuore con entrambe le mani mi ci vuole un miraggio
Quel conforto che
Ha a che fare con te
Quel conforto che ha a che fare con te
Per pesare il cuore con entrambe le mani ci vuole coraggio
E tanto tanto troppo troppo troppo amore
Compositori: Tiziano Ferro / Emanuele Dabbono
Testo di Il conforto © Peermusic Publishing
 

 

L’anima vola

Adoro questa canzone, adoro Elisa

 

L’Anima Vola
Le basta solo un po’ d’aria nuova
Se mi guardi negli occhi
Cercami il cuore
Non perderti nei suoi riflessi
Non mi comprare niente
Sorriderò se ti accorgi di me fra la gente
Sì che è importante
Che io sia per te in ogni posto
In ogni caso quella di sempre
Un bacio è come il vento
Quando arriva piano però muove tutto quanto
E un’anima forte che sa stare sola
Quando ti cerca è soltanto perché lei ti vuole ancora
E se ti cerca è soltanto perché
L’Anima osa
E’ lei che si perde
Poi si ritrova
E come balla
Quando si accorge che sei lì a guardarla
Non mi portare niente
Mi basta fermare insieme a te un istante
E se mi riesce
Poi ti saprò riconoscere anche tra mille tempeste
Un bacio è come il vento
Quando soffia piano però muove tutto quanto
E un’anima forte che non ha paura
Quando ti cerca è soltanto perché lei ti vuole ancora
Quando ti cerca è soltanto perché lei ti vuole ancora
E se ti cerca è soltanto perché
L’Anima Vola
Mica si perde
L’Anima Vola
Non si nasconde
L’Anima Vola
Cosa le serve
L’Anima Vola
Mica si spegne

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