Camminare, il sogno dei sovversivi

Se Adriano Labbucci scrive nel suo volume Camminare, una rivoluzione (Saggine, pp. 174. euro 15)  “Non c’è nulla di più sovversivo, di più alternativo al modo di pensare oggi dominante. Camminare è una modalità del pensiero. È un pensiero pratico. È un triplo movimento: non farci mettere fretta; accogliere il mondo; non dimenticarci di noi, strada facendo”, camminare è davvero qualcosa che ai confà a osgnatori e sovversivi.

Ho appena pubblicato un articolo su Scrittore in viaggio che attiene proprio a questo argomento. Il 14 ottobre infattilsarà la Giornata nazionale del camminare, una di quella iniziative a cui va tutto il mio favore (trovate tutti i dettagli sul link dell’articolo di Scrittore in viaggio). Pur non essendo amante delle celebrazioni e delle passeggiate in gruppo che se non trovi le persone adatte diventano una scampagnata.

Però, il camminare l’ho sempre trovato un atto di militanza antimoderna e ascetica che ha veicolato il mio desiderio su fascinose ipotesi rivoluzionarie che ancora oggi pratico con veemenza ed entusiasmo. Quando sono assediato dai famosi fastidi da me citati in un precedente articolo, sia che si tratti di umani o pensieri, scarpe ai piedi e via in cammino.

Ricordo di anni fa. Ero preso sovente da una indefinita angoscia che di molto somigliava al demone dell’ora meridiana. Nella solitudine della casa dove vivevo, specialmente di domenica. un groppo in gola mi assaliva, un morso impertinente che non mi dava tregua. Uscivo, respiravo, detergevo anima e fisico con la traccia dei miei passi. E “l’ovosodo” se ne andava così come era venuto.

Oggi tengo una media di passi, documentata dal mio Polar Loop, di 15 chilometri al giorno. Questa estate in Val Gardena ho battuto il mio record. Sono arrivato a quasi 30 chilometri complessivi in un giorno. Se i legionari lastricavano di strade il mondo, io, pur non essendo agghindato di lorica e pennacchio, sono arrivato quasi ai 45 chilometri quotidiani che facevano i soldati dell’Impero.

Non c’è ora che non vada bene per camminare. A parte le ore funeste del buio che nel paese delle chiacchiere e dei cazzari del voler fare e del volemose tutti bene possono essere un rischio.

Eppure, in tempi meno straccioni di questi, ricordo ancora che amavo parcheggiare la mia R4 nelle uscire serali parecchio distante da casa e tornarmene nel  silenzio, attraversando il buio della notte come un soldato della speranza che puntava alla luce. Nonostante il passaggio tra le ombre. E poi camminando, si può sempre sbattere la porta, lasciandoci il passato, tutto ciò che mortifica ciò che siamo, alle spalle, col gesto dell’ombrello.

Camminare è come scrivere, un modo per starsene in pace e in solitudine e per urlare nel silenzio. Mandare un messaggio in bottiglia, nell’oceano delle anime come te, ai sognatori e sovversivi che sono in ascolto. Di chi cammina e di chi muove il mondo con un respiro simile al tuo. Ho chiamato il sito Scrittore in viaggio, proprio pensando ai miei passi per il mondo e alla mia passione per la penna. Non tanto al turismo transumante.

Non è un caso che molti scrittori amino camminare oppure starsene in compagnia di un gatto davanti al fuoco. Come monaci o soldati. Qualche esempio?  Da Robert Walser a Hannah Arendt, da Hesse a Thoreau, da Rimbaud a Banjamin, da Barthes sino a Chatwin, teorico dell’aternativa nomade ma insofferente al gioco di squadra perché non trovava “niente di più irritante del percorrere lunghi tragitti insieme a qualcuno che non riesce a tenere il passo”.

O ancora Da Aristotele e la sua “filosofia peripatetica” a Kierkegaard che dichiarava di non conoscere “pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata”.

Del camminare adoro anche il vestire, Come una divisa, come un soldato d’altri tempi, scarponi, berretto, casacca e zaino. Essere un camminatore è il mio modo di attraversare il mondo, dissociandomene. Come divenire il Waldganger che descrive Ernst Junger nel mirabile Trattato del Ribelle.

Il camminatore come il wildganger, il fuorilegge, è “colui che passa al bosco, hic et nunc”, si dà alla macchia per sfuggire al Grande Leviatano della cellularomania e della tecnologia in salsa bulimica e compulsiva. Nel bosco, camminando, ritrovi te stesso e le energie preziose per portare a termine la tua rivoluzione. Conoscere te stesso.

Senonaltro, come ricordava lo scrittore politicamente scorrettissimo più dell’idea di sinistra che ha il PD, sto parlando di Julius Evola, “ciò su cui non possiamo nulla, nulla deve potere su di noi”. Camminando è più facile liberarsi dai condizionamenti e aspirare alla vera libertà,  “quella che gli spetta, misurata dalla statura e dalla dignità della sua persona”.

Se l’abisso guarda dentro di te, insomma, camminando c’è speranza di farne catarsi. Trasformare l’abisso in estasi, farne una visione del mondo ormai redenta e imbattibile, “portandosi non più dove ci si difende, ma dove si attacca”. Camminado e sempre a piccoli passi per arrivare al traguardo dell’infinito piacere di esserci.

 

 

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I rompicoglioni sono tutti uguali

Diciamocelo molto chiaramente: per quanto riguarda i rompicoglioni, ha trionfato l’Illuminismo. Non c’è distinzione di sesso, razza e religione, a qualsiasi latitudine. La geografia dello scassinatore di zebedei è talmente estesa che ciascuno di questi rompicoglioni è automaticamente come il Re Sole: sul loro impero non si fa mai notte.

Facciamo qualche esempio pratico, qualche dinamica esistenziale per addivenire nel concreto alla descrizione di questa figura così tipica dei nostri giorni. Perché, badate bene, il rompimento di coglioni ormai è metafisico, talmente astrale che dubbi sull’esistenza dell’anima atei e scienziati, sul rompicoglioni no. L’unica certezza che mette d’accordo tutti: esiste e si riproduce a catena.

Il mio palazzo

Veniamo agli esempi. Nel mio palazzo da 4 mesi stanno ristrutturando un appartamento. Tutto sommato, considerando i tempi, l’Oscar del rompimentodi coglioni supremo non va a loro che pure si difendono bene ma a quelli del piano terra che a inizio settembre hanno cominciato a ristrutturare un giardino che non farebbe gola nemmeno a Berg per fare accoglienza.

Bene, mattina presto e ora di pranzo, insomma quelle topiche, l’uso del frollino è come il trash in tv, una buona abitudine di cui non si può fare a meno. Siccome non sono come Schwarzenegger su Commando e nemmeno il Bin Laden con dito ascetico dei vecchi tempi, non imbraccio il Kalashnikov ma mi incazzo un tantinello e sono giorni che il frollino viene utilizzato con parsimonia e in ore adeguate.

Come la tv intelligente, quella vera, di notte, non se la vede nessuno tranne le sentinelle sul mondo, quelli che, come me, vogliono proprio vedere come va a finire. Come col frollino. Per non farsi mancare nulla, i miei vicini sono andati via. Erano quelli che ad ogni uscita di casa la porta la sbattevano più della Belillo a casa della Mussolini. A corredo di questa famigliola, un pargolo di 12 anni che organizzava il mundialito a casa e che non ho mai visto camminare. Solo correre. Più facile dialogare con l’Angelo Custode che vedere il pargolo non correre.  Ora sono andati via e che ti fanno i vecchi proprietari, giustamente? Ti affittano la casa e tra lavori e traslochi il rompimento di coglioni è discreto. Speriamo il futuro non sia di rottura di coglioni come quelli che c’erano prima.

Giornata classica

Però in casa i rompicoglioni se sono una eccezione, già puoi ritenerti fortunato. Come sentire frasi intelligenti al grande Fratello o trovare lavoro a 54 anni. La norma del rompimento di coglioni è in giro. Nella bella quotidianità.

Appena esci, rischi di essere travolto da automobili, rigorosamente Suv sennò come ci vado dietro l’angolo, da lavori in corso eseguiti da simpatici operai in tenuta da bagno penale. Capiti, che so, al bar, e c’è la signora che deve essere parente del bimbo incapace di correre. Solo che lei è incapace di usare non dico un tono di voce basso ma certo nemmeno quello dei manifestanti in Val di Susa. Na via de mezzo tra stare in chiesa e fare le facce da mortacci tua.

Se come me sei un camminatore e non hai abbondanza di spicci, tipo 50 euro da un euro, ti becchi gli improperi di chi chiede soldini,  tra scopette e cappellini tesi. Ogni tanto cedo ma poi mi accorgo che rischio di diventare da precario, nullatenente, e chiedo perdono a Berg e tiro dritto.

Lasciamo perdere poi in ogni luogo l’eloquio che è lo specchio della “glebalizzazione”. Non tanto per le parole quanto per gli argomenti. Viene voglia di farsi eleggere in Parlamento. Fai la grana e te ne vai a lavorare ogni tanto. Gli altri giorni sei a fare la belle vita o a fare slogan su Twitter. Ma via dai rompicoglioni.

Per non dire, sempre parlando di rompicoglioni, di quelli che incontri al market e che fanno come il cinesino della barzelletta quando pagano: una lila, due lile, tre lile, in pratica quando pagano, si fa prima a fare la Salerno-Reggio Calabria nel primo fine settimana di agosto. Torni e loro sono a ncora a contare i soldi alla cassa.

Poi quelli che comprano e parlano amabilmente mentre tu aspetti e se ne impipano se in piedi non fai tappezzeria ma sei uno che è lì, pensa un po’, per fare spesa magari e non per chiacchierare. Puoi sempre andare alla posta a rompere i coglioni no? Ci sono poi quelli sempre incazzati che devono aver visto troppe volte Romanzo criminale e tra tatuaggi e dialoghi alla Libanese, pare di stare a giocare a stecca al famigerato bar.

Conoscenti

Il capitolo dei conoscenti che rompono i coglioni è vasto come la desertificazione del globo. I più curiosi sono quelli che vorrebbero fotterti, sempre con la vaselina in mano ma se gli fai notare che se la possono ben utilizzare loro, si offendono e spariscono, è il caso del rompicoglioni disertore, in altri casi invece diventano quelli che polemizzano, ti rompono i coglioni da eroi ossia parlandoti male alle spalle. In verità si chiama erezione dell’impotente. Cerco di fotterti, non ci riesco e giù invidia. Detta anche la Sindrome della volpe che non arriva all’uva. Poi ci sono quelli che pretendono, che parlano, che si offendono, che promettono, conoscenti e non, la cui vocazione è sempre la stessa: romperti i coglioni. Una cosa è auspicabile per il futuro dell’umanità: Rompicoglioni di tutto il mondo, non unitevi. Altrimenti, l’Armageddon sarà una gita in campagna a confronto.

Mi faccio i sogni miei

Mi faccio sempre i sogni miei. Potrei anche iniziare così: non solo mi faccio i sogni miei ma sogni che siano reali, comuni, banali ma veri. Come il chiodo che sporge: va preso a martellate.

Mi faccio insomma i sogni miei che non sono l’eccezionale, una vita al top, soldi, lusso, potere e bunga bunga. No, vorrei semplicemente, a volte, tornare indietro. All’Italia dell’articolo Uno della Costituzione, della sovranità che appartiene al popolo.

Vorrei una sinistra che non lecca le terga pure al Lussemburgo paradiso degli evasori fiscali per andare contro a chiunque parli di “italianità”, vorrei una sinistra berlingueriana che riporta al problema morale e aggiungerei neuronale, vista l’entità di trovate che discettano oggi gli eredi di una cosi importante tradizione storica.

Vorrei non dovermi vergognare di avere l’idea di Nazione dentro di me, vorrei non dover rischiare l’estinzione perché fa comodo agli speculatori che dietro un sorriso anticristico con la fandonia di essere buoni con tutti, cancellano la nostra identità, la storia, le morti di chi ha lottato per il lavoro e per l’idea di Nazione, appunto. Senza retorica perché non si tratta di colori politici ma di ciò che siamo tutti, italiani.

Sul Carso, nelle trincee, la notte , come si racconta, appaiono fantasmi, lemuri in divise stracciate di soldati della Grande Guerra, austroungarici e italiani abbracciati che ammoniscono con il dito puntato sull’Europa. A tratti piangono, rimasti giovani per l’eternità perché pensano alla morte fredda che hanno trovato su quella terra e che oggi a nulla serve più, tutto quel dolore, tutto quel sacrificio.

Come ebbe a dire Bettino Craxi, gigante della politica rispetto a nani e ballerine dell’integralismo leccaculista di oggi: “Cancellare il ruolo delle Nazioni significa offendere un diritto dei popoli e creare le basi per lo svuotamento, la disintegrazione, secondo processi imprevedibili, delle più ampie unità che si vogliono costruire. Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”. Tié, mettece una pezza.

Vorrei un paese dove le parole sicurezza e lavoro non fossero chiacchiere vuote di incapaci che chiedono voti e dove non devo leggere tutti i giorni frasi sconcertanti che sei nazionalista perché provi affetto per questa nostra amata e maltratta Italia, mentre loro sono invasati e posseduti dall’integralismo della stupidità in malafede, che porta al Sacco di Alarico. Ma la nostra politicaglia non lo sa e chi lo sa, fa finta di nulla. Troppo in alta la posta in gioco: si chiama Stato Sociale da abbattere, per fare del lavoro precaria schiavitù e dellla convivenza civile una lotta tra poveri. E per pagare zero i poveri disperati a cui danno illusioni mentre qui si muore in baraccopoli e in mezzo alla strada.

Vorrei un paese dove i chiacchieroni che dovrebbero alimentare la speranza, inetti anche nelle promesse, vanno a lavorare assieme agli operai, negli altiforni, a colare l’asfalto a Ferragosto durante l’ora panica, vorrei che i responsabili, costruissero loro quel ponte, con le loro mani, a scarnificarsi i polpastrelli, per rifarlo il ponte, donando i loro possedimenti alle famiglie di chi non c’è più. E zitti.

Vorrei non dover dimostrare nulla, avere una moglie che cucina solo squisite pietanze senza alimenti di origine animale, una sfida, vorrei un mondo che sorride e che non ti guarda in cagnesco alla minima inezia, un sorpasso, la fila in un negozio, facce tristi, incazzate, agguerrite, vorrei una unità di persone capaci di defenestrare quelli che ci vogliono divisi e che alimentano la loro pinguedine sulle nostre divisioni.

Vorrei poi un lavoro appartato, tipo che so guardiano del faro, correttore di bozze, bibliotecario, archivista, monaco o custode di eternità solitarie. Vorrei un paese senza tv o forse senza il trash che ormai regna in tv, vorrei una tv della notte che andasse in onda tutto il giorno, vorrei un paese che leggesse a cacciasse a calci in culo i servi del potere, qualunque forma assumano, vorrei un paese di audiolettori, di zero suv, dove la ricchezza vierne redistribuita e i poveri diventano classe media e i ricchi anche classe media, tutti insieme a godere di meno ma a godere tutti.

Vorrei un paese dove le notizie sui crac finanziari mondiali dove la gente finisce in mezzo alla strada perché non può più pagare il mutuo fosse il ricordo brutto di un’epoca lontana e dove le donne posso andare in giro a qualunque ora senza temere per la loro incolumità.

Vorrei un paese più anafabeta ma più felice, meno bollito e più orgoglioso, dove gli italiani non subiscono la xenofobia al contrario e dove essere straniero non è una colpa o un difetto, è semplicemente una realtà che sei vivo, sei nato, con una tradizione di cui non ti devi né vergognare né impormi come fosse l’unica.

Non è il paese dei balocchi, è forse un’utopia ma forse prima che arrivassero i tempi del benessere e dell’Europa di Bruxelles e di chi vorrebbe toglierci non solo l’ora solare ma pure l’orgoglio dei nostri morti, quelli che questo paese l’hanno costruito e che ne hanno calcato le strade con tanta fatica, lasciando ancora l’aria intrisa di sudore. Ecco, forse, prima di tutto questo, l’utopia era meno irreale e forse più possibile.

E poi, vorrei, un po’ di salute, darmi una disciplina, esplorare me stesso per giungere fino alla fine sempre più consapevole, essenziale, spartano, con tanti libri da frequentare e persone da selezionare, e poi guardare il cielo con qualche ruga in più portata sotto azzurri intensi e nuvole che non finiranno mai.

Chiedo troppo? Ecco, appunto, mi faccio i sogni miei.

Animali, sfatiamo qualche mito

Gli animali sono individui, ognuno con personalità, sentimenti, cuore, mente e un gran desiderio di vivere. Carl Safina lo spiega nel suo volume Al di là delle parole, Cosa provano e cosa pensano gli animali (Adelphi, Collana Animalia, pp. 687, Euro 34). Chi li ama gli animali sa di cosa sono capaci e che importante presenza riescano ad essere nella vita di ciascuno col mondo che riescono a portare e a comunicare.

Carl Safina racconta in maniera documentata e poetica questo splendido mondo. Racconta degli elefanti africani, dei lupi di Yellowstone e delle orche del pacifico nord-occidentale, in un viaggio avventuroso che svela le meraviglie del mondo animale, di cui noi “bipedi” siamo parte, perché viviamo tutti sotto uno stesso cielo. Checché ne pensi Sua Banalità. Non si dovrebbe infatti incentivare un pensiero di superiorità verso l’essere umano ma cercare una convivenza armonica e pacifica con gli animali come con l’ambiente ma questa è un’altra storia.

Del volume di Safina mi ha molto affascinato la parte dedicata ai lupi. Da amante della cultura “pellerossa” e di tutte le storie legate a quel mondo, il lupo ha esercitato in me uno straordinario fascino. Ricordo che, prima che me la “zotttassero,” sulla mia esausta R4 di 16 anni troneggiava un adesivo del Wwf che recitava, con un lupo come immagine preponderante, un motto Sioux, “con tutte le cose e tuttgli esseri saremo fratelli”.

Dunque, sento più “consanguineità” con gli animali, molto spesso più che con gli umani. E Come dice Conrad nel suo mitico Cuore di Tenebra: ho bisogno di una solitudine selvaggia dimenticata da Dio. O forse di un paradiso popolato esclusivamente da animali.

Tornando al lupo, mi ha sempre affascinato la loro complessa struttura organizzativa: sanno chi sono, chi sono i loro familiari, amici e nemici, provano sentimenti, ambizioni, elaborano strategie e alleanze, lasciandosi definire delle loro relazioni.

Però il mito da sfatare è quello del maschio dominante. Gli scienziati hanno spesso trascurato invece le intelligenze femminili anche negli animali. Anche tra i lupi. Il “capo” infatti non è un “coatto”, aggressivo e stalker, non è un violento ma colui che si prende cura degli altri.

Non è il lupo simbolo del demonio di cui Hitler si sente incarnazione. No, direi proprio di no, sono balle per giustificare nell’umano le proprie azioni. Come accade con Cappuccetto Rosso. La metafora del male è l’animale quando invece, nella realtà, il male, è colui che uccide per divertimento e crudeltà.

Ricordo ancora, quando andavo in Abruzzo, nel Parco Nazionale a fotografarli, una scena. Siamo in inverno. Un lupo maestoso. lo guardo a distanza, veglia su di un’altura, silenzioso e fiero, mentre il “branco”, parola che Safina non ama perché associa a retorica e ferocia, se ne sta disteso tranquillamente sotto alcuni alberi. Forse a vegliare è proprio una femmina, una “lupa” come quella di Roma che allatta e fonda la storia del mondo.

A prendere infatti la maggior parte delle decisioni, dove andare, come e quando cacciare, dove fare la tana, sono proprio le femmine tra i lupi e femmine dalla spiccata personalità. Come ricorda Anna Mannucci in un articolo apparso sul Corriere della Sera tempo fa: “La vita sociale dei lupi è complessa, richiede abilità cognitive e politiche, lealtà e assistenza reciproca, e ruoli differenziati, per esempio sono pochi quelli che vanno a caccia ma che poi sempre condividono la preda. Anche tra loro, ovviamente, ci sono quelli che non si comportano bene e tra sorelle ci può essere competitività anche feroce. I lupi del parco di Yellowstone, un francobollo lo definisce Safina rispetto al territorio precedentemente abitato e percorso da questa specie, sono stati portati dal Canada in tempi recenti, perché quelli originari, circa un milione di individui, erano stati sterminati dagli uomini. Uccidere e far soffrire gli animali è sempre stata una nostra caratteristica”.

Oppure quanto scrive lo stesso Safina nel libro: “Non è poi così assurdo che una creatura violenta come un lupo possa autoaddomesticarsi tramutandosi nel nostro compagno più amato. Loro potrebbero dire qualcosa di simile su di noi. Nella forma del loro avatar, i lupi si mescolanmo agli esseri umani grazie alla loro fine perrcezione innata della vita all’interno e all’esterno del gruppo. Un lupo sa chi proteggere e chi attaccare e come difendere qualcuno fino alla morte”.

Interessante anche quello che la stessa “collega” scrive a proposito dell’orca che assolutamente non è da considerarsi assassina come certe scempiaggini da Hollywood hanno saputo creare nell’immaginario collettivo: ” La terza scena che Safina ci presenta è il mondo marino delle orche e di altri cetacei, un ambiente acquatico dove risuonano i tanti segnali acustici di questi animali, che ancora non capiamo abbastanza. Anch’essi perseguitati, uccisi o catturati per essere portati nei grotteschi parchi acquatici. Eppure anch’essi mantengono la curiosità e la simpatia verso questi strani esseri a due zampe e nessuna orca in libertà, nonostante l’aggettivo assassina che le è stato appioppato, ha mai ucciso un umano. Questo è un dato molto interessante e incomprensibile: nonostante tutto molti, troppi, animali continuano a essere amichevoli e leali con la specie più distruttiva e feroce che esista. Gli antichi aneddoti sui delfini che salvano persone in difficoltà sono confermati”.

Che dire poi degli elefanti? Amano stare in compagnia, vivono in famiglie “ampie” dove insieme proteggono i più piccoli e al cui vertice, spesso, la guida è affidata ad una “matriarca”. Pensate che la femmina è anche depositaria di “identità”, trasmettendo storia e cultura del gruppo.

L’approfondita ricerca di Safina porta ad un assioma: negare mente, sentimenti, personalità agli animali è stato a lungo un dogma pseudo-scientifico, che però ha autorizzato l’abuso più sfrenato e crudele. Non siamo affatto speciali, insomma, anzi, in molti casi, siamo più che infami.

La ricerca della differenza a tutti i costi, noi superiori e loro inferiori, ha sempre ossessionato molta parte della scienza e degli scienziati che si sono basati su ricerche stereotipate che hanno dato vita a infiniti luoghi comuni, alimentando indifferenza e “freddezza”.

La banalità del male, anzi l’ossessione di superiorità e di stare nel giusto. Leggiamo ancora quanto sottolineato dalla Mannucci: “Su questo Safina porta innumerevoli informazioni e storie, perché anche le vicende personali e alcune tradizioni popolari hanno un loro senso, e arriva a dire: una delle caratteristiche che ci rendono umani è il forte annienta il debole, pure all’interno della nostra specie, si pensi alle «tribù primitive» sterminate. Dice Safina: Siamo tutti polvere di stelle; figli della stessa terra, individui collegati da reti di affetti e intensa comunicazione, ben al di là delle parole”.

Siamo polvere, dunque, come i nostri migliori amici. A tutti spessa la stessa sorte. rendersene conto, magari, può significare sviluppare quell’importante senso di empatia che conduce al sentimento di fratellanza con tutti. Non a caso sul braccio ho tatuato uno dei simboli del Bushido, antico codice Sanmurai, che significa compassione.

E quando si pretende di essere superiori, di pensa di essere il vertice, mentre tutti ci ammaliamo e subiamo la stessa sorte, compassione sì mi viene, anche per l’animale peggiore. Quello a due zampe. Con buona pace di Sua Banalità. Soprattutto per evitare lìincubo dei potenti: “che un giorno il gregge si trasformi in branco”, provando l’istinto di libertà.

Lettere dal Fronte della Vita, mio padre

Continua il mio diario. Appunto lo scorrere del silenzio. “Il tuo nome è la malattie delle cose a mezzanotte”. Lo scrive Alejandra Pizarnik. Prendo in prestito questa frase, la scrivo e, mentre ti penso, guardo oltre il muro.

Tutto è pace, la fortezza immobile, l’aria di di primavera, il cielo sfavilla in un buio che mi arpiona a te. Eri mio padre. Quando la notte si fa più lunga e la mia salvezza è questa penna come fosse una baionetta, ammazzo i pensieri mettendoli su pezzi di carta che prima o poi qualcuno leggerà. Ne sono convinto.

Rimarrà una traccia di me. Se anche morirà con me il mio sangue, di me qualcosa di più comtinuerà a viaggiare altrove. Come te papà. Mi sono chiesto più volte dove continuasse il tuo viaggio. Molti dicono che prima di morire, rivedi tutta la tua vita come in un film. Non so quanto sia se sia vero. Ma di una cosa sono certo.

Quando sei a tu per tu con il tuo abisso e la tua notte stellare, la vita la rivedo uguale. Fino al momento di ogni singulto e di ogni sospiro, nitida e trasparente come la pellicola di una fotografia a cui tieni più di altre. E io rivedo te. Ripartendo dalla fine , da quando sei morto e ho comiciato a scrivere di te come fossi l’Alekos di Oriana Fallaci, l’eroe che non vedevo più.

Ricordo ancora quel monaco di Sant’Antimo a cui andai a chiedere, preda di un dolore errante, dove fossi e lui rispose: suo padre è salito su un treno. Il treno ha girato la curva, lei non lo vede ma il suo viaggio continua. Mi diede molto conforto. E ricordo ancora la tua figura composta senza vita, fredda in una smorfia dura, così contrastante con quel toulle orribile che ti avevano messo sopra e che ti tolsi per infilarti il rosario tra le mani.

E tutti che parlavano e io che mi dovevo fare forza, e chi scappa e chi fugge e chi trova scusa. E io solo che devo sorridere e leggere mentre la tua bara è lì davanti a me. Vivo solo e tu manchi e allora scrivo. Ora che sono passati tanti anni, sei con me ma non come prima. Con un dolore che mi ha fatto invecchiare e incanutire, no. Sei con me con la vita e non con la morte.

La cosa più bella è questa. L’immortalità che subentra nei ricordi, la fiducia, al di là di quello che potremo esperire dopo, chissà, quando la vita, nei ricordi, si propaga e fa indietreggiare la morte. Come un filo d’erba che trova la sua via di fuga nel cemento, la vita, non si muore, nonostante il degrado e la fine apparente.

E allora, stanotte vado a te, non solo con la fine ma con la vita. Le domeniche, io e te, al cinema, ti piaceva. Ricordo ancora a Natale quando tutti invasati dal demone della tombola, io e te ce ne andavamo via, al cinema, alle prime, all’Etoile, un mondo che non esiste più, frammentato e disgregato dove trovare un figlio andare al cinema col padre è come pretendere di farci rispettare come Italia in questa Europa penosa di trafficanti e lenoni dal sorriso facile.

Oppure la domenica, salire sulla tua Giulia blu, col profumo delle vetture di un tempo quando Fiat era Fiat e Alfa Romeo, Alfa Romeo e andare da nonna. Ti penso spesso, soprattutto quando il vento fa sbattere queste porte e questi ambienti vuoti dove la solitudine sembra uguale alla morte.

Ma è una tentazione a cui non cedo. La solitudine può essere una beatitudine se sai dare spazio alla bellezza. E tu lo sei e tanto basta. Ricordo ancora quando la notte, come me che oggi faccio la veglia sui pensieri e sulle memorie, come un soldato dell’eternità che ha il compito di stare sull’atttenti di fronte a ciò che non muore, bene, ti vedo quando la tua stanza, mentre mamma dormiva, a letto hai la luce accesa.

Io sono accanto nella mia e leggo, ascolto musica. Tu leggi fino a tarda notte, l’ho ereditato da te questo vizio. E vedo anche il fumo che aleggia nella notte. delle sigarette che ti porteranno al male che ti sconfiggerà. Solo apparentemente. Quel fumo che fece dire alla restauratrice dei quadri: avete il camino in casa? No, è mio padre che fuma.

Poi penso ai nostri dibattiti, alla politica, ai film di Totò guardati insieme e a ridere sempre sulle stesse battute talmente ci piacevano. E penso anche che non dormivi e aspettavi che rientrassi. Non eri capace di gesti spontanei d’affetto ma non dormivi se non c’ero.

Quella volta che “percepii” una presenza accanto a me e pensai che eri tu a farmi una carezza e mi dicesti, no, non ero io. Ebbi conferma di qualcosa di sovranaturale come sovranaturale era quando dimostravi quell’affetto che, non avuto da te nel modo che chiedevo, cercai per troppo tempo come riconoscimento di me negli altri, una debolezza dell’anima che non portava a caonsapevolezza. Ma lo capii.

I ricordi amari, delle nostre liti che tante erano, hanno lasciato spazio al piacere della dolcezza. Ripeto: come l’erba che spunta dal cemento. Forse è questo il paradiso: un posto dove i ricordi belli, solo quelli rimarrano e il cemento sull’anima non sarà che carta straccia. Buona notte papà, mi sembra non di rivedere la vita come in un film ma il tuo volto nel cielo mentre la notte è buia sì ma ricolma di stelle che brillano e che fanno compagnia.

Bellissime e coraggiosissime

Scrivevo l’altro giorno della triste realtà dell’Africa del bracconaggio. Ora però voglio raccontarvi anche di chi si immola in questa lotta, di quegli esseri umani di cui Francesco Guccini cantava “gli eroi son tutti giovani e belli”, di quelle persone che fanno la differenza nel mondo e che ci consegnano ancora alla speranza di un mondo migliore.

Sono le squadre che il bracconaggio lo combattono, squadre a cui, da poco,  si stanno aggiungendo gruppi composti da sole donne. Le prime sono state le Black Mambas del Sudafrica, adesso si sono aggiunte anche le donne del team Akashinga dello Zimbabwe a cui la Bbc ha recentemente dedicato un ampio servizio. I dati dimostrano che sono loro a salvare più animali rispetto ai colleghi maschi. Un coraggio incredibile.

La spiegazione proposta dall’International Anti-Poaching Federation è che le donne sono più brave perché “meno suscettibili alla corruzione, lavorano di più, non si ubriacano, mostrano livelli maggiori di onestà e orgoglio e considerano moltissimo il loro ruolo e l’opportunità che è stata loro data”.

Queste donne sono particolarmente importanti dunque per gli animali e per le loro comunità. In Africa una donna con un salario spende tre volte di più dei suoi guadagni nella sua comunità locale rispetto ad un uomo con un salario equivalente.

Come riportato in un articolo della Stampa: “In questo momento, in cui la caccia per trofei (molto praticata dagli occidentali che pagano per andare a caccia) sta diminuendo e quindi le comunità perdono una delle loro principali fondi di reddito, il fatto che un cittadino spenda il proprio stipendio localmente significa che l’economia della comunità può continuare a funzionare. Proprio l’innescarsi di questo circolo virtuoso, inoltre, fa sì che la comunità stessa inizi a rivoltarsi contro i cacciatori di frodo, visto che proprio la protezione degli animali è fonte di guadagno”.

A coordinare il gruppo Akashinga è Damien Mander ex militare nell’esercito australiano. L’uomo, dopo aver svolto 12 missioni in Afghanistan, ha lasciato l’esercito e, dopo essere entrato in contatto con la triste realtà del bracconaggio che frutta circa 200 miliardi di dollari l’anno, ha deciso di passare all’azione.

Ossia, mettere a frutto il suo addestramento militare per insegnare a una equipe antibracconaggio come proteggere gli animali: ha venuto tutto ciò che possedeva, fondato la International Anti Poachinf Federation e iniziato i suoi corsi con la gente del posto.

Le donne hanno rappresentato essere la vera svolta. Girando per i villaggi, si è reso conto di come le donne fossero marginalizzate. Ha così iniziato a reclutare donne abbandonate, vittime di abusi, vedove, orfane, prostitute e madri single, “donne che non erano vittime delle circostanze, ma vittime degli uomini”, ha spiegato.

Le donne hanno affrontato un addestramento uguale a quello degli uomini, comprese 72 ore di bootcamp, ma solo 3 donne su 37 hanno lasciato: una percentuale molto inferiore a quella degli uomini.

“Hanno imparato l’etica della conservazione, come si preserva una scena del crimine, come si gestisce una crisi. Hanno studiato come si affrontano creature pericolose, l’utilizzo di armi da fuoco, il primo soccorso, i diritti umani, le tecniche di leadership e di perlustrazione, perquisizione e arresto, e il combattimento a mani nude”, ha spiegato Damien.

Da quando è iniziato il programma, nel 2017, le Akashinga – che significa “le coraggiose” in lingua locale – hanno portato a termine 60 arresti. Le donne controllano più di 850 mila acri nella zona del basso Zambesi e sono “più efficaci di qualsiasi altro gruppo abbia visto”, ha ricordato Damien sempre su La Stampa. Damien ha inoltre sottolineato anche come le donne non solo facciano più arresti ma siano anche più brave nel gestire situazioni potenzialmente violente.

“Non mi interessa se abiti nel mio stesso villaggio o sei il mio vicino di casa, se sei un bracconiere, se fai del male agli animali, io ti prendo e ti arresto”, ha detto Vimbai, una delle donne che fanno parte della squadra Akashinga.

L‘obiettivo attuale del programma è il reclutamento di 2mila donne per la realizzazione di una rete di protezione che possa arrivare a coprire 30 milioni di acri di territorio africano entro il 2030. Damien però ha chiarito anche un altro obiettivo: “Una soluzione di lungo termine prevede che si convincano i cuori e le menti delle comunità, e il modo più efficace per farlo è attraverso le donne”.

Grazie Damien, grazie alle Akashinga, donne coraggiose di cui tutti abbiamo bisogno per un mondo migliore. Soprattutto gli animali.

Scrivo dall’ultimo avamposto

Scrivo dall’ultimo avamposto. Oltre questo fortino, questo muro che fa da baluardo alle orde di Gog e Magog delle mie paure e dei miei ricordi, il nulla. Aspetto che si facciano vive e attacchino.

Sono rimasto solo. Ho viveri e munizioni a sufficienza ma quando le mie paure si faranno avanti, sarà da combattere senza tregua. Lo so. Immerso nel silenzio, mi faccio forza. Coi ricordi “buoni” e ripensando alla bellezza degli attimi che ho avuto in dono.

Il cielo è stellato, la notte limpida, anche il passo di una sentinella può fare compagnia. Ma qui sono io e basta. Con il mio quaderno e la mia matita spuntata. Scrivo e aspetto.
Ho deciso di dare inizio a questo diario perché dall’altra parte non so quanto avverrà l’ultimo attacco.

Se le paure non indietreggeranno, rimarranno solo i rimpianti. Faccio ordine. Scriverò spesso su questo diario. Intanto respiro la notte in tutta la sua bellezza. Eravamo in molti ma molti più di me, davanti a queste orde desertiche, sono fuggiti. Io ho preferito rimanere e affrontarle queste paure, questi ricordi che sento gridare dietro le montagne. Resisto.

Se la battaglia scatenerà l’inferno e sia. Passata la tempesta, avrò ancora una degna compagna accanto a me. Si chiamerà vita, esperienza, forza in più. Stanotte ripenso a quante volte diamo per scontato tutto, troppo, troppe volte.

A volte, per stanchezza, malediciamo il reale, il presente e tutto si fa amaro. Oggi che mi trovo in questo ultimo avamposto a fare i conti con ciò che diveniamo, il passato si fa diverso.

Penso, ad esempio, a quando si lavorava in ufficio. Alle stoltezze tra colleghi, alle liti, alle chiacchiere, alle piccole meschinità. E alle maledizioni che tutti scagliavano su quel posto che sembrava l’incarnazione di ogni “ignobilità”.

Io ho sempre fatto il bastian contrario. Subendo critiche da tutti, tutti a farmi il muro e a remarmi contro. Perché dicevo: non vi lamentate che oggi fare giornali è un’impresa. Ero affezionato alla mia scrivania, alla strada che percorrevo.

Mi piaceva, in inverno, morto di freddo, arrivare, scendere dalla moto ed entrare accolto dall’aria calda e da qualche collega appena arrivato. Come in estate, andarmene via dopo un lavoro ben fatto e guardare il tramonto, sempre in moto, sulla via del ritorno.

Piccole cose che sembrano noiose alla maggior parte delle persone che, banalmente, guardano il lavoro come una condanna. Piccole cose come la macchinetta del caffé, le riunioni con le idee, il sentirsi parte di qualcosa, scrivere, andare alle fiere, progettare giornali e fare tardi con l’editore quando anche lei, l’editore, navigava in buone acque e mi chiamava per dare vita a nuovi magazine.

Eppure, da quando tutto è crollato, per la crisi e per le scelte direi quasi “forzate” non riesco a non rimpiangere certi momenti. Oggi il lavoro è cambiato e quando mi ritrovo a guardare l’orizzonte oltre questo muro di silenzio, rivado a certi momenti.

Quando c’era tanta gente in redazione, quando c’era un fermento esistenziale che significava sentirsi vivi, in movimento. Era bello vedere tanta gente, sentire tutto quello che era un mondo battere di prospettive, speranza, incazzature, litigate, vita insomma, era bello sentirla questa vita scorrere come in un film. E ora che me la guardo davanti ogni notte, vorrei riprendermela.

Ripenso alla serie tv 1992. Non mi viene da esultare a guardare Di Pietro che fa “piazza pulita”. Perché finisce un mondo e l’alternativa è un fallimento. Basta guardarci intorno. Io continuo a scrivere e a credere che questo sia il mio lavoro.

Chi lanciava anatemi sul posto di lavoro, oggi o ha cambiato lavoro o non lavorà più. Per questo ero definito, alle spalle, ovviamente, perché sennò erano calci in culo, “aziendalista”.

Si, mi piaceva lavorare e anche ora, sotto questo cielo, in questa notte di siderale solitudine, scrivo, e scrivo e ancora scrivo. Lavoro dall’ultimo avamposto. Perché la vita è lavoro, lavoro su stessi, è costruzione di ciò che sei, AMAT VICTORIA CURAM.

Io che ho sempre amato il silenzio, ora ne sono avvolto e circondato ma rimpiango quel simpatico caos, non immune da veleni. Ma la vita è questa: mai farsi cogliere dal negativo pensando che sia l’unica soluzione possibile, mantenersi vigili contro i demoni della sfiducia e le chiacchiere del qualunquismo.

E’ peggio il rimpianto. Soprattutto quando sei al confine di questa terra, a dialogare con te stesso, aspettando di vincere le tue paure nell’attesa del loro ultimo e più determinato assalto.

Scriverò ancora, su questo diario, affinché la notte non sia tanto lunga da impedire al sole di risorgere. Scriverò per rimanere sveglio e combattere l’assalto delle mie paure. dal deserto, ma non so quando attaccheranno.

Il conte del pensiero forte

Come sempre, da una notizia letta casualmente, scatta la riflessione in forma di memoria. E si naviga, altro che web.

Leggo pochi giorni fa sul Fatto Quotidiano un articolo di Pietrangelo Buttafuoco, scrittore e giornalista che stimo e che ho incontrato spesso, un articolo che parla dell’insigne orientalista Pio Filippani Ronconi.

Personaggio estremamente scomodo, coltissimo, e vetero-fascista che mi riporta indietro. Mi colpisce il titolo del Fatto: quel conte idolo di Casa Pound che amava parlare con i vu cumprà.

Pio Filippani Ronconi, che conobbi quando gli unici a farmi scrivere per prendere il tesserino da pubblicista prima di diventare, molti anni dopo, professionista, furono un manipolo di “scapigliati” che tenevano insieme un quotidiano ben fatto e di cui mi occupai per due anni della pagina culturale.

Pio Filippani Ronconi viene descritto da Buttafuoco come “un gigante del pensiero non assimilabile allo Spirito del tempo che su quello stesso litorale (a Ostia, dove oggi gli attivisti di Casa Pound cacciano i venditori ambulanti), in posizione yoga, svolgeva il ruolo di shayk, di khan e di Sikander di tutti i vu cumprà con cui parlava fluentemente in urdu, in arabo, in turco, in farsi, in cinese e nelle restanti lingue asiatiche…

Inadatto al Pantheon dei buoni. Anzi, il contrario: uno dei più coraggiosi combattenti ad Anzio, irriducibile guerriero volontario nelle Waffen, temuto dai marines americani dell’invasione, maestro d’arti marziali, coompagno di passeggiate del re d’Afghanistan lungo i marciapiedi del quartiere Eur, il conte Pio Filippani Ronconi – ebbene sì, lui, cacciato a suo tempo dal Corriere della Sera in nome dell’antifascismo, dalla sua postazione ricavata tra le sabbie di Ostia riceveva il saluto, la considerazione e l’ascolto dei tanti ambulanti da cui comprava cianfrusaglie e con cui discettava di Bhagavad Gita, di Ferdowsi e di Tito Livio”.

Insomma mentre la maggior parte dei bagnanti se la menava con la Settimana Enigmistica o giocando a tamburelli, il patrizio romano dibatteva di tematiche parecchio impegnate. Con i vu cumprà che no scacciava in malo modo. Che tempi, che differenza con l’attualità. Pio Filippani Ronconi, allievo di Giuseppe Tucci, fu tra i padri dell’orientalismo italiano. Diventa uno dei simboli del pensiero forte che, in certe redazioni, ho frequentato e amato. Tra di loro, Julius Evola, Oswald Spengler, Guido de Giorgio, Massimo Scaligero, René Guenon.

Solo che il conte Filippani Ronconi ho avuto modo e fortuna di incontrarlo in carne, ossa e occhiali scuri, stile generale sudamericano. In uno di quegli incontri dove si parlava di Tradizione, quella tradizione universale che il conte sapeva condividere con gli ambulanti che incontrava, dove si dibatteva di tantrismo, metafisica del sesso, yoga e di “scomodi eroi”, c’era anche lui, ormai quasi novantenne, che affascinava col suo modo di parlare, pacato, colto, coinvolgente.

Il mondo “culturale” che ho frequentato è stato questo. Col pensiero “a destra” e il cuore ” a sinistra”, se ha senso parlare di simili etichette. Sono sempre stato animato dal senso del sacro e da una forte motivazione sociale. Con amici prevalentemente ” a sinistra”.

Ricordo ancora di certe riunioni di redazione dove partecipavano reduci che per molti che ho incontrato erano vere e proprie leggende, di infinite chiacchierate a parlare dei Drusi e del Sufismo islamico, delle difesa estrema contro le orde di Gog e Magog e del futuro del nostro paese.

Debbo dire che certi giornali scomodi furono gli unici a darmi credito e fiducia laddove, in altri ambienti, quelli dei futuri radical chic, non ti permettevano nemmeno di entrarci in una redazione. Sono quelli che oggi hanno occupato i posti chiave. Io, precario a vita.

Ecco, questa bramosia di sacro e di vita, non vitalismo irrazionale alla Nietzsche, è ciò che mi ha spinto ad appassionarmi alle tematiche del pensiero forte, di Bruce Chatwin, delle storie di Lawrence D’Arabia, di Celine, di Thesiger, di Antoine de Saint-Exupery, di Tex e di Zagor.

Quando ho letto di Pio Filippani Ronconi tante cose mi sono tornate in mente, di quando ambivo ad essere un giornalista serio e appassionato del proprio lavoro. Come oggi sento di essere.

Anche se forse sono inadatto al Pantheon non tanto dei buoni quanto dei falsi e degli ipocriti. In questo, forse, anche io, sono un po’ come il conte. Consapevole che nulla finisce e che ciascuno ha la propria libertà misurata in base alla dignità della propria persona. Come quando si parlava di Bhagavad Gita e si ambiva a essere “eroi” come Arjuna.

Viaggio intorno agli anni Ottanta

Abbiamo bisogno di spensieratezza. Io, che sono figlio degli anni Ottanta, mi traghetto molte volte col pensiero a certi momenti. La musica l’ho vissuta dal vivo negli anni Ottanta. Suonavo e facevo concerti. Era davvero un “nuovo miracolo economico”, non di quelli alla berlusca o forse è solo la mia nostalgia di gioventù a farmi idealizzare gli anni Ottanta?

Tutto comincia dopo i mondiali del 1978. Il Settantasette e il punk stanno per diventare post. Ai mondiali di calcio l’Argentina ha battuto in finale l’Olanda di Re Cruijff, che però non gioca per protestare contro il Regime, alla sua seconda finale dopo quella con la Germania del 1974. Non c’è niente da fare.

L’Olanda gioca un calcio strepitoso ma per due finali consecutive si trova davanti la Germania di kaiser Franz Beckenbauer e l’Argentina del Conducator Menotti, quella che fuma in giacca blu in panchina e sembra un ufficiale nazista. Gli argentini lo sanno, di essere protetti, al governo ci sono i generali di Videla e i giocatori menano più dei “falconisti”. L’Italia sarà l’unica squadra a battere l’Argentina campione del mondo e il calcio azzurro del 1978 sarà, a mio avviso, il più bello giocato dall’Italia in tutta la sua storia.

Io vado a scuola. Passo dalle medie al liceo e in un attimo mi ritrovo alla maturità classica. È il 1983. Ci si riunisce a casa di una nostra amica, punk e post-punk, ad ascoltare musica e a guardare Videomusic. Pippi, come è soprannominata questa straordinaria amica, icarna alla perfezione l’energia tutta anni Ottanta, tiene banco tra proposte di nuovi gruppi e sberleffi alla Ruota della Fortuna condotta da SuperMike. Pippi si veste come Howard Jones.

La situazione politica è quello che è, tra rapimento Moro, Ustica e strage di Bologna, fatti che solo apparentemente appaiono disgiunti. In ogni caso, si parla ancora di politica quando decenni dopo troneggerà il regno della fuffa e dell’imbroglio.

Paninari, pensiero positivo, edonismo reaganiano, drive-in e il rock-barock delle discoteche con le feste ad ascoltare Falco, gli Alphaville, Pop Muzic, i Duran Duran e gli Spandau. Tanto per citarne alcuni. Il conflitto nella testa che avviene tra ciò che vogliamo ricordare e ciò che vogliamo dimenticare, nel caso degli anni Ottanta per me è solo ricordare.

E il ricordo diventa mito. Forse perché è più facile idealizzare il passato, forse perché la nostalgia canaglia fa parte di me, tant’è che la storia degli anni Ottanta con le proprie contraddizioni e rivoluzioni mi affascina.

È indubbio che la spensieratezza di quegli anni giochi un ruolo fondamentale. Il potere esercitato sull’immaginario collettivo riesce ad influenzare ancora il presente. Molti più, almeno per me, degli anni Sessanta, che mi dicono poco, e degli anni Settanta che, se non fosse per qualche gruppo e celebrità musicale, mi dicono zero o quello che non vorrei sentirmi dire, cioè, lasciamo perdere.

L’impegno sociale negli anni Ottanta comincia a trasformarsi in un riflusso nel privato e nella ricerca di un espressione artitstica personale. Io ascolto molto i Japan e i Police. Le zazzere colorate di David Sylvian e dei Police sono un’icona. Ricordo ancora quando in un concerto in piazza ci presenteremo con il mio leggendario gruppo anzi complesso, come si amava dire, The Panjandrum, new-wave allo stato puro, ci presentiamo sul palco in chioma rosa fucsia. Nel 1984 la mia prima automobile, renault 4GTL blu, nuova, 4 anni di rate, 250 mila lire al mese con tanto di bollettini postali.

Come ha detto uno dei guru di quegli anni Roberto D’Agostino (chi non ricorda una trasmissione cult come Quelli della notte?) si passa “dal sinistrismo al narcisismo, dalla rivolta a Travolta“. In realtà, forse, una ribellione c’è ma è diversa.

Il riflusso nel personale avviene perché gli anni Settanta, tutti sesso, droga e rock&Roll, (mi regalano il 45 di Ian Durie in terza media quando vado in gita a visitare la casa discografica RCA, alla faccia che eravamo adolescenti invitarci subito allo sballo ipotetico) e i Sessanta con la Rotonda sul mare hanno fracassato i cabbasisi a parecchia gioventù. Forse. E allora, si vuole altro.

Intanto una ricomposizione colorata di tutta questa drogatissima disperazione degli anni di Manson e dell’hippitudine che di gaio aveva poco. Se non l’evasione nell’amore libero. Negli anni Ottanta passiamo dai Sex Pistols ai Duran Duran, le giacche hanno spalle imbottite, il look ha la sua importanza ma non siamo ancora al delirio ossessivo-compulsivo dell’attualità aristo-dem e fintamente proletaria, caratterizzata dai tratti esotico Piazza di Spagna.

No, il look diventa parola magica e collante sociale. Non più oppostui estremismi. I giovani si distinguono per lo stile di abbigliamento e il pensa positivo diventa un imperativo kantiano perché il futuro è nell’immediato. Sono gli anni della Thatcher e di Reagan che se la intendono. Il presidente americano taglia del 25 percento l’imposta sul reddito d’interesse, aumenta le spese militari e annuncia l’uscita dalla recessione. Sembra un trionfo. In realtà, lascerà un debito pubblico enorme.

In Italia è l’epoca del motto “Torna a casa in fretta, c’è un biscione che ti aspetta”. nascono le tv private, il commodore 64, al cinema abbiamo Blade Runner, Guerre Stellari, E.T. e Ghostbusters. Il Boss e Madonna dettano legge. La Veronica Ciccone arriva anche in Italia e nel 1987 il concerto di Torino viene trasmesso in diretta tv con oltre 14 milioni di telespettatori.

Lo scenario me lo ricordo, insomma, più che di anni felici, di anni spensierati. Che, considerando la vita, è già una grande ricchezza visto che con l’aumentare della consapevolezza e dell’età i pensieri mordono. Avrei voluto infiniti gli anni Ottanta. Mai finiti, come la mia gioventù, pur non essendo stata facile ma semplicemente gioventù.

Gli anni Ottanta terminano con il crollo del Muro di berlino, il 9 novembre del 1989. Io parto per fare il militare a dicembre del 1989, 9° contingente 89, Cavalleria. Prima di finire ai Lancieri di Montebello farò un mese di CAR a Falconara, il posto più freddo del mondo con le pozzanghere ghiacciate alle 11 di mattina.

Nulla sarà più come prima. Sia per il mondo che per me. Le macerie del muro cambiano tutto, il futuro si fa incerto, tangentopoli non ci porta una minchia, solo una classe politica più inetta e spudorata nel rubare, come ha detto Piercamillone Davigo.

Il rock-barock diventa minimalismo, arriva l’esotismo che fa tendenza e il desiderio di cancellare tutto ciò che siamo. Finisce la guerra fredda e inizia la dittatura su cui aveva ammonito Junger: tecnologia e finanza che sono il Grande Leviatano.

Il mito si fa ricordo. Io finisco il militare nel 1990. Mi diranno: divertiti ora che dopo il militare cambia tutto e sarai più vecchio. La banalità del bene penso io. In effetti, tutto cambia dopo il 1990. Mi laureo, anni dopo, tra mio padre che mi vuole nella sua atttività e io che appena posso scappo, inizio il precariato militante come giornalista, un precariato mai finito.

Forse aveva ragione lui che mi voleva avvocato ma in fin dei conti al negozio con lui e basta. Inizierò a fare il giornalista precario solo anni dopo che lui se ne va. Non riesco ad abbadonarlo e sono lacerato tra i miei sogni di scrivere e il dovere di stargli accanto. Rimango, oggi, un giornalista atipico che crede poco al giornalismo indipendente con tanti sogni e che non perde la speranza.

Non di avere un contratto, per carità e chi ci crede più. Di continuare ad avere fiducia, a non dermodere, a non cedere al demone meridiano della disperazione. Che certo, il mondo dopo gli anni Ottanza, con i minchioni che ci hanno portato in dono, è un mondo che un pochino rischia di essere “disperante” e straccione. Mentre negli anni Ottanta eravamo tutti Wild Boys, mica Yuppies. Pessimista? Beh, un po’ sì, sono finiti gli anni Ottanta.

 

 

Siate ribelli, vivete eleganti

Mi aggrappo al mondo per capirne il senso. E questa nostra epoca, ribalda di mediocre sciatteria esistenziale, di conati ininterrotti di idiozia politica, non la capisco. Che fare? Scrivere, leggere, ascoltare buona musica, vedere bei film, camminare, circondarsi di persone belle, quelle che come fiori eleganti e colorati, sono in grado di emanare il profumo della vita.

Bene. Come sempre parto da lontano per una delle mie dissertazioni nostalgicononsoquanto di qualcosa che intuisco e presagisco e a cui mi arpiono. Eleganza sì ma un mondo forse da me troppo idealizzato in ogni caso pulsante qualche alito in più di bellezza. Soffro il caldo, soffro la massa, soffro il rumore, soffro la sporcizia e talvolta mi blocco. Come l’aorta di un infartuato mi ostruisco da solo e dico stop, è tempo di guardare altrove.

Come ora, mentre scrivo. Dopo aver letto e sentito coglionate su coglionate, l’oscar del coglione probabilmente del 2018 va a tale Ariano di cognome andate a leggere perché, mi metto a guardare un film. Totò, la Banda degli Onesti. Per parlare di eleganza parla da qui. Eleganza come rispetto e come dignità. Moltissimi film dell’Italia del dopoguerra sono pregni di questi valori.

Quando ancora non ci si doveva vergognare a sentirsi italiani senza essere fritti e rifritti nell’unto retorico delle censura antisovranista, io che aggiungo, sono pure regionalista, umanista, unitista nella diversità più diversa. Ebbene, l’umile portiere, Totò, mio adorato, il tipografo, Lo Turco e il pittore, Cardone, sono degli squattrinatissimi galantuomini alle prese con la vita.

Non quella di oggi che lascia le ditate sul cellulare e la muffa sul passato. No, quella di un tempo dove anche le persone umili indossano la giacca, il cappotto, hanno il dovere di un’alta tenuta. Ecco, quanto sia elegante questo film di Totò, come tanti altri di quel tempo, la dice tutta su come questo paese, un minestrone scalcagnato di finta umanità, paese che oggi ti fa venire voglia di essere come Pizarro con Atahualpa e ti monta la nostalgia pure per Zaccagnini.

La realtà orrida è che nemmeno puoi insultare come vorresti (non sarebbe elegante) tanti di questi pupazzi della politica e ti accontenti di pensare a quello che avranno detto i tifosi al povero Ventura che gli ha cannato i mondiali. Andiamo avanti. C’è un’aria in questi film di alta tenuta appunto, di resistente dignità allo sbarco del Lunario che, in pratica, Salvate il Soldato Ryan nella scena iniziale con i tedeschi che falciano gli americani sulle coste della Normandia, ci fa la celebre pugnetta.

Proprio come i nostri amati tempi, che se salti su un autobus, tra odori e serenità di viaggio in certi contesti, sei come un narcotrafficante incazzato che si guarda il suo bel campetto di coca sotto sequestro o come l’equipaggio del barchino di oggi a cui sono stati “zottati” 200 milioni di euro di hashish. Cronache moderne dell’intestino crasso, non c’è che dire. E ti chiedi: comme finirà sta cazz di epoca?

Proseguendo, e tornando al concetto di eleganza, sulla Banda degli Onesti sono tutti eleganti, badate bene, nella miseria: dai protagonisti ai sottoposti, i bambini figli del portiere Totò, il cavaliere che ha lavorato al Poligrafico dell Stato, la moglie tedesca di Totò, il ragionier Casoria che ruba sui bilanci del condominio, Michele, il figlio grande finanziare di Totò, il tabaccaio, Marcella, la figlia del tipografo Lo Turco, Peppino De Filippo, Mustafà, il cagnolino della famiglia Buonocore.

Insomma, un’orgia di bellezza semplice dove il mio orgasmo è essenzialmente aristocratico e si chiama estasi, senza farsi troppe risate. Arrivando ai giorni nostri, non è possibile non rilevare, per chi ha simili orgasmi, ben altra cifra rispetto all’attualità tipo, notizia fresca,  dell’inaugurazione di bordelli con bambole in lattice.

Rimpiango Playmen, dove per altro, senza occuparmene direttamente, ahimé, ho lavorato per 15 anni. Con la casa editrice che lo inventò e produsse per circa 40 anni.  Con le bambole di lattice e molte altre cose, direi,  siamo alla frutta, direi alla sambuca con tanto di mosca. La dittatura militare della mediocrità trasborda in tutti gli ambiti del vivere “incivile”. Siamo agli avanzi estetici, alla volgarizzazione dell’essere di cui la vita politica è solo la punta non dell’iceberg ma di un’altra cosa dal colore diverso.

Per carità l’è dura per tutti. Pure per queste nostre facce di water che rumoreggiano aria dalla bocca soluzioni politiche. Ma ci siamo abituati alla sciatteria esistenziale, è un dato, dove il trash semplifica ciò che è complesso per ridurlo in poltiglia. Non dico di educarci ad una alterigia aristocratica, no, non questo.

Ma un ritorno alla semplicità disvelatrice di valori fondanti come rispetto e dignità, questo si. E rispetto e dignità passano anche attraverso la cura di sé. Non a caso il buon Schopenauer, immancabile in libreria vicino alla cassa nelle edizioni Newton Compton, tuonava che “il corpo è l’oggettità della volontà”. Se il corpo l’abbiamo, vale la pena di farne uno specchio, tiè per i più elitisti, pure santificarlo.

Pensiamo alla padronanza dell’italiano degli studenti di una volta. Penso allo splendido film Mio Figlio Professore con Aldo Fabrizi e il confronto non regge. Costruzione dei periodi e vocaboli sembrano il Generale Cadorna a Caporetto, quello che “non sapeva mordere”. La visione del mondo era molto più complessa e articolata e questo accadeva in una società dove ancora l’analfabetismo era dilagante.

Cosa siamo diventati? Eleganti affettati col rolex cinese o finti proletari? Peggio, rischiamo di morire “aristodem” ed era molto meglio perir dademocristiani, come si diceva un tempo, sui baffetti di Fanfani.

L’eleganza in architettura? Vogliamo parlare del razionalismo dell’Eur o di quella che una volta era la stazione Termini dove ci si vedeva alla lampada Osram per sperare in un bacio e ti drogavi al massimo di Luneur? Oggi la Stazione Termini da sintesi architettonica tra classicità e futurismo è divenuta l’incarnazione di quella tendenza che Massimo Mantellini ha stigmatizzato nel volume Bassa Risoluzione come la volontà di sostituire beni e servizi esistenti con tecnologie di scarsa qualità. Il trionfo dell’americanismo con luci e lucette da postribolo in stile Las Vegas.

Una sensazione di scoramento ti prende quanto ogni traccia di bellezza, di quella che Agostino definiva Pulchritudo dei, armonia delle forme che proviene dalla grazia, la noti “occupata” dallo scadente e dal volgare, deturpata dall’incuria e dal menefreghismo. Sostanzialmente è per me un due di coppe con briscola a bastoni vedere questa trasformazione in atto.

I due Moloch, indifferenza e irrealtà, da cui molti fariseucci, soprattutto nelle alte sfere, sono posseduti, è un altro dato di fatto. fa più comodo cenare in terrazza con la quinoa ecosostenibile e parlare dei ceti poveri, malcelando un disprezzo di classe verso le periferie che non frequentano, giammai. E l’irrealtà in cui vivono frammista all’ipocrisia, li fascia come lo zucchero filato intorno allo stecco e non vedono, non sanno, non sentono. Fanno slogan o si stracciano le vesti. Se ne fregano, tanto hanno mutande di velluto. I nuovi ricchi cafonal.

Insomma l’unico antidoto a questi miasmi è la ricerca della grazia, la volontà di incarnare un po’ di armonia. Il cruccio degli intellettuali una volta era l’omologazione che oggi van predicando. Pasolini denunciava la perdita delle tradizioni popolari, dei dialetti e dei costumi del popolo mentre il progressismo militante voleva educare il volgo, per fare dei proletari i nuovi borghesi.

Il risultato è stata una evidente perdita di gusto e la costituzione di una ampia massa di arricchiti che di eleganza e cultura poco sanno. Ricordiamo le parole di Leo Longanesi: “Non c’è più fantasia, i nuovi ceti non sanno che farsene della fantasia. I grandi problemi della produzione, i monotoni miti dei nuovi ceti non tollerano più la fantasia. Tutto è destinato a ubbidire alle leggi del peso e della quantità. Oggi si procede soltanto a miliardi e tonnellate. (…) Si tende a mettere tutto in scatola: idee, frutta, sentimenti, carne. Non c’è posto per la fantasia, che è figlia diletta della libertà”.

O leggiamo Arbasino: “Il tipico ghignetto di saputaggine complice, da parte degli intellettualini di merda, che si sentono maestrini à penser quando colgono un amaro sarcasmo di èlite dentro lo schizzetto cheap di bile di massa”. Il gusto è un’altra cosa. Si chiama fantasia, tradizione, eleganza non formale. Bisogna opporsi all’omologazione con la capacità di uscire dalla marmellata, dal magma delle parole tutte uguali che sintetizzano la povertà vera di ciò che dentro si porta.

Una battaglia che è una questione di stile. Un modo per stare al mondo, comunicare coi vivi, ricordare i morti e fare testimonianza. Gentilezza, modi semplici, cordialità spontanea e attenzione ai dettagli. Mi tocca ancora citare Pasolini: “Ora, uno dei luoghi comuni più tipici degli intellettuali di sinistra è la volontà di sconsacrare e (inventiamo la parola) de-sentimentalizzare la vita. Ciò si spiega, nei vecchi intellettuali progressisti, col fatto che sono stati educati in una società clerico-fascista che predicava false sacralità e falsi sentimenti. E la reazione era quindi giusta. Ma oggi il nuovo potere non impone più quella falsa sacralità e quei falsi sentimenti. Anzi è lui stesso il primo, ripeto, a voler liberarsene, con tutte le loro istituzioni (mettiamo l’Esercito e la Chiesa). Dunque la polemica contro la sacralità e contro i sentimenti, da parte degli intellettuali progressisti, che continuano a macinare il vecchio illuminismo quasi che fosse meccanicamente passato alle scienze umane, è inutile. Oppure è utile al potere”.

Concludo questa ampia dissertazione che vi avevo promesso, sperando di non aver abusato della vostra pazienza, con una frase Siate ribelli, vivete eleganti.