Omaggio a Peter Sellers

Lunedi 25 febbraio alle ore 16.30 alla Casa del Cinema il Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale renderà omaggio all’attore inglese Peter Sellers con la proiezione del film Il piacere della disonestà e la presentazione del volume In arte Peter Sellers di Andrea Ciaffaroni. Dopo il film, l’autore del libro incontrerà il pubblico in un incontro moderato da Alberto Crespi.

Vi segnalo anche, su Scrittore in viaggio, l’articolo che ho scritto oggi su Omaha Beach, la spiaggia dello sbarco in Normandia durante il celeberrimo D-Day.

Per tornare a Peter Sellers, quanto mi piaceva. Soprattutto nella “saga” della Pantera Rosa. A me faceva scompisciare letteralmente.

Sellers è un comico liscio come uno specchio. Non c’è alcuna profondità nelle sue maschere: c’è invece una straordinaria ricchezza di comportamenti, di tic fisici e linguistici, una labirintica costruzione del personaggio che non presuppone minimamente una persona. Chi è il dottor Stranamore, da dove sbuca all’improvviso, che infanzia ha avuto? Domande superflue: entra in scena, apre bocca e decide i destini del mondo. Chi è Chance il giardiniere, perché si è ridotto così? Chi è l’ispettore Clouseau, come ha fatto a far carriera, perché ha un domestico giapponese? Chi è Clare Quilty, come ha conosciuto Lolita, cosa lo spinge a travestirsi in modo compulsivo? Di nuovo: domande superflue. Sono personaggi che esistono negli atti che compiono, e quando entrano in scena modificano il mondo attorno a loro”.

L’amico David Lodge, conosciuto sotto le armi, racconta: “Le sue insicurezze derivavano dal fatto che non fosse felice con se stesso: l’unico momento in cui era felice era quando poteva essere qualche altro personaggio”. Sellers, parola di tutti, era un “camaleonte pazzo”.

La sua prima moglie Anne Hayes rincara la dose, pur confermando la vecchia verità secondo cui un uomo che fa ridere una donna è ben più che a metà dell’opera […]: “Penso di aver riso più con lui che in tutta la mia vita. Era amorale, pericoloso, vendicativo, un totale egoista, e allo stesso tempo aveva il fascino del diavolo”.

E a proposito del suo talento di trasformista, aggiungeva: “È stato come aver sposato le Nazioni Unite”. Ecco, dal punto di vista artistico Peter Sellers era l’ONU. Per questo – anche se non è il protagonista di Lolita – Clare Quilty è “il” personaggio.

A cominciare dal nome sessualmente ambiguo, è una congregazione di anime, un mostro polimorfo. Non ha psicologia: è un “Es” esploso in mille rivoli, opposto all’Ego ipertrofico di Humbert Humbert (che invece di un nome e un cognome ha due nomi, o forse due cognomi).

Qualsiasi tentativo di psicoanalizzarlo si fermerebbe di fronte a un baratro, come Sellers sapeva benissimo, perché una folgorante battuta di Clouseau in Uno sparo nel buio – “chi ha costruito quell’ordigno andrebbe psicoanalisato” – è troppo teorica per essere casuale.

Sellers funzionava così, in un proliferare di identità che nascondevano l’unica identità invisibile, la sua. […] È il comico puro, l’Omega della comicità: all’altro capo, al punto Alfa, c’è il volto di pietra di Buster Keaton che senza mutare mai ti fa vedere la molteplicità dell’esistenza. Credo veramente che Sellers e Keaton siano stati i due più grandi comici della storia dell’umanità. E se Peter in realtà si chiamava Richard, Buster si chiamava Joseph Frank. A proposito: l’ordigno di cui sopra, quello da “psicoanalisare”, era un supporto per stecche di biliardo; c’è una strepitosa partita a biliardo anche in Hollwyood Party e ce n’è un’altra, la madre di tutte le partite, in Sherlock Jr. di Keaton. Non può essere un caso” (dalla Prefazione di Alberto Crespi al libro di Andrea Ciaffaroni, In arte Peter Sellers).

Ore 16.30 Il piacere della disonestà di Peter Sellers (1961, 97’)

La Cineteca Nazionale ha messo a disposizione la copia depositata in occasione dell’uscita italiana del film: Il piacere della disonestà è sostanzialmente invisibile da allora, tanto che anche molti esperti di Sellers non lo conoscono e non l’hanno mai visto.

È un delizioso film di impianto teatrale, ispirato a una pièce di Marcel Pagnol e interpretato, oltre che dallo stesso Sellers, da Nadia Gray, Michael Gough e Herbert Lom, che pochi anni dopo avrebbe fatto coppia con Sellers nella saga della Pantera rosa interpretando il mitico ispettore Dreyfus. La copia depositata in Cineteca è in pellicola ed è doppiata in italiano, il che renderà la visione del film doppiamente “vintage”: per il supporto, e per le voci italiane che rendono Il piacere della disonestà un esempio della cosiddetta “epoca d’oro” del nostro doppiaggio. Il titolo originale del film è Mr. Topaze.

A seguire incontro moderato da Alberto Crespi con Andrea Ciaffaroni. Nel corso dell’incontro verrà presentato il libro di Andrea Ciaffaroni, In arte Peter Sellers, Sagoma, 2018).

 

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Animali, sfatiamo qualche mito

Gli animali sono individui, ognuno con personalità, sentimenti, cuore, mente e un gran desiderio di vivere. Carl Safina lo spiega nel suo volume Al di là delle parole, Cosa provano e cosa pensano gli animali (Adelphi, Collana Animalia, pp. 687, Euro 34). Chi li ama gli animali sa di cosa sono capaci e che importante presenza riescano ad essere nella vita di ciascuno col mondo che riescono a portare e a comunicare.

Carl Safina racconta in maniera documentata e poetica questo splendido mondo. Racconta degli elefanti africani, dei lupi di Yellowstone e delle orche del pacifico nord-occidentale, in un viaggio avventuroso che svela le meraviglie del mondo animale, di cui noi “bipedi” siamo parte, perché viviamo tutti sotto uno stesso cielo. Checché ne pensi Sua Banalità. Non si dovrebbe infatti incentivare un pensiero di superiorità verso l’essere umano ma cercare una convivenza armonica e pacifica con gli animali come con l’ambiente ma questa è un’altra storia.

Del volume di Safina mi ha molto affascinato la parte dedicata ai lupi. Da amante della cultura “pellerossa” e di tutte le storie legate a quel mondo, il lupo ha esercitato in me uno straordinario fascino. Ricordo che, prima che me la “zotttassero,” sulla mia esausta R4 di 16 anni troneggiava un adesivo del Wwf che recitava, con un lupo come immagine preponderante, un motto Sioux, “con tutte le cose e tuttgli esseri saremo fratelli”.

Dunque, sento più “consanguineità” con gli animali, molto spesso più che con gli umani. E Come dice Conrad nel suo mitico Cuore di Tenebra: ho bisogno di una solitudine selvaggia dimenticata da Dio. O forse di un paradiso popolato esclusivamente da animali.

Tornando al lupo, mi ha sempre affascinato la loro complessa struttura organizzativa: sanno chi sono, chi sono i loro familiari, amici e nemici, provano sentimenti, ambizioni, elaborano strategie e alleanze, lasciandosi definire delle loro relazioni.

Però il mito da sfatare è quello del maschio dominante. Gli scienziati hanno spesso trascurato invece le intelligenze femminili anche negli animali. Anche tra i lupi. Il “capo” infatti non è un “coatto”, aggressivo e stalker, non è un violento ma colui che si prende cura degli altri.

Non è il lupo simbolo del demonio di cui Hitler si sente incarnazione. No, direi proprio di no, sono balle per giustificare nell’umano le proprie azioni. Come accade con Cappuccetto Rosso. La metafora del male è l’animale quando invece, nella realtà, il male, è colui che uccide per divertimento e crudeltà.

Ricordo ancora, quando andavo in Abruzzo, nel Parco Nazionale a fotografarli, una scena. Siamo in inverno. Un lupo maestoso. lo guardo a distanza, veglia su di un’altura, silenzioso e fiero, mentre il “branco”, parola che Safina non ama perché associa a retorica e ferocia, se ne sta disteso tranquillamente sotto alcuni alberi. Forse a vegliare è proprio una femmina, una “lupa” come quella di Roma che allatta e fonda la storia del mondo.

A prendere infatti la maggior parte delle decisioni, dove andare, come e quando cacciare, dove fare la tana, sono proprio le femmine tra i lupi e femmine dalla spiccata personalità. Come ricorda Anna Mannucci in un articolo apparso sul Corriere della Sera tempo fa: “La vita sociale dei lupi è complessa, richiede abilità cognitive e politiche, lealtà e assistenza reciproca, e ruoli differenziati, per esempio sono pochi quelli che vanno a caccia ma che poi sempre condividono la preda. Anche tra loro, ovviamente, ci sono quelli che non si comportano bene e tra sorelle ci può essere competitività anche feroce. I lupi del parco di Yellowstone, un francobollo lo definisce Safina rispetto al territorio precedentemente abitato e percorso da questa specie, sono stati portati dal Canada in tempi recenti, perché quelli originari, circa un milione di individui, erano stati sterminati dagli uomini. Uccidere e far soffrire gli animali è sempre stata una nostra caratteristica”.

Oppure quanto scrive lo stesso Safina nel libro: “Non è poi così assurdo che una creatura violenta come un lupo possa autoaddomesticarsi tramutandosi nel nostro compagno più amato. Loro potrebbero dire qualcosa di simile su di noi. Nella forma del loro avatar, i lupi si mescolanmo agli esseri umani grazie alla loro fine perrcezione innata della vita all’interno e all’esterno del gruppo. Un lupo sa chi proteggere e chi attaccare e come difendere qualcuno fino alla morte”.

Interessante anche quello che la stessa “collega” scrive a proposito dell’orca che assolutamente non è da considerarsi assassina come certe scempiaggini da Hollywood hanno saputo creare nell’immaginario collettivo: ” La terza scena che Safina ci presenta è il mondo marino delle orche e di altri cetacei, un ambiente acquatico dove risuonano i tanti segnali acustici di questi animali, che ancora non capiamo abbastanza. Anch’essi perseguitati, uccisi o catturati per essere portati nei grotteschi parchi acquatici. Eppure anch’essi mantengono la curiosità e la simpatia verso questi strani esseri a due zampe e nessuna orca in libertà, nonostante l’aggettivo assassina che le è stato appioppato, ha mai ucciso un umano. Questo è un dato molto interessante e incomprensibile: nonostante tutto molti, troppi, animali continuano a essere amichevoli e leali con la specie più distruttiva e feroce che esista. Gli antichi aneddoti sui delfini che salvano persone in difficoltà sono confermati”.

Che dire poi degli elefanti? Amano stare in compagnia, vivono in famiglie “ampie” dove insieme proteggono i più piccoli e al cui vertice, spesso, la guida è affidata ad una “matriarca”. Pensate che la femmina è anche depositaria di “identità”, trasmettendo storia e cultura del gruppo.

L’approfondita ricerca di Safina porta ad un assioma: negare mente, sentimenti, personalità agli animali è stato a lungo un dogma pseudo-scientifico, che però ha autorizzato l’abuso più sfrenato e crudele. Non siamo affatto speciali, insomma, anzi, in molti casi, siamo più che infami.

La ricerca della differenza a tutti i costi, noi superiori e loro inferiori, ha sempre ossessionato molta parte della scienza e degli scienziati che si sono basati su ricerche stereotipate che hanno dato vita a infiniti luoghi comuni, alimentando indifferenza e “freddezza”.

La banalità del male, anzi l’ossessione di superiorità e di stare nel giusto. Leggiamo ancora quanto sottolineato dalla Mannucci: “Su questo Safina porta innumerevoli informazioni e storie, perché anche le vicende personali e alcune tradizioni popolari hanno un loro senso, e arriva a dire: una delle caratteristiche che ci rendono umani è il forte annienta il debole, pure all’interno della nostra specie, si pensi alle «tribù primitive» sterminate. Dice Safina: Siamo tutti polvere di stelle; figli della stessa terra, individui collegati da reti di affetti e intensa comunicazione, ben al di là delle parole”.

Siamo polvere, dunque, come i nostri migliori amici. A tutti spessa la stessa sorte. rendersene conto, magari, può significare sviluppare quell’importante senso di empatia che conduce al sentimento di fratellanza con tutti. Non a caso sul braccio ho tatuato uno dei simboli del Bushido, antico codice Sanmurai, che significa compassione.

E quando si pretende di essere superiori, di pensa di essere il vertice, mentre tutti ci ammaliamo e subiamo la stessa sorte, compassione sì mi viene, anche per l’animale peggiore. Quello a due zampe. Con buona pace di Sua Banalità. Soprattutto per evitare lìincubo dei potenti: “che un giorno il gregge si trasformi in branco”, provando l’istinto di libertà.

Tornare “viaggiatori”, con un libro “Oltre è un Cielo in più”

Ammetto che ogni volta che si tratta di prenderei l’aereo, preferirei quasi uscire a cena con Orfini e la Boschi. Dico quasi perché la vita è bella e prima del suicidio ce ne corre. Però quando ho letto di un volume, Oltre e un cielo in più, che racconta la storia di un viaggio lungo 10mila chilometri senza aerei per arrivare dall’Isola di Skye in Scozia sino al Giappone, beh, mi sono detto, ho ancora qualche speranza. Sia di viaggiare sia di non dover attraversare conventicole sgradite. Mi sono messo sulle tracce dell’autore e, dopo averlo “scovato, l’ho intervistato.

In questo link di Green Planet News che vi riporta all’articolo potrete leggere alcune curiosità oltre a vedere le foto che narrano in forma di visione, parte della splendida traversata effettuata da Luca Sciortino, questo il nome dell’autore del volume che è giornalista, scrittore, viaggiatore, filosofo e pure fotografo.

L’ho trovato molto simile a Bruce Chatwin nella sua visione del mondo ma soprattutto in quella voglia di “essere altrove” a 47 anni. D’altra parte questa “alternativa nomade”, questa “anatomia dell’irrequietezza” di cui Chatwin ci narra portandoci a viaggiare con la mente e a dilettarci con la fantasia, ah la fantasia, è proprio l’essenza di partire, lasciandosi tutto il resto alle spalle.

Quante volte, rapiti dai nostri sogni, siamo arrivati alla sommità di un desiderio come questo? Perché ho in uggia, ma non da ora, da decenni, la globalizzazione? Perché vorrebbe toglierci il gusto di essere viaggiatori per trasformarci in turisti di massa, in schiere di consumatori compulsivi dall’occhio spento.

Ricordo la sensazione di stupore e di meraviglia quando in R4 GTL giravo per l’Europa e, oltrepassando ogni frontiera di paese diversa, mi coglieva la sensazione dell’esotico anche a Bressanone. Oggi invece l’esotico si è trasformato in “esostico”, tutto uguale e pesante come un caterpillar, incomprensibile come l’euro, un volume come questo ci riconsegna al piacere di tornare un po’ viaggiatori.

Questa è e sarà sempre la nostra resistenza.
Buona lettura.

 

Audiolibri, una piacevole scoperta

No, vabbé, chiamatemi folle o come meglio credete. C’è gente che quando prova conati di angoscia, si abbarbica sui rovi della malinconia, si butta giù. Oppure per non pensare se la beve, se la fuma, si incoccia sul pornoweb, per non dire di peggio. Che ti faccio io? Mi sparo un audiolibro, mi inietto nelle vene una voce teatrale che mi inebria, una storia struggente e via, l’angoscia si ritrae, come un demone scornato.

Vi ho già accennato a questa piacevole scoperta. Ma dalla prova gratuita che ho effettuato su Audible allo sborso di 9 euro al mese per fare incetta di titoli, è un attimo. E mi sono convinto. Alla faccia di un ebete sputasentenze che incontrai una volta per lavoro, in una di quelle tavolate da rincoglionimento tale che passare all’Isis e farsi esplodere, sarebbe stata un’alternativa.

Asseriva, come un guru alla vaccinara anzi alla quinoa, visto il tipo, che questo no, e queest’altro pure, e Amazon, e il capitalismo e ci vuole una moneta alternativa, tutte cose sacrosante per carità, macchecojoni, con licenza parlando. Poi scassa i maroni su Amazon e lo vedo sedersi all’uscita sulla cadrega del Nissan Quasquai a suvvettare l’asfalto, coerenza da borotalco, di qua e di là.

Insomma, ebete a parte, se l’ebook ha fatto praticamente la fine di Renzi, per i classicisti sovversivi l’audiolibro è si una scoperta ma qualcosa che sembra venire da molto lontano. Intanto quando mi cuffietto e mi concentro sull’ascolto, mi sento come un inglese la sera davanti ai bollettini di Radio Londra. Massima attenzione, fottiti malinconia. C’è altro a cui pensare.

Ad esempio, dopo la lettura ascoltata di Pinocchio, ora sono ad uno dei romanzi più belli che abbia letto in passato: La Storia di Elsa Morante. Narrato da Iaia Forte con la sua splendida voce di attrice di teatro, davvero, sono momenti e sono soddisfazioni. Ce ne sono di titoli su Audible. E dire che La Storia alla sua prima lettura, 126 capitoli, mi entro davvero dentro. Un libro ricolmo di ricordi con mio padre a parlarle per ore, su una descrizione o su un’altra.

Oggi sono arrivato al capitolo in cui nasce il piccolo Giuseppe Felice Angiolino, figlio del soldato tedesco che usa violenza alla dolcissima Iduzza. Ecco, quando si dice struggente, struggimento, intenso, tormentoso, dolce, ecco tutto questo è La Storia del piccolo Giuseppe.

Ascoltato in totale immersione è malinconia che si trasforma nel cuore pulsante della vita, nel corpo che viene alla luce, nell’anima che risplende perché viene dalla luce. Un conato di nostalgia e via. Il ricordo, una voce, un attimo ben speso compensa ogni urto, lenisce il percorso, un antidoto dove anche la speranza prende le ali, così, solo perché c’è qualcosa che ti fa stare bene.

Anche un audiolibro può condurti a questo attimo. Dove i sogni si fanno passato, i morti dialogano, Elsa Morante mi pare di vederla scrivere, le memorie, di gioventù e di eternità, si fanno militanza, lotta, passione, amore, desiderio, studio, lavoro, riconoscimento.

Dove accoglienza significa prima di tutto essere lì, dove tu sei stato e sei ancora per ciò che vedi del tuo vissuto. E sei anche capace di ascoltarlo senza più litigarci. Come un audiolibro, si, proprio come un audiolibro.

Buona serata.

La Rivoluzione delle api: intervista e recensione

Quando si ha passione, si va avanti sempre. Il senso di un lavoro fatto bene è tra le migliori soddisfazioni. Anche quando talvolta al posto delle pacche sulle spalle, servirebbe anche altro. Ma non è questo. E’ che bisogna credere in quello che si fa.

Io ad esempio, lo sapete, amo dare voce alle cose belle, a quelle interessanti. Ho pubblicato ora su Green Planet News l’intervista a due giornaliste giovani e gagliarde, Adelina Zarlenga e Monica Pelliccia, che hanno fatto il giro del mondo raccogliendo storie per testimoniare l’importanza delle api per la nostra salute e per l’ambiente.

Lo stile è avvincente, narrativo, sempre approfondito e documentato, una via di mezzo tra la pappa reale intellettuale e il new journalism alla Truman Capote.

Il libro si intitola La Rivoluzione delle api. Come salvare l’alimentazione e l’agricoltura nel mondo con prefazione di Vandana Shiva. Le api sono il termometro dell’ambiente. Se stanno bene loro, stiamo bene anche noi.

Nell’intervista sono emersi alcuni punti importanti: i pesticidi stanno distruggendo l’agricoltura, quello che acquisti da una parte ha inevitabili ripercussioni su un’altra parte del mondo.

Significa che dobbiamo diventare tutti più consapevoli su cosa acquistare, prediligere il chilometro zero, scegliere prodotti locali e di fiducia, cambiare mentalità, scegliere una agricoltura alternativa.

La sfida, su molti fronti, si gioca sulla consapevolezza, come amo ripetere. Giova ricordare a questo proposito, quanto asseriva un uomo dall’illustre pensiero come Antonio Gramsci: “Cultura, non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri”.

Salvare le api significa salvare l’ambiente e la nostra sopravvivenza. Buona serata e buona lettura.

Aldo Moro: la Guerra Fredda in Italia, un libro

Sono passati 40 anni. Pochi giorni fa, il 9 maggio, l’anniversario. Quaranta anni da quando il corpo dell’onorevole Aldo Moro viene fatto ritrovare dalle Brigate Rosse all’interno del bagaglio della Renault 4 rossa in via Caetani, in zona strategica e mediatica tra Piazza del Gesù e via delle Botteghe Oscure, rispettivamente sedi dei due partiti di potere più rappresentativi dell’Italia di quel momento: la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista.

In pochi hanno sottolineato che il luogo del ritrovamento è però esattamente all’ingresso di Palazzo Caetani, sede del Centro Studi Americani, una struttura che si occupa di promuovere e valorizzare i rapporti tra Italia e Stati Uniti. Riusciamo a comprendere meglio il significato di questo messaggio leggendo l’ultimo libro del giornalista e scrittore Pino Nazio, dal titolo (Edizioni Ponte Sisto) presentato il 9 a Narni nel corso di un seminario del Laboratorio di Criminologia dell’Università di Perugia.

“Aldo Moro: la Guerra Fredda in Italia

Nazio propone però – dati alla mano – quella che è una lettura abbastanza “dominante”, almeno a mio avviso: Moro viene ucciso perché vuole aprire la strada al “compromesso storico” con i comunisti. Questa è cosa nota. La notizia più interessante è secondo me che Moro viene fatto trovare di fronte alla sede del Centro Studi Americani.

Che sia stato ucciso per impedire il compromesso storico ormai, quasi quasi, pure i partecipanti del grande Fratello lo sanno. Ovviamente non voglio dire che il libro di Nazio non sia interessante, anzi.  Però sarebbe interessante approfondire, ad esempio, alcuni lati della vicenda. Come il significato della svolta militare delle Brigate Rosse con l’ingresso di Moretti e della piena inutilità di una strage pianificata per lanciare un avvertimento preciso.

Moro, fin dal dopoguerra, è un lungimirante interprete della politica nazionale. Vuole l’ingresso del Pci nell’area di governo e per questa ragione viene eliminato. Che il compito di ucciderlo sia ricaduto sulle Br non è determinante, quello che è fondamentale è il motivo per cui lo statista sarebbe comunque dovuto morire. Il libro ripercorre la stagione delle stragi e della strategia della tensione, degli attentati e del terrorismo rosso e nero, restituendo un quadro unitario e chiaro di quello che è successo.

Un modo per scoprire i retroscena di avvenimenti drammatici, solo apparentemente senza colpevoli. Si parte dalla strage di Portella della Ginestra, passando per quella di Piazza Fontana, fino all’attentato al treno Italicus su cui Moro avrebbe dovuto viaggiare e poi, per un contrattempo, scendere all’improvviso. Si parla della salma di Mussolini, trafugata dalla sua originaria sepoltura, e dell’attentato a Togliatti, dei numerosi tentativi di colpo di Stato e della loggia massonica P2 di Licio Gelli, degli apparati di sicurezza che invece di difendere la Repubblica, lavoravano per le potenze straniere. Una storia comunque interessante che si legge in maniera scorrevole come un romanzo avvincente, se non fosse che ha lasciato una lunga scia di sangue di migliaia di innocenti.

Esiste un filo sottile”, scrive Pino Nazio, “invisibile come un fiume sotterraneo, che lega tanti avvenimenti oscuri del dopoguerra”. La prefazione del libro l’ha scritta David Sassoli, profondo conoscitore dell’opera di Moro.

“L’Italia non era un paese qualsiasi dell’Europa occidentale”, scrive il vicepresidente del Parlamento Europeo, “ma una vera e propria frontiera… Come in ogni frontiera la sfera politica e quella militare non ammettevano vistose dissonanze”.  La morte di Moro ha contribuito a rendere – ancora oggi – il nostro Paese più debole e incerto. Se fosse oggi l’Italia una frontiera sarebbe una ricchezza. Perché a ben guardare, forse, oggi è diventata terra di nessuno.

 

Sperare in un mistero

Mi piace sapere, scoprire, approfondire.

Ci sono molte cose su cui è necessario fare luce, su cui “farsi” passione.

Come San Giovanni della Croce, e come sottolinea il filosofo Edgar Morin, ritengo che ci sia “una nube tenebrosa” sui cui non riusciremo mai a fare davvero chiarezza.

Come scrive Edgar Morin nel suo ultimo libro Conoscenza, Ignoranza, Mistero (Raffaello Cortina Editore, Traduzione di Susanna Lazzari, pp 160, euro 12) : “Cosa si conosce, cosa si può conoscere della realtà? La conoscenza, diventata problematica, rende problematica la realtà stessa, che rende altrettanto problematica la mente produttrice della conoscenza…”.

Si tratta, dunque, di una sfida alla certezza proposta dall’arido “scientismo”, una polemica con la pretesa della ragione di sapere ogni cosa.

Interessante quanto afferma Morin a questo proposito: “Einstein si incanta davanti alla ragione superiore che regge l’universo. Ma io la vedo intrisa di follia”.

Come non dargli “ragione” a Morin?

Che continua così: “Giungiamo alla relazione inseparabile e circolare tra realtà, conoscenza, mente e cervello. Scopriamo un ignoto in ciascuno di essi e, cosa paradossale, l’ignoto si trova all’interno di ciò che conosciamo e di chi conosce”.

Faccio ancora più mie queste parole di Morin: “Ciò non ha spento la mia sete di conoscenza ma l’ha intensificata e aumentata allo scopo di tentare di conoscere la conoscenza stessa, le sue possibilità, i suoi limiti… Sento sempre il piacere delle scoperte, delle elucidazioni, nei riguardi sia dell’universo sia della realtà quotidiana. Ciò ha suscitato in me, sempre più fortemente, lo stupore, talvolta la meraviglia, talvolta la vertigine, di essere in vita, di camminare, di stare al sole, di guardare la luna che si leva nel cielo notturno, di contemplare gli ammassi di stelle, minuscoli ai miei occhi, enormi alla mia conoscenza”.

Ecco il punto. Stupore, meraviglia. Di fronte alla vita e a ogni singulto che siamo ancora capaci di provare davanti al giorno che sorge e alla sera che giunge.

Bisogna averne di capacità, di sensibilità, per avere questo stupore davanti al mondo che ci hanno costruito attorno. Quando incrocio lo sguardo di un animale, ascolto un brano di musica che manda segnali alla mia anima, quando stringo la mano di chi amo o bacio e abbraccio chi soffre in un letto di ospedale, mi stupisco dell’essere e del segreto che, saggiamente, ci viene tenuto nascosto.

Aggiunge Morin: “Quando il grande Einstein resta incantato della ragione superiore che regge l’universo, io non posso impedirmi di pensare che questa ragione superiore è tutta intrisa di follia smodata, con le annichilazioni di materia da parte dell’antimateria, le collisioni e le esplosioni di stelle, le ininterrotte disintegrazioni di tutto ciò che è integrato, senza dimenticare i cataclismi che la storia della vita ha conosciuto e, se passiamo all’umano, le estinzioni di civiltà, gli annientamenti culturali e il dilagare di massacri e deliri e crudeltà di ogni sorta”.

Eppure, nonostante i tempi che viviamo, con  i non violenti che inneggiano alle foibe, i giustizieri che sparano sulla folla, i continuamente riveriti che fanno scempio di diciottenni di cui non rimane nemmeno più la sacralità di un corpo, nonostante Francesco che ha svuotato le chiese e la Chiesa di ogni ritualità e speranza “ultraterrena”, continuo a cercare lo stupore e la meraviglia nella vita stessa.

La realtà è che il mondo è un continuo gioco di ordine e caos, un’alternanza di possibilità e impossibilità che non posso che tentare di esperire al meglio, cercando che prima o poi il segreto mi disveli.

Almeno augurarmelo che ci sia un segreto, davvero una intelligenza superiore a farci chiarezza sul perché dell’ingiustizia e dell’orrore del mondo, di certo mondo. C’è un mistero in tutte le cose. Non un algoritmo supremo, versione matematica iperstratta del Dio Creatore, come la definisce Morin.

No, c’è di più. La sensazione che l’irrazionale non sia lo stigma dell’ignoranza sintetizzato dai razionalisti.

C’è qualcosa che sfugge. Il mistero forse si disvela a chi sa guardare nel quotidiano, nella gioia delle piccole cose. Forse.

È forse questo mistero a farci uomini.

Perché, come scriveva Dostoevskij, “L’uomo  è un mistero. Se, per chiarirlo, vi si passa la nostra intera vita, non abbiamo perduto il nostro tempo”.

Come il Principe Katsumoto ricorda nel film L’Ultimo Samurai: “Il fiore perfetto è una cosa rara. Se si trascorresse una vita a cercarlo, non sarebbe una vita sprecata”.

Come cercare bellezza e sperare in questo segreto. Di rivelazione e di giustizia per tutti.

 

 

La mia prima volta dall’altra parte della barricata

Questa non posso non proporvela.
È la prima volta che mi trovo dall’altra parte della barricata. Anziché fare un’intervista, l’intervistato sono io.
La giornalista e scrittrice Alessandra Hropich, infatti, mi pone diverse domande a proposito del mio libro di poesie appena pubblicato, Fuoco di Parresia.
Mi ha fatto un certo effetto essere intervistato e , inutile negarlo, anche un discreto piacere.
Ho avuto modo di raccontarmi un po’ anziché essere io il narratore di una storia.
Se vi fa piacere leggerla, eccovi il link
https://www.obiettivonews.it/2017/12/23/intervista-a-daniele-del-moro-giornalista-e-scrittore/

 

Fuoco di Parresia

Eccola qua: Fuoco di Parresia, la mia raccolta di poesie in un volume che ora è possibile acquistare on line sul sito di Green Planet Edizioni a questo link https://www.greenplanetedizioni.com/prodotto/fuoco-di-parresia/

Le poesie sono in larga parte quelle pubblicate nel blog ma con una forma diversa, bella e ricca, impreziosite da una copertina che mi sembra centrata.


Ma soprattutto sono, dire arricchite mi sembra poco, dal contributo, dall’inestimabile dono delle mie “amiche” e blogger Adriana Pitacco( https://natipervivereblog.com/) e Serena Lavezzi (https://pennedoriente.wordpress.com/) che desidero ringraziare di cuore.

Hanno scritto, in tutta la perizia della scrittura e sensibilità che le contraddistingue, parole centrate e profonde, su quello che considero un piccolo tentativo poetico per indagare la vita in un, appunto, Fuoco di Parresia.

Perché, come ho scritto, alla fine il mondo, è vero, talvolta, mi tortura ma allo stesso tempo, mi ispira. Grazie anche a lui.

Volevo dirvelo, di questa mia “presenza” mentre vi auguro buon sabato.

 

 

 

La bellezza che fedele aspetta

Voglio augurarvi un buon risveglio e una buona serata con le parole di uno miei scrittori preferiti di cui vi ho già parlato e tante volte tornerò a farlo. Perché Christian Bobin merita più di un accenno. Merita di essere ascoltato in un totale silenzio. Va sorseggiato in disparte, per fare in modo che tutta la sua poesia trapassi e accarezzi l’anima in un sospiro infinito di vita e realtà. Questo brano è tratto da L’uomo del disastro, – l’angelo, l’infanzia e Antonin Artaud” (Animamundi Edizioni), un volume ispirato da Antonin Artaud e dedicato a lui, una contemplazione sulla forza dell’infanzia vista non come età, ma come stato dell’essere.

Vi segnalo anche, in particolar modo, la meritoria opera di questa casa editrice, capace di fare cultura “militante”, con grandissima fatica, in un mondo strozzato nei gorgoglii del mercato che pur di fare cassa, pubblica di tutto, come la televisione che puntualmente mostra il peggio invece di assolvere alla sua antica missione: informare, intrattenere, educare. Sul peggio stendo l’oblio, per fare di bellezza quotidiana apologia, divulgo Bobin. Ecco il brano:

“Un nuovo mondo sorgerà domani dalle acque aleggianti del sonno e tutto lo sforzo di vivere, vedere e sorridere sarà da riconquistare. La luce del mattino ferirà gli occhi. Dovremo di nuovo ritrovare il nostro corpo, andare verso ciò che, sin dal risveglio, ci viene incontro – donna, uomo, sogno o nuvola… La bellezza ci sta dinanzi, sin dall’alba. Desta prima di noi. Fedele, aspetta. Il suo respiro si irradia nel più esile silenzio, nell’aria intorno ai mandorli. Aspetta che si apra in noi la strada per la quale potrà giungere senza ferirsi. Aspetta per ore intere e il moto della sua attesa è quello del giorno che spunta, fiorisce, poi declina morendo ai nostri piedi, sconosciuto, trascurato. Ogni giorno così: qualcuno viene, ha tra le mani un coltello affilato di pioggia o un solo petalo di rosa, di quelli che lasciamo scivolare tra le pagine di un libro, più leggero dell’aria sul ventre dei passeri. La bellezza è una mendicante o una regina in cammino verso di noi, forse l’una e l’altra insieme… Senza retorica dice: con me, l’assoluto o il nulla”…

E ancora:

Come parlare ai matti, ai morti,

ai bambini, alle chimere?

Come parlarti? Lo ignoro.

Forse, per non mentire più,

raccontare una storia.

Una leggenda perchè si popoli

il sepolcro dei pensieri.

Una favola per addolcire la notte.

 

Leggiamo nell’introduzione di Andrés Neumann:

Christian Bobin ci propone di avviarci assieme a lui in un viaggio immobile, in una danza sulla musica silenziosa e misteriosa del nostro cuore e del nostro respiro, lui con la scrittura e noi con la lettura, in ambiti che conosciamo bene ma che raggiungiamo con molta difficoltà: la lentezza dell’infanzia, le sensazioni degli elementi sulla pelle: pioggia, sole e vento, le soglie che dividono abbondanza da scarsità, i vivi dai morti. Si possono allora aprire paesaggi di bellezza e inquietudine folgoranti. Ma prima di ogni altra cosa egli ci aiuta ad affinare la sensibilità all’ascolto (…) Un libro è un cuore che batte nel petto di qualcun altro, e quello di Christian Bobin finirà inevitabilmente per battere nel nostro (…) Parole dette nel totale silenzio della scrittura, e sentite nella solitudine della lettura, possono consentire una condivisione di rara potenza. Tutti abitiamo un luogo più profondo di quello che la società umana ci fa credere. Bobin e Artaud sono maestri nel ricordarcelo.

E nella postfazione di Caterina Piccione

Dove si toccano poesia e teatro, là si incontrano Bobin e Artaud. Sulla soglia dell’esperienza muta, dove si intrecciano urlo e sussurro.  Artaud urla l’impossibilità di tradurre i propri pensieri in parole. Bobin gli sussurra, piano, che è possibile. Bobin cerca di far parlare Artaud, trovando una voce per lui che sia in contatto con il mondo della vita. Lo vede vivere in un deserto, e gli porta acqua fresca. Per non allontanare la follia di Artaud in un ideale estetizzato, Bobin gli mette a disposizione il suo linguaggio, riuscendo a recuperare la missione che ha spinto Artaud lungo tutta la sua vita: il senso di una scrittura poetica come scrittura del corpo. 

Non mi rimane che dire: che sia sempre un augurio, di tanta, tanta bellezza. Se possibile, cercarla sempre.