Il tempo di uno scatto, una mostra fotografica

No, vabbé. Sono queste le mostre che mi ci immergo. Fotografia, tempi passati, Italia in bianco e nero e una speranza: resistere, resistere, resistere. La Casa del Cinema di Roma dal 29 agosto al 9 settembre  ospita la rassegna, a ingresso libero, Il tempo di uno scatto: ’58-’68-’78, una mostra fotografica curata da Made in Tomorrow e Marcello Geppetti Media Company.

Si tratta di un percorso che ci traghetta attraverso tre decenni di storia italiana “rivisti” con gli occhi e i racconti di chi c’era e ne ha vissuto in prima persona i cambiamenti, i tumulti, le svolte storiche. Il cinema è sempre grande protagonista e interprete di queste vicende e mutamenti sociali e culturali, e Marcello Geppetti, autore degli scatti in mostra, ne ha saputo intepretare diversi aspetti. Tutti questi avvenimenti sono infatti rimasti ben impressi sulla pellicola di Geppetti, oltre che nei titoli in prima pagina dei giornali e nei manifesti che riempivano le città.

Cronologicamente si parte dal 1958, anno di rinascita e desideri. Roma ospita il più grande fenomeno di costume del Novecento, la Dolce Vita. Ma la luce di tutti quei riflettori finirà per accecare i Sessanta. Dal ’62 in poi, infatti, l’entusiasmo si spegne e si accendono i tumulti nei cuori dei più giovani.

Non basteranno le danze scatenate nel neonato Piper (1965) di Via Tagliamento a placarli. Arriverà quel 1 marzo 1968, con i suoi scontri a Valle Giulia, a cambiare le carte in tavola e a relegare in secondo piano la leggerezza del periodo precedente.

Gli scontri di Valle Giulia, piccola digressione personale che spero mi perdonerete, venivano ampiamente “dibattuti” nelle riunioni di redazione di cui vi ho accennato nel post sul conte del pensiero forte. Fece scalpore, in quell’anno, la realizzazione di una “rivoluzionaria” e momentanea alleanza tra opposti estremismi in funzione antisistema.

Anche se si trattò di una faccenda mitizzata su cui il sistema “giocò” ampiamente perché a scontrarsi furono giovani da una parte e giovani e meno giovani delle Forze dell’ordine dall’altra. Sicuramente, però, dal punto di vista simbolico fu un fatto enorme e spesso in riunione quando di fronte a certi racconti rimanevo molto critico, ribadivo alcune convinzioni di oggi: occhio, che il sistema, soprattutto quello che fa capo a certi poteri e che imbavaglia quasi tutta l’informazione, agisce in maniera da distogliere l’attenzione dai fatti per consegnarci alle vicende.

Come accade oggi, siamo passati dalla Strategia della tensione alla strategia della disattenzione o della disinformazione. Per tornare alla mostra, arriviamo al decennio del 1978. Si apre così una delle finestre più buie della storia del nostro Paese, quella degli “Anni di piombo”. Un climax di violenze che culminerà nel 9 marzo 1978, giorno del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione della sua scorta. Uno spartiacque incolmabile, ancora oggi pieno di interrogativi. Tutto da leggere, soprattutto fotograficamente.

Caso

CASA DEL CINEMA
Spazio culturale di Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale
INDIRIZZO Largo Marcello Mastroianni, 1
INFO tel. 060608 www.casadelcinema.it www.060608.it
INGRESSO GRATUITO

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Allora senti, Chandra Livia Candiani

“Allora senti
ci sarà un lupo
e sarà bianco
tu sarai bendata
e gli starai in groppa
in piedi
correrete insieme
slacciàti dalla ragione
legittimi alla velocità dell’aria.
Non ci sarà bisogno di fidarsi
avrà fiuto e tu equilibrio.
Dovrai tener caldo alle parole
tenerle in un orto sotto la camicia
a stretto contatto con la pelle.
Bruceranno e graffieranno.
Lasciati bruciare.
Passerete dalle città
non levarti mai la benda
anche quando sentirai chiamare
lusingare invocare resta dritta
in piedi in groppa al lupo.
La memoria è una fabbrica
che non smette mai
fa i turni di notte e non ha festivi.
Il lupo slaccerà i ricordi
uno per uno ne farà
fiocchi di neve.
Il vuoto sarà vasto
e alto e profondo
lo chiamerai carezza.
Allora senti”…

Chandra Livia Candiani
FATTI VIVO, Einaudi 2017

E la morte non avrà più dominio

Una delle più belle poesie di un poeta che amo, Dylan Thomas, una lirica che è la mia preghiera, la mia speranza di fronte all’eterno sospiro che ci fa scoprire la fragilità di tutte le cose.

Un invito a vivere, a farsi “dominatori di se stessi”, a credere che nulla ci sarà mai tolto.
Perché ogni strappo venga ricucito.

Il mio pensiero per Gotanda, il gatto di mio fratello e mia madre, che ha raggiunto stamattina sul Ponte dell’arcobaleno il mio amato Gastone, pochi mesi dopo di lui. Anche per loro, come per Gastone, sono stati 15 anni di meraviglioso amore e di vita insieme.

Gastone e Gotanda erano fratelli, Vissuti separatamente, si sono ricongiunti in poco tempo.

E la morte non avrà più dominio

E la morte non avrà più dominio.
I morti nudi saranno una cosa
Con l’uomo nel vento e la luna d’occidente;
Quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite scomparse,
Ai gomiti e ai piedi avranno stelle;
Benchè ammattiscano saranno sani di mente,
Benchè sprofondino in mare risaliranno a galla,
Benchè gli amanti si perdano l’amore sarà salvo;
E la morte non avrà più dominio.

E la morte non avrà più dominio.
Sotto i meandri del mare
Giacendo a lungo non moriranno nel vento;
Sui cavalletti contorcendosi mentre i tendini cedono,
Cinghiati ad una ruota, non si spezzeranno;
Si spaccherà la fede in quelle mani
E l’unicorno del peccato li passerà da parte a parte;
Scheggiati da ogni lato non si schianteranno;
E la morte non avrà più dominio.

E la morte non avrà più dominio.
Più non potranno i gabbiani gridare ai loro orecchi,
Le onde rompersi urlanti sulle rive del mare;
Dove un fiore spuntò non potrà un fiore
Mai più sfidare i colpi della pioggia;
Ma benchè matti e morti stecchiti,
Le teste di quei tali martelleranno dalle margherite;
Irromperanno al sole fino e che il sole precipiterà,
E la morte non avrà più dominio.

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And death shall have no dominion

And death shall have no dominion.
Dead men naked they shall be one
With the man in the wind and the west moon;
When their bones are picked clean and the clean bones gone,
They shall have stars at elbow and foot;
Though they go mad they shall be sane,
Though they sink through the sea they shall rise again;
Though lovers be lost love shall not;
And death shall have no dominion.

And death shall have no dominion.
Under the windings of the sea
They lying long shall not die windily;
Twisting on racks when sinews give way,
Strapped to a wheel, yet they shall not break;
Faith in their hands shall snap in two,
And the unicorn evils run them through;
Split all ends up they shan’t crack;
And death shall have no dominion.

And death shall have no dominion.
No more may gulls cry at their ears
Or waves break loud on the seashores;
Where blew a flower may a flower no more
Lift its head to the blows of the rain;
Though they be mad and dead as nails,
Heads of the characters hammer through daisies;
Break in the sun till the sun breaks down,
And death shall have no dominion.

Contrasti

Il mio augurio di buon ferragosto. Per orizzonti ideali, infiniti, possibili.
Con un contrasto.
Un pensiero di Pierpaolo Pasolini quantomai attuale, soprattutto pensando alla politica e ai “potenti”.

Una stupenda poesia di Mariangela Gualtieri, Bello mondo, da “LE GIOVANI PAROLE” (Einaudi Editore, 2015), un inno alla vita proprio quando il mondo sembra essere meno bello di quanto la poetessa riesca a descrivere con incomparabile bellezza. Soprattutto a leggere in questi giorni tante notizie. Ma, forse, la cosa più bella e più difficile è proprio questa: riuscire a ringraziare sempre, nonostante tutto e credere ancora.

Ma, forse, la cosa più bella e più difficile è proprio questa: riuscire a ringraziare sempre, nonostante tutto. E a credere ancora.

E, in ogni caso, buon ferragosto a tutti, ovunque voi siate, amici miei.

 

Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane

“L’Italia – e non solo l’Italia del Palazzo e del potere – è un Paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue: «contaminazioni» tra Molière e il Grand Guignol. Ma i cittadini italiani non sono da meno. Li ho visti, li ho visti in folla a Ferragosto. Erano l’immagine della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato di «raptus»: era difficile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti.”

 

Mariangela Gualtieri, Bello Mondo

In quest’ora della sera
da questo punto del mondo

Ringraziare desidero il divino
labirinto delle cause e degli effetti
per la diversità delle creature
che compongono questo universo singolare
ringraziare desidero
per l’amore, che ti fa vedere gli altri
come li vede la divinità
per il pane e il sale
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede
per l’arte dell’amicizia
per l’ultima giornata di Socrate
per il linguaggio, che può simulare la sapienza
io ringraziare desidero
per il coraggio e la felicità degli altri
per la patria sentita nei gelsomini

e per lo splendore del fuoco
che nessun umano può guardare
senza uno stupore antico

e per il mare
che è il più vicino e il più dolce
fra tutti gli Dèi
ringraziare desidero
perché sono tornate le lucciole
e per noi
per quando siamo ardenti e leggeri
per quando siamo allegri e grati
per la bellezza delle parole
natura astratta di Dio
per la scrittura e la lettura
che ci fanno esplorare noi stessi e il mondo

per la quiete della casa
per i bambini che sono
nostre divinità domestiche
per l’anima, perché se scende dal suo gradino
la terra muore
per il fatto di avere una sorella
ringraziare desidero per tutti quelli
che sono piccoli, limpidi e liberi
per l’antica arte del teatro, quando
ancora raduna i vivi e li nutre

per l’intelligenza d’amore
per il vino e il suo colore
per l’ozio con la sua attesa di niente
per la bellezza tanto antica e tanto nuova

io ringraziare desidero per le facce del mondo
che sono varie e molte sono adorabili
per quando la notte
si dorme abbracciati
per quando siamo attenti e innamorati
per l’attenzione
che è la preghiera spontanea dell’anima
per tutte le biblioteche del mondo
per quello stare bene fra gli altri che leggono
per i nostri maestri immensi
per chi nei secoli ha ragionato in noi

per il bene dell’amicizia
quando si dicono cose stupide e care
per tutti i baci d’amore
per l’amore che rende impavidi
per la contentezza, l’entusiasmo, l’ebbrezza
per i morti nostri
che fanno della morte un luogo abitato.

Ringraziare desidero
perché su questa terra esiste la musica
per la mano destra e la mano sinistra
e il loro intimo accordo
per chi è indifferente alla notorietà
per i cani, per i gatti
esseri fraterni carichi di mistero
per i fiori
e la segreta vittoria che celebrano
per il silenzio e i suoi molti doni
per il silenzio che forse è la lezione più grande
per il sole, nostro antenato.

Io ringraziare desidero
per Borges
per Whitman e Francesco d’Assisi
per Hopkins, per Herbert
perché scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini.
Ringraziare desidero
per i minuti che precedono il sonno,
per gli intimi doni che non enumero
per il sonno e la morte
quei due tesori occulti.

E infine ringraziare desidero
per la gran potenza d’antico amor
per l’amor che se move il sole e l’altre stelle.
E muove tutto in noi”.

E per concludere, ancora Mariangela Gualtieri,  per dire ancora buon ferragosto, semplicemente non facendo nulla, non…
Contrasti e auguri.

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Crisalide di Eugenio Montale

Mi si confà la malinconica essenza di Eugenio Montale.

Ogni poesia riesce a fare luce, fenomenologia piena su questo nostro umano percorso. Eugenio Montale è il ruggito dello struggimento nella bellezza fragile della consapevolezza del limite, è una carezza sulle piaghe del tempo.

Anche quando affonda le mani nel suo scorrimento inesorabile.

Ogni volta è il groppo in gola, la lacrima che scintilla di un bagliore che trapassa dal cristallo su cui si staglia il cammino della vita.

Non riesco ogni volta a non amarlo Montale, a non rimpiangere che mi manca un certo essere, una determinata epoca in cui nessuno poteva essere Montale. Forse.

Ma provare a cercare la sua mano, la sua parola, si.

Ed era già testimonianza di tutto un mondo che Montale stesso vedeva tramontare prima di impelagarci in una stracciata felicità, “ingrommata” di sorrisi e perdite. Di quel tempo a cui lui ha saputo dare senso.

E che valorizza, il mio di tempo, quando smetto di attraversare il flusso di molte cose inutili e mi distendo su pagine e struggimenti.

Per questo vi propongo la meravigliosa Crisalide tratta dalla raccolta Ossi di Seppia, pubblicata per la prima volta nel 1925 dall’editore e amico Piero Gobetti.

Il tono è negativo, esistenzialista, profondamente “palpitante”. Bellezza e consapevolezza.

Di dare al tempo il valore che merita. E di concederlo a chi sa guardare a infiniti bagliori.

Anche quando il sole tramonta per risorgere ad ogni possibile alba.

L’albero verdecupo
si stria di giallo tenero e s’ingromma.
Vibra nell’aria una pietà per l’avide
radici, per le tumide cortecce.
Son vostre queste piante
scarse che si rinnovano
all’alito d’Aprile, umide e liete.
Per me che vi contemplo da quest’ombra,
altro cespo riverdica, e voi siete.

Ogni attimo vi porta nuove fronde
e il suo sbigottimento avanza ogni altra
gioia fugace; viene a impetuose onde
la vita a questo estremo angolo d’orto.
Lo sguardo ora vi cade su le zolle;
una risacca di memorie giunge
al vostro cuore e quasi lo sommerge.
Lunge risuona un grido: ecco precipita
il tempo, spare con risucchi rapidi
tra i sassi, ogni ricordo è spento; ed io
dall’oscuro mio canto mi protendo
a codesto solare avvenimento.

Voi non pensate ciò che vi rapiva
come oggi, allora, il tacito compagno
che un meriggio lontano vi portava.
Siete voi la mia preda, che m’offrite
un’ora breve di tremore umano.
Perderne, non vorrei neppure un attimo:
è questa la mia parte, ogni altra è vana.
La mia ricchezza è questo sbattimento
che vi trapassa e il viso
in alto vi rivolge; questo lento
giro d’occhi che ormai sanno vedere.

Così va la certezza d’un momento
con uno sventolio di tende e di alberi
tra le case; ma l’ombra non dissolve
che vi reclama, opaca. M’apparite
allora, come me, nel limbo squallido
delle monche esistenze; e anche la vostra
rinascita è uno sterile segreto,
un prodigio fallito come tutti
quelli che ci fioriscono d’accanto.

E il flutto che si scopre oltre le sbarre
come ci parla a volte di salvezza;
come può sorgere agile
l’illusione, e sciogliere i suoi fumi.
Vanno a spire sul mare, ora si fondono
sull’orizzonte in foggia di golette.
Spicca una d’esse un volo senza rombo,
l’acque di piombo come alcione profugo
rade. Il sole s’immerge nelle nubi,
l’ora di febbre, trepida, si chiude.
Un glorioso affanno senza strepiti
ci batte in gola: nel meriggio afoso
spunta la barca di salvezza, è giunta:
vedila che sciaborda tra le secche,
esprime un suo burchiello che si volge
al docile frangente – e là ci attende.

Ah crisalide, com’è amara questa
tortura senza nome che ci volve
e ci porta lontani – e poi non restano
neppure le nostre orme sulla polvere;
e noi andremo innanzi senza smuovere
un sasso solo della gran muraglia;
e forse tutto è fisso, tutto è scritto,
e non vedremo sorgere per via
la libertà, il miracolo,
il fatto che non era necessario!

Nell’onda e nell’azzurro non è scia.
Sono mutati i segni della proda
dianzi raccolta come un dolce grembo.
Il silenzio ci chiude nel suo lembo
e le labbra non s’aprono per dire
il patto ch’io vorrei
stringere col destino: di scontare
la vostra gioia con la mia condanna.
È il voto che mi nasce ancora in petto,
poi finirà ogni moto. Penso allora
alle tacite offerte che sostengono
le case dei viventi; al cuore che abdica
perché rida un fanciullo inconsapevole;
al taglio netto che recide, al rogo
morente che s’avviva
d’un arido paletto, e ferve trepido.

Teologi muti

Ancora parole magiche, ancora Christian Bobin e la sua muta teologia:

 

“Un volto umano, credo di sapere cosa sia: una lettera da decifrare, portatrice di vita o di morte. Viene da lontano. Va stirata. Alcune parole mancano. Ma che cos’è un volto animale?

Ho cominciato i miei studi con i libri e li ho continuati con la lettura dei fiori e delle bestie. Negli occhi roteanti delle mucche ho visto uno stupore che perdona.

La commedia verde dei prati nasconde male il mattatoio e i suoi assassini dalle guance rosse. Nel blu dell’ala delle ghiandaie ho trovato la mia fortuna. I cavalli sono dei nobili di cui non parlo la lingua.

Gli animali sono dei teologi muti. I loro nervi sono le corde del cielo”.

 

 

L’estetica dell’azione

Yukio Mishima mi è sempre piaciuto. In alcune cose di più, in altre meno. Ma la sua estetica dell’azione, tipico tratto rituale della cultura giapponese, mi affascina. Come prendere il té, che adoro, con gesti che affondano il piacere del momento in un tentativo di dare ordine al “divenire”, al fluttuante che preme. Il té irrompe nel caos intimando quiete. Per il té bisogna dominare la fretta e farsi “convitati di pietra”.

E’ un rito. Più della messa moderna che comunica poco, molto poco. Di Mishima, apprezzo la metafisica samurai, l’ascesi capace di fondersi con la sensibilità per generare i disincantanti tentacoli dell’irrazionalità.

“Se il sonno della ragione genera mostri”, Mishima se ne frega ed esprime se stesso e quello che è. Divorato dalla passione, dal demone che si porta dentro cui soggiace, amandolo in un amplesso eroico “antimondano”.

E l’estetica rimane. Anche nella violenza dell’ultimo atto in cui si squarcia il ventre, facendo seppuku, il 25 novembre del 1970 per protestare contro la svendita dei valori tradizionali giapponesi all’America. E ancora non è la sTrumpalata America del 2017.

A 45 anni, assieme ai quattro più fidati membri del Tate no Kai, occupa l’ufficio del generale Mashita dell’esercito di autodifesa. Dal balcone dell’ufficio, di fronte a un migliaio di uomini del reggimento di fanteria, oltre che a giornali e televisioni, tiene il suo ultimo discorso:  “Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! È bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! È il Giappone! È il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo”.

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Si fa violenza, una violenza inutile perché rimarrà solo la testimonianza del gesto e sarebbe stato meglio averlo ancora come poeta, drammaturgo, saggista, regista e scrittore ma rimane elegante anche nella violenza perché, appunto, predilige il senso estetico dell’azione. Scrive: “Coloro che sono nati con il lieto auspicio degli dei, hanno il dovere di morire in bellezza, senza disperdere i doni ricevuti”.
Ripenso al principe Katsumoto del film L’Ultimo Samurai e alla raffinata interpretazione di Ken Watanabe e rivedo Yukio Mishima, paragonato spesso a D’Annunzio, ipnotico portatore di un bruciante magma che palpita dolcezza, passione, dolore, poesia, desiderio, elevazione, vita.
Rivedo Mishima nell’Ultimo Samurai, perché questo è stato e perché la frase “il fiore perfetto è una cosa rara. Se si trascorresse una vita a cercarlo non sarebbe una vita sprecata” poteva dirla lui, passeggiando tra i ciliegi in fiore, parlando con distacco e gesti lenti, cadenzati, rituali.

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Solo un esteta come lui poteva amare i gatti. Mi piacciono le foto che ritraggono Mishima sorridente in compagnia dei suoi gatti. Nelle sue contraddizioni, rimane sempre sospeso come Icaro, tra la morte e l’ascesa, nel volo e nella caduta. Con lui, o l’assoluto o niente. Balugina di Sole e di Acciaio, il titolo del volume da cui questa poesia è tratta e che vi propongo perché da sola vale tutto il libro, appunto, Sole e Acciaio (Guanda Editore, Collana Le Fenici tascabili, 96 pp,  €10).
Una poesia che, nella simbologia di Icaro, ci riporta a tutto il senso di tutta la fragilità e caducità dell’uomo, costretto ad attraversare, ogni giorno, il tema complesso della sua esistenza. Mishima è graffiato di rabbia e sputi ma rimane “apollineo” anche quando, come Icaro, sa di avvicinarsi troppo al sole, di farsi lui stesso plotone di esecuzione. Ma non si sfalda.
Il dubbio stesso appartiene alla bellezza del percorso, nonostante le fondamenta dell’anima a volte sprofondino nella disperazione. Il dubbio genera tutte le eterne possibilità del volo. Nell’illusione, un principio di realtà. Trapassando l’azzurro.
Rimane il limite che molto spesso oggi si dimentica. Questo si che genera mostri. Il desiderio onnipotente di essere tutto. Storditi dal superfluo, trascuriamo l’essenziale. La sua ultima frase, estrema contraddizione del suicidio rituale, sarà una testimonianza della struggente impossibilità di farsi immortali: “La vita umana è breve ma io vorrei vivere sempre”. 

Icaro

Appartengo, fin dal principio, al cielo?
Se non v’appartengo, perché
mi ha fissato così, per un attimo,
con il suo sguardo infinitamente azzurro,
e mi ha attirato lassù, con la mia mente,
in alto, sempre più in alto,
e senza tregua mi seduce e mi trascina
verso altezze remote all’umano?
L’equilibrio severamente studiato,
il volo razionalmente calcolato,
nessuna anomalia sarebbe possibile:
perché dunque la brama di salire nel cielo
è così simile, in sé, alla follia?
Niente mi può appagare,
subito mi tedia qualsiasi novita’ terrestre.
Più in alto, più in alto, instabilmente
vengo trascinato sempre più vicino al fulgore del sole.
Perché la sorgente di luce della ragione mi brucia,
perché la sorgente di luce della ragione mi annienta?
Sotto di me, in lontananza, villaggi e fiumi sinuosi
assai più tollerabili appaiono di quando sono vicini.
Perché mi perdonano, mi approvano, mi invitano,
suggerendo che da così lontano
potrei anche amare l’umano
sebbene un simile amore non possa essere la mia meta?
E, se anche lo fosse, non avrei forse ragione
di appartenere fin dal principio al cielo?
Mai ho invidiato la libertà degli uccelli,
mai ho desiderato l’indolenza della natura,
incitato solo dal misterioso struggimento
a salire, ad avvicinarmi,
ad immergermi nell’azzurro del cielo.
Così contrario alle gioie organiche,
così lontano dai piaceri di uno spirito superiore.
Più in alto, più in alto,
irretito, forse, dalla lusinga e dalla vertigine delle ali di cera?
E dunque, Se dal principio appartenessi alla terra?
E perché la terra, se così non fosse,
provocherebbe con tanta rapidità la mia caduta
senza concedermi il tempo di pensare o di sentire?
Perché la terra così morbida e languida,
mi ha accolto con l’urto della lamina d’acciaio?
La tenera terra si è trasformata in acciaio
solo per mostrarmi la mia fragilità,
affinché la natura mi mostrasse
che la caduta è molto più naturale del volo,
molto più naturale di quella misteriosa passione?
L’azzurro del cielo è un’illusione
prodotta dall’ebbrezza bruciante ed effimera
delle ali di cera, e tutto, fin dal principio
fu escogitato dalla terra, a cui io appartengo.
O forse il cielo, segretamente, favorì il piano
per colpirmi con la sua punizione?
Per punirmi della colpa
di non credere che esista un io,
o di credere troppo nel mio io,
di volere impazientemente conoscere a chi io appar­tenga,
o di presumere di sapere tutto
e di tentare di volare lontano,
verso l’ignoto,
o verso il conosciuto,
sempre verso il punto di un azzurro simbolo?

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L’infinito, un perturbante perduto

L’infinito, un perturbante perduto, la catarsi poetica e l’agnizione di luce nelle parole affilate e ruvide di Amelia Rosselli, figlia di Carlo Rosselli, poetessa della generazione degli anni Trenta.

Morta suicida come Sylvia Plath dalla cui poetica era stata rapita.

Con uno scatto effettuato nell’ora del crespuscolo a Lake Powell, al confine tra Arizona e Utah.

Per le cantate che si svolgevano nell’aria io rimavo
ancora pienamente. Per l’avvoltoio che era la tua sinistra
figura io ero decisa a combattere. Per i poveri ed i malati
di mente che avvolgevano le loro sinistre figure di tra
le strade malate io cantavo ancora tarantella la tua camicia
è la più bella canzone della strada. Per le strade odoranti
di benzina cercavamo nell’occhio del vicino la canzone
preferita. Per quel tuo cuore che io largamente preferisco
ad ogni altra burrasca io vado cantando amenamente delle
canzoni che non sono per il tuo orecchio casto da cantante
a divieto. Per il divieto che ci impedisce di continuare
forse io perderò te ancora ed ancora – sinché le maree
del bene e del male e di tutte le fandonie di cui è ricoperto
questo vasto mondo avranno terminato il loro fischiare…

Amelia Rosselli

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Non andartene docile in quella buona notte

Una delle poesie più belle di Dylan Thomas, dove ad ogni parola, un sussulto dell’anima.
Così la vivo, così la sento.

Non andartene docile in quella buona notte.
No, docile non me ne vado.
Con una fotografia di un tramonto in Toscana, tra le colline di Pienza.

 

Non andartene docile in quella buona notte,
I vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno;
Infuria, infuria, contro il morire della luce.

Benché i saggi conoscano alla fine che la tenebra è giusta
Perchè dalle loro parole non diramarono fulmini
Non se ne vanno docili in quella buona notte,

I probi, con l’ultima onda, gridando quanto splendide
Le loro deboli gesta danzerebbero in una verde baia,
S’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.

Gli impulsivi che il sole presero al volo e cantarono,
Troppo tardi imparando d’averne afflitto il cammino,
Non se ne vanno docili in quella buona notte.

Gli austeri, prossimi alla morte, con cieca vista accorgendosi
Che occhi spenti potevano brillare come meteore e gioire,
S’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.

E tu, padre mio, là sulla triste altura maledicimi,
Benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose, te ne prego.
Non andartene docile in quella buona notte.
Infuriati, infuriati contro il morire della luce.

Vitaleta 10 - 01-01-2017

Buon Natale con le parole di Mariangela Gualtieri

Io sono dei vostri, alberi, sono dei vostri
Animali eleganti, io sono dei vostri. Credetelo.
Sono dei vostri. Ci separa soltanto un fiato infantile,
ma lo so, lo so, sono io tutto quel
manto, sono io il tronco e lo storno e il
falco. Ci separa un niente, colore, capello,
piccolo piccolo nome: l’impianto del
respiro è solo apparente diverso.
Ci guarderemo fraternamente.
Io sarò migliore.
Larga come l’andare di un fiume
grande, ci capiremo con l’albero e col seme,
capiremo l’insetto e la grandine.
Risplendiamo. Adesso.
Essere il mondo, voglio. Sentirmi
a casa nel cosmo. E le maree saranno
la strada del gonfio cuore. Sarà d’amore
se cresco. Se avanzo o calo. Sarà d’amore.
E luce voglio. Così m’impetalo, che mi spensiero,
che rido mentre corro, come la rondine,
mi moltiplico a stelo, gocciolo, mi biforco,
mi alzo e tramonto, mi slargo, mi infaldo,
divento cima e svetto, mi innevo e frano.
Tutto questo io voglio, dolcemente, perché
fuori dell’umano il dolore è uno sparo
minimo e la più gran parte è ridere,
mi pare, il grande canto.
Lo senti il firmamento ? Com’è sereno!
Anche noi siamo dentro.
Abbiamo polverine nelle vene, antiche come il cielo,
sono disciolte nel sangue, hanno dentro
l’impronta di un’andare semplice e grande,
come le grandi sfere. Abbiamo sfere nel sangue,
cartine geografiche con strade d’argento
e vedute telescopiche fino ad
Aldebaran. Abbiamo Vega nel sangue
la stella prodigiosa, e istruzioni precise
per il viaggio per l’appontaggio
e coraggio abbastanza per ogni volo
MARIANGELA GUALTIERI
Una splendida poesia per augurarvi Buon Natale
e abbracciarvi forte forte
buon-natale-2016