Ho un cuore in anabasi

Ho un cuore in anabasi
che sgattaiola spesso
tra le pieghe della vita
in una frammentata catarsi,
struggente desiderio
erotico – velato
di un bagliore
di infinito e di sacro.
Carezzo
col piede nudo
quel profilo che fluttua
su terra amante
in un lattiginoso mondo.
Puntando a inaccessibili vette.
Eppure,
nel ghiaccio apparente,
cristallizzato,
di quotidiano fremito,
il muscolo pulsante, talvolta,
illumina
le pareti del precordio
da cui promanano
folgori.
Di inaudita speranza.
Per un attimo,
di gioia,
che è stilla, di una piccola essenza
e rumori smarriti.
Non c’è tremendezza,
nel fuoco,
ma crepitìo, scrocchio, profumo.
Mi spensiero, mi slaccio, mi spatisco
E, bum bum,
sono me stesso
e dico grazie

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La loro ballata

Ho immaginato i morti in una splendente danza di colori. E ho scritto questa poesia, che vi ripropongo oggi. Ho pensato a loro in maniera gioiosa, senza tristezza.

In una eterna speranza dove si ricompone tutto ciò che apparentemente è stato dissolto. In un infinito ballo, dove non esiste più né l’inizio né la fine ma solo la proiezione infinita di una luce accecante.

La sintassi abbagliante di un crepuscolo incandescente. Per sempre.

A tutti loro, uomini e animali, in qualunque parte del mondo e dell’oltremondo, va il mio pensiero.

È una danza,

 la loro ballata,

che riemerge dai silenzi dell’alba,

la voce dei morti

che oggi risuona

e scuote il torpore di pietra.

Sono scudi e colori,

fuori misura,

fiori schiacciati tra i libri,

incisioni smarrite

nell’iride,

rigenerati in carezze,

sono centimetri, d’amore talvolta,

e ricordi,

il silenzio di Dio,

su molti perché.

Un molle riflesso forse

di giorni logori,

non più cenere

ma infuso,

di zaffiri,

diamanti nel sangue,

di una dolorosa memoria.

Sono loro,

cromatiche scie e slanci d’ametista,

che ogni tanto rivedi,

nella sintassi del crepuscolo,

che svampa le vette.

Non impallidiscono i morti,

non conoscono abisso.

Sono dipinti, intessuti,

sono miraggio che si fa carne,

incandescenti vene d’eternità,

sul telaio dei giorni.

Mentre il cuore ne percorre i barbagli

accarezzando il respiro,

in frammenti,

senza frantumi.

 

A te

La fuga da ogni rabbia,

il tuo piccolo respiro,

è un trincianoia,

vivificante il giorno.

Vibro malamente ma vibro,

quando sento il tuo battito,

di notte,

accanto a me,

mentre cerco nel silenzio

quella pace che non trovo.

Avvolto in polpa,

di palpiti,

mi accuccio,

nella crepa di un racconto,

di un’orma, di una piega,

di uno spigolo,

che sia pure attesa e sogno.

Il mondo lo colori,

di ombra e di mistero,

di gioia e di sostanza,

sulle pene grandi e lievi,

ammucchiando ,

sulla traballanza

di un imperiale camminare,

lo svelamento senza le parole.

Tieni il passo,

fino alla fessura del mio umano sperdimento,

è questo, uno stare bene,

nel ventre incantato,

mentre fuori piove

e io sono con te

come il laccio nella scarpa,

la pietra sulla roccia,

e va via

il guaìto di ogni azzoppatura

lo sbuffo sulla lingua,

lo slabbro sulla gola.

Mi accendi il sangue,

quando arrivi,

mi infiammi di una libertà,

che non possiedo,

mi doni il cielo dei tuoi occhi

per farmi una risacca, si,

di un po’ di felicità.

Niente altro che il capogiro

di stare qui e ora,

senza nomenclatura,

lasciata ogni pretesa,

tracimando l’io appeso all’albero,

m’ingorgo nel cuoricino tuo,

e tutto ha un senso

anche quando c’è il buio spazzatura,

quello palombaro, ingannatore e gnomo irriverente.

E’ un fare niente ma farlo bene,

appeso alla tua buccia,

è piantare un seme,

per un canto semplice

di tana e flusso dolce,

di un meccanismo in volo

che è chiarità.

Non ho regno

ma la tua voce mi fa vento,

mi fa stellato disincrosto,

da tempo e inutilità.

C’è il giorno

C’è il giorno,

quello con l’incrosto

che non si schioda

dal velame obliquo

dell’incompreso

che frana e che confonde

anche la buccia buona.

E’ quando

te ne rimani avvolto

in polpa silenziosa

incuneato

tra gli strisci delle lamine,

uno straccetto, un battito, un suono che non ciocca.

Fuggo Sacripante nello stomaco,

l’irrigidimento della ghirba

sulle crepe della veccia.

Ho scricchiolio di fegato e di bile,

un guaito che è pur sempre fuoco

per tagliare il giorno,

sul divenire della sera.

Scavalco il vacillare

per farmi buio,

palpitante,

di un risveglio altro,

più possente,

che deglutisca,

queste frecce,

questi spilli,

d’umana sonnolenza

e pendagli,

di impiccati colpi,

che mi sbrano,

da me,

nel mio arrancare

su uno sbattuto slancio

Ti custodisco

Ti custodisco,
come si custodisce il silenzio,
in un giorno di pioggia,
fino a una gioia,
che stracci, scoperchi, dissolva nel petto,
uno smarginato cuore,
un sogno sfocato
che odora e scompare,
al mattino che suona.
Mi sottraggo al reale
per farmi impasto visibile
che si proietta
su frontiere e mistero
dove l’ignoto
è un quotidiano
sbriciolar di sassi,
un cammino di danza
su grembi di bagliore.
Mentre la sponda,
è una meta di luce,
è un sospiro che tace

 

 

Scheggia

Come fa il delirio
quando accoglie e oltraggia
tra sbattute sponde
il passato che raggruma,
intento ai manti floreali
cerco scampo
accarezzando
respiri senza verbo
di occhi in amorosi musi.
Divento, poi,
scheggia che s’invola
nel tramonto col sapore di un pompelmo rosa
in attesa delle briciole del giorno.
Sarà forse la mia, una cupa storia
come tante
di groppi e graffi
su vetri infranti e lattonerie di crosta,
forse scialba o sonnolenta.
Ma non mi importa.
Ho la visione di un assolato campo
con lampi d’igniti dardi
in cui c’è traccia
di improvvisi scatti
tra memorie e spilli
e luminose sorti

 

E’ una gibigianna, in briciole

E’ nel sole del mattino
che si nasconde un principio
di stracciata eternità.
Nell’aria fredda
che cospira
sui digrigni delle ombre.
È una cromatica congiura
che slaccia i vessilli
con sembianze d’illimitato.
La fine e l’inizio.
Grovigli inconsapevoli
conferiscono
metafisiche solitarie
a strade quotidiane
affollate di respiri.
Mentre scorrono nuvole,
su secoli di pietra.
È una gibigianna,
in briciole.