Quanta bellezza scapigliata

Quanta bellezza scapigliata,

quanti cieli nudi,

in ogni rincorsa che faccia d’ombra,

un po’ di luce.

Quanta arroventata tenerezza,

batte in ogni alba stanza.

Quando anche

attraversare il quotidiano,

diventa un’avventura.

Di mani e passi,

divelti dalle carezze.

E dall’invisibile.

 

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Un cuore a strappo

Sono.

Un cuore a strappo,

un palpito col detonatore.

Sono di me.

Un pastore di momenti,

un errante coi ricordi,

un trapezista sulla cenere,

uno smisurato aperto

che straccia tasche alle virtù.

Separo e stringo,

disbrigo e custodisco,

Mattini.

Ubriachi d’ali e di cieli,

sussulti e sipari.

Mentro conto.

Tempo e sentimenti.

 

Sei dentro

Ti guardo.

Sei dentro.

Nel viavai bianco, verde, intabarrato,

di vestaglie,

carrelli come burchielli,

visitatori, lamenti e strascichi.

Ti tengo,

tra le mani,

il cuore,

in una risacca di pensieri, di memorie,

che fa sfregio,

a chi è perduto ormai

nel meriggio della polvere,

lui, che trepidava,

agli angoli dell’insensato.

E’ lui, il pattume profugo, che ancora ti batte in gola

mentre singhiozzi il tuo prodigio,

che vivi, nel fallimento di ciò che è stato.

Ma zia, non sei tu una monca vita,

non tu la deriva di questo mondo.

Anche se l’ora si fa buia, incomprensibile,

un gorgo, un flutto,

il mistero non si disvela,

ancora,

tu, sorridi,

con occhi lucidi,

nel tremoroso affanno.

Misuro,

a centimetri il mio battito,

la vita, così scontata, spesso così la vedo,

mentre guardo chi saluta, chi riposa, chi cammina.

E’ una tempesta a volte,

che ci parla di salvezza,

che ci sconquassa dalla norma,

ci riconsegna ad un frangente, ad un solare accadimento.

Spengono le luci,

il soffitto si fa piombo,

la spira strepita.

Sei dentro.

Sei lì, nell’ospedale,

che brulica,

di una tacita speranza,

delle creature più spossate,

a fare lettere,

per le alte sfere.

 

Quella luce

Ho attrazioni metafisiche che dilagano.

In serrati silenzi che fanno patria di dolcezza.

Rintoccano i patimenti.

Però, quella luce, tagliente

 quel dono,

che disnebbia,

è una carezza,

tra gli sfregi del buio.

E vivo allora, e bevo,

di una danza alata e misteriosa,

che mi reclama e mi fa guscio.

Per posare il capo,

ogni tanto.

 

Buon anno

Ho un cuore in anabasi

Ho un cuore in anabasi
che sgattaiola spesso
tra le pieghe della vita
in una frammentata catarsi,
struggente desiderio
erotico – velato
di un bagliore
di infinito e di sacro.
Carezzo
col piede nudo
quel profilo che fluttua
su terra amante
in un lattiginoso mondo.
Puntando a inaccessibili vette.
Eppure,
nel ghiaccio apparente,
cristallizzato,
di quotidiano fremito,
il muscolo pulsante, talvolta,
illumina
le pareti del precordio
da cui promanano
folgori.
Di inaudita speranza.
Per un attimo,
di gioia,
che è stilla, di una piccola essenza
e rumori smarriti.
Non c’è tremendezza,
nel fuoco,
ma crepitìo, scrocchio, profumo.
Mi spensiero, mi slaccio, mi spatisco
E, bum bum,
sono me stesso
e dico grazie

La loro ballata

Ho immaginato i morti in una splendente danza di colori. E ho scritto questa poesia, che vi ripropongo oggi. Ho pensato a loro in maniera gioiosa, senza tristezza.

In una eterna speranza dove si ricompone tutto ciò che apparentemente è stato dissolto. In un infinito ballo, dove non esiste più né l’inizio né la fine ma solo la proiezione infinita di una luce accecante.

La sintassi abbagliante di un crepuscolo incandescente. Per sempre.

A tutti loro, uomini e animali, in qualunque parte del mondo e dell’oltremondo, va il mio pensiero.

È una danza,

 la loro ballata,

che riemerge dai silenzi dell’alba,

la voce dei morti

che oggi risuona

e scuote il torpore di pietra.

Sono scudi e colori,

fuori misura,

fiori schiacciati tra i libri,

incisioni smarrite

nell’iride,

rigenerati in carezze,

sono centimetri, d’amore talvolta,

e ricordi,

il silenzio di Dio,

su molti perché.

Un molle riflesso forse

di giorni logori,

non più cenere

ma infuso,

di zaffiri,

diamanti nel sangue,

di una dolorosa memoria.

Sono loro,

cromatiche scie e slanci d’ametista,

che ogni tanto rivedi,

nella sintassi del crepuscolo,

che svampa le vette.

Non impallidiscono i morti,

non conoscono abisso.

Sono dipinti, intessuti,

sono miraggio che si fa carne,

incandescenti vene d’eternità,

sul telaio dei giorni.

Mentre il cuore ne percorre i barbagli

accarezzando il respiro,

in frammenti,

senza frantumi.

 

A te

La fuga da ogni rabbia,

il tuo piccolo respiro,

è un trincianoia,

vivificante il giorno.

Vibro malamente ma vibro,

quando sento il tuo battito,

di notte,

accanto a me,

mentre cerco nel silenzio

quella pace che non trovo.

Avvolto in polpa,

di palpiti,

mi accuccio,

nella crepa di un racconto,

di un’orma, di una piega,

di uno spigolo,

che sia pure attesa e sogno.

Il mondo lo colori,

di ombra e di mistero,

di gioia e di sostanza,

sulle pene grandi e lievi,

ammucchiando ,

sulla traballanza

di un imperiale camminare,

lo svelamento senza le parole.

Tieni il passo,

fino alla fessura del mio umano sperdimento,

è questo, uno stare bene,

nel ventre incantato,

mentre fuori piove

e io sono con te

come il laccio nella scarpa,

la pietra sulla roccia,

e va via

il guaìto di ogni azzoppatura

lo sbuffo sulla lingua,

lo slabbro sulla gola.

Mi accendi il sangue,

quando arrivi,

mi infiammi di una libertà,

che non possiedo,

mi doni il cielo dei tuoi occhi

per farmi una risacca, si,

di un po’ di felicità.

Niente altro che il capogiro

di stare qui e ora,

senza nomenclatura,

lasciata ogni pretesa,

tracimando l’io appeso all’albero,

m’ingorgo nel cuoricino tuo,

e tutto ha un senso

anche quando c’è il buio spazzatura,

quello palombaro, ingannatore e gnomo irriverente.

E’ un fare niente ma farlo bene,

appeso alla tua buccia,

è piantare un seme,

per un canto semplice

di tana e flusso dolce,

di un meccanismo in volo

che è chiarità.

Non ho regno

ma la tua voce mi fa vento,

mi fa stellato disincrosto,

da tempo e inutilità.

C’è il giorno

C’è il giorno,

quello con l’incrosto

che non si schioda

dal velame obliquo

dell’incompreso

che frana e che confonde

anche la buccia buona.

E’ quando

te ne rimani avvolto

in polpa silenziosa

incuneato

tra gli strisci delle lamine,

uno straccetto, un battito, un suono che non ciocca.

Fuggo Sacripante nello stomaco,

l’irrigidimento della ghirba

sulle crepe della veccia.

Ho scricchiolio di fegato e di bile,

un guaito che è pur sempre fuoco

per tagliare il giorno,

sul divenire della sera.

Scavalco il vacillare

per farmi buio,

palpitante,

di un risveglio altro,

più possente,

che deglutisca,

queste frecce,

questi spilli,

d’umana sonnolenza

e pendagli,

di impiccati colpi,

che mi sbrano,

da me,

nel mio arrancare

su uno sbattuto slancio