Ti custodisco

Ti custodisco,
come si custodisce il silenzio,
in un giorno di pioggia,
fino a una gioia,
che stracci, scoperchi, dissolva nel petto,
uno smarginato cuore,
un sogno sfocato
che odora e scompare,
al mattino che suona.
Mi sottraggo al reale
per farmi impasto visibile
che si proietta
su frontiere e mistero
dove l’ignoto
è un quotidiano
sbriciolar di sassi,
un cammino di danza
su grembi di bagliore.
Mentre la sponda,
è una meta di luce,
è un sospiro che tace

 

 

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Scheggia

Come fa il delirio
quando accoglie e oltraggia
tra sbattute sponde
il passato che raggruma,
intento ai manti floreali
cerco scampo
accarezzando
respiri senza verbo
di occhi in amorosi musi.
Divento, poi,
scheggia che s’invola
nel tramonto col sapore di un pompelmo rosa
in attesa delle briciole del giorno.
Sarà forse la mia, una cupa storia
come tante
di groppi e graffi
su vetri infranti e lattonerie di crosta,
forse scialba o sonnolenta.
Ma non mi importa.
Ho la visione di un assolato campo
con lampi d’igniti dardi
in cui c’è traccia
di improvvisi scatti
tra memorie e spilli
e luminose sorti

 

E’ una gibigianna, in briciole

E’ nel sole del mattino
che si nasconde un principio
di stracciata eternità.
Nell’aria fredda
che cospira
sui digrigni delle ombre.
È una cromatica congiura
che slaccia i vessilli
con sembianze d’illimitato.
La fine e l’inizio.
Grovigli inconsapevoli
conferiscono
metafisiche solitarie
a strade quotidiane
affollate di respiri.
Mentre scorrono nuvole,
su secoli di pietra.
È una gibigianna,
in briciole.

 

Vivi, scansa, evita, schiva

Vivi, scansa, schiva, evita.

Il brutto, l’orrore e la volgarità. Per contrastare con una metafisica di bellezza tutto ciò che non lo è. Questa poesia l’ho scritta pensando a quanto sia difficile darsi alla luce, fare maieutica di se stessi. Si parla molto, si ascolta poco. Soprattutto non si riesce a tacitare il rumore esterno ed interno che spesso impedisce di far capire la realtà.

Ogni passo verso se stessi è l’aprirsi di una possibilità. Di autentica libertà, di autodeterminazione, di consapevolezza senza illusione. Nella penetrazione dei fenomeni, inebriandosi di questa stessa realtà, senza cedere alla fuga che ogni lenitivo propone. Per rendere il vuoto facile da ricolmare con ogni stupidità.

Ecco perché è molto facile fare confusione e proporre l’aternativa del caos, così ammaliatrice. Dare spazio ad una terra nuova e rigenerata, guardare al di là del deserto con occhi ardenti, certi della bellezza, dei colori, di ciò che possiamo sentire, diventando sempre più consapevoli, farsi interpreti di una inerarrabile gioia. Nonostante l’orrore.

Cui possiamo opporre con rinnovato vigore solo la nostra speranza e la volontà di non cedere allo sconforto. Questo è per me ardere, seguirmi, cercarmi. Ogni volta rialzarsi e scrollarsi di dosso la polvere, dando fuoco a ciò che è arido.

Vita che si rinnova e che prova a farlo sempre. Tentare, agire. Per riprodurre ancora gioia e speranza di essere. Perché, come ricorda Albert Camus, “anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo”.

Se quest’uomo riesce sempre di più a comprendere che il destino è nel dare luce alla realtà. Il cuore allora vola alto. Anche quando a volta sembra farsi pesante.

 

Vivi, evita, scansa, schiva.

Artiglia l’aria migliore

con uncini splendenti.

Brucia stoppie

e fusti inariditi.

Ardi

e seguiti

in terra rigenerata.

 

Senza centro non c’è universo

Senza centro non c’è universo.

Torno a casa. Penso a tutta la bellezza possibile, ovunque sia e ovunque palpiti. Solo chi cerca vita trova amore. In un corpo che ti abbraccia, negli occhi di un animale che ti ama, nella natura che ti avvolge. Allora ho voglia di sentirlo questo amore. E lo cerco. Mi siedo, un calice di rosso, musica e immagino.

E scrivo. Come sia bello amarsi, stringersi, toccarsi, illuminarsi e bere alla stessa ciotola di luce e poi stendersi al sole per asciugarsi. E poi fondersi di nuovo. Nella luce e nell’invisibile che danza. In coppe d’ebbrezza.  Non esiste più nulla.

Nemmeno l’orrore che sembra divenuto una pratica quotidiana in questa tragica umanità, sospesa, tra sgomento e follia.

Ripenso al potere di ogni amore. Senza morte. Divenire immortali. A-mors. Nell’altro, per l’altro, fosse anche solo per se stessi e per ritrovarsi in una nuova capacità di capire cosa sia veramente amare e gioire.

E donarsi. E nel farsi, trasformarsi, trasmutarsi in una carne sola. Ho scattato questa foto. Due ragazzi in mezzo alla luce. Nei colori della vita e nella serena gioia di un giorno qualunque.

Ecco. L’antidoto al veleno. E all’orrore che digrigna i denti nella frustrazione e nella follia.
Ma voglio speranza. Di essere. E di non morire più.

Senza centro

non c’è universo.

Nè disegno.

A volte ho l’anima

che è il becco di un silenzio, di un segreto che mi assale.

Irrompe un desiderio di sfrenata tenerezza,

di un’estate che non sia più mondo ma disarmo.

Dal tempo, dalla stupidità che insiste sempre,

da sillabe che strabuzzano

il giudizio

per dichiarare prove d’esistenza,

da religioni dell’odio e dell’orrore.

Per esistere si fa così:

si passa, si ascolta, poi si ama e poi si geme,

insieme,

per molte volte,

trafitti e ubriachi, coi visi immersi

nella stessa ciotola di luce

morbida e sfrenata

necessaria ad allontanarsi

per farsi scala

di splendore.

E non vedere più disperazione.

Allora ho voglia di piegare le lenzuola,

insieme a te.

E sentire il tuo calore

per chiudere il giorno nella notte

e farne teatro

di luminosi sensi

in gocce di fuoco,

e avamposti di bellezza.

Assaggio, bevo, sorseggio alla bocca del cielo

e divento funambolo, mi allaccio a te

in un sigillo trasparente

di ardore, amore, gioia e di splendore.

Via, via da ogni abitato.

C’asciughiamo al sole poi

coi corpi nudi,

in un viluppo solo

che è volontà di gioia, antidoto al veleno di chi non sa

che tutto passa e non ne gode.

L’invisibile danza sui giacigli,

di fiori, per farsi strada dell’essere.

Accolgo le mie piume e dormo.

Nulla esiste più, né mondo né bruttura.

Solo ebbrezza e stelle

che sorridono

e siamo scie che brillano

nell’infinito che si è fatto carne

in un guizzo di speranza e cuore dolce.

Che sia dolce. Cuore. Sempre

castelluccio6-luglio2016

Quando

Quando mi fissa un fiore,

o un impastato vento,

bevo stelle,

nell’abitacolo dei rampicanti.

Senza eccessi.

Però immagino.

E se ne vanno uncini e graffi,

nomi e assilli.

Come un cartoccio di paradiso

che disnebbia

le vele del silenzio, il roveto che sforbicia e, qualche volta,

dilania pure.

Non è diabolico un abisso,

o un buco troppo vuoto.

E’ quel grumo arrotolato

sulla chiglia delle speranze.

Si fa sera ogni volta,

ma talvolta è notte, notte fonda,

mentre aspetti

che dal calore di quei chicchi,

crepi e squarci una forza

di vegliante,

una sonda sui bastioni

che si faccia canto,

secco, potente,

di vita densa,

di gioia vera,

tra sillabate vene e nessuna increspatura.

 

castelluccio8-luglio2016

 

Io sono

Io sono.

Che ho paura.

Molte volte e molte volte no.

Col guizzo della disperazione,

con l’assillo di cadere

e volare giù,

ingombro dei miei detriti,

incupiti,

con la grandine che sgronda,

ogni volta che dovrei star fermo.

Io.

Come cristallo

che mi incrino

se il vento scrive,

col suo pennino

sul mio cuore incartocciato,

sulla svampa

dei miei grumi

che fanno come i sistri,

suoni di catene o di scalpicciati petti.

Sono io,

tumefatto

dalle frange degli arbusti

e dai solchi della notte

che mi porto dentro

da bambino

su lenti scure

di lacrimose trame

e il mondo,

che non riesco a governare,

nelle paure che non so razionalizzare.

Avrei voluto

sembrare un dio,

un condottiero,

un’armata di forza e di virtù

ma forse

non sono altro

che un giglio in un fosso,

un singulto in un dirupo,

un impaurito uomo

che non dimentica

il bimbo che piangeva

quando rimaneva solo,

col sale sulla lingua

e un lucore in dormiveglia

a dire,

un po’ di luce,

in questa cavità.

 

Il mio percorso

Il mio percorso è lastricato

di speranza accese,

talvolta indomite, mai spente,

di amici in viaggio,

che non vedo più,

ma sento,

palpitare nella brina delle stelle.

Di amori,

è fatto il mio percorso,

di consolazioni e misericordie,

a tratti,

su squassate vite,

che fanno grucce

con le ossa e coi rimpianti.

Raccatto frane, sterpi

ma non mi scanno negli intoppi.

Ho imparato che dai rombi degli aculei,

trasformo il trascendente in cibo,

in canto,

in un radioso seme

depositato al caldo.

In attesa di nuove e sfolgoranti primavere.