Un gioia di guscio

C’è una gioia di guscio
che sforbicia,
quando l’anima,
ingombra,
di inutile chincaglieria,
attraversa il solido delle cose,
senza farsi strascico.
È quando premo il tempo
sotto il suolo della mia fiducia
e la speranza non decade.
È quando al petto aggancio
i fulmini del mio temporale
e faccio strage
di lampi e tuoni,
ridonadomi all’essenza del paesaggio.
lo sciame delle api, la notte delle lucciole,
la lingua sulla lingua,
mentre sogno
di baci estivi e di carezze sulle guance.
Sono spiccioli, ma monete d’oro,
quando mi avvicino
in millimetri,
all’estasi che preme.
C’è ardore, scavando,
un rosso esclamativo che si accende,
una visione della strada,
in un percorso di silenzi e di parole.
Una grotta, un rifugio, un ristoro,
così, da vivere,
in un’aurora che ti piomba addosso,
tutta d’oro,
quanto la mente tace
e anche gli occhi
si aggrappano
a lembi di mondo.
Il respiro si allarga,
dalle viti sale,
una brace che scioglie,
il digiuno di bellezza.
E allora canti,
a squarciagola,
per seminare rose,
dalla gabbia della mia visione.

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Mentre tutto era cielo

Riemergeva così.
Con una fatica esclamativa,
una tessitura in grotta,
silenziosa e sovversiva..
Spostando ai confini del foglio,
parole come carri armati
e obici, da 7 mm,
di ardore scavato.
Diceva:
datemi un tempo pieno
e vi solleverò l’uomo.
Affiorate, svelatevi a voi,
vacillando anche,
in una continenza di porpora.
Seminava le sillabe,
nelle aiuole dei minuti,
accatastati in giorni.
Mentre tutto era cielo,
e gocce affilate,
di stanchezza, serale.
Per far dormire la mente
e le nemiche distanze,
ne colsi appena un ciuffo,
rimanendo aggrappato a una nuvola.

 

Riemergeva sempre

Riemergeva così.

Con una esclamativa fatica,

una tessitura in grotta, silenziosa e sovversiva.

Spostando ai confini del foglio,

parole,

come carri armati e obici, da 7 mm, di ardore scavato.

Diceva:

datemi un tempo pieno e vi solleverò l’uomo.

Affiorate, svelatevi a voi.

Vacillando, in una continenza di porpora,

seminando le sillabe,

tra le aiuole dei minuti accatastati in giorni,

c’era tutto cielo.

E gocce affilate,

di stanchezza serale.

Per far dormire la mente,

e le nemiche distanze.

Un cuore a strappo

Sono.

Un cuore a strappo,

un palpito col detonatore.

Sono di me.

Un pastore di momenti,

un errante coi ricordi,

un trapezista sulla cenere,

uno smisurato aperto

che straccia tasche alle virtù.

Separo e stringo,

disbrigo e custodisco,

Mattini.

Ubriachi d’ali e di cieli,

sussulti e sipari.

Mentro conto.

Tempo e sentimenti.

 

Sei dentro

Ti guardo.

Sei dentro.

Nel viavai bianco, verde, intabarrato,

di vestaglie,

carrelli come burchielli,

visitatori, lamenti e strascichi.

Ti tengo,

tra le mani,

il cuore,

in una risacca di pensieri, di memorie,

che fa sfregio,

a chi è perduto ormai

nel meriggio della polvere,

lui, che trepidava,

agli angoli dell’insensato.

E’ lui, il pattume profugo, che ancora ti batte in gola

mentre singhiozzi il tuo prodigio,

che vivi, nel fallimento di ciò che è stato.

Ma zia, non sei tu una monca vita,

non tu la deriva di questo mondo.

Anche se l’ora si fa buia, incomprensibile,

un gorgo, un flutto,

il mistero non si disvela,

ancora,

tu, sorridi,

con occhi lucidi,

nel tremoroso affanno.

Misuro,

a centimetri il mio battito,

la vita, così scontata, spesso così la vedo,

mentre guardo chi saluta, chi riposa, chi cammina.

E’ una tempesta a volte,

che ci parla di salvezza,

che ci sconquassa dalla norma,

ci riconsegna ad un frangente, ad un solare accadimento.

Spengono le luci,

il soffitto si fa piombo,

la spira strepita.

Sei dentro.

Sei lì, nell’ospedale,

che brulica,

di una tacita speranza,

delle creature più spossate,

a fare lettere,

per le alte sfere.

 

Quella luce

Ho attrazioni metafisiche che dilagano.

In serrati silenzi che fanno patria di dolcezza.

Rintoccano i patimenti.

Però, quella luce, tagliente

 quel dono,

che disnebbia,

è una carezza,

tra gli sfregi del buio.

E vivo allora, e bevo,

di una danza alata e misteriosa,

che mi reclama e mi fa guscio.

Per posare il capo,

ogni tanto.

 

Buon anno

Ho un cuore in anabasi

Ho un cuore in anabasi
che sgattaiola spesso
tra le pieghe della vita
in una frammentata catarsi,
struggente desiderio
erotico – velato
di un bagliore
di infinito e di sacro.
Carezzo
col piede nudo
quel profilo che fluttua
su terra amante
in un lattiginoso mondo.
Puntando a inaccessibili vette.
Eppure,
nel ghiaccio apparente,
cristallizzato,
di quotidiano fremito,
il muscolo pulsante, talvolta,
illumina
le pareti del precordio
da cui promanano
folgori.
Di inaudita speranza.
Per un attimo,
di gioia,
che è stilla, di una piccola essenza
e rumori smarriti.
Non c’è tremendezza,
nel fuoco,
ma crepitìo, scrocchio, profumo.
Mi spensiero, mi slaccio, mi spatisco
E, bum bum,
sono me stesso
e dico grazie