Io sono

Io sono.

Che ho paura.

Molte volte e molte volte no.

Col guizzo della disperazione,

con l’assillo di cadere

e volare giù,

ingombro dei miei detriti,

incupiti,

con la grandine che sgronda,

ogni volta che dovrei star fermo.

Io.

Come cristallo

che mi incrino

se il vento scrive,

col suo pennino

sul mio cuore incartocciato,

sulla svampa

dei miei grumi

che fanno come i sistri,

suoni di catene o di scalpicciati petti.

Sono io,

tumefatto

dalle frange degli arbusti

e dai solchi della notte

che mi porto dentro

da bambino

su lenti scure

di lacrimose trame

e il mondo,

che non riesco a governare,

nelle paure che non so razionalizzare.

Avrei voluto

sembrare un dio,

un condottiero,

un’armata di forza e di virtù

ma forse

non sono altro

che un giglio in un fosso,

un singulto in un dirupo,

un impaurito uomo

che non dimentica

il bimbo che piangeva

quando rimaneva solo,

col sale sulla lingua

e un lucore in dormiveglia

a dire,

un po’ di luce,

in questa cavità.

 

Il mio percorso

Il mio percorso è lastricato

di speranza accese,

talvolta indomite, mai spente,

di amici in viaggio,

che non vedo più,

ma sento,

palpitare nella brina delle stelle.

Di amori,

è fatto il mio percorso,

di consolazioni e misericordie,

a tratti,

su squassate vite,

che fanno grucce

con le ossa e coi rimpianti.

Raccatto frane, sterpi

ma non mi scanno negli intoppi.

Ho imparato che dai rombi degli aculei,

trasformo il trascendente in cibo,

in canto,

in un radioso seme

depositato al caldo.

In attesa di nuove e sfolgoranti primavere.

 

Ho un angolino

 

 

Ho un angolino misterioso

dove tolgo buccia, spello,

la polpa dei miei timori,

affaccendati,

dove, senza spade,

raddrizzo l’abisso che respira,

l’ingarbugliata sfera che titilla,

di scoperchi e cinghie.

Poi mi vedo,

dopo un po’,

col sole in spalla

e il vento trapezista,

sulle rughe del mio volto stanco e penso,

c’è trasparenza, c’è senso, c’è riflesso,

nel palmo delle cose,

nelle erbe dei frattali.

Dalla porta semichiusa,

i grandi occhi delle ombre,

fanno laboriose trame,

danno il ritmo,

alle tessiture,

fondendo notti e lampi,

con le saggezze di tutti i giorni,

di ogni passo che ricuce,

la memoria,

di un quotidiano,

come tanti,

come tutti,

d’immortale pace,

sulle chiome,

delle acque torbide,

e della polvere,

ogni tanto.

catene1

 

Venezia

 

 

 

C’è domanda

C’è domanda,

in un grumo che palpita,

c’è fiamma,

tra l’eterno e il sudore di un’ala stanca.

C’è l’odore, lo scricchiolìo,

dei secoli,

in un passo di danza,

che calpesta i palmizi,

dell’umana pazienza,

su silenzi di divinità

Vaticano 20 - 1 aprile 2017

Vaticano 19 - 1 parile 2017

Vaticano 19 - 1 aprile 2017

 

La lancinanza

 

Mi fido di me,

di ciò che sono

e che sono diventato

anche quando,

rimango la sciocca parte

di una commedia infranta.

Offro il silenzio,

e la mia storia

alla polvere del tempo,

e mi accorgo

quando sto bene al battito

come un lupo nella tana.

Se c’è il vuoto che ruggisce

o la tempia che si sfalda,

solo il guscio

dei miei pensieri,

mi rilancia

nel cipiglio di una gioia senza senso.

E si fa festa,

perché mi ospito, mi abbraccio,

tra l’incidenza di un ciocco che si accende,

con gli alari,

nella luce, tra vita e solitudine graffiata.

Vedo mio padre coi suoi sorrisi lievi,

vedo l’amore mio venirmi incontro,,

vedo me che vedo loro e tanto basta.

E’ la distanza

che a volte fa una guerra candida.,

in un cielo che sussurra, piano piano,

pensa a te e al tuo sogno di mondo.

Senza appigli,

c’è la breccia delle parole incenerite,

e del sangue,

che batte, forte, sulla pelle,

per non farmi male,

quando, intrappolato, nel ghiaccio di una scrocchiata strada,

il ricordo oscilla, tra il sorriso e la lancinanza,

Nel cammino, separato da ciò che non comprendo,

e che non mi sbenda,

alloggia un grido,

che sfida il cielo, in una notte scalza,

la lancinanza.

fiamme

Preghiera

Dammi un cuore di pane,

una mano,

un pò di istanti

che frantumino queste ore del terrore.

Dammi un filo d’erba,

fresca fresca,

di mattina,

un fiore

un po’ di nutrimento,

un sudario sacro,

per questo sangue bimbo e grande, di innocenti,

che attraversa il cunicolo di una bestemmia,

stretta in gola.

Dammi un aeropago,

che si faccia vivo, tra spalle e cielo,

e porti all’odio e alla follia, non ravvedimento

ma vita, sotto pelle, in un pugno d’anni.

Dammi questa tua parola,

un suono,

che mi dica,

siamo io e te,

non due mondi ma uno solo,

io vengo si dall’altro,

ma porto il palpito,

di un cuore che non muore,

un battito,

di palpebre, d’amore.

Fai che ogni tanto,

il tocco di ciò non vediamo,

porti, nei secoli dei secoli,

un pò di vastità, di te,

di impazzita e forsennata pace.

Senza navigare morte o nenie alla deriva.

Ma pace e silenzio

del tuo oltremoto mondo

CASTELLUCCIO1-luglio2016

La vita nuova

Guardare Oltre

La vita nuova

arriva sempre,

accanto a un crollo,

con uno sbuffo, di cielitudine,

di porpora,

come luce e vento in faccia,

distesa, quasi indifferente.

La vita nuova,

è quella,

che ogni giorno sbriciola,

il disordine che c’è dentro,

e che mi riporta al centro,

e non gorgoglia.

Che poi la storia è questa, la mia, la vostra:

che se il vuoto non produce,

la frenesia non conduce,

forse riduce all’ombra sghemba,

dell’azione.

Ci vuole una dolcezza,

lieve, eppur tenace,

un madrigale che sfavilli,

immerso nel fango della stridore,

sparpagliato,

sui diademi del dolore,

che sta brulicante

ma che poi si accuccia,

quieto,

quando arriva,

la vita nuova.

E poi calmo, questo oscuro fondo, tace, fa silenzio,

non sborda, dai palpiti del cuore,

allenta la sua falcata,

perché ora, nell’iride che brilla,

incastonata di un bagliore,

ignita,

c’è sorriso, c’è scintilla, c’è bronco che respira.

 

C’è vastità

Fiore 2

C’è vastità,

in un fiore che esplode,

c’è gioia,

che balbetta,

in un petto che inghiotte parole,

c’è soffio,

su braci a strati,

di mondo.

La fotografia l’ho scattata, passeggiando nello splendido eden del Royal Botanic Garden di Edimburgo, la scorsa estate.

Fuori casa

Fuori casa,
sul crinale,
c’erano scosse,
tra smisurate scie.
In un costato estivo,
impastavo veglie,
mentre consegnavo a notti insonni,
trincee,
di cieli in fiamme.
L’isola mi portava in dono,
scalinate d’ebano
e tritoni ubriachi,
tra solitudine sacra
e sirene,
in orgiastica armonia.
Geometrie d’acqua
annunciavano il silenzio, abissale,
della distanza,
con il rumore,
vano,
del mondo.
Per disarmare,
con accurata ingenuità,
ogni perdita,
conferendo pienezza,
delirio e rapimento
ad ogni vuoto,
da irridere
Ponza Estate Giugno 2016