Il mio primo viaggio in America (2° parte)

Qualche giorno fa, vi ho raccontato della mia prima esperienza di viaggio in America, viaggio organizzato, dunque in gruppo “tutti insieme appassionatamente”.

Vi avevo lasciato con la promessa di raccontarvi la seconda parte dopo qualche giorno, talmente tanti gli stati visitati. Eccola qua.

In questa seconda parte del reportage che trovate sul sito http://www.scrittoreinviaggio.com al link http://www.scrittoreinviaggio.com/viaggio-in-america-2-parte/ vi racconto di Las Vegas, delle straordinarie “guglie” del Bryce Canyon, di Calico, città mineraria abbandonata, di Yosemite, della Death Valley, di Zabriskie Point e del Great Salt Lake.

Ultima tappa “sulle strade di San Francisco”.

“Esperire” il mondo per non soggiacere al mondo.

Buona lettura, per chi ne avesse voglia, e buona serata, in ogni caso.

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Contraddittoria America, affascinante America (Prima parte)

America, West Coast, navajo.

Contraddittoria America, affascinante America.

Vi racconto, suddividendo l’articolo in due parti, per non tediarvi troppo, la mia prima esperienza in America con un tour che mi ha portato in giro per cinque regioni degli Stati Uniti.

Per anni, mi sono detto: non ci andrò mai in America.

Poi, pistola alla tempia, mi hanno convinto e farci il mio primo viaggio è stato un attimo.

Nel modo per me più “claustrofobico” possibile, modello gita di classe, rapporti coatti per quasi tutta la vacanza. Io, perennemente in fuga dagli agglomerati “umani”.

La mia “socialità” la conoscete. Per ricordarvela, nemmeno i 100 giorni prima dell’esame di maturità ho fatto in “massa” ma con uno sparuto manipolo di asocialisti come me. E avevo solo 18 anni, 1983, figuriamoci nel 2013, anno del mio primo viaggio in America.

Detto questo, viaggio organizzato. Partiamo in 4 da Roma,  primo ritrovo a Los Angeles dopo un voletto di circa 15 ore che per me non è il massimo. Io e l’aereo siamo come l’Isis col bikini. Contronatura.

Da una parte l’idea di fare il viaggio in gruppo, però, mi fa simpatia. Mi ricorda tanto Vacanze in America e Don Buro, quelli si che erano preti, che “faceva certi fischi da fa imbazzì le bestie”, “quann’era pischelletto”, beninteso.

Dall’altra col viaggio in gruppo è un po’ come con l’aereo. Non mi viene naturale, come andarmene da solo a zonzo. Tant’è. Ma se si vogliono percorrere distanze interminabili in pochi giorni e girare più o meno sei stati americani, non c’è che una soluzione: gruppo, pullmann e santa pazienza.

Arriviamo da Roma a Los Angeles nel primo pomeriggio. Albergo di quelli moderni, ascensori esterni tipo Inferno di Cristallo, buffet ricolmo che sfamerebbe mezza Africa.

Albergo a Los Angeles

Ho il fuso orario, canaglia, che mi fa lo stesso effetto di Francesco quando parla. Un po’ rido, un po’ mi stanca. L’indomani si parte a macinar chilometri.

A Los Angeles, siamo in California meridionale, tra Beverly Hills e Long Beach, oggi c’è l’asfalto bianco, quello che rispetta l’ambiente, non so quanto per gli occhi in estate. Ma nel 2013, anno in cui ho visitato per la prima volta l’America, la situazione è questa.

Gli incroci sono larghi, le strade ampie, ti perdi guardando le cime dei grattacieli che pensi a un attichetto tutto libri, vetro e dischi. E chi se ne frega del resto.

Mi colpiscono i senza tetto, molti sono ex reduci del Vietnam, che stazionano praticamente ad ogni angolo della strada, un’umanità sofferente che, al contrario di molti altri luoghi del mondo, non chiede, non importuna, non si avvicina.

E’ intenta semplicemente a sopravvivere. Il tempo di una cena frugale poi il jet lag ha il sopravvento e mi risveglio alla mattina, esordio di inizio-viaggio in gruppo.

Si comincia a familiarizzare. Degni di nota sono la guida e l’autista del pullmann che ci terranno compagnia per 10 giorni.

La guida, Giorgio, risente di varie influenze: un po’ Fiorello alle prime armi, quando faceva l’animatore, un po’ nativo americano, un po’ surfista australiano. Dimostrerà capacità, simpatia, senza fare troppo “l’amico del giaguaro”, il che me lo farà apprezzare di più.

Giorgio, la nostra guida

L’autista, Nathan, è un nero di quelli che in Europa te li scordi. Non solo è impeccabile, elegante, fiero come un guerriero Masai, il fratello di Muhammad Alì. Provvede al nostro mezzo di locomozione in maniera egregia. La sua professionalità dà adito ad una sola parola: chapeaux.

Una leggenda di nome Nathan

A Los Angeles rimaniamo due giorni. Il tempo di vedere le cose principali. Il Walt Disney Concert Hall, struttura in acciaio satinato dalla caratteristica architettura che non manca di stupire. Gli Universal Studios non sono tra le mie priorità ma ci andiamo. Non mi entusiasmano ma il treno che ci porta dentro alla realtà tridimensionale di Jurassic Park con i dinosauri che ti corrono dietro e ti vengono addosso ha un suo perché.

Walt Disney Concert Hall

Nei due giorni che rimaniamo a Los Angeles ce la giriamo tra Beverly Hills con la celebre Rodeo Drive del tanto amato Pretty Woman, Venice Beach e Santa Monica.

Rodeo Drive fa parte del cosiddetto Golden Triangle, delimitato dall’incrocio del Santa Monica Boulevard, Wilshire Boulevard e North Beverly Drive.

Beverly Hills mi attrae più per le strade residenziali con ville immerse nel verde dove quando rincasi non bestemmi per trovare parcheggio che per altro.

Immancabile la camminata sulla Hollywood Walk of Fame, la passeggiata hollywoodiana delle celebrità, un lungo camminamento composto da due marciapiedi che corrono lungo l’Hollywood Boulevard e la Vine street, sulla collina di Hollywood.

Mi soffermo, durante la passeggiata delle celebrità, sulla stella dedicata a Bruce Lee, mio nume tutelare. Per il resto, mi interessano poco la scritta Hollywood sulle colline in lontananza, il Dolby Theatre, i negozi, l’Hard Rock Café. Mi pare tutto già visto.

Venice Beach con la famosa palestra in spiaggia, la Muscle Beach, dove Arnold Schwarzenegger ha cominciato le sue performances di body building mi dice poco. Invece, la spiaggia di Santa Monica con la United States Route 66 o Route 66 già mi fa respirare l’aria che prediligo.

La strada è una delle prime highway federali. Viene aperta l’11 novembre del 1926. Originariamente collegava Chicago alla spiaggia di Santa Monica attraverso gli stati Illinois. Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, Nuovo Messico, Arizona e California. La sua lunghezza complessiva era di 3 755 chilometri, 2 448 miglia.

La Route 66 è stata la strada della migrazione verso ovest, specialmente durante il dust bowl, l’epoca delle tempeste di sabbia, supportando l’economia delle comunità attraverso le quali passava. Le popolazioni prosperarono per la crescente popolarità della strada, ed alcune di queste combatterono per tenere in vita la strada dopo la nascita del nuovo Interstate Highway System.

La US Route 66 fu ufficialmente rimossa dal sistema delle highway nel 1985, quando assieme alle altre, fu rimpiazzata dallo Interstate Highway System. La strada esiste attualmente con il nome di Historic Route 66. È così tornata sulle mappe in questa veste.

Ha, insomma, rappresentato il desiderio di libertà di generazioni che in motocicletta andavano alla conquista della Nuova Frontiera, in cerca di una vita degna.

Ora, i problemi dei viaggi in gruppo sono diversi.

Ne segnalo due.

Il primo è che la sosta nei posti che si visitano è sempre troppo breve per chi vuole assaporare il gusto delle cose, l’odore delle città e dei paesaggi. Troppo di corsa e troppo shopping.

Il secondo, ben più noioso, è che, “eccellenza” del Made in Italy, in pullman capita di dover fare spesso l’assalto a “li mejo posti” ogni giorno.

Non dico fare a rotazione, per carità.

Ma vedere i furbacchioni del sedile che adottano strategie che nemmeno la Wermacht nel 1939 per cuccarsi i posti più ambiti, beh, è abbastanza seccante.

Ovviamente dipende da come capiti, come in tutte le cose.

E noi non siamo capitati nemmeno malissimo.

Ma certamente, fare tappe anche di 700 km in un giorno, sotto tortura “cori da stadio” e musica improbabile, non aiuta le relazioni sociali. Almeno per come la penso.

La moltitudine teme il silenzio come io le moltitudini.

Mi adatto e passo alle cuffiette, nei casi più difficili. Musica ad alto volume e via dagli scassaballe. Mi immergo nel viaggio e mi isolo.

Ho percorso tanti chilometri e attraversato Nevada, Utah, Arizona, California e Colorado.

Partiti da Los Angeles abbiamo iniziato ad entrare nelle “mia America”. Quella dei nativi, di Zagor, di Tex, dei paesaggi infiniti, del deserto, della polvere, delle automobili su strade sconfinate, dei film western, di Balla coi Lupi.

Direzione “Castello di Montezuma” e Gran Canyon.

Il “Castello di Montezuma” si trova a metà strada fra Phoenix e Flagstaff, sulla I 17, nei pressi di Valle Verde. Non furono gli spagnoli ad abitarlo ma, con tutta probabilità, i Sinagua che per motivi climatici costruirono queste abitazioni nelle grotte naturali.

Il nome lo dobbiamo agli spagnoli che cercavano oro nelle zone. Vedendo queste costruzioni, pensarono che fossero opera degli aztechi in fuga per il loro imperatore Montezuma II. E il nome è rimasto.

A Montezujma Castele si è sviluppato un complesso di venti stanze che ha ospitato una comunità di circa trentacinque persone per oltre tre secoli. Intorno al 1400 la popolazione improvvisamente scompare, e il motivo ancora oggi rimane un  mistero.

Lungo la strada, ci fermiamo per ammirare gli straordinari cactus Joshua Tree che hanno dato il nome ad uno degli album più significativi degli U2.

La profonda bellezza del Joshua Tree National Park la dobbiamo alla “mescolanza” di due ecosistemi di natura desertica, quello del Mojave e quello del Colorado.

Vento, pioggia e sole hanno fatto il resto.

Il parco si trova nella parte meridionale della California, a una cinquantina di chilometri da Palm Springs, tra la Riverside County e la San Bernardino County, al col Mojave Destert e il Desert Bighorn Sheep.

Arriviamo al Grand Canyon nel pomeriggio dopo una breve sosta “on the road”.

Il Grand Canyon è la dimostrazione che gli americani sanno vendere pure i sassi. O meglio. Sono immersi in una straordinaria natura e la valorizzano. Nonostante quel che ne pensava lo scrittore francese Drieu La Rochelle che li definiva “un popolo passato dalla barbarie alla decadenza senza aver conosciuto la civiltà”.  Hanno straordinari paesaggi e li valorizzano. Proprio come da noi. Ironizzo amaramente.

Il paesaggio del Grand Canyon, la vastità della visione, ti dà il magone. Sei lì e ti accorgi che la vita è bella e che vorresti vivere sempre, come ricordava Yukio Mishima. Che difatti, per non soggiacere a questo struggimento, se la toglie a soli 45 anni. Il Grand Canyon è un viluppo di rocce e nuvole che produce in me uno stato catatonico, “estatico 2.0”.

Il Grand Canyon è una gola sterminata creata dal fiume Colorado in Arizona settentrionale. È lungo 446 chilometri circa, profondo fino a 1.857 metri con una larghezza che varia dai 500 metri ai 29 chilometri. Per la maggior parte è incluso nel Parco nazionale del Grand Canyon, uno dei primi parchi nazionali degli Stati Uniti.

L’orogenesi ha determinato l’elevazione a centinaia di metri dei sedimenti, creando la zona degli Altipiani del Colorado. L’elevazione della regione provocò anche un aumento delle precipitazioni atmosferiche in tutto il bacino del fiume Colorado, non sufficienti però per impedirne il semi inaridimento. L’innalzamento dell’Altopiano del Colorado è irregolare: il confine settentrionale del Grand Canyon risulta più alto di circa 300 metri rispetto a quello meridionale.

Quasi due miliardi di anni della storia terrestre sono emersi alla luce grazie all’azione del fiume Colorado e dei suoi affluenti che nel corso di milioni di anni hanno modellato le rocce conferendo loro l’aspetto che incanta oggi.

Dopo esserci immersi in tanta bellezza, arriviamo a Phoenix, per una notte di sosta. Siamo in un villaggio turistico. La temperatura è terribile. Mi pare di scorgere fuori dalla mia stanza Belzebù in tutti i suoi ardori che mi strizza l’occhiolino. Rispondo: ridi perché non hai mai preso la metro a Roma nelle ore di punta in pieno luglio.

Passato il Moloch della cena di gruppo con tanto di spettacolino western, sono quelli i momenti in cui rimpiango la mia umile casa, ci si ritira in stanza dove, sperimentato ovunque, c’è sempre un piacevole dettaglio: una caraffa elettrica con vari tipi di caffè e tè che non mi faccio mancare mai a fine giornata.

Per riprendermi dalle fatiche relazionali e ripensare alle “infinità” esperite.

La mattina, alla solita alzataccia, direzione Monument Valley. Qui, apro una parentesi. All’università, diversi anni addietro, ho fatto diversi esami sugli indiani d’America. Ne ho sempre amato la cultura, i film, i fumetti. Amo e leggo ancora le storie di Zagor Te-Nay, lo spirito con la scure, il re di Darkwood e Tex Willer, Aquila della Notte per i suoi Navajo.

Finalmente i navajo li conosco nel mondo reale, siamo nel loro territorio, un’esperienza che non dimenticherò mai.

La Monument Valley è uno dei simboli degli Stati Uniti occidentali. La piana desertica è di origine fluviale e si trova al confine tra Utah e Arizona. La città più vicina è Kayenta, a una distanza di circa 70 chilometri.

La strada che conduce alla Monument Valley è altrettanto famosa, un percorso rettilineo in leggera discesa che ti porta dentro alla valle, in una avvolgente immersione.

La strada principale che porta alla Monument Valley è la Highway 163. Il territorio è prevalentemente pianeggiante, interrotto dalle guglie rosse, a causa dell’ossido di ferro, che vengono chiamate butte o mesas a seconda della conformazione e alla cui base si accumulano detriti di sabbia e pietre.

La zona è parte della Navajo Nation Reservation, dove ancora vive la tribù che conosceremo e con cui è possibile interagire con discrezione e attenzione. Ci troviamo in un Tribal Park con ingresso a pagamento. Gli indiani gestiscono tutte le attività all’interno della valle, compreso il discusso e costoso View Hotel, inaugurato nel 2009 e costruito sul posto dell’essenziale campeggio che esisteva da 40 anni.

Lì e al vicino Visitor Center si possono contrattare le escursioni in jeep, che è possibile in una certa misura effettuare con il proprio veicolo, e si trovano una discreta quantità di bancarelle sulle quali i Navajo vendono gli oggetti di loro produzione, in particolare gioielli.

Al Monument Valley Visitor Center è possibile scegliere di visitare la vallata con una guida Navajo a cavallo della durata di 4 ore circa oppure in macchina della durata di 2 ore.

Noi partiamo in jeep. Alla guida un magnifico indiano che sembra il possente Vento nei capelli di Balla coi lupi. Parla poco e scruta l’orizzonte. Chissà cosa pensa di questi ridanciani turisti italiani che non stanno zitti un attimo.

Si pranza in pieno deserto con le rocce a fare da sfondo. Ma questa volta non è il desktop del pc. Siamo dentro la storia, siamo protagonisti dell’avventura. Mangiamo le tortillas preparate dai navajo, una via di mezzo tra il pane naan Indiano e la tortillas Mexicana. Guarnite a piacimento, queste focacce sono buonissime. Soprattutto se il companatico è l’attimo di vita che scintilla tra le mani.

La sera si dorme a Lake Powell. Apprezzerò particolarmente questa sosta. Si cena svincolati dal gruppo e assisto, camminando sulle rive del lago, ad uno dei tramonti più belli della mia vita, un fuoco esistenziale che continua a riscaldarmi ancora.

Lake Powell è un bacino artificiale che si estende per circa 300 chilometri che si trova all’interno della Glen Canyon National Recreation Area, meta ideale per escursioni di raro fascino.

Il giorno dopo, noi ne sperimentiamo una davvero da ripetere. La maggioranza del gruppo opta per il giro in Piper sul Grand Canyon, noi scegliamo di salire in elicottero sul Tower Butte.

Il costo è più adatto alle tasche di una pensione d’oro che non alle nostre, circa 300 dollari, ma li vale tutti. Ti lasciano su questo promontorio di roccia per circa venti minuti e te la cammini su questa piccola area alla devastante altezza di circa 5000 piedi.

Che dire? Definirla vista totale è riduttivo. Bisogna esserci per capire davvero. Per gli amanti della fotografia, un paradiso reale.

Scendiamo dall’elicottero e non parliamo per parecchio tempo, talmente intenso quello che abbiamo “esperito”. Pura catarsi.

Attraversando l’area del Glen Canyon, rimango affascinato dal Navajo Bridge, un ponte del 1927, lungo circa 255 metri posto ad un’altezza di 354.

L’ultima parte della giornata è dedicata alla visita dall’alto delle curve del Colorado, il fiume che è la storia del West, che ha disegnato le rocce realizzando in certi punti le caratteristiche insenature a forma di cavallo. Arrivi al punto più alto di questa zona, dopo una breve camminata in un deserto ricolmo dei caratteristici cespugli, quelli che rotolano col vento caldo.

Sembra la scena finale del bellissimo Thelma e Louise che molti credono sia stato girato proprio qui, in realtà è Dead Horse Point State Park.

La storia del Colorado River è un simbolo identitari fondamentale per gli Stati Uniti. Il suo bacino è stato abitato per almeno 8.000 anni, gli ultimi sono stati i nostri amici navajo. Il bacino del Colorado è diventato il cuore della conquista del deserto, e il governo ha speso 4,4 miliardi di dollari per costruire un sistema di canali chiamato Central Arizona Project, che porta la sua acqua a decine di chilometri di distanza.

È servita a far prosperare città come Phoenix, ma soprattutto ad alimentare un’attività agricola che ha fatto seppuku. Infatti, realizzando piantagioni di cotone, sei volte più assetate della lattuga, le riserve sono state prosciugate. Dispiace sapere insomma che il fiume simbolo della storia americana stia morendo di siccità tra riscaldamento globale e pompaggi impossibili.

La prima parte di questo reportage si conclude qui. Mi sembra di avervi annoiato abbastanza. Se avrete la forza di leggermi e di rileggermi, nella prossima seconda e ultima puntata vi racconterò delle bellezze del Bryce Canyon, di Las Vegas, della Death valley, di Zabriskje Point, del lago salato, di Calico, di Yosemite per arrivare sino a San Francisco.

Contraddittoria America, affascinante America.

 

 

 

 

Il mio Portogallo

Sono tornato da poco. Da Lisbona e dal mio “pellegrinaggio” estivo. Quest’anno, Portogallo. Sapevo che mi avrebbe colpito, che il Portogallo, come altri posti, non tutti, si sarebbe manifestato come una delle mie patrie interiori. L’anima a Lisbona subisce la sua catarsi. E si libera, svolazza, sferraglia, passeggia, amoreggia. Per i vicoli e per le piccole strade, attraversando i colori delle facciate delle case tipiche, ascoltando le parole della gente, sostando lieve nei caffè, con le melodie del fado o dei Madredeus accompagnati dalla voce avvolgente di Teresa Salgueiro a fare da struggente sottofondo dell’essere lì, del “sentirsi” presenti e gioiosamente vivi. Come in un film, “Treno di notte per Lisbona”, romanticismo e sensualità a raffica.

Il viaggio per me è questo. Non l’apologia del movimento o la frenesia delle membra scosse dal condizionamento. No, il viaggio è sempre un tentativo. Come i miei cammini. Ritrovarsi, parlarsi, dialogare con se stessi, attraverso la scoperta degli altri e delle bellezze del mondo.

Camminare per Lisbona è come danzare. Se si è capaci di ascolto. Come nella vita.

Verso l’Alfama

Ho sostato per 4 giorni a Lisbona. Hotel Mundial, ottima sistemazione. Centrale, equidistante da qualsiasi punto strategico, albergo tutto sommato silenzioso, pur immergendosi nella movimentata Praça Martim Monìz.

Per un camminatore come me, andarsene a zonzo, in cerca di “visioni”, Lisbona è ideale. Si va tranquilli anche di sera. Al massimo, ci si imbatte in “carbonari” venditori di hashish e marijuana. Io, che non sono mai stato interessato all’uso di droghe, nemmeno quando suonavo e lo facevano tutti, preferisco un buon vino e un “catatonico” bicchierino di Espinheira come incentivo alle mie “weltanshauung”. In questo caso, declinate con eleganza, rispondendo: no, grazie. Ovviamente se, come me, non interessati.

Non ho mai amato e continuo a non amare la globalizzazione. Anzi la detesto. Non solo perché rappresenta il ghigno del mercato sul “popolo. Detesto la globalizzazione perché ha macdonaldizzato il pianeta, portando suk e kebab ovunque. Il risultato è sommergere le bellezze artistiche di molte città col tipico “kitsch pride”, caratterizzato dalla scusa paracula della fissa per la libertà dell’offerta. Che, in realtà, è sempre la stessa. Il mercato, il Grande Leviatano. Lisbona è anche questo, ahimé, come molte metropoli europee. Ma c’è una città che re-esiste e che fa la differenza, quella che ci fa la soddisfazione di un viaggiatore che è meno turista. E’ la città dei locali tipici, delle vie dell’Alfama, del castello di São Jorge, delle botteghe “resilienti” e “resistenti”. Arrivare da Praça da Figueira a Praça do Comércio e sostare, romanticamente, sulle rive del Tago, può significare una autentica manifestazione di “serendipità”. D’obbligo, appena arrivati nella bellissima piazza, un ristoro in uno dei tanti bar del posto per uno spuntino a base di ostriche e vinho verde.

Dal castello di Sao Jorge

Del castello de São Jorge, la vista dei tetti della città e del ponte 25 do Abril in lontananza, europeo Golden Gate, non mancherà di impressionarvi. Poi i giardini. Meravigliose le viette intorno al castello, caratterizzate da abitazioni dagli accesi cromatismi. Sembra di essere a Montmartre. Sono abitazioni semplici dove non si respira miseria ma quella semplice gioia di vivere che conferisce ai minuti il carattere dell’eternità. Su ogni facciata, un gabbietta appesa con uccellini, una nota di malinconica tristezza vedere questi esserini non poter volare e fuggire via. Anche se c’è da chiedersi se sarebbero davvero in grado di farlo, abituati come sono a conoscere solo la vita attraverso le sbarre.

Confesso di non amare il “mainstream” anche quando viaggio. Mi spiego. Non mi affascina ciò che per molti è popolare. Adoro la bellezza e la classe, che certamente non è il riccastrismo con ostentazione lenonica. No. Sono spartano perché non posso permettermi il lusso che vorrei. Appunto, non il riccastrismo incolto ma lo sfarzo Ancién Regime. Dunque, mi spartanizzo perché il lusso che dico io è stellare e inarrivabile. Cosa voglio significare? Non amo fare il turista che visita i sobborghi, incuriosito dalla miseria degli altri. Mi rattrista. Anzi, non amo fare il turista ma cerco di essere un viaggiatore. Da viaggiatore preferisco concentrarmi su tutta la bellezza possibile e su quartieri a me più affini. Le vie dell’Alfama con le case dalle facciate in maiolica, ognuna depositaria di una storia, mi hanno affascinato. Passeggiare, attraversando le strade animate dal passaggio dei tram come il mitico 28, sempre straripante di gente “bramosa” di provare “l’emozione del binario” e dello sferragliamento mobile, mi ha fatto veramente sentire in vacanza a Lisbona. Il clima dolcemente malinconico, colorato e floreale è quello di cui parla Fernando Pessoa nel suo Libro dell’Inquietudine. Un clima a me particolarmente calzante.

Relax davanti al fiume Tago

Altra zona della città dove mi sono sentito come Niki Lauda quando vinceva, dunque, sereno e a prioprio agio come solo in un bel sogno si riesce ad essere, è stato Bairro Alto, soprattutto la sera. Dopo la cena, sempre da Figus, locale caratteristico e allo stesso tempo di “tendenza”, servizio e cibi ottimi, con una discreta varietà di pietanze portoghesi, direzione Bairro Alto. Tutti in fila per l’ascensore, l’Elevador de Santa Justa, che, posto all’interno di una torre gotica in ferro, vi può portare subito al quartiere. Io, ovviamente, a piedi. Nè ascensori, né code. per me vanno bene le vie in salita che portano al’elegante zona dove troviamo vari musei oltre alle incantevoli rovine della cattedrale do Carmo, una San Galgano portoghese nel pieno centro di Lisbona.

Qui, a proposito di globalizzazione, l’atmosfera cambia. I negozi sono quelli dell’Alta Moda. Il senso estetico è diverso, i vincoli architettonici e artistici da rispettare anche. I locali devono adeguarsi all’eleganza del posto o almeno provarci. I risultati sono di rilievo. I caffè con i tavolini all’aperto sembrano quelli della Belle Epoque, la musica di strada è di livello. Io che non mi lascio andare facilmente, ho trovato molto divertente e anche molto spontaneo ballare in piazza al ritmo di musiche portoghesi di profonda intensità: travolgenti ma composte, sensuali ma eleganti. Come piacciono a me molte cose.
Le luci della sera e dei locali ben si addicono alle strade lastricate dove di mattina è bello vedere operai intenti a posare pietre, controllandole con maestria artigiana. E’ piacevole fermarsi a chiacchierare con loro, facendosi raccontare la storia dei bellissimi pavimenti e marciapiedi dove,  bisogna fare attenzione a non scivolare, talmente i sassi che li compongono a mosaico, sono levigati. Molto ricca anche la presenza dei giovani. Mi piace. Non solo eleganza, musica, diversità ma anche cultura universitaria, artistica, storica.
La mattina poi sarà meraviglioso alzare gli occhi al cielo e assistere al passaggio delle nuvole sopra le vostre teste all’interno della “scoperchiata” e magnifica cattedrale do Carmo.
Ultimo giorno, dall’altra parte della città, per visitare la bellissima Torre di Belém e il monastero dòs Jeronimos. Architetture “ricolme”, di candida bellezza, caratterizzate dal tipico stile gotico moresco.


Qui l’ambiente è totalmente residenziale con la presenza di ville dall’estetica particolarmente curata, sedi di ambasciate e strade larghe e alberate. Sembra di essere a Beverly Hills. E il contrasto elegante con la storia antica rende il quartiere ancora più interessante. Perché, per una volta, tradizione e modernità, ammiccano, in un unico elegante abbraccio.
Se volete mangiare un panino veloce, non disdegnate l’idea di passare per il Centro Cultural de Bélem. Il Centro viene realizzato per fare da sede alla presidenza portoghese della Comunità Economica Europea. Nel 1993 è utilizzato come polo culturale e di conferenze. La struttura è stata progettata dall’architetto Vittorio Gregotti assieme all’architetto portoghese Manuel Salgado, tra il 1988 e il 1993. Il Centro Cultural de Belém è dotato di una grande area espositiva e di un museo del design che contiene pezzi fin dal 1937. Da visitare in questa zona molti musei come   il Museu da Marioneta, all’interno del Convento das Bernardas (espone marionette provenienti da tutto il mondo), il Museu Nacional de Arte Antiga (collezioni di arte portoghese ed europea, tra cui un Sant’Agostino di Piero della Francesca e Le tentazioni di Sant’Antonio di Jheronymus Bosch) , la Fundação Oriente Museu (collezioni di arte portoghese e asiatica) e la Lx Factory, una ex fabbrica trasformata in spazio creativo per artisti, performer, pubblicitari, musicisti e fotografi.
Da non dimenticare poi il bellissimo spazio verde dell’orto botanico.
Gli appassionati di dolci, dopo una faticosa giornata, e ancora di più, una chilometrica fila da affrontare, potranno rifocillarsi alla Pasteis de Belém (www.pasteisdebelem.pt) http://pasteisdebelem.pt/, la più famosa pasticceria di Lisbona dove non mancheranno le consolazioni per tutto.

 Da Lisbona, in un giorno.

La comodità della macchina in affitto, buona la compagnia Gold Car che ho trovato quest’anno, che Dio ce ne scampi dalla Heartz con cui ho avuto a che fare lo scorso anno in Scozia, è che, oltre a spostarsi in maniera più agevole, si possono programmare escursioni di un giorno, rimanendo a dormire al “Campo Base”. Non potevo perdermi Fatima e il faro di Cabo de Roca.

A Fatima, arrivi e sembra di essere un po’ a San Giovanni Rotondo. Alberghi e negozi ovunque ma nonostante la moltitudine in fermento, l’atmosfera è quantomeno singolare. C’è una sorta di misticismo che resiste anche al mercato e di fronte al Mistero, tace un po’ tutto perché la domanda è di rigore: e se fosse accaduto veramente? Io che personalmente sono un credente imperfetto, imperfettissimo, ma sempre in cerca di un significato, amo vedere questo: che tutto tace e che lo stesso caos trova quiete in una dimensione altra. A Fatima come in molti altri luoghi di questo tipo il “misticismo” si fa forte.

In mezzo ai selfienomani, c’è chi percorre in ginocchio, pronunciando il rosario, la spianata antistante le tre chiese, la cappellina delle apparizioni, la chiesa antica dove sono sepolti i pastorelli e la massicciata moderna. Fa effetto fermarsi, soprattutto davanti alla cappellina delle apparizioni e ascoltare il rosario. La gente si muove in assoluta compostezza mentre dai bracieri accanto la chiesetta, una fila di persone si muove per deporre i ceri nel fuoco. L’odore acre del fuoco misto alla cera mi ha inquietato. Mi è venuta in mente la tragedia della Shoah ma ovviamente è una sensazione assolutamente personale.

La chiesa con le tombe di Francisco, Lucia e Jacinta la percorri in silenzio. Un momento di raccoglimento, gli interrogativi sono tanti. Qui hai davvero la sensazione di essere nudo, con il pensiero trafitto dai sorrisi di chi sa leggerne i meandri più insidiosi. E anche portare risposte. O forse solo una risposta, la migliore, la più sensata: la speranza che il mondo non sia solo questo ma che forse ci sia un luogo altrove dove verranno riscattate sofferenze, dolori, ingiustizie. Per tutti coloro a cui il mondo è stato inospitale, per cui il vivere si è fatto duro ogni giorno, spezzato, affranto. E’ per loro la speranza, l’anelito che tutto sia grazia davvero, un giorno.

Lasciata Fatima, fedelmente in compagnia della voce di Silvia, insuperabile navigatrice BMW che ha saputo condurmi ovunque, il bello della tecnologia, direzione Cabo de Roca. Qui mi trovo nei luoghi della mia anima, nei posti solitari che amo, immerso in una natura aspra e selvaggia che adoro. Il vento sferzante e il profumo del mare col suo biancheggiare travolgente è casa mia. Cabo da Roca è il punto più occidentale del continente europeo. Fino alla fine del XIV secolo si pensava che le scogliere battute dal vento di Cabo de Roca fossero i confini del mondo. Il paesaggio, desolato e imponente, quasi minaccioso, è tuttavia pacificante e purificatorio. Le onde dell’Oceano Atlantico schiaffeggiano i denti di roccia delle scogliere che è possibile ammirare dai sentieri che le lambiscono.

L’atmosfera isolata di Cabo da Roca, per me assolutamente “orgasmica”, come la visione di ogni faro battuto dal vento in cima a una vetta, ricolmo di una storia del passato che è avventura adatta per Cuori di tenebra, è resa ancora più forte dallo sviluppo molto limitato nella zona: un faro, una caffetteria e un negozio di souvenir, punto. In punta di mondo, ho riscontrato anche qui, nella natura parlante e nei silenzi trasognati, quel misticismo che a Fatima assume una diversa forma ma che forse proviene dalla stessa mano.

Nei dintorni di Cabo de Roca, da vedere, anche velocemente, è la cittadina che risponde al nome di Sintra. Mi è piaciuta più per i giardini che per le architetture, che, volendosi rifare al mondo da fiaba di cui tutte le guide raccontano, sembrano essere troppo finte e piuttosto da “Luna Park”. Interessanti i caffè tipici, meno la solita accozzaglia di locali “radical chic”, apologeti di un’apertura che non c’è. Se non in un’unica direzione, quella appunto del mercato. Io appena ho visto l’aria che tirava ossia che per fare due metri a piedi bisognava fare la coda in mezzo ai soliti rivenditori di paccottiglie, ho fatto dietrofront e ho detto: Sintra, te saluto.

L’Algarve

Visto che adoro i fari, le scogliere a picco e il vento che spazza via, persone e pensieri, non mi sono lasciato sfuggire l’occasione di visitare un altro promontorio estremo. Sto parlando di Capo de São Vicente. A questo punto, però, ci siamo spostati in Algarve, meta ideale dei surfisti, la zona di mare che si trova a sud del Portogallo con i suoi 150 chilometri di coste affacciate sull’Oceano Atlantico. Arrivati a Vilamoura, nonostante lo struscio estivo, evitando la passeggiata serale al Porto che pare di essere a via Sannio negli anni Ottanta, storica meta romana per gli appassionati delle bancarelle dell’usato, l’impressione è di totale relax. Oltre a starsene prendere il sole con il viso rivolto all’ignoto, tesi verso l’Atlantico, una delle passeggiate che è possibile fare in un giorno è appunto andare a Capo de São Vicente. Ci si arriva attraverso autostrade comode, ricolme di stazioni di servizio efficienti e veloci, nonostante il “fai da te”. Se affittate l’automobile, da richiedere assolutamente il telepass. Non solo per passare attraverso il pedaggio autostradale, evitando le code ma perché sulla superstrada principale, la A22, ci sono tutor abbastanza frequenti. Con il passaggio tramite Telepass, non avrete bisogno di fare altro e perdere tempo. Solo passarci sotto, i tutor. Molto più comodo.
Arriviamo a Capo de São Vicente, usciti dalla A22, tramite una strada che sembra attraversare un paesaggio a metà tra la steppa e le dune di Ostia. Sento di essere a casa, mano mano che mi avvicino.

Si entra nel fortino di Capo de São Vicente e si rimane affascinati, avvolti dal nitore dell’architettura, fulgida e abbagliante e, ovviamente, dalla distesa azzurra infinita che davanti agli occhi ammalia come le Sirene di Ulisse. Navigatori e viaggiatori di tutto il mondo sono da sempre attratti irresistibilmente dal promontorio che rappresenta l’ultima propaggine dell’Algarve di fronte all’Oceano Atlantico.

Sagres è vicinissima al faro ed è assolutamente una cittadina da visitare. Poca gente, atmosfera “slow travel”, localini di pescatori e negozi no-global di splendide ceramiche che ad entrarci, ti perdi in mezzo a cocci di tutti i colori. Un carnevale artistico e artigianale che ho particolarmente apprezzato, per una volta libero da “cineserie” e “kebabbate”. Sembra un po’ di precipitare nel film “Un mercoledì da Leoni” con i negozi di surf e ogni genere di “biondità” californiana in giro, uomini e donne, che se incontri il mitico “Bear” nemmeno ti meravigli. Un posto di quelli, insomma, da mollare tutto e realizzarci una piccola attività, resiliente e resistente, Per essere, dall’ultimo lembo di mondo, contro il mondo che vorrebbero farci ingoiare a tutti i costi.
Una settimana passa presto ed è stata quasi immediata l’ora di tornare. Una buona scorta per l’inverno è stata fatta. Ricordi, natura, bellezza, persone giuste, musica, arte, animali, sole, sono i migliori antidoti per riprendere il quotidiano. Ma soprattutto per ricordarsi di non cedere nei momenti difficili. Di bellezza ce n’è tanta ovunque. Nonostante tutto, nonostante tutto.