Packaging farmaceutico

Oggi su Green Planet News mi sono cimentato con un articolo insolito. Ho approfondito la tematica del packaging farmaceutico. Ho scoperto quanto sia delicato e importante tutto quello che c’è dietro a una scatoletta di farmaci.

Ho scoperto quanta attenzione deve essere messa nella realizzazione del packaging, sia a livello grafico che di comunicazione e quanto devono essere attentamente scritti quei famigerati foglietti che intralciano lo smaneggiamento delle pasticche che dobbiamo assumere. Quella comunicazione da leggere attentamente, insomma, ma su cui spesso sorvoliamo.

Dietro al packaging farmaceutico troviamo una miriade di punti che vanno osservati, pena rilevanti sanzioni da parte del Ministero della Sanità. Proteggere un farmaco è insomma cosa davvero delicata e comunicarlo in maniera chiara e immediata ancora di più.

Eccovi il link all’articolo: https://www.greenplanetnews.it/packaging-farmaceutico-cosa-bisogna-sapere/

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Un sogno chiamato Portogallo

Che questa Italia mi attiri sempre meno, non è un mistero. Il desiderio di trasformare il mistero in realtà, il sogno in vita, così, facendo ciao ciao con la manina al Bel (una volta) Paese, insomma, la tentazione di mollarla questa Italia, europeinomane e politicamente “agghiacciante”, la sento da tempo. Per questo ho fatto questa intervista per Green Planet News di cui vi giro il link https://www.greenplanetnews.it/portogallo-da-visitare-anzi-da-viverci/

Ho intervistato questa giovane che si chiama Maddalena Di Santo. Ha lasciato l’Italia ed è andata in un paese che ha premiato la sua creativa genialità: il Portogallo. Con la sua attività, Trasferirsi in Portogallo (www.trasferirsinportogallo.com), supporta chiunque decida di lasciare l’Italia e vivere col viso rivolto all’Atlantico.

Al di là del sentito dire, qui, la possibilità di viverci bene, in Portogallo, c’è realmente. Soprattutto per i pensionati. Il Portogallo non è l’Australia che per rimanerci tutta la vita devi essere, praticamente, australiano. No, il Portogallo è fascinoso e accogliente. Come ho potuto constatare nel mio viaggio estivo dello scorso anno.  E poi, dettaglio non indifferente, non pare di stare in Europa. Maddalena mi ha raccontato parecchie cose che mi invogliano sempre di più a tornare a vivere come si faceva un tempo. Perché il Portogallo, ricorda un po’ l’Italia che non c’è più. Spensierata, meno torva, più sicura, il Bel Paese, davvero. Non una marca di formaggio.

Earth Day 2018: ambiente, futuro e prospettive

Il 21 aprile si darà il via alla cinque giorni di kermesse del Villaggio per la Terra, l’Earth Day che a Villa Borghese a Roma, concentra le sue iniziative.

Ho intervistato per Green Planet News il presidente dell’Earth Day Italia, Pierluigi Sassi (eccovi il link che vi rimanda all’articolo https://www.greenplanetnews.it/earth-day-economia-sociale-e-ambiente/).

Mi ha colpito particolarmente quanto mi ha detto relativamente alla volontà di realizzare un modello di economia sociale, di finanza etica che crei delle aree di rispetto all’interno delle quali le persone possano essere supportate e non divorate dalle multinazionali. Per una autentica “custodia del creato” a cui possiamo e dobbiamo contribuire tutti.

Poi tante altre riflessioni su ambiente, acqua, su come sarà questo Earth Day 2018.
Buon sabato e buona lettura.

Viaggi e tatuaggi

Leggere, scrivere, ascoltare musica, what else? Soprattutto nel fine settimana, quando si paventa ancora l’arrivo di Burian o Buran che si dica.

Vi allego due link con cui vi rimando a due miei articoli, uno pubblicato su Scrittore in Viaggio (https://www.scrittoreinviaggio.com/interrail-anzi-la-meglio-gioventu/).

Con l’altro (https://www.greenplanetnews.it/tatuaggi-hi-tech-per-la-salute/) vi propongo un articolo che ho appena pubblicato sul nostro sito che è anche testata giornalistica Green Planet News che ha nuovamente e speriamo definitivamente assunto questo nome come agenzia di notizie relative all’ambiente, alle tecnologie e al benessere.

Nell’articolo pubblicato su Scrittore in Viaggio vi racconto del nuovo progetto europeo che incentiva i neodiciottenni a muoversi estasiati dal fascino della rotaia. L’Interrail, quanti ricordi.

Nell’altro, un’altra idea che mi ha affascinato, che è quella di tatuaggi di ultima generazione che, funzionanti tramite elettrodi applicati sulla pelle, monitorano il nostro stato di salute per dirci tutto.

Buon sabato, buona lettura e a dopo con altre news 🙂

 

Il momento d’oro della canapa

È il momento d’oro della canapa. In soli tre anni le superfici agricole dedicate a questa coltivazione hanno registrato un segno +200%

Gli utilizzi sono davvero numerosi. Andiamo dall’impiego come combustibile sino al campo alimentare, farmaceutico, tessile, cartario, per arrivare alla bioedilizia con un potenziale economico già di per sé altissimo che con l’introduzione della nuova legge darà aumentare ancora di più. Negli ultimi tre anni, la coltivazione della canapa è passata dai 950 ai 3.000 ettari.

Per la canapa, senza esagerare, possiamo parlare, insomma, di una nuova età dell’oro. Vediamo quanto riportato da Cia, Agricoltori Italiani: “La canapa rappresenta un’occasione unica per i territori italiani. Da una parte contribuisce a ridurre il consumo di suolo, diserbare i terreni e bonificarli dai metalli; dall’altra è una produzione davvero versatile grazie ai suoi mille impieghi.

Prima di tutto in campo alimentare: dalla pasta al pane alla farina, che non contiene glutine, fino all’olio ricco di Omega 3 e dalle spiccate proprietà antiossidanti e antinfiammatorie.

E poi nel settore abbigliamento e arredamento, con la produzione di tessuti resistenti e green perfetti per maglie, vestiti, borse, tappeti, ma anche sacchi, corde, teloni e imbottiture per materassi”.

C’è poi la nuova legge  che disciplina l’uso della cannabis a scopo terapeutico. Il provvedimento garantisce ai pazienti equità d’accesso, promuove la ricerca scientifica sui possibili impieghi medici e sostiene lo sviluppo di tecniche di coltivazione e trasformazione.

Previsto anche lo stanziamento di risorse per un milione e 700 mila euro per la produzione nazionale. Intanto, pochi giorni fa, l’Italia ne ha ordinati 100 kg all’estero perché si erano esaurite le scorte per i malati.

Ricordiamolo bene: parliamo di cannabis ad uso terapeutico. Altra cosa è la cannabis legalizzata di cui ha ridetto qualche giorno fa Emma Bonino in un post sulla pagina Facebook della Lista +Europa. “Un’Italia più europea, non abbiamo dubbi, è un paese dove l’uso della cannabis è legalizzato””, ha sottolineato.

Io invece, a tal proposito, di dubbi ne ho sempre avuti parecchi ma questo è un altro discorso.

Continuando con la Bonino, il movimento ha anche annunciato di voler “autorizzare l’auto-coltivazione fino a 5 piante, una regolamentazione della produzione e della vendita con regole precise, con chiare indicazioni sul livello di THC e con un efficiente sistema di sanzioni” ma anche che “la cannabis terapeutica sia garantita alle persone che soffrono di determinare patologie, e che vi sia un monitoraggio da parte del Ministero della Salute”.

Le ragioni della proposta sarebbero non quelle di promuovere l’uso della cannabis ma “all’opposto, regolamentarlo. Perché? Per sottrarre profitti alle mafie e alla criminalità collegata alla produzione e allo spaccio.

Per liberare la ricerca scientifica applicata allo sviluppo di nuove terapie per decine di malattie. Per ridurre il sovraffollamento delle carceri (quasi il 30% del totale della popolazione carceraria)”.

Spesso si tendono a confodere canapa e cannabis. Queste due piante appartengono alla stessa specie vegetale. La differenza sta nel loro quadro genetico.

Ciò che separa in due categorie distinte questa specie vegetale è la quantità di tetraidrocannabinolo, o THC, prodotto dalle piante, il responsabile degli effetti psicoattivi indotti dal suo consumo.

Il Dipartimento di Sanità del Canada ha sottolineato che: “Nei Regolamenti Industriali per la Canapa, la canapa industriale comprende anche piante di Cannabis e porzioni della pianta stessa, di qualsiasi varietà contenente uno 0,3% di tetraidrocannabinolo (THC), o inferiore, presente su foglie e fiori.”

Tornando alla vera e propria canapa, essa viene solitamente coltivata all’aperto, richiede poche sostanze chimiche per poter crescere correttamente ed offre un elevato potenziale industriale. Era, ed è tuttora, usata per produrre una vasta gamma di prodotti, dal settore alimentare a quello cartario.

Dalla canapa si ottengono anche mattoni ecologici per la bioedilizia e e pellet per il riscaldamento delle case. Senza poi tralasciare gli utilizzi per detersivi, tinte e colori, solventi e inchiostri.

Parliamo dunque di una produzione polivalente che, grazie anche all’entrata in vigore della legge 242 del 2016 sulle “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa”, ha permesso il rilancio di un settore che fino agli anni Cinquanta era un cardine della nostra economia.

L’Italia, infatti, era il secondo produttore mondiale di canapa dietro l’Unione Sovietica con 100.000 ettari seminati e un milione di quintali prodotti.

Per il settore primario, infatti, questo nuovo sbocco potrebbe allargare il giro d’affari e portare almeno 15 mila posti di lavoro.

La canapa, insomma, una grande risorsa che vive la sua nuova età dell’oro.

Ora basta

Venerdì scorso partecipo ad un evento che mi interessa particolarmente. Di quegli eventi che sono i corsi formativi organizzati per i giornalisti per acquisire crediti e “aggiornare”, se possibile, la propria professionalità.

L’evento a cui mi iscrivo si chiama “Formare per fermare. Stop alle violenze di genere”. Partecipo a molti di questi corsi formativi. Li trovo utili e interessanti.

L’evento che parla della violenza sulle donne mi tocca particolarmente. Il mondo è divenuto un posto parecchio inospitale e cercare di fare qualcosa per porre una autentica riflessione, che non sia ideologica o di parte ma dettata dalla volontà reale di agire, insomma, mi pare sensato.

Alcuni dati: in Italia oltre cento donne vengono uccise da uomini che sostengono di amarle. Si, proprio così, in questo paese dove dilagano cuori e cuoricini sui social, dove per un nulla, la reazione è sconvolgente. Basta leggere certi commenti, basta pensare alla bimba australiana che, proprio pochi giorni fa, si è suicidata, vittima di bullismo da internet.

Secondo i numeri Istat, sono 7 milioni le donne che nel corso della propria vita hanno subito un abuso.

Ai femminicidi, parola che ho in uggia ma che spiega, si aggiungono violenze che sfuggono ai dati, quelle che fanno riferimento a donne aggredite, picchiate, aggredite, umiliate, vessate, perseguitate.

Perché, in realtà, la violenza fisica è quella più facile da riconoscere ma ci sono altre forme e modalità altrettanto gravi: sessuale, psicologica, economica, stalking.

La violenza non coinvolge solo le donne ma anche tanti bambini, si chiama violenza “assistita”, quella a cui tanti figli assistono senza poter fare nulla, subendo danni permanenti che non possono e non devono essere sottovalutati.

Il corso ha cercato di sensibilizzare gli operatori dell’informazione sull’approccio al problema, sia parlando degli aspetti psicologici, che scientifici e giuridico-normativi con particolare attenzione alla tutela della privacy ma soprattutto alla divulgazione dei fatti secondo canoni di appropriatezza per fare in modo che il racconto mediatico non si trasformi in spettacolo e show ai danni delle vittime.

Sono intervenute molte personalità tra cui Laura Berti, giornalista di Medicina 33, il magistrato Federica Albano, il criminologo Vincenzo Mastronardi, Alessandra Kustermann, Vittoria Doretti, Paola Barretta, Daniela Pescina e Linda Laura Sabbadini.

Più di tutti mi colpisce l’intervento di Lucia Annibali la cui storia tutti tristemente conosciamo. Non ne riporto i dettagli per rispetto della sua travagliata vita e dei miei principi deontologici. Però, mi soffermo su un invito che lei fa ai giornalisti: bisogna avere la capacità di rapportarsi ad un mondo di dolore, all’uso delle parole che continuano a portare sofferenza a chi ha già subito il peggio.

C’è tutto un mondo intorno a chi soffre e di questo mondo bisogna avere rispetto, una sensibilità particolare per realizzare una vera rivoluzione culturale chiamata “empatia”, la capacità di “sentire” il dolore dell’altro.

Mi chiedo: quanti giornalisti hanno questa sensibilità? Quanti operatori della comunicazione sono in grado di “sentire” il mondo di sofferenza che proviene da una donna che è stata vittima di violenza, quanti non cedono alla tentazione della strumentalizzazione o, peggio, della battuta per farsi leggere?.

Ci mostrano una serie di titoli di giornali presi a modello di ciò che non si dovrebbe scrivere. C’è n’è uno che mi colpisce e non ricordo la testata ma recita, a proposito di Virginia Raggi, Patata Bollente. Come a titolare di un uomo “pisello moscio”, perdonatemi il francesismo.

Ecco dove deve avvenire una rivoluzione culturale. Intanto, dall’uscire fuori dei canoni “machisti” degenerativi in gratuita volgarità.

Poi, abbandonata la cultura dell’epiteto a tutti i costi, “educarsi al sentire”, ristabilendo un mondo nuovo.

Sia facendo leggi adeguate, questo è un invito alla politica e alla magistratura,  corrispondendole con la certezza della pena.

Sia non lasciando sole le donne di fronte alla loro vita difficile. Perché, come con la mafia, se non c’è lo Stato, non sarà facile nemmeno la denuncia.

Siamo in campagna elettorale e i parolai sono ora, tutti molto bravi a fare la vita del popolo con il conto in banca da onorevoli ma la realtà è diversa. Sono solo parole?

Vincenzo Mastronardi cita Gorgia: “La parola è una gran dominatrice che, anche col più piccolo e invisibile corpo, cose profondamente divine sa compiere. Essa ha la virtù di stroncare la paura, di rimuovere la sofferenza, di infondere gioia e d’intensificare la commozione”.

E ancora: “La parola sta all’anima come la medicina al corpo”.

Ognuno deve tornare ad essere responsabile delle parole che fa, delle ferite che arreca. Se avalliamo luoghi comuni e stereotipi, ripensiamo a “patata bollente”, creiamo le premesse per un linguaggio dell’odio e del disprezzo, per una mancanza di rispetto che molte volte è la premessa alla colpevolizzazione della vittima e alla giustificazione della violenza.

Quante volte abbiamo ascoltato: se l’è cercata. Se il linguaggio è di per sé definitore della realtà, è segno allora che va cambiata la mentalità e la visione comune, troppo comune.

E molte donne, per non affrontare tutto questo, si convincono che violenza non c’è. E’ il meccanismo delle giustificazione definito Sindrome di Stoccolma.

Paola Barretta lamenta da parte dei media, la “tendenza a rappresentare le donne come soggetti passivi e la propensione al racconto morboso, voyeristico”.

In realtà, la violenza aumenta perché la donna ha preso consapevolezza. Pensiamo alle donne che hanno subito violenza e che, giunte in ospedale, subiscono la trafila di incontrare 5 medici e dover rispondere alle stesse domande, agli stessi particolari.

Può essere passiva una persona costretta ad attraversare questo tipo di realtà?

Federica Albano, magistrato, afferma che “le evoluzioni degli ultimi anni hanno dato una diversa dignità penale al femminicidio” ma osserva anche che “i tempi lunghi dei passaggi giuridici rischiano di annacquare l’accaduto”.

Ecco quindi, leggi vere, procedimenti snelli e pena detentiva reale. Per prima cosa.

La violenza di genere è sistematica, trasversale, specifica, culturalmente radicata, un fatto endemico. parliamo di una violazione dei diritti umani più diffuse al mondo.

Come dichiarato dalla Convenzione dei Ministri del Consiglio d’Europa nel 2011, recepita in Italia nel 2013, viene condannata “ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica” e riconosce come il raggiungimento dell’uguaglianza sia un elemento fondamentale per prevenire la violenza.

A questa dichiarazione, però, deve corrispondere un vero cambio di mentalità. L’uguaglianza non può essere una questione di sole carte ma di cuore. E questo in tante altri aspetti della vita.

Fatto sta che un paese minato da una continua e persistente violazione dei diritti umani non può considerarsi civile.

Impegno congiunto deve essere quello di eliminare alla radice stereotipi, luoghi comuni, fonti di disparità che sostanzialmente creano un’asimmetria di genere nel godimento dei diritti reali.

La Convenzione di Istanbul insiste sulla prevenzione e sull’educazione. Sottolinea che l’elemento culturale è un dato basilare. L’informazione deve quindi essere responsabile.

Il diritto di cronaca non deve essere utilizzato come un abuso. Il giornalista deve rispettare la verità sostanziale dei fatti ma non cedere alla pruderie, ai dettagli superflui per alimentare le voracità del sensazionalismo.

La descrizione della realtà nella sua complessità, senza pregiudizi e con rispetto, pensando al mondo di sofferenza che c’è dietro ogni forma di sofferenza, è il primo passo per un cambiamento culturale della società e per il raggiungimento di una reale parità.

Affinché ogni essere umano possa essere davvero orgoglioso di definirsi tale.

L’amore di Giulia per le Hoya

Amo i fiori.

Mi sono rivisto molte volte nella splendida figura del protagonista del film Harrison’s Flowers.

Un fotogiornalista che, scampato agli orrori della guerra in Bosnia, ritrova la vita nella gioia di trovarsi di nuovo in mezzo ai suoi fiori. Eccola, la vita quando fa gioia. Colori e profumi, bellezza, dolcezza e delicatezza.

Ho trovato pane per i miei denti e, magie dei social, sono venuto a contatto con Giulia Campus, agronoma e tecnico di monitoraggio ambientale.

L’ho intervistata su quella che è la sua straordinaria passione. Nel link che vi allego, c’è l’articolo che ho pubblicato ieri su Green Planet Edizioni, un pezzo che si avvia ad essere come il più letto in assoluto della nostra piccola storia.

https://www.greenplanetedizioni.com/lamore-per-le-hoya-di-giulia-campus/

Racconta di lei e delle piante che nutre e che cura, le bellissime Hoya.

Bellezza autentica di cui, a volte, l’essere umano, grazie a Dio, è capace. Un antidoto, una terapia nei confronti di tante ma proprio tante cose incommentabili.

La bellezza, quella vera, è sempre fonte di salvezza.

Ecco il link e buona lettura

https://www.greenplanetedizioni.com/lamore-per-le-hoya-di-giulia-campus/

La mia prima volta dall’altra parte della barricata

Questa non posso non proporvela.
È la prima volta che mi trovo dall’altra parte della barricata. Anziché fare un’intervista, l’intervistato sono io.
La giornalista e scrittrice Alessandra Hropich, infatti, mi pone diverse domande a proposito del mio libro di poesie appena pubblicato, Fuoco di Parresia.
Mi ha fatto un certo effetto essere intervistato e , inutile negarlo, anche un discreto piacere.
Ho avuto modo di raccontarmi un po’ anziché essere io il narratore di una storia.
Se vi fa piacere leggerla, eccovi il link
https://www.obiettivonews.it/2017/12/23/intervista-a-daniele-del-moro-giornalista-e-scrittore/