Ti custodisco

Ti custodisco,
come si custodisce il silenzio,
in un giorno di pioggia,
fino a una gioia,
che stracci, scoperchi, dissolva nel petto,
uno smarginato cuore,
un sogno sfocato
che odora e scompare,
al mattino che suona.
Mi sottraggo al reale
per farmi impasto visibile
che si proietta
su frontiere e mistero
dove l’ignoto
è un quotidiano
sbriciolar di sassi,
un cammino di danza
su grembi di bagliore.
Mentre la sponda,
è una meta di luce,
è un sospiro che tace

 

 

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Scheggia

Come fa il delirio
quando accoglie e oltraggia
tra sbattute sponde
il passato che raggruma,
intento ai manti floreali
cerco scampo
accarezzando
respiri senza verbo
di occhi in amorosi musi.
Divento, poi,
scheggia che s’invola
nel tramonto col sapore di un pompelmo rosa
in attesa delle briciole del giorno.
Sarà forse la mia, una cupa storia
come tante
di groppi e graffi
su vetri infranti e lattonerie di crosta,
forse scialba o sonnolenta.
Ma non mi importa.
Ho la visione di un assolato campo
con lampi d’igniti dardi
in cui c’è traccia
di improvvisi scatti
tra memorie e spilli
e luminose sorti

 

E’ una gibigianna, in briciole

E’ nel sole del mattino
che si nasconde un principio
di stracciata eternità.
Nell’aria fredda
che cospira
sui digrigni delle ombre.
È una cromatica congiura
che slaccia i vessilli
con sembianze d’illimitato.
La fine e l’inizio.
Grovigli inconsapevoli
conferiscono
metafisiche solitarie
a strade quotidiane
affollate di respiri.
Mentre scorrono nuvole,
su secoli di pietra.
È una gibigianna,
in briciole.

 

Nuova resistenza

Non è questione di ostilità. Sarebbe come dire sempre si.

Equivarrebbe a puntare sempre i piedi. Ovvero non costruire ma distruggere come una rivolta impotente.

Riuscire a districarsi nel ginepraio dei condizionamenti e del “serpente globale” e mercato, è sempre più difficile.

Riuscirci è la vera sfida. Coltivare uno “stile ostile”, “non conforme” alla falsità dell’irreale, del “va tutto bene” mi pare fondamentale.
Così come riuscire a trovare il proprio bene, dentro e fuori di sé.

Il banalmente gioire è funzionale al sistema che ti avvelena il sangue raccontando storielle, talvolta anche divertenti. Ma il fine è sempre il medesimo: realizzare l’eclissi del pensiero del caos della libido, tanto per citare l’aspetto più scontato.
Come asserito da Hannah Arendt, “la società di massa non vuole cultura ma intrattenimento”.

Continuo a credere che, nonostante il desiderio di svuotarlo l’uomo allo scopo di farne un consumatore distratto, egli sia ancora capace di qualche lampo di luce, di genio, di qualche aspirazione alla libertà.

Mi torna in mente lo scritto di Ennio Flaiano dal titolo emblematico Filosofia del rifiuto.
Leggiamolo:
Agire come Bartleby lo scrivano. Preferire sempre dire no. Non rispondere a inchieste, rifiutare interviste, non firmare manifesti, perché tutto viene utilizzato contro di te, in una società che è chiaramente contro la libertà dell’individuo e favorisce perciò il malgoverno, la malavita, la mafia, la camorra, la partitocrazia, che ostacola la ricerca scientifica, la cultura, una sana vita universitaria, dominata dalla burocrazia, dalla polizia, dalla ricerca della menzogna, dalla tribù, dagli stregoni della tribù, dagli arruffoni, dai meridionali scalatori, dai settentrionali discesisti, dai centrali centripeti, dalla Chiesa, dai servi, dai miserabili, dagli avidi di potere a qualsiasi livello, dai convertiti, dagli invertiti, dai reduci, dai mutilati, dagli elettrici, dai gasisti, dagli studenti bocciati, dai pornografi, dai poligrafi, truffatori, mistificatori, autori ed editori. Rifutarsi, ma senza specificare la ragione del tuo rifiuto, perché anche questa verrebbe distorta, annessa, utilizzata. Rispondere: No. Non cedere alle lusighe della televisione. Non farti crescere i capelli, perché questo segno esterno ti classifica e la tua azione può essere neutralizzata in base a questo segno. Non cantare perché le tue canzoni piacciono e vengono annesse. Non preferire l’amore alla guerra perché anche l’amore è un invito alla lotta. Non preferire niente. Non adunarti con quelli che la pensano come te. Migliaia di no isolati sono più efficaci di milioni di no di gruppo. Ogni gruppo può essere colpito, annesso, utilizzato, strumentalizzato. Alle urne metti la tua scheda bianca sulla qale avrai scritto: No. Sarà il modo segreto di contarci. Un no deve salire dal profondo e spaventare quelli del si. I quali si chiederanno che cosa non viene apprezzato nel loro ottimismo”.

Col consueto piglio polemico Ennio Flaiano, nel suo Diario degli Errori, uscito nel 1976, dice no.

Forse, allora, quelli del si, quelli  della ripresa economica, del job act, del lavoro che cresce, del problema accoglienza e immigrazione che non esistono, quelli che se la cantano e se la suonano, forse, proprio a questi qui, bisogna cominciare a dire no, a fare barriera, a sbugiardare la finzione, cercando la realtà. A dire no.

Prendere consapevolezza. Per godere del buono e dire no al cattivo. Soprattutto a livello etico.
Svelando bellezza e smascherando l’orrore.

La buona battaglia. Come ricorda Nietzsche: “Formula della mia felicità: un si, un no, una meta da raggiungere”.

Cominciamo a dire no allora, allo sfruttamento, al piacere banale, a quello fondato sulla sofferenza altrui, alle rate, ai mutui, al danaro in prestito, al superfluo.
Diciamo no al mostro tentacolare del mercato e alla dittatura dell’illusione e dell’irreale. Da individuare e da boicottare.

Ecco il senso della vita. C’è bellezza lì fuori, c’è gioia, c’è fermento.

Facendosi coscienti, assumendo una autentica indipendenza da tutto ciò che ostacola il pulsare del reale per fare del vivere uno spugnoso detrito.
La vita vera, quella su cui immolarsi di felicità, non è mera quiete, né euforia calcistica, né evasione lenitiva.
E’ lotta in un processo di chiarificazione.
Per trovare un elevato senso di sé che porti il nostro cuore a volare in alto.

Contenti di quello che siamo. Non fintamente ilari di fronte al’essere che ci hanno imposto in salsa melliflua.
Il mondo è questo, è vero. Possiamo gustarlo in ogni istante.
E soprattutto possiamo agire.
Facendo in modo che ciò su cui nulla possiamo, nulla possa su di noi.

Consapevolezza e nuova resistenza.
Ognuno scelga di incidere sulla realtà, incidenso se stesso.

Interrogando, in silenzio, la propria coscienza.
E, se possibile, respirare un pò di libertà.

E la morte non avrà più dominio

Una delle più belle poesie di un poeta che amo, Dylan Thomas, una lirica che è la mia preghiera, la mia speranza di fronte all’eterno sospiro che ci fa scoprire la fragilità di tutte le cose.

Un invito a vivere, a farsi “dominatori di se stessi”, a credere che nulla ci sarà mai tolto.
Perché ogni strappo venga ricucito.

Il mio pensiero per Gotanda, il gatto di mio fratello e mia madre, che ha raggiunto stamattina sul Ponte dell’arcobaleno il mio amato Gastone, pochi mesi dopo di lui. Anche per loro, come per Gastone, sono stati 15 anni di meraviglioso amore e di vita insieme.

Gastone e Gotanda erano fratelli, Vissuti separatamente, si sono ricongiunti in poco tempo.

E la morte non avrà più dominio

E la morte non avrà più dominio.
I morti nudi saranno una cosa
Con l’uomo nel vento e la luna d’occidente;
Quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite scomparse,
Ai gomiti e ai piedi avranno stelle;
Benchè ammattiscano saranno sani di mente,
Benchè sprofondino in mare risaliranno a galla,
Benchè gli amanti si perdano l’amore sarà salvo;
E la morte non avrà più dominio.

E la morte non avrà più dominio.
Sotto i meandri del mare
Giacendo a lungo non moriranno nel vento;
Sui cavalletti contorcendosi mentre i tendini cedono,
Cinghiati ad una ruota, non si spezzeranno;
Si spaccherà la fede in quelle mani
E l’unicorno del peccato li passerà da parte a parte;
Scheggiati da ogni lato non si schianteranno;
E la morte non avrà più dominio.

E la morte non avrà più dominio.
Più non potranno i gabbiani gridare ai loro orecchi,
Le onde rompersi urlanti sulle rive del mare;
Dove un fiore spuntò non potrà un fiore
Mai più sfidare i colpi della pioggia;
Ma benchè matti e morti stecchiti,
Le teste di quei tali martelleranno dalle margherite;
Irromperanno al sole fino e che il sole precipiterà,
E la morte non avrà più dominio.

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And death shall have no dominion

And death shall have no dominion.
Dead men naked they shall be one
With the man in the wind and the west moon;
When their bones are picked clean and the clean bones gone,
They shall have stars at elbow and foot;
Though they go mad they shall be sane,
Though they sink through the sea they shall rise again;
Though lovers be lost love shall not;
And death shall have no dominion.

And death shall have no dominion.
Under the windings of the sea
They lying long shall not die windily;
Twisting on racks when sinews give way,
Strapped to a wheel, yet they shall not break;
Faith in their hands shall snap in two,
And the unicorn evils run them through;
Split all ends up they shan’t crack;
And death shall have no dominion.

And death shall have no dominion.
No more may gulls cry at their ears
Or waves break loud on the seashores;
Where blew a flower may a flower no more
Lift its head to the blows of the rain;
Though they be mad and dead as nails,
Heads of the characters hammer through daisies;
Break in the sun till the sun breaks down,
And death shall have no dominion.

Nostalgie e groppi in gola

Sono sul letto. D’estate. Ricordi.

Della mia adolescenza. Il silenzio è quasi totale. Interrotto da un vento fresco che entra e muove i poster, come si chiamavano un tempo, attaccati alle pareti della mia stanza.

Clash, U2, Police, Pink Floyd. Il gigantesco quadro che raffigura il bambino indiano, simbolo del massacro dei nativi a Wounded Knee, mi guarda. Sono un “pellerossa” dentro. Non solo perché in estate mi ustiono. Un altro rumore interrompe questo meraviglioso silenzio di una qualunque notte estiva: la fontana del giardino del palazzo dove guizzano i pesci rossi culla dolcemente i miei pensieri, una ninnananna lieve.

Degusto a piccoli sorsi la mia gioventù.

Ricordi. Mio padre, ah mio padre. Dorme nella stanza accanto. Un colpo di tosse e si rigira nel letto. Mio padre.

Continua la notte. E ancora i ricordi. Ascolto musica appena posso. Mio padre, sempre lui, sono benestante, mi propone due alternative per il regalo dei miei 18 anni: impianto hi-fi professionale o Laverda 125 motore Zundapp. Sono a un bivio. Come sempre.

Nonostante adori andare in moto, la musica è ancora di più un richiamo irresistibile. Scelgo hi-fi. Posiziono il letto della mia stanza esattamente al centro delle casse per farmi avvolgere dal sound e navigo quando ancora internet non esiste. In particolar modo di notte.

Vorrei fare il musicista. Suono in un gruppo. Anni Ottanta. Con la New Wave ho un feeeling speciale. Alternativa: fare il giornalista. Scrivo sempre, tanto.

Non frequento troppe persone. Sempre tendenzialmente solitario. Non perché non ne abbia bisogno. No. E’ che dopo un po’ mi annoio.

Sto bene con tutti, più o meno. Intimità vera con rare eccezioni. Se devo annoiarmi in compagnia, mi annoio da solo. E scelgo musica e passeggiate in moto.

Ricordi. L’estate. A Campo di Mare in bicicletta o in vespa e sentire il profumo degli eucalipti, passeggiando tra le ville bianche. I profumi mi riportano ai luoghi. Il mare al tramonto, due corpi estivi che si abbracciano. Ora di cena. Me ne vado in giro. Le luci nelle case, le voci, lo stare insieme.

Oppure dopo pranzo. Io e mio fratello ad aspettare che faccia meno caldo in casa, quando tutto è sospeso e ti prende l’angoscia, una strana angoscia. Non tutto è facile. L’adolescenza è tosta, soprattutto se ti fai delle domande e non segui i gruppi, le masse, le combriccole.

Anni Ottanta. Con mio padre discuto, mia madre aggiusta. A modo suo. Con mio padre litigo ma c’è un rapporto. Difficile. Non accetta molte cose mio padre. Mi condiziona. Sopporto ma faccio come mi pare. O meglio, tento. Qualche volta riesco. Mi compro di nascosto la mia prima vera moto Teneré 600, un simbolo degli anni Ottanta. Lui lo scopre. Non dice nulla. Contraddizioni di un rapporto difficile. Quando non ci sarà più, rimarrà uno strappo. Nonostante le difficoltà.

Anni Ottanta. Ricordi. Andare a suonare in sala. Fare concerti, sperare di farne un lavoro. Poi la realtà. No. Mi laureo e mi dedico ad altro. Niente mi viene facile. Catarsi, karma, chiamatelo come volete. Devo sudarmele le cose. Ancora oggi. O forse vivo tutto come sono. Complicato e lacerato, non sempre, ma molte volte. Come il mio rapporto con le giovani della mia età. Riscontro, senza modestia, qualche successo.

Ma sono complicato. E alla fine complico tutto. Per non dire del sesso. Non lo amo a caduta libera. Non lo vivo bene. Io devo avere tutto il contesto e rendere ogni momento straordinario. Sono un illuso ma a me piace vivere così. Tra l’ascetico e l’estetico. Non mi piace il vorrei ma non posso. O posso come sento o dico che non voglio. In vespa e in moto con vento in faccia, non c’è ancora l’obbligo del casco e poi fermarsi insieme sotto le stelle e guardare quel tremolio e non dire nulla.

Baciarsi e fare musica. Con la notte e con le stelle. Poi il tempo prende a scorre veloce, dopo la maturità. Università e militare sono un attimo. Durante il militare, nei numerosi turni di guardia in Cavalleria, mi godo le notti parlottando con qualche compagno, a tratti anche in profondità. E guardo le stelle mentre aspetto che finisca quell’anno. Più tardi, conosco mia moglie, quando penso che non mi sposerò mai.

Mentre mio padre se ne va. In breve e sempre con la stessa voglia di godere della vita in maniera profonda arrivo ad oggi. Sorseggio ancora la vita, non più da adolescente. Mi confronto col mondo, a volte vinco e molte volte perdo. Ma sono quello di questi ricordi. Desiderio di bellezza, di relazioni consapevoli, di natura e silenzi vertiginosi. Sono quello che vuole degustare ancora. Nonostante il tempo che passa, voglio continuare a dare importanza ad ogni istante perché solo così, lo fermo il tempo. Almeno ho l’illusione di farlo.

Come ora, con i ricordi che danno l’assalto al mio presente, generando nostalgia. Che accolgo e trasformo in vita, desiderando ancora.

Questa vita, questa possibile libertà.

 

Arte, la cura migliore

Arte, la cura migliore

E aggiungo, come terapia, praticandola e contemplandola.
Abbiamo da poco dato vita alla nostra piccola casa editrice digitale, http://www.greenplanetedizioni.com, che vuole essere uno stimolo.

Arte, la cura migliore.

Per noi, a continuare a fare il nostro lavoro come sappiamo fare ma finalmente parlando di ciò che ci sta più a cuore. In pochi ma molto più motivati.
Racconteremo di ambiente, animali, benessere, arte, cultura, agricoltura, perche abbiamo in mente una alternativa di convivenza e di rapporto con la vita in cui ci immergiamo.
Green Planet Edizioni vuole credere ad una idea del mondo diversa e attuabile. Come? Attraverso il nostro modo di incidere sulla realtà.

Ognuno con la propria insostituibile personalità, tutti insieme per un cambio di mentalità.

Vi propongo questo articolo che vi rimanda a quanto ho scritto ieri in relazione ad arte, benessere, autismo, alzheimer, empatia.

Il frutto di alcune ricerche universitarie che ci danno una conferma: colorare la vita per uscire dalle ombre che talvolta sembrano sovrastarci.

Buona lettura e buon sabato.

https://www.greenplanetedizioni.com/arte-come-toccasana/

Arte come toccasana

Arte come toccasana

Vivi, scansa, evita, schiva

Vivi, scansa, schiva, evita.

Il brutto, l’orrore e la volgarità. Per contrastare con una metafisica di bellezza tutto ciò che non lo è. Questa poesia l’ho scritta pensando a quanto sia difficile darsi alla luce, fare maieutica di se stessi. Si parla molto, si ascolta poco. Soprattutto non si riesce a tacitare il rumore esterno ed interno che spesso impedisce di far capire la realtà.

Ogni passo verso se stessi è l’aprirsi di una possibilità. Di autentica libertà, di autodeterminazione, di consapevolezza senza illusione. Nella penetrazione dei fenomeni, inebriandosi di questa stessa realtà, senza cedere alla fuga che ogni lenitivo propone. Per rendere il vuoto facile da ricolmare con ogni stupidità.

Ecco perché è molto facile fare confusione e proporre l’aternativa del caos, così ammaliatrice. Dare spazio ad una terra nuova e rigenerata, guardare al di là del deserto con occhi ardenti, certi della bellezza, dei colori, di ciò che possiamo sentire, diventando sempre più consapevoli, farsi interpreti di una inerarrabile gioia. Nonostante l’orrore.

Cui possiamo opporre con rinnovato vigore solo la nostra speranza e la volontà di non cedere allo sconforto. Questo è per me ardere, seguirmi, cercarmi. Ogni volta rialzarsi e scrollarsi di dosso la polvere, dando fuoco a ciò che è arido.

Vita che si rinnova e che prova a farlo sempre. Tentare, agire. Per riprodurre ancora gioia e speranza di essere. Perché, come ricorda Albert Camus, “anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo”.

Se quest’uomo riesce sempre di più a comprendere che il destino è nel dare luce alla realtà. Il cuore allora vola alto. Anche quando a volta sembra farsi pesante.

 

Vivi, evita, scansa, schiva.

Artiglia l’aria migliore

con uncini splendenti.

Brucia stoppie

e fusti inariditi.

Ardi

e seguiti

in terra rigenerata.

 

Siamo davvero progrediti?

 

Siamo davvero progrediti? Difficile ammetterlo quando, come accaduto questa estate, per salvare la vita degli animali non si faccia nulla. In questo link che vi riporta all’articolo che ho pubblictao per Green Planet Edizioni (www.greenplanetedizioni.com) vi racconto il mio pensiero su questa vicenda che mi ha fatto riflettere.

Finché non ci sarà un cambio di mentalità, considerando gli animali come creature da amare e non da “dominare”, questo mondo sarà un posto molto inospitale. Per nulla il migliore dei mondi possibili.

Se non lo avete già letto, fatelo ora. In questo articolo vibra il mio pensiero, come sempre.

https://www.greenplanetedizioni.com/non-bastato-progresso-salvare-mamma-orsa/