La grazia da un pomodoro

Il nuovo che avanza? No, il distacco. Rifletto e allora scrivo. Come sempre da piccoli atti, distillati quotidiani di vita, sgorga quell’attimo. Di grazia. Non una botta di culo, per carità. No per quella bisogna nascerci. Solo consapevolezza e presenza a me stesso. Che è molta più ricchezza del suddetto culo.

Sicuramente nella vita occorre fortuna. Ma prima di tutto, servono forza e  consapevolezza. Il culo non dura tutta la vita, forza e consapevolezza sono le magiche ancelle che danno all’età lo splendore della gioventù. Preferisco che di me si dica “mancò la fortuna, non il valore”. Piuttosto che “ebbe un gran culo”.

Il fatto quotidiano? Non il giornale ma una cosa semplice. Mi fermo in campagna dove capito per alcune cose da fare in zona. Una bancarella di frutta e verdura. L’ape regina, si chiama, già il nome mi piace.

Adoro comprare frutta e verdura, adoro i colori. Agguanto un pomodoro come fosse pane. Mi inebria il profumo, lo accarezzo, come pelle viva. Un pomodoro, estetica intellettuale della terra. Appunto come la grazia del pane.

Prendo friggitelli, pesche, un cocomero piccolino, mi accorgo di avere a disposizione una ricchezza da autentico re. Non è retorica. Penso a chi è malato, a chi ha problemi seri con la vita e con i suoi giorni, al mondo che latra e che soffre, guardo questi pomodori e me li immagino spaccati con olio, sale e basilico e trovo il mio reame.

Poi rifletto sui giorni che passano. Non ho alcun nodo alla gola ma solo presenza. Penso a me stesso e a ciò che sono diventato perché su me stesso ho imparato a contare. Il distacco, non mi arrabbio più. Quando sperimento, umana vita, come è difficile avere un po’ di “grandeur” non rimugino più, non mi corrodo davanti alle piccole meschinità.

Semplicemente vado oltre e penso a una bruschetta e a un bicchiere di rosso. C’è che si vende per niente, chi non ha niente da vendere ma vorrebbe imporre se stesso, c’è chi si dà arie di superiorità dall’alto della sua inferiorità, chi compete con tutto ciò che si muove, chi sostituisce un eroismo alla gioia della cooperazione, c’è chi non dimentica e si contorce di pensieri neri e non vede altrove, c’è chi sorride e finge, c’è chi erutta inconcludenza, chi la vomita, chi la sbandiera, c’è il lavoro recitato e chi vorrebbe vendicarsi della propria irrisolutezza sul primo che passa c’è chi si lamenta, chi attacca, chi fa violenza, chi semplicemente non guarda.

Ecco, io ho messo un punto a tutta questa emotività negativa. Lascio correre per immergermi nell’attimo dove essere presenti con tutto ciò che sei, crea come un cristallo magico. Ho imparato a starmene per conto mio, sia quando sto bene, sia quando sto male. E scelgo. E non fingo. Che le cose vadano alla grande per pomparmi l’immagine, né che non vadano. Semplicemente guardo poco a quello che gli altri pensano e che determinano.

Anche a chi sorridere, non dispenso più regali simili. Un sorriso ha potere, fa bene, va donato a chi lo apprezza. Mi faccio sempre più essenziale, elimino, scanso, seleziono, più tolgo, più metto.

Tolgo chi non ha rispetto, chi non lo dà a chi rispetto, a ciò che amo, tolgo gli isterici, i senza dialogo, i millantatori, i disturbati, gli egotisti, i “io so io e voi non siete un… “, aggiungo i sensibili, i solitari, i folli in cerca di una spiegazione, di un senso, di armonia, del profumo di un limone e di una mano da stringere.

Ecco, questo essere nelle cose, questo avere realmente presenza sul momento, credo che riesca a rappresentare abbastanza bene cosa sia distacco. Non farsi più travolgere dal negativo, dallo scontato come se la vita fosse infinita. Le paure, è vero, rimangono ma allentano la loro morsa sfacciata e urticante.

Si chiama vita, si chiama spero, si chiama fede o fiducia. Evadere dalla realtà non ha senso quando sei capace di attraversarla la realtà e immergerti nell’attimo. “O vita o mia vita”, diceva il professor Keating citando Whitman. Non solo possiamo contribuire con un verso ma possiamo dare gioia al ricordo senza vivere nel passato.

Ho imparato a pensare a chi non c’è più. A farlo vivere dentro di me. Penso a mio padre, alla nonna giornalista che mi fece entrare al Corriere dello Sport ma io, zuccone, non amavo il calcio e mollai.

Ho imparato a riconciliarmi con tante cose. A vivere di ciò che sono capace di scorgere e di apprezzare, di vedere e di abbracciare. Un antidoto ai veleni del mondo, la speranza che il veleno si ritragga. Ho imparato anche a sorridere alle mie malinconie senza più cercare sfoghi. Semplicemente aspettando che passi.

E poi a starmene lontano, il distacco appunto, e a preferire la compagnia di un pomodoro o di un animale, alla vuota presenza dell’irrisolto. E a sperare sempre, che vengano i giorni di ancora più presenza, non di vane illusioni.

Sono grande per credere all’irreale. E’ la realtà a cui possiamo dare forma. Scegliendo il giusto, il buono e il vero, la Trinità della bellezza che talvolta diviene amore. Amore per i giorni, per i minuti, per le cose che ci passano davanti, per i piedi che ci sostengono, per gli occhi delicati e buoni che incontriamo.

Io che cerco sempre che ci sia buono, io che vado al mare con gli audiolibri e mi immergo nell’ascolto, passando dal Deserto dei Tartari, ai Promessi Sposi, ai gialli per arrivare a Pinocchio e quando si commuove Mangiafoco mi commuovo anche io.

Ecco che allora, la mente ritorna a certe giornate che ho davanti come un film. Io che finisco di studiare, mia madre affaccendata, mio padre a lavoro. La mia stanza, un po’ di musica, poi buttato in terra o sul letto a leggere Zagor o Pinocchio.

In attesa dell’appuntamento atteso di fine giornata: ore 19.20 Happy Days da veder con Fabio, mio vicino di casa e oggi ancora amico che quando ci vediamo, sembriamo ancora quelli che passavano le serate sulle scale a parlare.

Poco di donne in senso maschile, molto dei progetti e delle cose che volevamo fare. Ecco mi pare di vedermi, anche ora che scrivo. Aspettare Happy Days e leggere Zagor che ancora oggi preferisco alla lettura di tanti giornali. Mi pare di essere lì, in quella stanza.

Poi, finito Happy Days, partiva la sigla di Almanacco del Giorno dopo. Ci si preparava per la cena, si aspettava mio padre. Dopo cena, tv intelligente e parlare con mio padre, dibattere, oppure ancora musica in camera e qualche telefonata o insieme a Fabio sulle scale, intabarrati nei nostri pigiami.

Ecco la grazie, fare del ricordo, il presente, una identità. Oggi, a questo proposito, leggevo uno dei post compulsivi di una “amicizia” Facebook: quando nasci ti danno un nome, una identità, una religione, una razza, una nazionalità e finisci per difendere tutta la vita una identità inventata. Di castronerie ne leggo ma questa di acchiappaclick è da Oscar. Come se dovessimo essere tutti “figli di nessuno” per stare meglio.

Ecco i miei ricordi mi danno un’identità. Tutti desiderano avere ricordi, sentirsi qualcosa. La negazione di questi fattori, anche quando le identità sono difficili da pacificare, si chiama sofferenza.

Si chiama psicofarmaco, si chiama psicoterapia. Io riguardo la mia stanza, ripenso anche alle mie angosce. Ma il tempo mi ha portato ad essere nel presente e a godere di quello. Di un pomodoro e di chi, come me, ne accarezza le pelle e ci sente l’estate.

Del resto, dopo tutto, che importa?  Edgar Lee Master nella celebre Antologia di Spoon River scrive in una delle poesie che amavo di più, allegrone: “quando ero giovane avevo ali forti e instacabili e non conoscevo il mondo. Quando fui vecchio, le ali stanche non tennero più dietro alla visione”.

Ecco, non voglio perdere la visione e fare in modo che le mie ali tengano. Per questo guardo al presente, accarezzando ogni ricordo e ogni momento. Vedo, spero.
Buona serata e spero di non avervi annoiato.

 

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La Rivoluzione delle api: intervista e recensione

Quando si ha passione, si va avanti sempre. Il senso di un lavoro fatto bene è tra le migliori soddisfazioni. Anche quando talvolta al posto delle pacche sulle spalle, servirebbe anche altro. Ma non è questo. E’ che bisogna credere in quello che si fa.

Io ad esempio, lo sapete, amo dare voce alle cose belle, a quelle interessanti. Ho pubblicato ora su Green Planet News l’intervista a due giornaliste giovani e gagliarde, Adelina Zarlenga e Monica Pelliccia, che hanno fatto il giro del mondo raccogliendo storie per testimoniare l’importanza delle api per la nostra salute e per l’ambiente.

Lo stile è avvincente, narrativo, sempre approfondito e documentato, una via di mezzo tra la pappa reale intellettuale e il new journalism alla Truman Capote.

Il libro si intitola La Rivoluzione delle api. Come salvare l’alimentazione e l’agricoltura nel mondo con prefazione di Vandana Shiva. Le api sono il termometro dell’ambiente. Se stanno bene loro, stiamo bene anche noi.

Nell’intervista sono emersi alcuni punti importanti: i pesticidi stanno distruggendo l’agricoltura, quello che acquisti da una parte ha inevitabili ripercussioni su un’altra parte del mondo.

Significa che dobbiamo diventare tutti più consapevoli su cosa acquistare, prediligere il chilometro zero, scegliere prodotti locali e di fiducia, cambiare mentalità, scegliere una agricoltura alternativa.

La sfida, su molti fronti, si gioca sulla consapevolezza, come amo ripetere. Giova ricordare a questo proposito, quanto asseriva un uomo dall’illustre pensiero come Antonio Gramsci: “Cultura, non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri”.

Salvare le api significa salvare l’ambiente e la nostra sopravvivenza. Buona serata e buona lettura.

Un gioia di guscio

C’è una gioia di guscio
che sforbicia,
quando l’anima,
ingombra,
di inutile chincaglieria,
attraversa il solido delle cose,
senza farsi strascico.
È quando premo il tempo
sotto il suolo della mia fiducia
e la speranza non decade.
È quando al petto aggancio
i fulmini del mio temporale
e faccio strage
di lampi e tuoni,
ridonadomi all’essenza del paesaggio.
lo sciame delle api, la notte delle lucciole,
la lingua sulla lingua,
mentre sogno
di baci estivi e di carezze sulle guance.
Sono spiccioli, ma monete d’oro,
quando mi avvicino
in millimetri,
all’estasi che preme.
C’è ardore, scavando,
un rosso esclamativo che si accende,
una visione della strada,
in un percorso di silenzi e di parole.
Una grotta, un rifugio, un ristoro,
così, da vivere,
in un’aurora che ti piomba addosso,
tutta d’oro,
quanto la mente tace
e anche gli occhi
si aggrappano
a lembi di mondo.
Il respiro si allarga,
dalle viti sale,
una brace che scioglie,
il digiuno di bellezza.
E allora canti,
a squarciagola,
per seminare rose,
dalla gabbia della mia visione.

Non faccio una questione politica ma una domanda

“Temo che la sinistra, privata dalla sua classe di riferimento, il proletariato, abbia fatto dei migranti una sorta di foglia di fico per dimostrare di essere ancora dalla parte dei più deboli. Ma i migranti non sono il nuovo proletariato perché la loro coscienza identitaria non è qui ma altrove.

Hanno diritto a non essere culturalmente sradicati, a meno che non si tratti di una loro libera scelta. Viceversa gli abitanti dei quartieri più poveri in Europa, hanno diritto a non essere sradicati dalle loro usanze da parte di un’immigrazione culturalmente eterogenea. I migranti non risiedono in via Montenapoleone e non portano via lavoro agli amministratori delegati.

Decidere come fanno le élites che il popolo è brutto sporco e cattivo perché non vuole accoglierli è ingiusto. E’ il popolo che porta il peso dell’immigrazione con la perdita di valore del lavoro manuale. La svalutazione del lavoro in questi anni di ordoliberalismo e di euro, è stata possibile solo grazie all’esercito di riserva costituito dai migranti. E’ logico che le élites economiche siano favorevoli all’immigrazione. Le libera dall’incombenza di delocalizzare dove c’è disperazione, portando la disperazione direttamente qui”.

Ora parto da questa considerazione di Carlo Freccero non per fare politica ma per guardare alla realtà. Le elités economiche che sono favorevoli allo sfruttamento delle masse popolari stanno realizzando la società che abbiamo visto ieri all’opera in Francia durante i festeggiamenti. saccheggi, distruzione, caos. Cose che solo qualche anno fa sarebbero state impensabili su Champs Élysèè. Leggo dal commento di una mia amica su Facebook: “Croazia sfortunata. Francia fortunata, forte, multiculturale, che merita la vittoria, ecc.  Ok. ADESSO, TORNIAMO ALLA REALTA’. Questi sono i “festeggiamenti” a Parigi in queste ore. Bande di tutte le latitudini, individui sradicati e senza legge se non quella della propria “gang” che “si divertono” a modo loro. Ma questo é normale – direte voi – dopo le partite tutti si menano. Meno normale é che, in questi giorni, città come Nantes e Marsiglia siano state messe “a ferro e fuoco” da bande di periferia armate di tutto punto (dalla semplice lama al Kalashnikov). Questo é il MODELLO SOCIALE che qualcuno ancora esalta. Fatevi due conti … e levatevi le fette di ideologia dagli occhi, please”.

Sono molto preoccupato per quello che sta diventando l’uomo, per come l’Europa e l’Italia, un paese di rara bellezza, possano arrivare ad essere. Non faccio una questione politica che oggi mi ripugna per quel che vedo. Rimpiango i Berlinguer, i Moro, i De Gasperi, anche gli Almirante e i Craxi,  si anche loro.

Non faccio assolutamente una questione di sesso, religione, razza, e altre etichette che solitamente ci stampiamo a regola per non voler affrontare il problema. Come possiamo costruire una società equa, come evitare che “la banda armata” di individui sradicati e carichi di rancore possano metterci a ferro e fuoco?

Il mio è un accorato appello alla concordia che vorrei ma che non è possibile, mi pare. Almeno non con queste schiere invasate che puntano alla distruzione e alla violenza come linguaggio dell’essere.

Mi chiedo: davvero è questo il futuro che ci aspetta? Spero in una giustizia sociale che possa arrivare a colmare la rabbia questo si. Ma credo anche che di fronte a talune manifestazioni quanto asserito da Rula Jebreal che ha vinto la diversità non corrisponda del tutto a verità. Sento aria di retorica.

Mi pare che ovunque il rischio modello unico incomba: rabbia devastante, saccheggi, caos, divertimento di questo tipo che forse è un tantinello pericoloso valorizzare come risorsa.

Spesso sento parlare deglli anni bui della Repubblica. Del passato. Ho la sensazione che gli anni bui siano quelli che stiamo vivendo. Ho la speranza che qualcosa possa cambiare ma intanto rimango attonito davanti alla norma del caos come istituzione. Capisco la rabbia sociale ma qui c’è qualcosa di più.

C’è un nichilismo che non rispetta nulla, c’è una vita che non conta nulla per tante persone, che usano la violenza contro le donne e contro chiunque come prassi, ci sono istituzioni e persone che non intendono guardare al concreto. Finché non colpisce loro direttamente. Ho un sogno. Che l’uomo cambi e si ravveda. Soprattutto alcuni. E si possa stare insieme non a devastare ma a godersi quel che resta del giorno.

Buona serata e alla prossima riflessione.

Alea iacta est

Verrebbe da dire “Alea iacta est” o forse, più facile, come direte voi, chi se ne impipa. In pratica, ho fatto domanda come ufficiale riservista nell’Esercito Italiano. A 54 anni. Il bello è che il Ministero della Difesa mi ha risposto dicendo che la mia domanda è stata accolta, sono idoneo, insomma. Ora, non so se verrò mai richiamato ma parto da un fatto personale per allargare la riflessione.

Potrei essere richiamato per missioni di tutela ambientale, di supporto nelle zone in difficoltà e altre cose. Fondamentale era che fossi un giornalista laureato in Lettere. Io ho poi l’apparteneza al gruppo etno-demo-antropologico e quindi abbastanza ad hoc. La prima volta che nella mia vita la mia laurea potrebbe servire a lavorare.

Ecco il punto. Scrivere oggi in questo paese è considerata un’attività hobbistica. Anche quando metti tanto impegno e passione. Progetti ne ho parecchi in ballo, in testa, le pacche sulle spalle non mancano. Certo, farne economia vera è un’altra cosa.

Se non avessi un po’ le spalle coperte sarebbero i famigerati “volatili” di cui si sente spesso il volo. Soprattutto da dietro. Ho fatto il militare in Cavalleria, Lancieri di Montebello, incarico da secondo pilota radiofonista, sempre qualcosa di attinente alla comunicazione.

Stavo per mettere firma. Poi “più c’el dolor, poté il digiuno”. Di scrivere. E ho scelto di imbarcarmi “sui gommoni dell’esistenza intellettuale” che oggi appaiono navigare in pessime acque.

O vieni sfruttato dai trafficanti di parole o ti rimandano indietro, nei campi profughi della tua solitudine di sognatore e di scrittore, dove vivi assieme a tanti altri esuli (in patria), negli occhi lo stesso medesimo sogno.

E allora che fai? Pensi ancora come Dante: ““Né dolcezza di figlio, né la pieta / del vecchio padre, né ‘l debito amore / lo qual dovea Penelope far lieta, / vincer potero dentro a me l’ardore / ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto, / e de li vizi umani e del valore; / ma misi me per l’alto mare aperto”.

Intendiamoci: non sono mai stato uno di quelli che amava lo stile militare per machismo. Pure l’idea di vivere in promiscuità mi ha sempre fatto orrore. Però una idea di “alta tenuta”, una certa essenzialità, abituarsi al necessario, la divisa, ancora oggi io amo stare con scarponi e sahariana, insomma mi è sempre piaciuta.

Sono andato a cavallo per anni, avevo il mito dei fratelli D’Inzeo e di un certo codice d’onore. Sono anche diventato ufficale della Croce Rossa. Quando una minima sensazione di patria esisteva, ora che la patria è negletta e disprezzata, viene chiamata populismo e sovranismo, io ho sentito che, magari, potrebbe avere bisogno di me e io di lei perché a fare il giornalista, non si “pecunia” granché.

Almeno non ancora come si dovrebbe. Ad esempio con il nostro quotidiano online, Green Planet News, tanto lavoro ma anche diverse persone e se viene fuori qualcosa, dopo incontri, parole, confronti, dibattiti, sono spiccioli.

Mi accade un po’ come esperito quando suonavo come batterista. Ho fatto anni di concerti, due dischi all’attivo, poi però, drastico e con aspirazioni samurai, mi sono dato del tempo e mi son detto: se entro una certa età non sfodno, faccio seppuku e via. basta strimpellare. Bella scelta. Mi sono dato alla scrittura e mi diverto tanto, questo si. Però i risultati economici sono quasi come quelli della musica. Amen.

Detto questo, credo che davvero importante sia avere dei progetti sempre nella vita. Anche quando appaiono inutili. Bisogna sempre credere al proprio insostituibile percorso. Solo credendoci lo nutriamo e lo vivifichiamo. non con una speranza vana e illusoria che talvolta è lo stigma dei deboli che non vogliono vedere la realtà. Gli esempi in questi giorni non mancano. No, lo nutriamo della nostra forza. Bisogna averlo un progetto e non lasciarsi tentare dal demonio del meriggio, quello della stanchezza e dell’apatia.

Davvero quella che ci sussura e dobbiamo ascoltarla questa voce: verrà il nostro giorno. Punto. E come diceva Nietzsche: se il destino mi è avverso, tanto peggio per lui”.

Buona serata.

 

Requiem di Mozart per non dimenticare

Mentre il potere mediatico “istituzionale” forza al massimo la sua stretta per dividerci e dirottarci su altro, questa volta lo slogan “per non dimenticare” non appartiene alle solite schiere. O meglio, lo prendo in prestito, non me ne vorranno i “poteri forti” per una bella iniziativa in ricordo del bombardamento di San Lorenzo che avveniva proprio il 19 luglio del 1943.

Giovedì 19 luglio prossimo presso la Basilica di S. Lorenzo in Lucina a Roma, alle ore 21, si terrà un concerto per il 75° anniversario del bombardamento di Roma ad opera degli alleati che provocò circa 3.000 morti e 11.000 feriti.

Per l’occasione verrà eseguito il Requiem di W.A. Mozart diretto dal Maestro Raffaele Napoli la cui attività musicale è basata sui criteri di analisi e la tecnica direttoriale derivanti dalla poetica del grande Maestro rumeno Sergiu Celibidache, del cui lascito spirituale Raffaele Napoli è l’epigono più conosciuto in Italia.

Protagonisti del concerto il soprano Annalisa Raspagliosi, il mezzosoprano Stefania Colesanti, il tenore Alessandro Fantini, il baritono Alessio Quaresima Escobar, insieme ai cori “Cantar gli Affetti”, “Incanto” e “San Francesco” e all’ Orchestra Filarmonica Città di Roma, insieme al direttore Raffaele Napoli.

Il concerto rappresenta davvero una bella occasione culturale per poter assaporare al meglio l’avvincente prelibatezza della musica unita ai piaceri dello spirito. Non parlo solo da “classicista sovversivo” .

Apprezzo questa iniziativa perché i “liberatori”, in quel caso, volendo colpire il nodo ferroviario, fecero strage di civili. Una storia che non è servità granché a guardare l’attualità. Il sangue sparso fu tanto e ne rimase intrisa anche la tonaca di papa Pio XII, papi d’altri tempi, di quelli che credevano in Dio e anche al suo antagonista.

Trovo poi il requiem di Mozart di una bellezza infinita. Ricordo ancora, alla prima dello straordinario film Amadeus con mio padre, avevo 20 anni, in atteggiamento estatico al cinema Etoile ad ascoltare la musica e sentirsi “trafitti” nella scene finali. Si, con mio padre, ah mio padre. Sospiro e pensiero. Il vuoto che riempie e che rimane. Senza retorica, né illusione. Ma solo realtà, fenomenologia di esistenza.

INFO

Concerto per il 75° anniversario del bombardamento di Roma
Requiem di W.A. Mozart
Roma – 19 luglio 2018 – ore 21:00
Basilica di S. Lorenzo in Lucina
Piazza di S. Lorenzo in Lucina, 16A, Roma
Ingresso: ad offerta libera
Infoline: 335 311328

Orchestra Filarmonica Città di Roma
Direttore: Raffaele Napoli

Solisti
Soprano: Annalisa Raspagliosi
Mezzosoprano: Stefania Colesanti
Tenore: Alessandro Fantini
Baritono: Alessio Quaresima Escobar

Cori
“Cantar gli Affetti”, “Incanto” e “San Francesco”

E aggiungo, per non dimenticare, il mio post di oggi su Facebooo con qualche pillola di riflessione, pensando proprio a come si voglia distogliere l’attenzione dai veri problemi, mettendoci gli uni contro gli altri.

“Le masse popolari in Europa non sono contro le masse popolari in Africa. Ma quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa. Abbiamo un nemico comune”…
Thomas Sankara

“Il globalismo a cui gli Stati devono assoggettarsi, sono fenomeni che inducono all’inesorabile impoverimento materiale e spirituale delle singole popolazioni a vantaggio di pochissimi potentati economici e finanziari.

Condizioni indispensabili per l’avvento di un Super Governo Mondiale, guidato da pochi, che aspiri ad assoggettare un numero sempre maggiore di popoli. Rendendoli, com’è ovvio, gradualmente sudditi, perciò dediti esclusivamente al consumo di merci, sorvegliati dai guardiani della politica attraverso i media più influenti: i fedeli vassalli delle attuali monarchie economico-finanziarie, intente a instaurare un visibilissimo, quanto rapace sistema feudale dell’epoca moderna”…
Rosaria Impenna

“Tra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cos’è la libertà. E non soltanto quei lupi sono forti in se stessi, c’è anche il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in branco. È questo l’incubo dei potenti”…
Ernst Junger

 

Val Gardena, montagna e libertà

Ci sono posti dove non viaggio, ritorno a casa. Nella mia complessità, passo dalle Alpi alle Piramidi, ricordando l’infanzia scolastica.

Uno di questi posti è la Val Gardena. Ne ho appena scritto su Scrittore in Viaggio, delle iniziative in programma questa estate e di photocontest.

Amo la montagna che per me rappresenta Il Monte Analogo di Renè Daumal o La Meditazione delle Vette del politicamente scorrettissimo Julius Evola. Nella montagna ravvedo un “misticismo” interiore che al mare trovo solo “nell’ora che volge al desio”, quella che ai naviganti interenisce il cor.

Ma prima di arrivare a quell’attimo, il maare per me rappresenta Metropolis di Fritz Lang, rischio alienazione ad un batter di ciglia.

In Val Gardena vado da tanti anni. A Selva per la precisione. Mi piace alzarmi presto e mettermi subito in marcia tra l’odore degli alberi o lo sguardo avvolgente della maestosità della natura.

La montagna resiste. Come il tramonto. Da una parte l’autorevolezza severa di uno sguardo che ammonisce alla disciplina, all’ascesi, a non cedere. Dall’altra, il tramonto, la dolcezza materna che ti avvolge, comprende e sorride, donando conforto alla tua stanchezza.

In un mondo di rovine, la natura ci ricorda la forza dell’eternità. Nonostante la stupidità umana che crede in una libertà priva di eroi e di simboli, scevra da miti e da credenze per asservirsi al Moloch del danaro e dei finti immortali, la natura è l’istituzione, l’autorità che rimane a guida dei superstiti consapevoli di ciò che è il reale.

A questa mia riflessione, allego non solo il link che vi riporta all’articolo che parla delle iniziative in Val Gardena ma la fotografia della pagina di un libro che ha reso la mia lettura domenicale particolarmente interessante. Non a caso il titolo è La Gioia di Vivere di Vittorino Andreoli. Ecco, la montagna per me è anche questo, gioia di vivere e di essere.

Vi abbraccio e vi auguro buona serata.

Incontri

Oggi ho avuto un incontro di quelli che mi toccano e che mi trasportano improvvisamente tra le braccia del pensiero, quello buono, conciliante con la vita e con le sue asperità.

Ho scritto di getto questo post sul mio profilo Facebook, io che sono restìo a cadere troppo nel personale su Facebook, che vi ripropongo qui.  Perché, sono convinto, che più si estende la riflessione sulla vita e sulle piccole cose che ce la fanno apprezzare, soprattutto in un momento come questo, e più possiamo trovare pace. Con noi e con gli altri. Perché questa pace ce la meritiamo tutta.

Ci sono persone che mi riconciliano con l’essere umano. Questi i fatti: l’agenzia delle Entrate mi chiede due anni di movimenti bancari da inviare entro pochi giorni per verificare se l’azienda fallita 3 volte dove ho lavorato fino a due anni fa mi ha pagato la ritenuta d’acconto per il periodo in cui non ci faceva più busta paga. Panico.

Non è facile avere due anni di movimenti bancari così su due piedi. In banca il primo impiegato, gentile e affabile, ci mette mezz’ora per stamparmi 3 mesi. Ne mancano 21 di mesi. Armato di pazienza mi dico farò tardi e faccio passare avanti una signora anziana.

Non mi preoccupa aspettare ma il fatto che possa non bastare la disponibilità di questo impiegato a risolvere il mio problema perché non si capisce se è possibile avere così tanti mesi di movimenti.

Poi succede che arriva Tatiana che ringrazio con il cuore e abbraccio con l’anima. Tatiana mi chiede di cosa ho bisogno. È malata di cancro, il cranio glabro, di una bellezza intensa e tragica, di una giovinezza travolgente.

In dieci minuti stampa i rimanenti 21 mesi, me li spilla con mani bellissime e mi saluta sorridendo. Non mi fa pagare nulla. Io ringrazio, la saluto e vorrei essere come Cody la bambina la cui attrice è anche tra le mie amicizie Facebook quando, sul film La mossa del diavolo, incontra una piccola malata e la abbraccia.

La guarisce perché Cody ha i poteri del Signore. Ecco vorrei abbracciare Tatiana ed essere come Cody. Me ne esco parlandone al Signore, si ho questo orribile difetto, cerco speranza dunque mi rivolgo alla giustizia oltre il mondo, vedendo le ingiustizie del reale.

Ringrazio i giorni. Che hanno sempre da insegnarci qualcosa. Fuori fa caldo, ma c’è vento. Il soffio della vita. Grazie Tatiana di avermelo ricordato… scusate le chiacchiere.

E aggiungo, buona serata

Luci e ombre

Il 3 luglio si inaugura una mostra al palazzo della Cassazione. In questo link che ci riporta all’articolo che ho pubblicato su Green Planet News trovate tutte le informazioni.

Luci e ombre il titolo di questa intensa esposizione fotografica. Sono questi i progetti a cui mi piace dare particolarmente voce. La mostra mette insieme gli scatti realizzati dai detenuti del carcere di Avezzano. Non è la “solita” denuncia sulle condizioni carcerarie.

Qui la parola che fa da sfondo alla rassegna è speranza. Parlando anche con la curatrice del progetto, Cristina Mura, è emerso proprio questo. La volontà di realizzare un percorso, un possibilità per chi ha sbagliato di trovare ancora fiducia, di credere nella vita.

Senza abbandonarsi al cinismo della “banalità del male”. E le lacrime di alcuni di questi detenuti alla presentazione del progetto di fronte ai loro lavori sono forse la migliore speranza di redenzione a cui possa consegnarci la terapia dell’arte e del ritrovarsi “uomini tra gli uomini”.

Buona lettura e buona domenica.

Viaggi e viaggetti

Come sovente capita, vi riporto a due articoli appena ultimati. Uno per la verità è un repost che ho di nuovo pubblicato su Scrittore in viaggio. In questo repost si parla della prima parte del mio tour in America, avvenuto qualche anno fa. La mia prima volta in America ne ha motivato il ritorno una seconda volta. Il link del mio primo viaggio eccolo.

Poi dopo la giornata di ieri, che ancora non riesco a definire proprio soddisfacente, avevo voglia di parlare di qualcosa di bello su Green Planet News. La gioia per me è la natura. Se la trovo abbinata a cultura, storia e arte, non voglio niente di più. Nemmeno un “Lucano”. Allora ho pubblicato un pezzo sui giardini dove Sissi amava passeggiare e su Castel Trauttmansdorff.

Se vi fa piacere, buona lettura e soprattutto buona serata.