Non ci scassate il paperuolo

Senti, senti.

Che scassamento di peperoni, come ammoniva il mitico Tiberio Murgia su I soliti ignoti.

O anche, non ci scassate il paperuolo.

Non ci scassate il paperuolo. Poniamola così: con funzione non di accorato appello ma di polisemica frase che ciascuno di noi, a proprio gusto, può elargire in “caritatevole” funzione no-social. La parola scientifica è di per sé definitoria, quella polisemica si presta a molteplici significati. Ebbene, vogliamo ragionare davvero sul polisemico affermarsi della frase “non ci scassate il paperuolo” che ognuno di noi potrebbe elargire con animo lieve al più meritevole?

Quanti sarebbero sacrosanti depositari di un meritocratico attestato di scassatori di paperuolo?

Siamo sopraffatti da moralisti a grappolo, narcisisti della predica, con il vizio dello scasso, tendenzialmente provocatori dello scazzo, integralisti dello scuotimento. Ci siamo dibattuti per secoli tra guerre, inquisizioni, rivoluzioni, nella speranza di porre fine all’oscurantismo della storia e ci ritroviamo gli “scassinatori” che, posta fine a parecchie chiese, ci spappolano spesso con le loro conventicole, coi settarismi, però, privi di storia, tradizione, architettura, musica e verbo. Non ho mai aspirato al mainstream della fine della chiesa come unica possibile libertà. I risultati sono evidenti: morta una chiesa, se ne sono fatte a migliaia, dominate da improbabili santoni con il sacerdozio facile. Del potere personale e della castroneria. Ma non solo sulle cose sacre. Su qualsiasi cosa possa creare opposizione, divisione, “metterci l’un contro l’altro armati”, nei secoli dei secoli. Non il libero arbitrio per decidere a cosa credere e magari cercare unità, condivisione, comunione. Fare opposizione a prescindere, senza chiedersi perché. Purché si scassi il paperuolo e si divida. Come se non fossimo già abbastanza divisi e in conflitto.

Tentazione ancestrale. La domanda sorge spontanea come qualcuno disse in una tv che assolveva alla sua missione: informare, intrattenere, educare.  Ha senso tutto questo? Ha senso questo dogmatismo con finzione libertaria e paraculaggine libertina? Si dibatte e si litiga su: con chi andare a letto, con chi parlare, che cosa non mangiare, che cosa non bere, chi accogliere e chi no, quale paese visitare, chi votare, chi giudicare, chi condannare, chi liberare. E fare questo e fare quello, non comprate, adottate, boicottate. E’ l’ossessione del giudizio, quella si da evitare, quella paranoica fissazione di ritenersi convinti portatori sani di verità. Purché sia la propria. Caratteristica di ogni settarismo e di ogni chiesa. Non bastava il potere a farci il paperuolo a fagiolini. No. Avevamo bisogno anche del proibizionismo degli invasati di qualsiasi parola possibile purché farne uno slogan. E continuare a percuoterci il paperuolo che assume, a questo punto valenza transnazionale, senza connotati sessuali, né di genere. Va bene per tutti. La morale è sempre la stessa. Oltre alle complicanze della vita, aggiungerne altre, così, tanto per farcela ancora più facile. Ma questo è solo un aspetto del problema.

Sono inquieto per molti motivi. Mi torna in mente, in certe giornate, lo stigma migliore di un film eccellente: Io non sò amico de nessuno. Vorrei essere come Jeeg Robot, invincibile. E invece, mi assale l’inquietudine generata dal mondo e dai suoi orrori. Generata dal vuoto e dal bilico. E allora scrivo, urlo nel silenzio per trovare pace. E una risposta. All’orrore che se la ride. Dei fratelli, di ciò che abita, di chi non può difendersi.

A chi il mondo lo dà al martirio, lo crocifigge con le sue bellezze, a chi lo brucia perché brucia dentro, a chi è sconfitto e si trasforma. In sociopatico, millantatore, folle, senza più sentimento. La banalità del male. E si ride, si violenta l’esistenza. Facendone lacrimosa essenza. A chi non sa quello che fa, perché?

E soprattutto, attenzione a parlare di libertà che si tratta di cosa seria.

I 75 ne sapevano qualcosa. E si sono preoccupati di dare voce a tutti più che di preoccuparsi di questa famigerata stabilità politica oggi tanto in voga, soprattutto tra quelli che una volta assisi sulla cadrega, non la mollano più.

“Libertà è soggezione a un ordine”, ammoniva Nicolas Gomez Davila. Nel disordine non c’è libertà ma schianto, stravolgimento. Può definirsi libertà il senso fragile di un’esistenza deprivata di uno scopo “alto”?

La libertà è non solo “partecipazione”. E’ cosa che ciascuno riesce a “stanare” in base alla sua dignità e a ciò che è in grado di diventare. Per una vita autentica e davvero consapevole. Che senza scomodare Heidegger e il suo “essere per la morte”, libertà è ciò che davvero possiamo costruire, fortificando se stessi e facendo luce sulla realtà.

Il resto è, forse, molto illusorio, un lampo, un attimo di ebbrezza, un grido alla finestra ma pur sempre un miraggio che con la libertà ha poco a che fare. E con la vita, appunto, essere per la morte, ancora meno.

Ci vorrebbe altro. Che non c’è, perché dall’alto non c’è volontà. In mezzo ci siamo noi. Tra i santi e l’orrore, a sperare in un mondo migliore, più quieto, redento e quasi in pace.

Questo si che è un sogno, questa si che è un’illusione. Ma forse una speranza ancora. Di incontrarci tra noi e questo sogno realizzarlo, trascinando la follia del mondo a tramutarsi in estasi di liberazione.

Io sono

Io sono.

Che ho paura.

Molte volte e molte volte no.

Col guizzo della disperazione,

con l’assillo di cadere

e volare giù,

ingombro dei miei detriti,

incupiti,

con la grandine che sgronda,

ogni volta che dovrei star fermo.

Io.

Come cristallo

che mi incrino

se il vento scrive,

col suo pennino

sul mio cuore incartocciato,

sulla svampa

dei miei grumi

che fanno come i sistri,

suoni di catene o di scalpicciati petti.

Sono io,

tumefatto

dalle frange degli arbusti

e dai solchi della notte

che mi porto dentro

da bambino

su lenti scure

di lacrimose trame

e il mondo,

che non riesco a governare,

nelle paure che non so razionalizzare.

Avrei voluto

sembrare un dio,

un condottiero,

un’armata di forza e di virtù

ma forse

non sono altro

che un giglio in un fosso,

un singulto in un dirupo,

un impaurito uomo

che non dimentica

il bimbo che piangeva

quando rimaneva solo,

col sale sulla lingua

e un lucore in dormiveglia

a dire,

un po’ di luce,

in questa cavità.

 

Crisalide di Eugenio Montale

Mi si confà la malinconica essenza di Eugenio Montale. Ogni poesia riesce a fare luce, fenomenologia piena su questo nostro umano percorso. Eugenio Montale è il ruggito dello struggimento nella bellezza fragile della consapevolezza del limite, è una carezza sulle piaghe del tempo. Anche quando affonda le mani nel suo scorrimento inesorabile. Ogni volta è il groppo in gola, la lacrima che scintilla di un bagliore che trapassa dal cristallo su cui si staglia il cammino della vita. Non riesco ogni volta a non amarlo Montale, a non rimpiangere che mi manca un certo essere, una determinata epoca in cui nessuno poteva essere Montale. Forse. Ma provare a cercare la sua mano, la sua parola, si. Ed era già testimonianza di tutto un mondo che Montale stesso vedeva tramontare prima di impelagarci in una stracciata felicità, “ingrommata” di sorrisi e perdite. Di quel tempo a cui lui ha saputo dare senso. E che valorizza, il mio di tempo, quando smetto di attraversare il flusso di molte cose inutili e mi distendo su pagine e struggimenti. Per questo vi propongo la meravigliosa Crisalide tratta dalla raccolta Ossi di Seppia, pubblicata per la prima volta nel 1925 dall’editore e amico Piero Gobetti. Il tono è negativo, esistenzialista, profondamente “palpitante”. Bellezza e consapevolezza. Di dare al tempo il valore che merita. E di concederlo a chi sa guardare a infiniti bagliori. Anche quando il sole tramonta per risorgere ad ogni possibile alba. Alla poesia ho abbinato un mio scatto effettuato a Ponza.

L’albero verdecupo
si stria di giallo tenero e s’ingromma.
Vibra nell’aria una pietà per l’avide
radici, per le tumide cortecce.
Son vostre queste piante
scarse che si rinnovano
all’alito d’Aprile, umide e liete.
Per me che vi contemplo da quest’ombra,
altro cespo riverdica, e voi siete.

Ogni attimo vi porta nuove fronde
e il suo sbigottimento avanza ogni altra
gioia fugace; viene a impetuose onde
la vita a questo estremo angolo d’orto.
Lo sguardo ora vi cade su le zolle;
una risacca di memorie giunge
al vostro cuore e quasi lo sommerge.
Lunge risuona un grido: ecco precipita
il tempo, spare con risucchi rapidi
tra i sassi, ogni ricordo è spento; ed io
dall’oscuro mio canto mi protendo
a codesto solare avvenimento.

Voi non pensate ciò che vi rapiva
come oggi, allora, il tacito compagno
che un meriggio lontano vi portava.
Siete voi la mia preda, che m’offrite
un’ora breve di tremore umano.
Perderne, non vorrei neppure un attimo:
è questa la mia parte, ogni altra è vana.
La mia ricchezza è questo sbattimento
che vi trapassa e il viso
in alto vi rivolge; questo lento
giro d’occhi che ormai sanno vedere.

Così va la certezza d’un momento
con uno sventolio di tende e di alberi
tra le case; ma l’ombra non dissolve
che vi reclama, opaca. M’apparite
allora, come me, nel limbo squallido
delle monche esistenze; e anche la vostra
rinascita è uno sterile segreto,
un prodigio fallito come tutti
quelli che ci fioriscono d’accanto.

E il flutto che si scopre oltre le sbarre
come ci parla a volte di salvezza;
come può sorgere agile
l’illusione, e sciogliere i suoi fumi.
Vanno a spire sul mare, ora si fondono
sull’orizzonte in foggia di golette.
Spicca una d’esse un volo senza rombo,
l’acque di piombo come alcione profugo
rade. Il sole s’immerge nelle nubi,
l’ora di febbre, trepida, si chiude.
Un glorioso affanno senza strepiti
ci batte in gola: nel meriggio afoso
spunta la barca di salvezza, è giunta:
vedila che sciaborda tra le secche,
esprime un suo burchiello che si volge
al docile frangente – e là ci attende.

Ah crisalide, com’è amara questa
tortura senza nome che ci volve
e ci porta lontani – e poi non restano
neppure le nostre orme sulla polvere;
e noi andremo innanzi senza smuovere
un sasso solo della gran muraglia;
e forse tutto è fisso, tutto è scritto,
e non vedremo sorgere per via
la libertà, il miracolo,
il fatto che non era necessario!

Nell’onda e nell’azzurro non è scia.
Sono mutati i segni della proda
dianzi raccolta come un dolce grembo.
Il silenzio ci chiude nel suo lembo
e le labbra non s’aprono per dire
il patto ch’io vorrei
stringere col destino: di scontare
la vostra gioia con la mia condanna.
È il voto che mi nasce ancora in petto,
poi finirà ogni moto. Penso allora
alle tacite offerte che sostengono
le case dei viventi; al cuore che abdica
perché rida un fanciullo inconsapevole;
al taglio netto che recide, al rogo
morente che s’avviva
d’un arido paletto, e ferve trepido.

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Teologi muti

Ancora parole magiche, ancora Christian Bobin e la sua muta teologia:

 

“Un volto umano, credo di sapere cosa sia: una lettera da decifrare, portatrice di vita o di morte. Viene da lontano. Va stirata. Alcune parole mancano. Ma che cos’è un volto animale? Ho cominciato i miei studi con i libri e li ho continuati con la lettura dei fiori e delle bestie. Negli occhi roteanti delle mucche ho visto uno stupore che perdona. La commedia verde dei prati nasconde male il mattatoio e i suoi assassini dalle guance rosse. Nel blu dell’ala delle ghiandaie ho trovato la mia fortuna. I cavalli sono dei nobili di cui non parlo la lingua.

Gli animali sono dei teologi muti. I loro nervi sono le corde del cielo”.

 

 

Storie d’amore e d’amicizia

Storie d’amore e d’amicizia.

A chi non comprende il bene che gli animali possono arrecarci, molto sfugge. Chi è capace di arrivare al cuore di un animale che gioisce e che soffre è, forse, a un passo dal centro. Di molte cose. Chi arriva a questa essenza, sa bene che l’animale più crudele cammina in posizione eretta e ha il dono della parola. Per molti, non per tutti, un piacere, quella parola. Se oggi tra le notizie più infami da attribuirsi a questo inglorioso animale, troviamo quella che per propagare gli incendi, il bipede parlante ha utilizzato gatti cospargendoli di benzina e dandogli fuoco, ammesso che la notizia sia vera come è stata riportata da importanti quotidiani nazionali, vogliamo però parlare non di questo bipede. Di questo orrore. Vogliamo raccontarvi storie d’amore e d’amicizia che tra uomini e animali sono possibili. Quando l’uomo è capace di elevarsi al di sopra del suo essere bipede e quando l’animale è capace di costituire con tale bipede, quello in grado di innamorarsene, storie di infinita bellezza che ci risollevano dal delirio del mondo in cui spesso ci troviamo a sporcarci le scarpe. E non sempre di fango.

LA PET- THERAPY

Storie d’amore e d’amicizia. Di bellezza, innamoramenti e fedeltà. Qualla di cui molte volte l’uomo non è capace.

La pet-therapy non è una novità. Chi possiede un animale in casa potrebbe scrivere libri senza sapere nulla di letteratura. Gli animali hanno straordinarie risorse. Aiutano in bambini sotto chemioterapia a sorridere, persone deprivate del senso del vivere a ritrovare fiducia e a credere ancora, non nell’umanità, ma in qualcosa di meglio. Infinitamente migliore. Le persone buone e gli animali che da queste persone vengono abbracciati. Cani, gatti, asini, conigli, uccelli, furetti, cavie, maialini, galline, cavalli, aiutano ad “oltrepassare” i morsi della solitudine, a sentirsi utili, a vincere la malattia. E anche a reinserirsi nel mondo. Commovente il rapporto che si è stabilito tra i detenuti di un carcere francese e i cani di un rifugio, abbandonati, anziani, randagi. Insieme nell’emarginazione, hanno trovato il loro posto nel mondo. Per non dire del bellissimo film A spasso con Bob, altra storia di struggente bellezza che segna il passo con la realtà. Un mondo diverso è possibile. Attraverso l’amore con cui diamo corpo ai sogni.

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A casa Bloom a portare gioia e nuova vita è stata una gazza ladra. Tanto per uscire dagli schemi. Come faceva Konrad Lorenz con le anatre che vedevano il lui la mamma, la famiglia Bloom trova questa piccola gazza che ha bisogno di essere salvata e la porta in casa. A casa Bloom c’è Sam, la moglie di Cameron Bloom. Sam è rimasta paralizzata dopo un grave incidente e lotta con la depressione. Non ha più voglia di vivere. Finché arriva Penguin, la gazza ladra caduta dal nido. Un pulcino, piccolo, piccolo. In casa tutto cambia. Penguin stabilisce una relazione con tutti. Se ne sta sulla spalla del bambino, si riposa tra le braccia dei componenti la famiglia, dorme sul letto.

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Le immagini, tutti scatti di Cameron Bloom che di professione fa il fotografo, non hanno bisogno di ulteriori commenti. Penguin non ha paura di questi “umani”, intesse con loro una storia. D’amore e d’amicizia. Sam esce dalla depressione, viene scritto un libro dal titolo Penguin Bloom, i guadagni devoluti alla ricerca sulle lesioni spinali. A Sam, Penguin riesce a donare di nuovo “Le ali della libertà”.

Scrive Luca Farina, direttore del Centro di referenza nazionale per gli Interventi assistiti con gli animali, in un articolo comparso tempo fa sul quotidiano La Repubblica: “Il coinvolgimento di specie diverse in interventi assistiti con gli animali – termine che preferisco a pet therapy – è stato poco studiato. Nel nostro istituto stiamo progettando il coinvolgimento di animali da fattoria, bovini, ovini, caprini, maiali e galline: vogliamo capire se possono entrare in un percorso di relazione con l’uomo. In Francia i ragazzi Down sono stati fatti interagire con le pecore che partorivano e si sono presi cura degli agnellini. Il risultato è stato straordinario: la cosa li ha responsabilizzati, li ha fatti sentire utili e valorizzati. Ed erano felici, semplicemente felici. In Inghilterra hanno portato dei micropollai nelle case di riposo. Se ci pensate è un ciclo della vita bellissimo e veloce, quello dell’uovo. In meno di un mese nascono i pulcini. E per persone che sono alla fine del loro ciclo vitale – e alle quali non si può affidare per motivi etici un cucciolo di cane – ha una influenza positiva enorme. È la relazione stessa che fa star bene.

E vale soprattutto per i soggetti più fragili, malati, anziani, o carcerati. Senza però compromettere il benessere dell’animale, che va considerato come fondante della relazione con l’uomo”.

 

 

LA STORIA DI AMBER E DI SCHOCKY

Ancora una. Storie d’amore e d’amicizia.

La profonda bellezza di questi rapporti “miracolosi” tra uomini e animali è testimoniata da un’altra storia. Amber è una bellissima bambina che improvvisamente deve subire una tracheostomia con lesioni delle corde vocali. I genitori, Julian a Tracy Austwick, sono disperati. Amber, bella come la sua gemellina Hope, nate di 26 settimane, non parlerà più. Il pessimismo è totale. Ad Amber a tre anni viene impiantata una speciale valvola che serve a poco. Dopo averle tentate tutte, decidono di provare con la pet-therapy. Perché no? Sembra l’ultima spiaggia, un tentativo di approdo estremo all’Isola che non c’è, quella della gioia e delle serenità della bimba. Amber conosce Schocky, un asinello tratto in salvo da una fattoria irlandese dove era tenuto legato talmente stretto da tagliarsi il collo con lesioni profonde.

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Nel centro di terapia assistita del Donkey Sanctuary di Birmingham, vicinissimo alla casa dove abita la bambina, viene iniziato il percorso. All’inizio, nulla di esaltante ma qualcosa cova sotto le ceneri. Le lingue per comunicare sono diverse ma la voglia di “raccontarsi” è totale. Come a voler condividere la stessa, identica sofferenza. La bambina ha difficoltà a coordinare i movimenti dovuta ai postumi di un’emorragia cerebrale. Al terzo incontro, Schocky abbassa la testa per farsi abbracciare al collo dalla bambina. I medici capiscono che si è instaurato un legame unico. Destinato a raccontare molto. La fiducia aumenta. Schocky aiuta Amber a sviluppare i muscoli base per i suoi movimenti e la bambina riesce a camminare. In questo clima di stupore e gioia in fermento, la mamma di Amber decide di provare. Stacca la valvola del dispositivo vocale della piccola. Amber si dirige verso l’asinello, gli prende il collo tra le braccia e pronuncia parole che dicono tutto: “Ti amo, Schocky”.

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La pet-therapy è una cosa seria. Le storie d’amore e d’amicizia tra uomini e animali ancora di più. A chi non crede, a chi non ama tutto questo, conviene fare attenzione: potrebbero avere un giorno bisogno di un animale per amico. Come del conforto di Dio.

Il mio pezzo scritto per Green Planet Agency (www.greenplanetagency,com).

La bellezza che fedele aspetta

Voglio augurarvi un buon risveglio e una buona serata con le parole di uno miei scrittori preferiti di cui vi ho già parlato e tante volte tornerò a farlo. Perché Christian Bobin merita più di un accenno. Merita di essere ascoltato in un totale silenzio. Va sorseggiato in disparte, per fare in modo che tutta la sua poesia trapassi e accarezzi l’anima in un sospiro infinito di vita e realtà. Questo brano è tratto da L’uomo del disastro, – l’angelo, l’infanzia e Antonin Artaud” (Animamundi Edizioni), un volume ispirato da Antonin Artaud e dedicato a lui, una contemplazione sulla forza dell’infanzia vista non come età, ma come stato dell’essere.

Vi segnalo anche, in particolar modo, la meritoria opera di questa casa editrice, capace di fare cultura “militante”, con grandissima fatica, in un mondo strozzato nei gorgoglii del mercato che pur di fare cassa, pubblica di tutto, come la televisione che puntualmente mostra il peggio invece di assolvere alla sua antica missione: informare, intrattenere, educare. Sul peggio stendo l’oblio, per fare di bellezza quotidiana apologia, divulgo Bobin. Ecco il brano:

“Un nuovo mondo sorgerà domani dalle acque aleggianti del sonno e tutto lo sforzo di vivere, vedere e sorridere sarà da riconquistare. La luce del mattino ferirà gli occhi. Dovremo di nuovo ritrovare il nostro corpo, andare verso ciò che, sin dal risveglio, ci viene incontro – donna, uomo, sogno o nuvola… La bellezza ci sta dinanzi, sin dall’alba. Desta prima di noi. Fedele, aspetta. Il suo respiro si irradia nel più esile silenzio, nell’aria intorno ai mandorli. Aspetta che si apra in noi la strada per la quale potrà giungere senza ferirsi. Aspetta per ore intere e il moto della sua attesa è quello del giorno che spunta, fiorisce, poi declina morendo ai nostri piedi, sconosciuto, trascurato. Ogni giorno così: qualcuno viene, ha tra le mani un coltello affilato di pioggia o un solo petalo di rosa, di quelli che lasciamo scivolare tra le pagine di un libro, più leggero dell’aria sul ventre dei passeri. La bellezza è una mendicante o una regina in cammino verso di noi, forse l’una e l’altra insieme… Senza retorica dice: con me, l’assoluto o il nulla”…

E ancora:

Come parlare ai matti, ai morti,

ai bambini, alle chimere?

Come parlarti? Lo ignoro.

Forse, per non mentire più,

raccontare una storia.

Una leggenda perchè si popoli

il sepolcro dei pensieri.

Una favola per addolcire la notte.

 

Leggiamo nell’introduzione di Andrés Neumann:

Christian Bobin ci propone di avviarci assieme a lui in un viaggio immobile, in una danza sulla musica silenziosa e misteriosa del nostro cuore e del nostro respiro, lui con la scrittura e noi con la lettura, in ambiti che conosciamo bene ma che raggiungiamo con molta difficoltà: la lentezza dell’infanzia, le sensazioni degli elementi sulla pelle: pioggia, sole e vento, le soglie che dividono abbondanza da scarsità, i vivi dai morti. Si possono allora aprire paesaggi di bellezza e inquietudine folgoranti. Ma prima di ogni altra cosa egli ci aiuta ad affinare la sensibilità all’ascolto (…) Un libro è un cuore che batte nel petto di qualcun altro, e quello di Christian Bobin finirà inevitabilmente per battere nel nostro (…) Parole dette nel totale silenzio della scrittura, e sentite nella solitudine della lettura, possono consentire una condivisione di rara potenza. Tutti abitiamo un luogo più profondo di quello che la società umana ci fa credere. Bobin e Artaud sono maestri nel ricordarcelo.

E nella postfazione di Caterina Piccione

Dove si toccano poesia e teatro, là si incontrano Bobin e Artaud. Sulla soglia dell’esperienza muta, dove si intrecciano urlo e sussurro.  Artaud urla l’impossibilità di tradurre i propri pensieri in parole. Bobin gli sussurra, piano, che è possibile. Bobin cerca di far parlare Artaud, trovando una voce per lui che sia in contatto con il mondo della vita. Lo vede vivere in un deserto, e gli porta acqua fresca. Per non allontanare la follia di Artaud in un ideale estetizzato, Bobin gli mette a disposizione il suo linguaggio, riuscendo a recuperare la missione che ha spinto Artaud lungo tutta la sua vita: il senso di una scrittura poetica come scrittura del corpo. 

Non mi rimane che dire: che sia sempre un augurio, di tanta, tanta bellezza. Se possibile, cercarla sempre.

Generazione Agricoltura 4.0

Agricoltura 4.0: risorsa o futuro da disoccupati?

Fattorie intelligenti, stalle digitali, trattori che si guidano da soli, irrigazioni gestite al millimetro da satelliti e droni: è l’agricoltura di precisione, l’ipertecnologia applicata alla gestione della terra di fronte a cui la domanda è: meno fatica o meno occupazione?

Smart farming

L’avanzata dell’intelligence artificiale è inesorabile. Secondo un recente studio McKinsey, il 49 percento delle attività umane è soggetto a forme di automazione. Come a dire, 1.2 miliardi di posti di lavoro a rischio in tutto il mondo perché sostituibili dalle tecnologie. L’Agricoltura 4.0 sembra ormai decisiva. La figura professionale del tecnico superiore in Agromeccatronica può rappresentare una chiave di volta importante per migliorare la produttività delle aziende, in un mercato sempre più competitivo. Obiettivo: produrre di più, faticando meno.
Trasformare il contadino, in un manager alle prese con “app” di tutti i tipi, però, è davvero conveniente?
Il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina, intervenuto al convegno “Agricoltura, braccia rubate all’innovazione”, ha dichiarato: “Siamo al lavoro per raggiungere un obiettivo ambizioso: in cinque anni arrivare a essere leader dell’agricoltura di precisione in Europa, aumentando gli ettari lavorati con queste tecnologie, dall’1 al 10% della superficie coltivata in Italia”.

 

L’agricoltura è tra i protagonisti del piano Industria 4.0. Sono previsti investimenti sulle nuove tecnologie e sostegni economici a imprese agricole e contoterzisti. Vanno in questa direzione i 21 milioni di euro stanziati lo scorso anno per la ricerca in biotecnologie innovative. “Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia spaziale si inserisce con il digitale anche in agricoltura – ha spiegato l’amministratore delegato di Telespazio, Luigi Pasquali, nel corso dello stesso convegno – Un settore che negli ultimi 50 anni ha visto raddoppiare le rese produttive, garantendo una migliore qualità e sostenibilità ambientale dei prodotti”.

 

LE ULTIME TECNOLOGIE

Vediamo alcune tecnologie agricoltura 4.0, presentate al summit internazionale dell’innovazione Agrifood di Milano, Seeds&Chips che si è svolto a maggio.
SmartIsland, una società siciliana di Niscemi, ha realizzato Smart Farm, una piattaforma per la viticoltura che, tramite sensori, supporta l’agricoltore nella scelta delle migliori strategie per combattere le malattie, ottimizzare le rese e ridurre gli sprechi. Gli algoritmi di “deep learning” e di “vision computing” analizzano la situazione e suggeriscono il da farsi.
Un’altra startup italiana, 3Bee, ha inventato Hive-Tech, un dispositivo in grado di controllare gli alveari e la produzione del miele tramite dati registrati e trasmessi in cloud. Dagli Stati Uniti arrivano le idee di Basecamp Network, azienda che ha realizzato l’app IntelliScout, occhiali intelligenti che riescono a contare i chicchi di mais in una spiga e a identificare una malattia o un insetto pericoloso su una foglia. Anche i trattori sono sempre più automatizzati con sistemi centralizzati di analytics che selezionano i giorni più indicati per le operazioni da effettuare.

ESPERIMENTI IN ITALIA

La rivoluzione Agricoltura 4.0 è partita dal Nord America e dall’Australia anni fa. In Italia, un esempio concreto di questo nuovo modo di concepire il mondo agricolo, è rappresentato da Fabio Curto, allevatore trevigiano. Fabio gestisce i 320 bovini dell’azienda con uno smartphone. È il primo allevatore italiano ad aver totalmente robotizzato la sua mandria di vacche brune da latte.
Ha raccontato a Paolo G. Brera, inviato del quotidiano La Repubblica, in un articolo del 30 marzo 2017: “Due anni fa entravo in stalla alle cinque e prendevo il forcone; ora arrivo alle sette e accendo il computer. Il lavoro manuale lo fanno i robot, io mi occupo delle mansioni di concetto. Bel cambiamento, no?”.
Bel cambiamento sì. Tanto è vero che l’azienda di Fabio, tra gli elogi del Commissario europeo per l’agricoltura, Phil Hogan, è stata premiata dal Consiglio dei giovani agricoltori come miglior esempio dell’utilizzo di fondi europei abbinati all’innovazione.

La stalla “hi-tech” è costata 500 mila euro, 200 mila dei quali finanziati dal Psr del Veneto. Fabio prevede di rientrare dall’investimento in cinque anni. Il cuore del sistema si chiama Vector, un’attrezzatura intelligente che gira per la stalla e controlla le mangiatoie. Un altro robot carica il Vector con fieni, insilati, paglie e cereali. Quando il Vector è pronto, si accende una luce e le mucche, controllate dai robot tramite il collare che indossano, corrono a mangiare. Fabio definisce questo meccanismo il “circolo virtuoso del benessere” perché le vacche hanno a disposizione mangime sempre fresco e producono più latte. Su questo, per esserne certi, bisognerebbe intervistare le mucche e sapere cosa ne pensano veramente. Ma andiamo avanti.

A Cascina Baroncina, vicino Lodi, l’ente governativo per la ricerca in agricoltura, il Crea, ha realizzato un allevamento sperimentale dove, attraverso microfoni posizionati all’interno della stalla, i vitelli vengono monitorati per interventi immediati in caso di necessità.
Le tecnologie 4.0 ci conducono davvero ad un’agricoltura caratterizzata da risparmio, efficienza, qualità e sostenibilità? Per il ministro Martina “serve una nuova rivoluzione ecologica e digitale”. L’idea è fare dell’Italia un laboratorio a cielo aperto per la sperimentazione agricola “con l’obiettivo di rendere sostenibile al 100%, entro il 2030, l’intero comparto”.
Però, ad aprile, per salvare le viti minacciate dal gelo, gli agricoltori delle Zona del Collio si sono alzati alle 4 di notte e hanno acceso bidoncini di cera e falò all’interno delle vigne. Un tentativo estremo per salvare i germogli, come si faceva 40 anni fa.
L’agricoltura di precisione è, sicuramente, una risorsa ma qualche dubbio rimane. Di fronte alle visioni “apocalittiche” dell’automazione del lavoro, de Kerckhove, sociologo e allievo di McLuhan, rassicura: “comanderà sempre l’uomo ma deve tornare a scuola”.
Conoscere, per sapere cosa fare. Anche della tecnologia.

 

Ho presentato questo articolo-tesina al mio esame con cui oggi, superando gli orali, dopo tanti anni di gavetta, sono riuscito a diventare giornalista professionista. Ve la propongo per condividere con voi questa mia personale gioia, dopo averne pubblicato il contenuto sul sito della nostra agenzia di comunicazione http://www.greenplanetagency.com

 

Il mio percorso

Il mio percorso è lastricato

di speranza accese,

talvolta indomite, mai spente,

di amici in viaggio,

che non vedo più,

ma sento,

palpitare nella brina delle stelle.

Di amori,

è fatto il mio percorso,

di consolazioni e misericordie,

a tratti,

su squassate vite,

che fanno grucce

con le ossa e coi rimpianti.

Raccatto frane, sterpi

ma non mi scanno negli intoppi.

Ho imparato che dai rombi degli aculei,

trasformo il trascendente in cibo,

in canto,

in un radioso seme

depositato al caldo.

In attesa di nuove e sfolgoranti primavere.

 

Il crollo di un mondo e il mondo che verrà

Il crollo di un mondo e il mondo che verrà.

Il fascino delle agenzie fotografiche in una mostra capace di riportarci ad un’epoca che sembra distante anni luce, una commemorazione che rischia di sospendersi tra lo struggimento dei ricordi e le ombre di un passato recente. Si stava meglio quando si stava peggio? “Si aprì la porta e non entrò nessuno, era Cariglia” graffiava Fortebraccio più o meno in quegli anni. Stigmatizzava con la sua penna al curaro Antonio Cariglia, politico socialdemocratico della Prima (e rimpianta?) Repubblica.

Jahrestage

DetroitQui, la porta si apre su una mostra dal sapore intenso che fa i conti con le evoluzioni della fotografia e di quel fascinoso lavorare che fu un tempo, in altri modi, il fotogiornalismo. E si fanno anche i conti con la libertà, dove c’era, almeno apparentemente, e dove mancava, anche nella forma, perché lo Stato non era democratico, nonostante le etichette. Mentre il muro di Berlino crollava e il comunismo, in un dialogo troppo veloce, litigava con le sue colpe e le sue contraddizioni, da noi stava per franare la diga della politica che aveva portato l’Italia, nel bene o nel male, sul palcoscenico della modernità. Esondato il fiume dell’impiccio, le illusioni del cambiamento avrebbero presto lasciato spazio all’impiccio senza pudore, come ammonito più volte da “Super Piercamillo”. Ma questa è un’altra storia. Anche in Europa, tutto stava cambiando e la fotografia e il giornalismo, prima dell’avvento dei bloggers e dei social, erano intermediari esclusivi del mondo con la gente, interpreti dei fatti e della storia, che veniva consegnata agli sguardi delle persone con parole e immagini.
Come oggi, seppur diversamente.

Hit the Road Jack

La mostra in programma al Museo di Roma in Trastevere dal 24 giugno al 17 settembre 2017, OSTKREUZ. La mostra dell’agenzia fotografica tedesca, raccoglie oltre 250 fotografie di 22 fotografi, dai lavori immediatamente successivi il crollo del Muro fino ai giorni nostri. L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, servizi museali di Zètema Progetto Cultura e Goethe-Institut.
Una sezione dell’esposizione sarà invece nel Foyer dell’Auditorium del Goethe-Institut in via Savoia.

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Blickwechsel

L’evento, inaugurato nel 2015 a Parigi, città in cui è stata fondata l’agenzia, è stato ideato per celebrare i 25 anni di attività di OSTKREUZ ed è stato proposto anche a Marsiglia, Schwerin, Monaco e Gera (Turingia). Partendo da Berlino e dal cambiamento che ha generato le contraddizioni dei 25 anni successivi alla caduta del Muro, gli scatti rivolgono l’attenzione allo sgombero violento delle case occupate di Berlino Est e agli interni degli appartamenti altoborghesi dell’Ovest: sono immagini che testimoniano i cambiamenti quotidiani della città, fotografie dove aleggia l’atmosfera cupa e rigida degli anni della Stasi come nel film “Le Vite degli altri”.

22_OSTKREUZ Gründungsmitglieder 1990Nella primavera del 1990 sette fotografi di Berlino Est sono seduti a un tavolo del Café du Marché a Parigi. Il Muro è appena crollato sotto il peso della storia e, nella Germania ancora divisa, nessuno immagina come saranno il mondo e la società degli anni a venire. I fotografi si trovano in città su invito di Mitterrand per partecipare a una mostra che riunisce i maggiori artisti della DDR; tra di loro, Sibylle Bergemann, Harald Hauswald, Ute Mahler e Werner Mahler. Il loro punto di riferimento è la Magnum Photos, di cui conoscono alcuni membri, e decidono, tutti insieme, riuniti a Parigi, di fondare una propria agenzia. La chiamano Ostkreuz. Usano il nome di una stazione della ferrovia metropolitana che collega la parte est di Berlino con l’intera città, un modo per connotare la loro attività che, partendo da est, possono finalmente svolgere in tutte le direzioni.

In mostra, anche lo sguardo dei fotografi sul mondo: dal reportage sulla cultura heavy-metal sino al ritratto della Corte internazionale di giustizia, passando per eventi storici come la Primavera di Praga o la rivoluzione in Egitto.

Metalheads

Le 250 immagini in mostra offrono un panorama ricco e variegato della Germania e di Berlino, uno sguardo che stimola sempre nuove riflessioni e discussioni, come sostenuto da Gabriele Kreuter-Lenz, direttrice generale del Goethe-Institut in Italia.

 

Oggi OSTKREUZ è un gruppo di fotografi  tra i più rinomati  al mondo. Dei suoi 21 membri, molti sono pluripremiati, per metà sono donne, alcuni sono dell’Ovest e altri dell’Est. Le loro foto hanno fatto il giro del mondo e la OSTKREUZ è diventata un importante forum della fotografia che sviluppa mostre tematiche sui temi socialmente più sentiti, ospitando dibattiti sul futuro di questo linguaggio giornalistico e artistico. OSTKREUZ in Italia è distribuito da LUZ, società attiva nella produzione e distribuzione di contenuti editoriali nata nel 2010 dal passaggio di testimone da parte della prestigiosa Agenzia Grazia Neri.

Die Stadt - Vom Werden und Vergehen

Havanna, Kuba

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I fotografi: Marc Beckmann, Sibylle Bergemann (1941–2010), Jörg Brüggemann, Espen Eichhöfer, Sibylle Fendt, Annette Hauschild, Harald Hauswald, Heinrich Holtgreve, Tobias Kruse, Ute Mahler, Werner Mahler, Dawin Meckel, Thomas Meyer, Frank Schinski, Jordis Antonia Schlösser, Ina Schoenenburg, Anne Schönharting, Linn Schröder, Stephanie Steinkopf, Mila Teshaieva, Heinrich Völkel e Maurice Weiss.

Fotografen der Agentur OSTKREUZ

Catalogo: OSTKREUZ – Agentur der Fotografen, Introduzione di Wolfgang Kil, testi di Laura Benz, Jörg Colberg, tedesco / inglese / francese

Info
www.goethe.de/italia/ostkreuz
Quando: Sino al 17 settembre 2017
Dove: Museo di Roma in Trastevere, Piazza S. Egidio 1/b Roma
Orari d’apertura: da martedì a domenica ore 10.00 – 20.00 (la biglietteria chiude alle ore 19.00), informazioni e prenotazioni 060608
Foyer del Goethe-Institut, Via Savoia 15 – 00198 Roma

Orari d’apertura: lun 14–19 | mar mer gio ven 9–19 | sab 9–13 (chiusura estiva: dal 31.7 al 28.8.2017).
La mostra fa parte del circuito del festival FotoLeggendo.

Il mio pezzo scritto per Green Planet Agency (www.greenplanetagency,.com)