Le giornate di una volta

Rieccomi, i ricordi, che arrivano così. Come la pioggia improvvisa in montagna, Te li aspetti perché tu sei come il tempo in montagna. Cambi umore in fretta e passi dal sole alle nuove alla pioggia. Dove la pioggia non è necessariamente la malinconia o la tristezza. Piuttosto ti bagni col passato, un diluvio del tempo che passa e che ti insegue e poi ti scroscia addosso tutta la sua furia.

Ecco, la pioggia dei ricordi. Pomeriggi da bambino. Esco con mia madre, andiamo con l’autobus da Narcisi Blu, un negozio enorme che vede jeans di tutte le marche, Levis, Wrangler, Lee, Wampum. I miei occhi ormonali si soffermano spesso da adolescente sul manifesto che giganteggia all’ingresso di questo negozio enorme che quando entri ti assale l’odore della tela blu.

Il manifesto è semplice: il posteriore di una donna di spalle che risplende in un paio di short di jeans, la marca è Jesus, con la scritta “Chi mi ama mi segua”. Senza paura di esser blasfemo, è anche merito loro se ho imparato ad amare Gesù e la bellezza del mondo da adolescente. Quegli short poi, altro che “Roberta”. Però non mi soffermo a lungo,  giusto il tempo di uno sguardo perché poi mi perdo in mezzo ai Levi’s che mi sono sempre piaciuti. Fanno western.

Mi piace uscire con la mamma, vado per negozi di giocattoli e poi, in questo stesso periodo di circa 40 anni fa, è bello. L’atmosfera è quella prenatalizia, l’odore delle caldarroste impregna l’aria e i bambini con cappottino a quadri danno allegria a tutta la scena. Che Italia, meno serva e più sovrana.

Acquistiamo i jeans e io, immancabilmente, alla cassa, al momento di pagare, il bancomat ancora non esiste per la tristezza della finanza, io chiedo gli adesivi, di quelli che servono per tappezzare la porta della mia stanza. ce ne sono di belli, dalle grafiche divertenti.

Poi si esce, si passeggia, si compra un po’ di pizza per la sera e magari anche una cioccolata per me. Si risale sull’autobus che non passa mai ma l’ATAC ancora non si è dovuta misurare con mafia capitale e coi referendum dei radicali. Sull’autobus c’è ancora il bigliettaio, quel signore che saluta e che intinge le mani nella spugnetta per staccarti il biglietto, arancio, dove c’è scritto 50 lire, mica questi schifosissimi euro.

Il bigliettaio è una garanzia. per i passeggeri, ancora quasi tutti italiani, e per il conducente. In due si viaggia meglio. Poi verrà la straccionissima Europa e il conducente dovrà percorrere da solo tratte pericolosissime. Alla faccia del progresso.

“Viva la libbbertà”, viva la civiltà, la tecnologia che crea disoccupati e gli stronzi, diciamolo chiaro, che ancora ci fanno i cabbasisi alla Julienne raccontandoci la panzana che questo è il migliore dei mondi. Che sono gli stessi che leccano culi come gelati nel deserto quando hai sete e che hanno la perfidia degli S. I. di Criminal Minds.

Però la vita è questa e il ricordo quando assale è anche terapia, balsamo, dolcissima apertura su ciò che siamo e che continuamente diventiamo. Ricordo dunque. Tornavo a casa con la mamma in autobus e mi dilettavo con il nuovo acquisto quando ancora non si acquistava per consumare in preda al delirio del capitale e del mercato che ha distrutto il proletariato e la classe borghese. Facendoci diventare tutti massa.

No, gli acquisti erano una volta ogni tanto e avevano l’entusiasmo del dono, un tesoro alla fine di un percorso. Sia che fossero un paio di Levi’s, sia che si trattasse di un giocattolo o di un giornaletto. E poi, tornato a casa, telefonava papà che era a lavoro e mi parlava: dove siete andati di bello tu e mamma? Sapeva benissimo che cosa avevo acquistato ma mi chiedeva per farmi parlare.

Ricordo ancora la soddisfazione di ascoltare quella voce e poi, nella mia stanza, mi mettevo ad aspettarlo, papà. Rimanendo col pensiero di “quella carezza della sera, quel desiderio d’avventura” che ancora oggi mi sostiene e mi motiva. Si, il ricordo, la famiglia. Che l’omologazione e la tirannia del capitale vuole dissolvere. Come la memoria, l’identità, la scuola, lo Stato. Forse ci riusciranno, forse ci sono già riusciti.

A chi lo vuole, vada il mio sonoro vaffanculo. I miei ricordi li porto con me e saranno sempre ciò che mi ha fatto vivere. Né le illusioni, né le droghe della modernità. Semplicemente la mia identità, nella nebbia del caos, mi farà ancora ricordare chi sono. camminando e viaggiando ancora.

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10 pensieri su “Le giornate di una volta

    • È vero ma fino a un certo punto. Perché devi lottare controcorrente e non vivi in una società che favorisce tutto questo ma che punta al contrario. Quindi si dipende da noi però sapendo che hai contro tutto, dal mondo alla politica, e che ciò che vuoi è il contrario di ciò su cui si basa la realtà attuale. Magari bastasse solo quello che voglio io. Allora saremmo fermi al 1980 prima dell’anno in cui Bankitalia viene separata dal ministero del tesoro. E il negozio di jeans sarebbe ancora lì al posto del supermercato che ne ha preso il posto e invece del trash in tv avremmo ancora la tv dei ragazzi e Totó a Canzonissima il sabato sera. Invece ci ritroviamo la Ferragni e Corona

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      • Senza guardarvi intorno? Anche io vivo ancora di ciò che ero, come ho scritto. Ed è un gran bene che voi anche viviate su questo percorso. Però converrai con me che il mondo è cambiato. Ed è diverso rispetto ai cappottini a quadri e ai caldarrostai di una volta. No?

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      • Perché senza guardarsi intorno? Si può benissimo prendere atto della realtà, adattarvisi quando necessario, eppure comprare un cappottino a quadri e vivere secondo i propri valori

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      • Questo lo do per scontato, altrimenti non avrei scritto quello che ho scritto. Però, ripeto la realtà è molto diversa rispetto al passato e questo vivere secondo certi valori è messo sotto scacco da un’altra idea di società. Questa è la mia interpretazione della realtà. Che penso sia anche abbastanza evidente. Poi possiamo continuare anche a dire che non è cambiato nulla, che è tutto bello, che l’idea di sinistra è ancora declamata da Berlinguer, che esiste il proletariato, che non è tutto mercato e che l’euro è uguale alla lira.

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      • Questo te lo sottoscrivo in pieno. C’è un filosofo politicamente scorrettissimo che dice: “ciò su cui non possiamo nulla, dobbiamo fare in modo che nulla possa su di noi”. Che è proprio, credo, il senso di ciò che ci anima entrambi

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