Camminare, il sogno dei sovversivi

Se Adriano Labbucci scrive nel suo volume Camminare, una rivoluzione (Saggine, pp. 174. euro 15)  “Non c’è nulla di più sovversivo, di più alternativo al modo di pensare oggi dominante. Camminare è una modalità del pensiero. È un pensiero pratico. È un triplo movimento: non farci mettere fretta; accogliere il mondo; non dimenticarci di noi, strada facendo”, camminare è davvero qualcosa che ai confà a osgnatori e sovversivi.

Ho appena pubblicato un articolo su Scrittore in viaggio che attiene proprio a questo argomento. Il 14 ottobre infattilsarà la Giornata nazionale del camminare, una di quella iniziative a cui va tutto il mio favore (trovate tutti i dettagli sul link dell’articolo di Scrittore in viaggio). Pur non essendo amante delle celebrazioni e delle passeggiate in gruppo che se non trovi le persone adatte diventano una scampagnata.

Però, il camminare l’ho sempre trovato un atto di militanza antimoderna e ascetica che ha veicolato il mio desiderio su fascinose ipotesi rivoluzionarie che ancora oggi pratico con veemenza ed entusiasmo. Quando sono assediato dai famosi fastidi da me citati in un precedente articolo, sia che si tratti di umani o pensieri, scarpe ai piedi e via in cammino.

Ricordo di anni fa. Ero preso sovente da una indefinita angoscia che di molto somigliava al demone dell’ora meridiana. Nella solitudine della casa dove vivevo, specialmente di domenica. un groppo in gola mi assaliva, un morso impertinente che non mi dava tregua. Uscivo, respiravo, detergevo anima e fisico con la traccia dei miei passi. E “l’ovosodo” se ne andava così come era venuto.

Oggi tengo una media di passi, documentata dal mio Polar Loop, di 15 chilometri al giorno. Questa estate in Val Gardena ho battuto il mio record. Sono arrivato a quasi 30 chilometri complessivi in un giorno. Se i legionari lastricavano di strade il mondo, io, pur non essendo agghindato di lorica e pennacchio, sono arrivato quasi ai 45 chilometri quotidiani che facevano i soldati dell’Impero.

Non c’è ora che non vada bene per camminare. A parte le ore funeste del buio che nel paese delle chiacchiere e dei cazzari del voler fare e del volemose tutti bene possono essere un rischio.

Eppure, in tempi meno straccioni di questi, ricordo ancora che amavo parcheggiare la mia R4 nelle uscire serali parecchio distante da casa e tornarmene nel  silenzio, attraversando il buio della notte come un soldato della speranza che puntava alla luce. Nonostante il passaggio tra le ombre. E poi camminando, si può sempre sbattere la porta, lasciandoci il passato, tutto ciò che mortifica ciò che siamo, alle spalle, col gesto dell’ombrello.

Camminare è come scrivere, un modo per starsene in pace e in solitudine e per urlare nel silenzio. Mandare un messaggio in bottiglia, nell’oceano delle anime come te, ai sognatori e sovversivi che sono in ascolto. Di chi cammina e di chi muove il mondo con un respiro simile al tuo. Ho chiamato il sito Scrittore in viaggio, proprio pensando ai miei passi per il mondo e alla mia passione per la penna. Non tanto al turismo transumante.

Non è un caso che molti scrittori amino camminare oppure starsene in compagnia di un gatto davanti al fuoco. Come monaci o soldati. Qualche esempio?  Da Robert Walser a Hannah Arendt, da Hesse a Thoreau, da Rimbaud a Banjamin, da Barthes sino a Chatwin, teorico dell’aternativa nomade ma insofferente al gioco di squadra perché non trovava “niente di più irritante del percorrere lunghi tragitti insieme a qualcuno che non riesce a tenere il passo”.

O ancora Da Aristotele e la sua “filosofia peripatetica” a Kierkegaard che dichiarava di non conoscere “pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata”.

Del camminare adoro anche il vestire, Come una divisa, come un soldato d’altri tempi, scarponi, berretto, casacca e zaino. Essere un camminatore è il mio modo di attraversare il mondo, dissociandomene. Come divenire il Waldganger che descrive Ernst Junger nel mirabile Trattato del Ribelle.

Il camminatore come il wildganger, il fuorilegge, è “colui che passa al bosco, hic et nunc”, si dà alla macchia per sfuggire al Grande Leviatano della cellularomania e della tecnologia in salsa bulimica e compulsiva. Nel bosco, camminando, ritrovi te stesso e le energie preziose per portare a termine la tua rivoluzione. Conoscere te stesso.

Senonaltro, come ricordava lo scrittore politicamente scorrettissimo più dell’idea di sinistra che ha il PD, sto parlando di Julius Evola, “ciò su cui non possiamo nulla, nulla deve potere su di noi”. Camminando è più facile liberarsi dai condizionamenti e aspirare alla vera libertà,  “quella che gli spetta, misurata dalla statura e dalla dignità della sua persona”.

Se l’abisso guarda dentro di te, insomma, camminando c’è speranza di farne catarsi. Trasformare l’abisso in estasi, farne una visione del mondo ormai redenta e imbattibile, “portandosi non più dove ci si difende, ma dove si attacca”. Camminado e sempre a piccoli passi per arrivare al traguardo dell’infinito piacere di esserci.

 

 

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