Mi faccio i sogni miei

Mi faccio sempre i sogni miei. Potrei anche iniziare così: non solo mi faccio i sogni miei ma sogni che siano reali, comuni, banali ma veri. Come il chiodo che sporge: va preso a martellate.

Mi faccio insomma i sogni miei che non sono l’eccezionale, una vita al top, soldi, lusso, potere e bunga bunga. No, vorrei semplicemente, a volte, tornare indietro. All’Italia dell’articolo Uno della Costituzione, della sovranità che appartiene al popolo.

Vorrei una sinistra che non lecca le terga pure al Lussemburgo paradiso degli evasori fiscali per andare contro a chiunque parli di “italianità”, vorrei una sinistra berlingueriana che riporta al problema morale e aggiungerei neuronale, vista l’entità di trovate che discettano oggi gli eredi di una cosi importante tradizione storica.

Vorrei non dovermi vergognare di avere l’idea di Nazione dentro di me, vorrei non dover rischiare l’estinzione perché fa comodo agli speculatori che dietro un sorriso anticristico con la fandonia di essere buoni con tutti, cancellano la nostra identità, la storia, le morti di chi ha lottato per il lavoro e per l’idea di Nazione, appunto. Senza retorica perché non si tratta di colori politici ma di ciò che siamo tutti, italiani.

Sul Carso, nelle trincee, la notte , come si racconta, appaiono fantasmi, lemuri in divise stracciate di soldati della Grande Guerra, austroungarici e italiani abbracciati che ammoniscono con il dito puntato sull’Europa. A tratti piangono, rimasti giovani per l’eternità perché pensano alla morte fredda che hanno trovato su quella terra e che oggi a nulla serve più, tutto quel dolore, tutto quel sacrificio.

Come ebbe a dire Bettino Craxi, gigante della politica rispetto a nani e ballerine dell’integralismo leccaculista di oggi: “Cancellare il ruolo delle Nazioni significa offendere un diritto dei popoli e creare le basi per lo svuotamento, la disintegrazione, secondo processi imprevedibili, delle più ampie unità che si vogliono costruire. Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”. Tié, mettece una pezza.

Vorrei un paese dove le parole sicurezza e lavoro non fossero chiacchiere vuote di incapaci che chiedono voti e dove non devo leggere tutti i giorni frasi sconcertanti che sei nazionalista perché provi affetto per questa nostra amata e maltratta Italia, mentre loro sono invasati e posseduti dall’integralismo della stupidità in malafede, che porta al Sacco di Alarico. Ma la nostra politicaglia non lo sa e chi lo sa, fa finta di nulla. Troppo in alta la posta in gioco: si chiama Stato Sociale da abbattere, per fare del lavoro precaria schiavitù e dellla convivenza civile una lotta tra poveri. E per pagare zero i poveri disperati a cui danno illusioni mentre qui si muore in baraccopoli e in mezzo alla strada.

Vorrei un paese dove i chiacchieroni che dovrebbero alimentare la speranza, inetti anche nelle promesse, vanno a lavorare assieme agli operai, negli altiforni, a colare l’asfalto a Ferragosto durante l’ora panica, vorrei che i responsabili, costruissero loro quel ponte, con le loro mani, a scarnificarsi i polpastrelli, per rifarlo il ponte, donando i loro possedimenti alle famiglie di chi non c’è più. E zitti.

Vorrei non dover dimostrare nulla, avere una moglie che cucina solo squisite pietanze senza alimenti di origine animale, una sfida, vorrei un mondo che sorride e che non ti guarda in cagnesco alla minima inezia, un sorpasso, la fila in un negozio, facce tristi, incazzate, agguerrite, vorrei una unità di persone capaci di defenestrare quelli che ci vogliono divisi e che alimentano la loro pinguedine sulle nostre divisioni.

Vorrei poi un lavoro appartato, tipo che so guardiano del faro, correttore di bozze, bibliotecario, archivista, monaco o custode di eternità solitarie. Vorrei un paese senza tv o forse senza il trash che ormai regna in tv, vorrei una tv della notte che andasse in onda tutto il giorno, vorrei un paese che leggesse a cacciasse a calci in culo i servi del potere, qualunque forma assumano, vorrei un paese di audiolettori, di zero suv, dove la ricchezza vierne redistribuita e i poveri diventano classe media e i ricchi anche classe media, tutti insieme a godere di meno ma a godere tutti.

Vorrei un paese dove le notizie sui crac finanziari mondiali dove la gente finisce in mezzo alla strada perché non può più pagare il mutuo fosse il ricordo brutto di un’epoca lontana e dove le donne posso andare in giro a qualunque ora senza temere per la loro incolumità.

Vorrei un paese più anafabeta ma più felice, meno bollito e più orgoglioso, dove gli italiani non subiscono la xenofobia al contrario e dove essere straniero non è una colpa o un difetto, è semplicemente una realtà che sei vivo, sei nato, con una tradizione di cui non ti devi né vergognare né impormi come fosse l’unica.

Non è il paese dei balocchi, è forse un’utopia ma forse prima che arrivassero i tempi del benessere e dell’Europa di Bruxelles e di chi vorrebbe toglierci non solo l’ora solare ma pure l’orgoglio dei nostri morti, quelli che questo paese l’hanno costruito e che ne hanno calcato le strade con tanta fatica, lasciando ancora l’aria intrisa di sudore. Ecco, forse, prima di tutto questo, l’utopia era meno irreale e forse più possibile.

E poi, vorrei, un po’ di salute, darmi una disciplina, esplorare me stesso per giungere fino alla fine sempre più consapevole, essenziale, spartano, con tanti libri da frequentare e persone da selezionare, e poi guardare il cielo con qualche ruga in più portata sotto azzurri intensi e nuvole che non finiranno mai.

Chiedo troppo? Ecco, appunto, mi faccio i sogni miei.

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