Modifiche su Scrittore in Viaggio e Donne Protagoniste

Ho fatto alcune modifiche sul sito Scrittore in Viaggio. Ho inserito categorie che a me stanno a particolarmente a cuore e riorganizzato alcune cose. Di queste categorie, una in particolare ho sentito come poche e l’ho chiamata Donne protagoniste.

Ho sempre ammirato il coraggio al femminile e ho avuto spesso nella mia vita più donne come vere amiche che uomini. Forse per una questione di sensibilità, di attrazione verso il bello, forse per la mia stessa ansia, con le donne, ho sempre trovato molti punti in comune.

Quando gli stessi motivi di condivisione li ho riscontrati in un uomo, è stata una vera rarità, è stata anche poesia. Perché non avendo interesse per il calcio, almeno quello degli iltimi venti anni, non amando gruppi e congreghe, non prediligendo l’uscita per la partita a calcetto, mi sono ritrovato spesso nel mio mondo. O con me o con una donna.

E quando avevo un grande amico a 18 anni, un amico che ho perso in un tragico incidente aereo, uscivamo insieme e ci dicevamo: un’amicizia vera e una donna da amare. Non serve molto di più. Questo a 18 anni.

Insomma nella categoria Donne protagoniste, troverete le storie al femminile di chi ce l’ha fatta, quelle donne che sono da esempio per la forza di volontà e la capacità di sottrarsi a tante, tante cose che di questa vita non fanno un’oasi. Perché è vero che è dura per tutti ma per molti questa vita è un orrore.

Poi altre categorie che non potevo non inserire e che sono i miei motivi fondanti il percorso: natura e ambiente. Oltre al resto, la fotografia, il viaggio come metafora e realtà, la cultura con tutto quello che ci ruota intorno e il moleskine, il mio diario virtuale su cui appuntare i pensieri.

Come ho sempre fatto e continuo a fare con la carta, la penna e i miei adorati quaderni, moleskine, blocchi. Datemi una penna e vi solleverò il mondo. Se vi fa piacere, date un’occhiata e ditemi che ne pensate. Se poi vi iscriverete a Scrittore in Viaggio lasciando la vostra mail, vi invierò con piacere in maniera del tutto “free” il mio ebook di poesie, un tentativo poetico che va bene per quel che è.

Oggi una mia amica grafica, notoriamente leggera Vespa quando si mette davanti ai suoi famosi plastici, mi ha chiesto: ma che lo fai a fare uno, due blog con tutto quello che stai già provando a fare (tipo produrre qualche economia con il mio mestiere). Ho risposto: scrivo perché urlo nel silenzio, mi esprimo, e spero che qualcosa di buono possa arrivare a qualcuno e magari sentirsi meno solo.

Come capita a me leggendovi, come capita a chi nella vita cerca qualcosa che non sia solo guardare la tv.

Buona serata.

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Destino che si intreccia

Destino che si intreccia

su distanze di correnti,

che so, nell’apertura di una porta,

magari quella giusta,

dove borbottano malcelate forze,

oscure e misteriose,

in attesa di libertà.

Il cuore si scartoccia,

a guardare il mondo,

una vigilanza per dare voce.

È il velame, il segreto circolatorio,

di quei silenzi che fanno mantra,

che sono nudi, sono spellati,

che rimangono tra le unghie

e i monumenti,

all’infinito che parlotta.

Il vacillare era morbido, dolcissimo,

anche navigando

per fessure sui deserti,

in un’aria, di perenne attesa.

Camminare, il sogno dei sovversivi

Se Adriano Labbucci scrive nel suo volume Camminare, una rivoluzione (Saggine, pp. 174. euro 15)  “Non c’è nulla di più sovversivo, di più alternativo al modo di pensare oggi dominante. Camminare è una modalità del pensiero. È un pensiero pratico. È un triplo movimento: non farci mettere fretta; accogliere il mondo; non dimenticarci di noi, strada facendo”, camminare è davvero qualcosa che ai confà a osgnatori e sovversivi.

Ho appena pubblicato un articolo su Scrittore in viaggio che attiene proprio a questo argomento. Il 14 ottobre infattilsarà la Giornata nazionale del camminare, una di quella iniziative a cui va tutto il mio favore (trovate tutti i dettagli sul link dell’articolo di Scrittore in viaggio). Pur non essendo amante delle celebrazioni e delle passeggiate in gruppo che se non trovi le persone adatte diventano una scampagnata.

Però, il camminare l’ho sempre trovato un atto di militanza antimoderna e ascetica che ha veicolato il mio desiderio su fascinose ipotesi rivoluzionarie che ancora oggi pratico con veemenza ed entusiasmo. Quando sono assediato dai famosi fastidi da me citati in un precedente articolo, sia che si tratti di umani o pensieri, scarpe ai piedi e via in cammino.

Ricordo di anni fa. Ero preso sovente da una indefinita angoscia che di molto somigliava al demone dell’ora meridiana. Nella solitudine della casa dove vivevo, specialmente di domenica. un groppo in gola mi assaliva, un morso impertinente che non mi dava tregua. Uscivo, respiravo, detergevo anima e fisico con la traccia dei miei passi. E “l’ovosodo” se ne andava così come era venuto.

Oggi tengo una media di passi, documentata dal mio Polar Loop, di 15 chilometri al giorno. Questa estate in Val Gardena ho battuto il mio record. Sono arrivato a quasi 30 chilometri complessivi in un giorno. Se i legionari lastricavano di strade il mondo, io, pur non essendo agghindato di lorica e pennacchio, sono arrivato quasi ai 45 chilometri quotidiani che facevano i soldati dell’Impero.

Non c’è ora che non vada bene per camminare. A parte le ore funeste del buio che nel paese delle chiacchiere e dei cazzari del voler fare e del volemose tutti bene possono essere un rischio.

Eppure, in tempi meno straccioni di questi, ricordo ancora che amavo parcheggiare la mia R4 nelle uscire serali parecchio distante da casa e tornarmene nel  silenzio, attraversando il buio della notte come un soldato della speranza che puntava alla luce. Nonostante il passaggio tra le ombre. E poi camminando, si può sempre sbattere la porta, lasciandoci il passato, tutto ciò che mortifica ciò che siamo, alle spalle, col gesto dell’ombrello.

Camminare è come scrivere, un modo per starsene in pace e in solitudine e per urlare nel silenzio. Mandare un messaggio in bottiglia, nell’oceano delle anime come te, ai sognatori e sovversivi che sono in ascolto. Di chi cammina e di chi muove il mondo con un respiro simile al tuo. Ho chiamato il sito Scrittore in viaggio, proprio pensando ai miei passi per il mondo e alla mia passione per la penna. Non tanto al turismo transumante.

Non è un caso che molti scrittori amino camminare oppure starsene in compagnia di un gatto davanti al fuoco. Come monaci o soldati. Qualche esempio?  Da Robert Walser a Hannah Arendt, da Hesse a Thoreau, da Rimbaud a Banjamin, da Barthes sino a Chatwin, teorico dell’aternativa nomade ma insofferente al gioco di squadra perché non trovava “niente di più irritante del percorrere lunghi tragitti insieme a qualcuno che non riesce a tenere il passo”.

O ancora Da Aristotele e la sua “filosofia peripatetica” a Kierkegaard che dichiarava di non conoscere “pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata”.

Del camminare adoro anche il vestire, Come una divisa, come un soldato d’altri tempi, scarponi, berretto, casacca e zaino. Essere un camminatore è il mio modo di attraversare il mondo, dissociandomene. Come divenire il Waldganger che descrive Ernst Junger nel mirabile Trattato del Ribelle.

Il camminatore come il wildganger, il fuorilegge, è “colui che passa al bosco, hic et nunc”, si dà alla macchia per sfuggire al Grande Leviatano della cellularomania e della tecnologia in salsa bulimica e compulsiva. Nel bosco, camminando, ritrovi te stesso e le energie preziose per portare a termine la tua rivoluzione. Conoscere te stesso.

Senonaltro, come ricordava lo scrittore politicamente scorrettissimo più dell’idea di sinistra che ha il PD, sto parlando di Julius Evola, “ciò su cui non possiamo nulla, nulla deve potere su di noi”. Camminando è più facile liberarsi dai condizionamenti e aspirare alla vera libertà,  “quella che gli spetta, misurata dalla statura e dalla dignità della sua persona”.

Se l’abisso guarda dentro di te, insomma, camminando c’è speranza di farne catarsi. Trasformare l’abisso in estasi, farne una visione del mondo ormai redenta e imbattibile, “portandosi non più dove ci si difende, ma dove si attacca”. Camminado e sempre a piccoli passi per arrivare al traguardo dell’infinito piacere di esserci.

 

 

Un legame con la memoria

Un senso oscuro e pagano della memoria dove si animano anche le ombre. Se un legame non si fonda su qualcosa che lo oltrepassa, è destinato a deperire. L’amore non è che una discesa nel corpo o un’ascesa nell’anima. C’è gloria nell’effimero, dopo un passaggio tra le ombre. Mentre l’uragano del respiro amplifica l’essenziale.

I rompicoglioni sono tutti uguali

Diciamocelo molto chiaramente: per quanto riguarda i rompicoglioni, ha trionfato l’Illuminismo. Non c’è distinzione di sesso, razza e religione, a qualsiasi latitudine. La geografia dello scassinatore di zebedei è talmente estesa che ciascuno di questi rompicoglioni è automaticamente come il Re Sole: sul loro impero non si fa mai notte.

Facciamo qualche esempio pratico, qualche dinamica esistenziale per addivenire nel concreto alla descrizione di questa figura così tipica dei nostri giorni. Perché, badate bene, il rompimento di coglioni ormai è metafisico, talmente astrale che dubbi sull’esistenza dell’anima atei e scienziati, sul rompicoglioni no. L’unica certezza che mette d’accordo tutti: esiste e si riproduce a catena.

Il mio palazzo

Veniamo agli esempi. Nel mio palazzo da 4 mesi stanno ristrutturando un appartamento. Tutto sommato, considerando i tempi, l’Oscar del rompimentodi coglioni supremo non va a loro che pure si difendono bene ma a quelli del piano terra che a inizio settembre hanno cominciato a ristrutturare un giardino che non farebbe gola nemmeno a Berg per fare accoglienza.

Bene, mattina presto e ora di pranzo, insomma quelle topiche, l’uso del frollino è come il trash in tv, una buona abitudine di cui non si può fare a meno. Siccome non sono come Schwarzenegger su Commando e nemmeno il Bin Laden con dito ascetico dei vecchi tempi, non imbraccio il Kalashnikov ma mi incazzo un tantinello e sono giorni che il frollino viene utilizzato con parsimonia e in ore adeguate.

Come la tv intelligente, quella vera, di notte, non se la vede nessuno tranne le sentinelle sul mondo, quelli che, come me, vogliono proprio vedere come va a finire. Come col frollino. Per non farsi mancare nulla, i miei vicini sono andati via. Erano quelli che ad ogni uscita di casa la porta la sbattevano più della Belillo a casa della Mussolini. A corredo di questa famigliola, un pargolo di 12 anni che organizzava il mundialito a casa e che non ho mai visto camminare. Solo correre. Più facile dialogare con l’Angelo Custode che vedere il pargolo non correre.  Ora sono andati via e che ti fanno i vecchi proprietari, giustamente? Ti affittano la casa e tra lavori e traslochi il rompimento di coglioni è discreto. Speriamo il futuro non sia di rottura di coglioni come quelli che c’erano prima.

Giornata classica

Però in casa i rompicoglioni se sono una eccezione, già puoi ritenerti fortunato. Come sentire frasi intelligenti al grande Fratello o trovare lavoro a 54 anni. La norma del rompimento di coglioni è in giro. Nella bella quotidianità.

Appena esci, rischi di essere travolto da automobili, rigorosamente Suv sennò come ci vado dietro l’angolo, da lavori in corso eseguiti da simpatici operai in tenuta da bagno penale. Capiti, che so, al bar, e c’è la signora che deve essere parente del bimbo incapace di correre. Solo che lei è incapace di usare non dico un tono di voce basso ma certo nemmeno quello dei manifestanti in Val di Susa. Na via de mezzo tra stare in chiesa e fare le facce da mortacci tua.

Se come me sei un camminatore e non hai abbondanza di spicci, tipo 50 euro da un euro, ti becchi gli improperi di chi chiede soldini,  tra scopette e cappellini tesi. Ogni tanto cedo ma poi mi accorgo che rischio di diventare da precario, nullatenente, e chiedo perdono a Berg e tiro dritto.

Lasciamo perdere poi in ogni luogo l’eloquio che è lo specchio della “glebalizzazione”. Non tanto per le parole quanto per gli argomenti. Viene voglia di farsi eleggere in Parlamento. Fai la grana e te ne vai a lavorare ogni tanto. Gli altri giorni sei a fare la belle vita o a fare slogan su Twitter. Ma via dai rompicoglioni.

Per non dire, sempre parlando di rompicoglioni, di quelli che incontri al market e che fanno come il cinesino della barzelletta quando pagano: una lila, due lile, tre lile, in pratica quando pagano, si fa prima a fare la Salerno-Reggio Calabria nel primo fine settimana di agosto. Torni e loro sono a ncora a contare i soldi alla cassa.

Poi quelli che comprano e parlano amabilmente mentre tu aspetti e se ne impipano se in piedi non fai tappezzeria ma sei uno che è lì, pensa un po’, per fare spesa magari e non per chiacchierare. Puoi sempre andare alla posta a rompere i coglioni no? Ci sono poi quelli sempre incazzati che devono aver visto troppe volte Romanzo criminale e tra tatuaggi e dialoghi alla Libanese, pare di stare a giocare a stecca al famigerato bar.

Conoscenti

Il capitolo dei conoscenti che rompono i coglioni è vasto come la desertificazione del globo. I più curiosi sono quelli che vorrebbero fotterti, sempre con la vaselina in mano ma se gli fai notare che se la possono ben utilizzare loro, si offendono e spariscono, è il caso del rompicoglioni disertore, in altri casi invece diventano quelli che polemizzano, ti rompono i coglioni da eroi ossia parlandoti male alle spalle. In verità si chiama erezione dell’impotente. Cerco di fotterti, non ci riesco e giù invidia. Detta anche la Sindrome della volpe che non arriva all’uva. Poi ci sono quelli che pretendono, che parlano, che si offendono, che promettono, conoscenti e non, la cui vocazione è sempre la stessa: romperti i coglioni. Una cosa è auspicabile per il futuro dell’umanità: Rompicoglioni di tutto il mondo, non unitevi. Altrimenti, l’Armageddon sarà una gita in campagna a confronto.

Mi faccio i sogni miei

Mi faccio sempre i sogni miei. Potrei anche iniziare così: non solo mi faccio i sogni miei ma sogni che siano reali, comuni, banali ma veri. Come il chiodo che sporge: va preso a martellate.

Mi faccio insomma i sogni miei che non sono l’eccezionale, una vita al top, soldi, lusso, potere e bunga bunga. No, vorrei semplicemente, a volte, tornare indietro. All’Italia dell’articolo Uno della Costituzione, della sovranità che appartiene al popolo.

Vorrei una sinistra che non lecca le terga pure al Lussemburgo paradiso degli evasori fiscali per andare contro a chiunque parli di “italianità”, vorrei una sinistra berlingueriana che riporta al problema morale e aggiungerei neuronale, vista l’entità di trovate che discettano oggi gli eredi di una cosi importante tradizione storica.

Vorrei non dovermi vergognare di avere l’idea di Nazione dentro di me, vorrei non dover rischiare l’estinzione perché fa comodo agli speculatori che dietro un sorriso anticristico con la fandonia di essere buoni con tutti, cancellano la nostra identità, la storia, le morti di chi ha lottato per il lavoro e per l’idea di Nazione, appunto. Senza retorica perché non si tratta di colori politici ma di ciò che siamo tutti, italiani.

Sul Carso, nelle trincee, la notte , come si racconta, appaiono fantasmi, lemuri in divise stracciate di soldati della Grande Guerra, austroungarici e italiani abbracciati che ammoniscono con il dito puntato sull’Europa. A tratti piangono, rimasti giovani per l’eternità perché pensano alla morte fredda che hanno trovato su quella terra e che oggi a nulla serve più, tutto quel dolore, tutto quel sacrificio.

Come ebbe a dire Bettino Craxi, gigante della politica rispetto a nani e ballerine dell’integralismo leccaculista di oggi: “Cancellare il ruolo delle Nazioni significa offendere un diritto dei popoli e creare le basi per lo svuotamento, la disintegrazione, secondo processi imprevedibili, delle più ampie unità che si vogliono costruire. Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”. Tié, mettece una pezza.

Vorrei un paese dove le parole sicurezza e lavoro non fossero chiacchiere vuote di incapaci che chiedono voti e dove non devo leggere tutti i giorni frasi sconcertanti che sei nazionalista perché provi affetto per questa nostra amata e maltratta Italia, mentre loro sono invasati e posseduti dall’integralismo della stupidità in malafede, che porta al Sacco di Alarico. Ma la nostra politicaglia non lo sa e chi lo sa, fa finta di nulla. Troppo in alta la posta in gioco: si chiama Stato Sociale da abbattere, per fare del lavoro precaria schiavitù e dellla convivenza civile una lotta tra poveri. E per pagare zero i poveri disperati a cui danno illusioni mentre qui si muore in baraccopoli e in mezzo alla strada.

Vorrei un paese dove i chiacchieroni che dovrebbero alimentare la speranza, inetti anche nelle promesse, vanno a lavorare assieme agli operai, negli altiforni, a colare l’asfalto a Ferragosto durante l’ora panica, vorrei che i responsabili, costruissero loro quel ponte, con le loro mani, a scarnificarsi i polpastrelli, per rifarlo il ponte, donando i loro possedimenti alle famiglie di chi non c’è più. E zitti.

Vorrei non dover dimostrare nulla, avere una moglie che cucina solo squisite pietanze senza alimenti di origine animale, una sfida, vorrei un mondo che sorride e che non ti guarda in cagnesco alla minima inezia, un sorpasso, la fila in un negozio, facce tristi, incazzate, agguerrite, vorrei una unità di persone capaci di defenestrare quelli che ci vogliono divisi e che alimentano la loro pinguedine sulle nostre divisioni.

Vorrei poi un lavoro appartato, tipo che so guardiano del faro, correttore di bozze, bibliotecario, archivista, monaco o custode di eternità solitarie. Vorrei un paese senza tv o forse senza il trash che ormai regna in tv, vorrei una tv della notte che andasse in onda tutto il giorno, vorrei un paese che leggesse a cacciasse a calci in culo i servi del potere, qualunque forma assumano, vorrei un paese di audiolettori, di zero suv, dove la ricchezza vierne redistribuita e i poveri diventano classe media e i ricchi anche classe media, tutti insieme a godere di meno ma a godere tutti.

Vorrei un paese dove le notizie sui crac finanziari mondiali dove la gente finisce in mezzo alla strada perché non può più pagare il mutuo fosse il ricordo brutto di un’epoca lontana e dove le donne posso andare in giro a qualunque ora senza temere per la loro incolumità.

Vorrei un paese più anafabeta ma più felice, meno bollito e più orgoglioso, dove gli italiani non subiscono la xenofobia al contrario e dove essere straniero non è una colpa o un difetto, è semplicemente una realtà che sei vivo, sei nato, con una tradizione di cui non ti devi né vergognare né impormi come fosse l’unica.

Non è il paese dei balocchi, è forse un’utopia ma forse prima che arrivassero i tempi del benessere e dell’Europa di Bruxelles e di chi vorrebbe toglierci non solo l’ora solare ma pure l’orgoglio dei nostri morti, quelli che questo paese l’hanno costruito e che ne hanno calcato le strade con tanta fatica, lasciando ancora l’aria intrisa di sudore. Ecco, forse, prima di tutto questo, l’utopia era meno irreale e forse più possibile.

E poi, vorrei, un po’ di salute, darmi una disciplina, esplorare me stesso per giungere fino alla fine sempre più consapevole, essenziale, spartano, con tanti libri da frequentare e persone da selezionare, e poi guardare il cielo con qualche ruga in più portata sotto azzurri intensi e nuvole che non finiranno mai.

Chiedo troppo? Ecco, appunto, mi faccio i sogni miei.

Seychelles, il racconto su Scrittore in viaggio

Seychelles, potrei definirle La Mia Africa. Si, perché ho provato in maniera travolgente il desiderio di non trnare più indietro due volte nella vita. Quando sono andato in Portogallo e appunto alle meravigliose Seychelles.

In questo link all’articolo che ho appena pubblicato su Scrittore in viaggio  trovate il mio racconto con tante fotografie e qualche spunto di riflessione.

Devo dire che davvero ci vorrebbe ora ancor di più una cura dell’anima, una terapia di straordinaria bellezza e le Seychelles sarebbero in grado di trasportarmi altrove. Ecco il mal d’Africa.

Ritrovarsi in un paradiso terrestre possibile e lasciarsi alle spalle tutto, ogni impegno, ogni induzione alla mancanza di libertà, qualsiasi fisima e un mondo occidentale sempre più difficile da gestire e da comprendere.

A riguardo, tra qualche giorno scriverò una riflessione. Ma per ora, se ne avete voglia, un po’ di Seychelles tra Praslin, La Digue, Anse Lazio e tanta indimenticabile natura. Che altro aggiungere quando si ha tutto a portata di mano, quando si muovono passi in un sogno e non c’è altro che luce?

 

Animali, sfatiamo qualche mito

Gli animali sono individui, ognuno con personalità, sentimenti, cuore, mente e un gran desiderio di vivere. Carl Safina lo spiega nel suo volume Al di là delle parole, Cosa provano e cosa pensano gli animali (Adelphi, Collana Animalia, pp. 687, Euro 34). Chi li ama gli animali sa di cosa sono capaci e che importante presenza riescano ad essere nella vita di ciascuno col mondo che riescono a portare e a comunicare.

Carl Safina racconta in maniera documentata e poetica questo splendido mondo. Racconta degli elefanti africani, dei lupi di Yellowstone e delle orche del pacifico nord-occidentale, in un viaggio avventuroso che svela le meraviglie del mondo animale, di cui noi “bipedi” siamo parte, perché viviamo tutti sotto uno stesso cielo. Checché ne pensi Sua Banalità. Non si dovrebbe infatti incentivare un pensiero di superiorità verso l’essere umano ma cercare una convivenza armonica e pacifica con gli animali come con l’ambiente ma questa è un’altra storia.

Del volume di Safina mi ha molto affascinato la parte dedicata ai lupi. Da amante della cultura “pellerossa” e di tutte le storie legate a quel mondo, il lupo ha esercitato in me uno straordinario fascino. Ricordo che, prima che me la “zotttassero,” sulla mia esausta R4 di 16 anni troneggiava un adesivo del Wwf che recitava, con un lupo come immagine preponderante, un motto Sioux, “con tutte le cose e tuttgli esseri saremo fratelli”.

Dunque, sento più “consanguineità” con gli animali, molto spesso più che con gli umani. E Come dice Conrad nel suo mitico Cuore di Tenebra: ho bisogno di una solitudine selvaggia dimenticata da Dio. O forse di un paradiso popolato esclusivamente da animali.

Tornando al lupo, mi ha sempre affascinato la loro complessa struttura organizzativa: sanno chi sono, chi sono i loro familiari, amici e nemici, provano sentimenti, ambizioni, elaborano strategie e alleanze, lasciandosi definire delle loro relazioni.

Però il mito da sfatare è quello del maschio dominante. Gli scienziati hanno spesso trascurato invece le intelligenze femminili anche negli animali. Anche tra i lupi. Il “capo” infatti non è un “coatto”, aggressivo e stalker, non è un violento ma colui che si prende cura degli altri.

Non è il lupo simbolo del demonio di cui Hitler si sente incarnazione. No, direi proprio di no, sono balle per giustificare nell’umano le proprie azioni. Come accade con Cappuccetto Rosso. La metafora del male è l’animale quando invece, nella realtà, il male, è colui che uccide per divertimento e crudeltà.

Ricordo ancora, quando andavo in Abruzzo, nel Parco Nazionale a fotografarli, una scena. Siamo in inverno. Un lupo maestoso. lo guardo a distanza, veglia su di un’altura, silenzioso e fiero, mentre il “branco”, parola che Safina non ama perché associa a retorica e ferocia, se ne sta disteso tranquillamente sotto alcuni alberi. Forse a vegliare è proprio una femmina, una “lupa” come quella di Roma che allatta e fonda la storia del mondo.

A prendere infatti la maggior parte delle decisioni, dove andare, come e quando cacciare, dove fare la tana, sono proprio le femmine tra i lupi e femmine dalla spiccata personalità. Come ricorda Anna Mannucci in un articolo apparso sul Corriere della Sera tempo fa: “La vita sociale dei lupi è complessa, richiede abilità cognitive e politiche, lealtà e assistenza reciproca, e ruoli differenziati, per esempio sono pochi quelli che vanno a caccia ma che poi sempre condividono la preda. Anche tra loro, ovviamente, ci sono quelli che non si comportano bene e tra sorelle ci può essere competitività anche feroce. I lupi del parco di Yellowstone, un francobollo lo definisce Safina rispetto al territorio precedentemente abitato e percorso da questa specie, sono stati portati dal Canada in tempi recenti, perché quelli originari, circa un milione di individui, erano stati sterminati dagli uomini. Uccidere e far soffrire gli animali è sempre stata una nostra caratteristica”.

Oppure quanto scrive lo stesso Safina nel libro: “Non è poi così assurdo che una creatura violenta come un lupo possa autoaddomesticarsi tramutandosi nel nostro compagno più amato. Loro potrebbero dire qualcosa di simile su di noi. Nella forma del loro avatar, i lupi si mescolanmo agli esseri umani grazie alla loro fine perrcezione innata della vita all’interno e all’esterno del gruppo. Un lupo sa chi proteggere e chi attaccare e come difendere qualcuno fino alla morte”.

Interessante anche quello che la stessa “collega” scrive a proposito dell’orca che assolutamente non è da considerarsi assassina come certe scempiaggini da Hollywood hanno saputo creare nell’immaginario collettivo: ” La terza scena che Safina ci presenta è il mondo marino delle orche e di altri cetacei, un ambiente acquatico dove risuonano i tanti segnali acustici di questi animali, che ancora non capiamo abbastanza. Anch’essi perseguitati, uccisi o catturati per essere portati nei grotteschi parchi acquatici. Eppure anch’essi mantengono la curiosità e la simpatia verso questi strani esseri a due zampe e nessuna orca in libertà, nonostante l’aggettivo assassina che le è stato appioppato, ha mai ucciso un umano. Questo è un dato molto interessante e incomprensibile: nonostante tutto molti, troppi, animali continuano a essere amichevoli e leali con la specie più distruttiva e feroce che esista. Gli antichi aneddoti sui delfini che salvano persone in difficoltà sono confermati”.

Che dire poi degli elefanti? Amano stare in compagnia, vivono in famiglie “ampie” dove insieme proteggono i più piccoli e al cui vertice, spesso, la guida è affidata ad una “matriarca”. Pensate che la femmina è anche depositaria di “identità”, trasmettendo storia e cultura del gruppo.

L’approfondita ricerca di Safina porta ad un assioma: negare mente, sentimenti, personalità agli animali è stato a lungo un dogma pseudo-scientifico, che però ha autorizzato l’abuso più sfrenato e crudele. Non siamo affatto speciali, insomma, anzi, in molti casi, siamo più che infami.

La ricerca della differenza a tutti i costi, noi superiori e loro inferiori, ha sempre ossessionato molta parte della scienza e degli scienziati che si sono basati su ricerche stereotipate che hanno dato vita a infiniti luoghi comuni, alimentando indifferenza e “freddezza”.

La banalità del male, anzi l’ossessione di superiorità e di stare nel giusto. Leggiamo ancora quanto sottolineato dalla Mannucci: “Su questo Safina porta innumerevoli informazioni e storie, perché anche le vicende personali e alcune tradizioni popolari hanno un loro senso, e arriva a dire: una delle caratteristiche che ci rendono umani è il forte annienta il debole, pure all’interno della nostra specie, si pensi alle «tribù primitive» sterminate. Dice Safina: Siamo tutti polvere di stelle; figli della stessa terra, individui collegati da reti di affetti e intensa comunicazione, ben al di là delle parole”.

Siamo polvere, dunque, come i nostri migliori amici. A tutti spessa la stessa sorte. rendersene conto, magari, può significare sviluppare quell’importante senso di empatia che conduce al sentimento di fratellanza con tutti. Non a caso sul braccio ho tatuato uno dei simboli del Bushido, antico codice Sanmurai, che significa compassione.

E quando si pretende di essere superiori, di pensa di essere il vertice, mentre tutti ci ammaliamo e subiamo la stessa sorte, compassione sì mi viene, anche per l’animale peggiore. Quello a due zampe. Con buona pace di Sua Banalità. Soprattutto per evitare lìincubo dei potenti: “che un giorno il gregge si trasformi in branco”, provando l’istinto di libertà.

Lettere dal Fronte della Vita, mio padre

Continua il mio diario. Appunto lo scorrere del silenzio. “Il tuo nome è la malattie delle cose a mezzanotte”. Lo scrive Alejandra Pizarnik. Prendo in prestito questa frase, la scrivo e, mentre ti penso, guardo oltre il muro.

Tutto è pace, la fortezza immobile, l’aria di di primavera, il cielo sfavilla in un buio che mi arpiona a te. Eri mio padre. Quando la notte si fa più lunga e la mia salvezza è questa penna come fosse una baionetta, ammazzo i pensieri mettendoli su pezzi di carta che prima o poi qualcuno leggerà. Ne sono convinto.

Rimarrà una traccia di me. Se anche morirà con me il mio sangue, di me qualcosa di più comtinuerà a viaggiare altrove. Come te papà. Mi sono chiesto più volte dove continuasse il tuo viaggio. Molti dicono che prima di morire, rivedi tutta la tua vita come in un film. Non so quanto sia se sia vero. Ma di una cosa sono certo.

Quando sei a tu per tu con il tuo abisso e la tua notte stellare, la vita la rivedo uguale. Fino al momento di ogni singulto e di ogni sospiro, nitida e trasparente come la pellicola di una fotografia a cui tieni più di altre. E io rivedo te. Ripartendo dalla fine , da quando sei morto e ho comiciato a scrivere di te come fossi l’Alekos di Oriana Fallaci, l’eroe che non vedevo più.

Ricordo ancora quel monaco di Sant’Antimo a cui andai a chiedere, preda di un dolore errante, dove fossi e lui rispose: suo padre è salito su un treno. Il treno ha girato la curva, lei non lo vede ma il suo viaggio continua. Mi diede molto conforto. E ricordo ancora la tua figura composta senza vita, fredda in una smorfia dura, così contrastante con quel toulle orribile che ti avevano messo sopra e che ti tolsi per infilarti il rosario tra le mani.

E tutti che parlavano e io che mi dovevo fare forza, e chi scappa e chi fugge e chi trova scusa. E io solo che devo sorridere e leggere mentre la tua bara è lì davanti a me. Vivo solo e tu manchi e allora scrivo. Ora che sono passati tanti anni, sei con me ma non come prima. Con un dolore che mi ha fatto invecchiare e incanutire, no. Sei con me con la vita e non con la morte.

La cosa più bella è questa. L’immortalità che subentra nei ricordi, la fiducia, al di là di quello che potremo esperire dopo, chissà, quando la vita, nei ricordi, si propaga e fa indietreggiare la morte. Come un filo d’erba che trova la sua via di fuga nel cemento, la vita, non si muore, nonostante il degrado e la fine apparente.

E allora, stanotte vado a te, non solo con la fine ma con la vita. Le domeniche, io e te, al cinema, ti piaceva. Ricordo ancora a Natale quando tutti invasati dal demone della tombola, io e te ce ne andavamo via, al cinema, alle prime, all’Etoile, un mondo che non esiste più, frammentato e disgregato dove trovare un figlio andare al cinema col padre è come pretendere di farci rispettare come Italia in questa Europa penosa di trafficanti e lenoni dal sorriso facile.

Oppure la domenica, salire sulla tua Giulia blu, col profumo delle vetture di un tempo quando Fiat era Fiat e Alfa Romeo, Alfa Romeo e andare da nonna. Ti penso spesso, soprattutto quando il vento fa sbattere queste porte e questi ambienti vuoti dove la solitudine sembra uguale alla morte.

Ma è una tentazione a cui non cedo. La solitudine può essere una beatitudine se sai dare spazio alla bellezza. E tu lo sei e tanto basta. Ricordo ancora quando la notte, come me che oggi faccio la veglia sui pensieri e sulle memorie, come un soldato dell’eternità che ha il compito di stare sull’atttenti di fronte a ciò che non muore, bene, ti vedo quando la tua stanza, mentre mamma dormiva, a letto hai la luce accesa.

Io sono accanto nella mia e leggo, ascolto musica. Tu leggi fino a tarda notte, l’ho ereditato da te questo vizio. E vedo anche il fumo che aleggia nella notte. delle sigarette che ti porteranno al male che ti sconfiggerà. Solo apparentemente. Quel fumo che fece dire alla restauratrice dei quadri: avete il camino in casa? No, è mio padre che fuma.

Poi penso ai nostri dibattiti, alla politica, ai film di Totò guardati insieme e a ridere sempre sulle stesse battute talmente ci piacevano. E penso anche che non dormivi e aspettavi che rientrassi. Non eri capace di gesti spontanei d’affetto ma non dormivi se non c’ero.

Quella volta che “percepii” una presenza accanto a me e pensai che eri tu a farmi una carezza e mi dicesti, no, non ero io. Ebbi conferma di qualcosa di sovranaturale come sovranaturale era quando dimostravi quell’affetto che, non avuto da te nel modo che chiedevo, cercai per troppo tempo come riconoscimento di me negli altri, una debolezza dell’anima che non portava a caonsapevolezza. Ma lo capii.

I ricordi amari, delle nostre liti che tante erano, hanno lasciato spazio al piacere della dolcezza. Ripeto: come l’erba che spunta dal cemento. Forse è questo il paradiso: un posto dove i ricordi belli, solo quelli rimarrano e il cemento sull’anima non sarà che carta straccia. Buona notte papà, mi sembra non di rivedere la vita come in un film ma il tuo volto nel cielo mentre la notte è buia sì ma ricolma di stelle che brillano e che fanno compagnia.

Bellissime e coraggiosissime

Scrivevo l’altro giorno della triste realtà dell’Africa del bracconaggio. Ora però voglio raccontarvi anche di chi si immola in questa lotta, di quegli esseri umani di cui Francesco Guccini cantava “gli eroi son tutti giovani e belli”, di quelle persone che fanno la differenza nel mondo e che ci consegnano ancora alla speranza di un mondo migliore.

Sono le squadre che il bracconaggio lo combattono, squadre a cui, da poco,  si stanno aggiungendo gruppi composti da sole donne. Le prime sono state le Black Mambas del Sudafrica, adesso si sono aggiunte anche le donne del team Akashinga dello Zimbabwe a cui la Bbc ha recentemente dedicato un ampio servizio. I dati dimostrano che sono loro a salvare più animali rispetto ai colleghi maschi. Un coraggio incredibile.

La spiegazione proposta dall’International Anti-Poaching Federation è che le donne sono più brave perché “meno suscettibili alla corruzione, lavorano di più, non si ubriacano, mostrano livelli maggiori di onestà e orgoglio e considerano moltissimo il loro ruolo e l’opportunità che è stata loro data”.

Queste donne sono particolarmente importanti dunque per gli animali e per le loro comunità. In Africa una donna con un salario spende tre volte di più dei suoi guadagni nella sua comunità locale rispetto ad un uomo con un salario equivalente.

Come riportato in un articolo della Stampa: “In questo momento, in cui la caccia per trofei (molto praticata dagli occidentali che pagano per andare a caccia) sta diminuendo e quindi le comunità perdono una delle loro principali fondi di reddito, il fatto che un cittadino spenda il proprio stipendio localmente significa che l’economia della comunità può continuare a funzionare. Proprio l’innescarsi di questo circolo virtuoso, inoltre, fa sì che la comunità stessa inizi a rivoltarsi contro i cacciatori di frodo, visto che proprio la protezione degli animali è fonte di guadagno”.

A coordinare il gruppo Akashinga è Damien Mander ex militare nell’esercito australiano. L’uomo, dopo aver svolto 12 missioni in Afghanistan, ha lasciato l’esercito e, dopo essere entrato in contatto con la triste realtà del bracconaggio che frutta circa 200 miliardi di dollari l’anno, ha deciso di passare all’azione.

Ossia, mettere a frutto il suo addestramento militare per insegnare a una equipe antibracconaggio come proteggere gli animali: ha venuto tutto ciò che possedeva, fondato la International Anti Poachinf Federation e iniziato i suoi corsi con la gente del posto.

Le donne hanno rappresentato essere la vera svolta. Girando per i villaggi, si è reso conto di come le donne fossero marginalizzate. Ha così iniziato a reclutare donne abbandonate, vittime di abusi, vedove, orfane, prostitute e madri single, “donne che non erano vittime delle circostanze, ma vittime degli uomini”, ha spiegato.

Le donne hanno affrontato un addestramento uguale a quello degli uomini, comprese 72 ore di bootcamp, ma solo 3 donne su 37 hanno lasciato: una percentuale molto inferiore a quella degli uomini.

“Hanno imparato l’etica della conservazione, come si preserva una scena del crimine, come si gestisce una crisi. Hanno studiato come si affrontano creature pericolose, l’utilizzo di armi da fuoco, il primo soccorso, i diritti umani, le tecniche di leadership e di perlustrazione, perquisizione e arresto, e il combattimento a mani nude”, ha spiegato Damien.

Da quando è iniziato il programma, nel 2017, le Akashinga – che significa “le coraggiose” in lingua locale – hanno portato a termine 60 arresti. Le donne controllano più di 850 mila acri nella zona del basso Zambesi e sono “più efficaci di qualsiasi altro gruppo abbia visto”, ha ricordato Damien sempre su La Stampa. Damien ha inoltre sottolineato anche come le donne non solo facciano più arresti ma siano anche più brave nel gestire situazioni potenzialmente violente.

“Non mi interessa se abiti nel mio stesso villaggio o sei il mio vicino di casa, se sei un bracconiere, se fai del male agli animali, io ti prendo e ti arresto”, ha detto Vimbai, una delle donne che fanno parte della squadra Akashinga.

L‘obiettivo attuale del programma è il reclutamento di 2mila donne per la realizzazione di una rete di protezione che possa arrivare a coprire 30 milioni di acri di territorio africano entro il 2030. Damien però ha chiarito anche un altro obiettivo: “Una soluzione di lungo termine prevede che si convincano i cuori e le menti delle comunità, e il modo più efficace per farlo è attraverso le donne”.

Grazie Damien, grazie alle Akashinga, donne coraggiose di cui tutti abbiamo bisogno per un mondo migliore. Soprattutto gli animali.