Il conte del pensiero forte

Come sempre, da una notizia letta casualmente, scatta la riflessione in forma di memoria. E si naviga, altro che web.

Leggo pochi giorni fa sul Fatto Quotidiano un articolo di Pietrangelo Buttafuoco, scrittore e giornalista che stimo e che ho incontrato spesso, un articolo che parla dell’insigne orientalista Pio Filippani Ronconi.

Personaggio estremamente scomodo, coltissimo, e vetero-fascista che mi riporta indietro. Mi colpisce il titolo del Fatto: quel conte idolo di Casa Pound che amava parlare con i vu cumprà.

Pio Filippani Ronconi, che conobbi quando gli unici a farmi scrivere per prendere il tesserino da pubblicista prima di diventare, molti anni dopo, professionista, furono un manipolo di “scapigliati” che tenevano insieme un quotidiano ben fatto e di cui mi occupai per due anni della pagina culturale.

Pio Filippani Ronconi viene descritto da Buttafuoco come “un gigante del pensiero non assimilabile allo Spirito del tempo che su quello stesso litorale (a Ostia, dove oggi gli attivisti di Casa Pound cacciano i venditori ambulanti), in posizione yoga, svolgeva il ruolo di shayk, di khan e di Sikander di tutti i vu cumprà con cui parlava fluentemente in urdu, in arabo, in turco, in farsi, in cinese e nelle restanti lingue asiatiche…

Inadatto al Pantheon dei buoni. Anzi, il contrario: uno dei più coraggiosi combattenti ad Anzio, irriducibile guerriero volontario nelle Waffen, temuto dai marines americani dell’invasione, maestro d’arti marziali, coompagno di passeggiate del re d’Afghanistan lungo i marciapiedi del quartiere Eur, il conte Pio Filippani Ronconi – ebbene sì, lui, cacciato a suo tempo dal Corriere della Sera in nome dell’antifascismo, dalla sua postazione ricavata tra le sabbie di Ostia riceveva il saluto, la considerazione e l’ascolto dei tanti ambulanti da cui comprava cianfrusaglie e con cui discettava di Bhagavad Gita, di Ferdowsi e di Tito Livio”.

Insomma mentre la maggior parte dei bagnanti se la menava con la Settimana Enigmistica o giocando a tamburelli, il patrizio romano dibatteva di tematiche parecchio impegnate. Con i vu cumprà che no scacciava in malo modo. Che tempi, che differenza con l’attualità. Pio Filippani Ronconi, allievo di Giuseppe Tucci, fu tra i padri dell’orientalismo italiano. Diventa uno dei simboli del pensiero forte che, in certe redazioni, ho frequentato e amato. Tra di loro, Julius Evola, Oswald Spengler, Guido de Giorgio, Massimo Scaligero, René Guenon.

Solo che il conte Filippani Ronconi ho avuto modo e fortuna di incontrarlo in carne, ossa e occhiali scuri, stile generale sudamericano. In uno di quegli incontri dove si parlava di Tradizione, quella tradizione universale che il conte sapeva condividere con gli ambulanti che incontrava, dove si dibatteva di tantrismo, metafisica del sesso, yoga e di “scomodi eroi”, c’era anche lui, ormai quasi novantenne, che affascinava col suo modo di parlare, pacato, colto, coinvolgente.

Il mondo “culturale” che ho frequentato è stato questo. Col pensiero “a destra” e il cuore ” a sinistra”, se ha senso parlare di simili etichette. Sono sempre stato animato dal senso del sacro e da una forte motivazione sociale. Con amici prevalentemente ” a sinistra”.

Ricordo ancora di certe riunioni di redazione dove partecipavano reduci che per molti che ho incontrato erano vere e proprie leggende, di infinite chiacchierate a parlare dei Drusi e del Sufismo islamico, delle difesa estrema contro le orde di Gog e Magog e del futuro del nostro paese.

Debbo dire che certi giornali scomodi furono gli unici a darmi credito e fiducia laddove, in altri ambienti, quelli dei futuri radical chic, non ti permettevano nemmeno di entrarci in una redazione. Sono quelli che oggi hanno occupato i posti chiave. Io, precario a vita.

Ecco, questa bramosia di sacro e di vita, non vitalismo irrazionale alla Nietzsche, è ciò che mi ha spinto ad appassionarmi alle tematiche del pensiero forte, di Bruce Chatwin, delle storie di Lawrence D’Arabia, di Celine, di Thesiger, di Antoine de Saint-Exupery, di Tex e di Zagor.

Quando ho letto di Pio Filippani Ronconi tante cose mi sono tornate in mente, di quando ambivo ad essere un giornalista serio e appassionato del proprio lavoro. Come oggi sento di essere.

Anche se forse sono inadatto al Pantheon non tanto dei buoni quanto dei falsi e degli ipocriti. In questo, forse, anche io, sono un po’ come il conte. Consapevole che nulla finisce e che ciascuno ha la propria libertà misurata in base alla dignità della propria persona. Come quando si parlava di Bhagavad Gita e si ambiva a essere “eroi” come Arjuna.

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