Siate ribelli, vivete eleganti

Mi aggrappo al mondo per capirne il senso. E questa nostra epoca, ribalda di mediocre sciatteria esistenziale, di conati ininterrotti di idiozia politica, non la capisco. Che fare? Scrivere, leggere, ascoltare buona musica, vedere bei film, camminare, circondarsi di persone belle, quelle che come fiori eleganti e colorati, sono in grado di emanare il profumo della vita.

Bene. Come sempre parto da lontano per una delle mie dissertazioni nostalgicononsoquanto di qualcosa che intuisco e presagisco e a cui mi arpiono. Eleganza sì ma un mondo forse da me troppo idealizzato in ogni caso pulsante qualche alito in più di bellezza. Soffro il caldo, soffro la massa, soffro il rumore, soffro la sporcizia e talvolta mi blocco. Come l’aorta di un infartuato mi ostruisco da solo e dico stop, è tempo di guardare altrove.

Come ora, mentre scrivo. Dopo aver letto e sentito coglionate su coglionate, l’oscar del coglione probabilmente del 2018 va a tale Ariano di cognome andate a leggere perché, mi metto a guardare un film. Totò, la Banda degli Onesti. Per parlare di eleganza parla da qui. Eleganza come rispetto e come dignità. Moltissimi film dell’Italia del dopoguerra sono pregni di questi valori.

Quando ancora non ci si doveva vergognare a sentirsi italiani senza essere fritti e rifritti nell’unto retorico delle censura antisovranista, io che aggiungo, sono pure regionalista, umanista, unitista nella diversità più diversa. Ebbene, l’umile portiere, Totò, mio adorato, il tipografo, Lo Turco e il pittore, Cardone, sono degli squattrinatissimi galantuomini alle prese con la vita.

Non quella di oggi che lascia le ditate sul cellulare e la muffa sul passato. No, quella di un tempo dove anche le persone umili indossano la giacca, il cappotto, hanno il dovere di un’alta tenuta. Ecco, quanto sia elegante questo film di Totò, come tanti altri di quel tempo, la dice tutta su come questo paese, un minestrone scalcagnato di finta umanità, paese che oggi ti fa venire voglia di essere come Pizarro con Atahualpa e ti monta la nostalgia pure per Zaccagnini.

La realtà orrida è che nemmeno puoi insultare come vorresti (non sarebbe elegante) tanti di questi pupazzi della politica e ti accontenti di pensare a quello che avranno detto i tifosi al povero Ventura che gli ha cannato i mondiali. Andiamo avanti. C’è un’aria in questi film di alta tenuta appunto, di resistente dignità allo sbarco del Lunario che, in pratica, Salvate il Soldato Ryan nella scena iniziale con i tedeschi che falciano gli americani sulle coste della Normandia, ci fa la celebre pugnetta.

Proprio come i nostri amati tempi, che se salti su un autobus, tra odori e serenità di viaggio in certi contesti, sei come un narcotrafficante incazzato che si guarda il suo bel campetto di coca sotto sequestro o come l’equipaggio del barchino di oggi a cui sono stati “zottati” 200 milioni di euro di hashish. Cronache moderne dell’intestino crasso, non c’è che dire. E ti chiedi: comme finirà sta cazz di epoca?

Proseguendo, e tornando al concetto di eleganza, sulla Banda degli Onesti sono tutti eleganti, badate bene, nella miseria: dai protagonisti ai sottoposti, i bambini figli del portiere Totò, il cavaliere che ha lavorato al Poligrafico dell Stato, la moglie tedesca di Totò, il ragionier Casoria che ruba sui bilanci del condominio, Michele, il figlio grande finanziare di Totò, il tabaccaio, Marcella, la figlia del tipografo Lo Turco, Peppino De Filippo, Mustafà, il cagnolino della famiglia Buonocore.

Insomma, un’orgia di bellezza semplice dove il mio orgasmo è essenzialmente aristocratico e si chiama estasi, senza farsi troppe risate. Arrivando ai giorni nostri, non è possibile non rilevare, per chi ha simili orgasmi, ben altra cifra rispetto all’attualità tipo, notizia fresca,  dell’inaugurazione di bordelli con bambole in lattice.

Rimpiango Playmen, dove per altro, senza occuparmene direttamente, ahimé, ho lavorato per 15 anni. Con la casa editrice che lo inventò e produsse per circa 40 anni.  Con le bambole di lattice e molte altre cose, direi,  siamo alla frutta, direi alla sambuca con tanto di mosca. La dittatura militare della mediocrità trasborda in tutti gli ambiti del vivere “incivile”. Siamo agli avanzi estetici, alla volgarizzazione dell’essere di cui la vita politica è solo la punta non dell’iceberg ma di un’altra cosa dal colore diverso.

Per carità l’è dura per tutti. Pure per queste nostre facce di water che rumoreggiano aria dalla bocca soluzioni politiche. Ma ci siamo abituati alla sciatteria esistenziale, è un dato, dove il trash semplifica ciò che è complesso per ridurlo in poltiglia. Non dico di educarci ad una alterigia aristocratica, no, non questo.

Ma un ritorno alla semplicità disvelatrice di valori fondanti come rispetto e dignità, questo si. E rispetto e dignità passano anche attraverso la cura di sé. Non a caso il buon Schopenauer, immancabile in libreria vicino alla cassa nelle edizioni Newton Compton, tuonava che “il corpo è l’oggettità della volontà”. Se il corpo l’abbiamo, vale la pena di farne uno specchio, tiè per i più elitisti, pure santificarlo.

Pensiamo alla padronanza dell’italiano degli studenti di una volta. Penso allo splendido film Mio Figlio Professore con Aldo Fabrizi e il confronto non regge. Costruzione dei periodi e vocaboli sembrano il Generale Cadorna a Caporetto, quello che “non sapeva mordere”. La visione del mondo era molto più complessa e articolata e questo accadeva in una società dove ancora l’analfabetismo era dilagante.

Cosa siamo diventati? Eleganti affettati col rolex cinese o finti proletari? Peggio, rischiamo di morire “aristodem” ed era molto meglio perir dademocristiani, come si diceva un tempo, sui baffetti di Fanfani.

L’eleganza in architettura? Vogliamo parlare del razionalismo dell’Eur o di quella che una volta era la stazione Termini dove ci si vedeva alla lampada Osram per sperare in un bacio e ti drogavi al massimo di Luneur? Oggi la Stazione Termini da sintesi architettonica tra classicità e futurismo è divenuta l’incarnazione di quella tendenza che Massimo Mantellini ha stigmatizzato nel volume Bassa Risoluzione come la volontà di sostituire beni e servizi esistenti con tecnologie di scarsa qualità. Il trionfo dell’americanismo con luci e lucette da postribolo in stile Las Vegas.

Una sensazione di scoramento ti prende quanto ogni traccia di bellezza, di quella che Agostino definiva Pulchritudo dei, armonia delle forme che proviene dalla grazia, la noti “occupata” dallo scadente e dal volgare, deturpata dall’incuria e dal menefreghismo. Sostanzialmente è per me un due di coppe con briscola a bastoni vedere questa trasformazione in atto.

I due Moloch, indifferenza e irrealtà, da cui molti fariseucci, soprattutto nelle alte sfere, sono posseduti, è un altro dato di fatto. fa più comodo cenare in terrazza con la quinoa ecosostenibile e parlare dei ceti poveri, malcelando un disprezzo di classe verso le periferie che non frequentano, giammai. E l’irrealtà in cui vivono frammista all’ipocrisia, li fascia come lo zucchero filato intorno allo stecco e non vedono, non sanno, non sentono. Fanno slogan o si stracciano le vesti. Se ne fregano, tanto hanno mutande di velluto. I nuovi ricchi cafonal.

Insomma l’unico antidoto a questi miasmi è la ricerca della grazia, la volontà di incarnare un po’ di armonia. Il cruccio degli intellettuali una volta era l’omologazione che oggi van predicando. Pasolini denunciava la perdita delle tradizioni popolari, dei dialetti e dei costumi del popolo mentre il progressismo militante voleva educare il volgo, per fare dei proletari i nuovi borghesi.

Il risultato è stata una evidente perdita di gusto e la costituzione di una ampia massa di arricchiti che di eleganza e cultura poco sanno. Ricordiamo le parole di Leo Longanesi: “Non c’è più fantasia, i nuovi ceti non sanno che farsene della fantasia. I grandi problemi della produzione, i monotoni miti dei nuovi ceti non tollerano più la fantasia. Tutto è destinato a ubbidire alle leggi del peso e della quantità. Oggi si procede soltanto a miliardi e tonnellate. (…) Si tende a mettere tutto in scatola: idee, frutta, sentimenti, carne. Non c’è posto per la fantasia, che è figlia diletta della libertà”.

O leggiamo Arbasino: “Il tipico ghignetto di saputaggine complice, da parte degli intellettualini di merda, che si sentono maestrini à penser quando colgono un amaro sarcasmo di èlite dentro lo schizzetto cheap di bile di massa”. Il gusto è un’altra cosa. Si chiama fantasia, tradizione, eleganza non formale. Bisogna opporsi all’omologazione con la capacità di uscire dalla marmellata, dal magma delle parole tutte uguali che sintetizzano la povertà vera di ciò che dentro si porta.

Una battaglia che è una questione di stile. Un modo per stare al mondo, comunicare coi vivi, ricordare i morti e fare testimonianza. Gentilezza, modi semplici, cordialità spontanea e attenzione ai dettagli. Mi tocca ancora citare Pasolini: “Ora, uno dei luoghi comuni più tipici degli intellettuali di sinistra è la volontà di sconsacrare e (inventiamo la parola) de-sentimentalizzare la vita. Ciò si spiega, nei vecchi intellettuali progressisti, col fatto che sono stati educati in una società clerico-fascista che predicava false sacralità e falsi sentimenti. E la reazione era quindi giusta. Ma oggi il nuovo potere non impone più quella falsa sacralità e quei falsi sentimenti. Anzi è lui stesso il primo, ripeto, a voler liberarsene, con tutte le loro istituzioni (mettiamo l’Esercito e la Chiesa). Dunque la polemica contro la sacralità e contro i sentimenti, da parte degli intellettuali progressisti, che continuano a macinare il vecchio illuminismo quasi che fosse meccanicamente passato alle scienze umane, è inutile. Oppure è utile al potere”.

Concludo questa ampia dissertazione che vi avevo promesso, sperando di non aver abusato della vostra pazienza, con una frase Siate ribelli, vivete eleganti.

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