Tornare “viaggiatori”, con un libro “Oltre è un Cielo in più”

Ammetto che ogni volta che si tratta di prenderei l’aereo, preferirei quasi uscire a cena con Orfini e la Boschi. Dico quasi perché la vita è bella e prima del suicidio ce ne corre. Però quando ho letto di un volume, Oltre e un cielo in più, che racconta la storia di un viaggio lungo 10mila chilometri senza aerei per arrivare dall’Isola di Skye in Scozia sino al Giappone, beh, mi sono detto, ho ancora qualche speranza. Sia di viaggiare sia di non dover attraversare conventicole sgradite. Mi sono messo sulle tracce dell’autore e, dopo averlo “scovato, l’ho intervistato.

In questo link di Green Planet News che vi riporta all’articolo potrete leggere alcune curiosità oltre a vedere le foto che narrano in forma di visione, parte della splendida traversata effettuata da Luca Sciortino, questo il nome dell’autore del volume che è giornalista, scrittore, viaggiatore, filosofo e pure fotografo.

L’ho trovato molto simile a Bruce Chatwin nella sua visione del mondo ma soprattutto in quella voglia di “essere altrove” a 47 anni. D’altra parte questa “alternativa nomade”, questa “anatomia dell’irrequietezza” di cui Chatwin ci narra portandoci a viaggiare con la mente e a dilettarci con la fantasia, ah la fantasia, è proprio l’essenza di partire, lasciandosi tutto il resto alle spalle.

Quante volte, rapiti dai nostri sogni, siamo arrivati alla sommità di un desiderio come questo? Perché ho in uggia, ma non da ora, da decenni, la globalizzazione? Perché vorrebbe toglierci il gusto di essere viaggiatori per trasformarci in turisti di massa, in schiere di consumatori compulsivi dall’occhio spento.

Ricordo la sensazione di stupore e di meraviglia quando in R4 GTL giravo per l’Europa e, oltrepassando ogni frontiera di paese diversa, mi coglieva la sensazione dell’esotico anche a Bressanone. Oggi invece l’esotico si è trasformato in “esostico”, tutto uguale e pesante come un caterpillar, incomprensibile come l’euro, un volume come questo ci riconsegna al piacere di tornare un po’ viaggiatori.

Questa è e sarà sempre la nostra resistenza.
Buona lettura.

 

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Il tempo di uno scatto, una mostra fotografica

No, vabbé. Sono queste le mostre che mi ci immergo. Fotografia, tempi passati, Italia in bianco e nero e una speranza: resistere, resistere, resistere. La Casa del Cinema di Roma dal 29 agosto al 9 settembre  ospita la rassegna, a ingresso libero, Il tempo di uno scatto: ’58-’68-’78, una mostra fotografica curata da Made in Tomorrow e Marcello Geppetti Media Company.

Si tratta di un percorso che ci traghetta attraverso tre decenni di storia italiana “rivisti” con gli occhi e i racconti di chi c’era e ne ha vissuto in prima persona i cambiamenti, i tumulti, le svolte storiche. Il cinema è sempre grande protagonista e interprete di queste vicende e mutamenti sociali e culturali, e Marcello Geppetti, autore degli scatti in mostra, ne ha saputo intepretare diversi aspetti. Tutti questi avvenimenti sono infatti rimasti ben impressi sulla pellicola di Geppetti, oltre che nei titoli in prima pagina dei giornali e nei manifesti che riempivano le città.

Cronologicamente si parte dal 1958, anno di rinascita e desideri. Roma ospita il più grande fenomeno di costume del Novecento, la Dolce Vita. Ma la luce di tutti quei riflettori finirà per accecare i Sessanta. Dal ’62 in poi, infatti, l’entusiasmo si spegne e si accendono i tumulti nei cuori dei più giovani.

Non basteranno le danze scatenate nel neonato Piper (1965) di Via Tagliamento a placarli. Arriverà quel 1 marzo 1968, con i suoi scontri a Valle Giulia, a cambiare le carte in tavola e a relegare in secondo piano la leggerezza del periodo precedente.

Gli scontri di Valle Giulia, piccola digressione personale che spero mi perdonerete, venivano ampiamente “dibattuti” nelle riunioni di redazione di cui vi ho accennato nel post sul conte del pensiero forte. Fece scalpore, in quell’anno, la realizzazione di una “rivoluzionaria” e momentanea alleanza tra opposti estremismi in funzione antisistema.

Anche se si trattò di una faccenda mitizzata su cui il sistema “giocò” ampiamente perché a scontrarsi furono giovani da una parte e giovani e meno giovani delle Forze dell’ordine dall’altra. Sicuramente, però, dal punto di vista simbolico fu un fatto enorme e spesso in riunione quando di fronte a certi racconti rimanevo molto critico, ribadivo alcune convinzioni di oggi: occhio, che il sistema, soprattutto quello che fa capo a certi poteri e che imbavaglia quasi tutta l’informazione, agisce in maniera da distogliere l’attenzione dai fatti per consegnarci alle vicende.

Come accade oggi, siamo passati dalla Strategia della tensione alla strategia della disattenzione o della disinformazione. Per tornare alla mostra, arriviamo al decennio del 1978. Si apre così una delle finestre più buie della storia del nostro Paese, quella degli “Anni di piombo”. Un climax di violenze che culminerà nel 9 marzo 1978, giorno del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione della sua scorta. Uno spartiacque incolmabile, ancora oggi pieno di interrogativi. Tutto da leggere, soprattutto fotograficamente.

Caso

CASA DEL CINEMA
Spazio culturale di Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale
INDIRIZZO Largo Marcello Mastroianni, 1
INFO tel. 060608 www.casadelcinema.it www.060608.it
INGRESSO GRATUITO

La mia Puglia, il racconto su Scrittore In Viaggio

Ho appena pubblicato su Scrittore in Viaggio il racconto della mia settimana estiva in Puglia.

Più che di una scoperta, si è trattato di una conferma. La mia prima uscita di casa, vacanza intesa senza passarla con i genitori alla casa al mare, fu a 18 anni, erano altri tempi.

Andai con alcuni amici e amiche della classe del Liceo Classico dove ero “maturato”, fuggendo da Roma per “veleggiare” in quel di Rodi Garganico di cui ricordo poco a nulla.

Solo la bellezza della gioventù e la sensazione di libertà. Se libertà poteva chiamarsi alloggiare in un campeggio affollato, con le file al bagno e il caldo torrido. però, dormivo in tenda con Federica e la sera ci addormentavamo ascoltando i Pink Floyd dal Walkman.

E tanto bastava. Anche se al mattino, si emeegeva presto dalla Ferrino. Pena l’esser liquefatti o inceneriti dall’effetto serra. Qui si è trattato di altro. Viaggio, bellezza e consapevolezza.

Vi abbraccio e, se volete, buona lettura.

Il conte del pensiero forte

Come sempre, da una notizia letta casualmente, scatta la riflessione in forma di memoria. E si naviga, altro che web.

Leggo pochi giorni fa sul Fatto Quotidiano un articolo di Pietrangelo Buttafuoco, scrittore e giornalista che stimo e che ho incontrato spesso, un articolo che parla dell’insigne orientalista Pio Filippani Ronconi.

Personaggio estremamente scomodo, coltissimo, e vetero-fascista che mi riporta indietro. Mi colpisce il titolo del Fatto: quel conte idolo di Casa Pound che amava parlare con i vu cumprà.

Pio Filippani Ronconi, che conobbi quando gli unici a farmi scrivere per prendere il tesserino da pubblicista prima di diventare, molti anni dopo, professionista, furono un manipolo di “scapigliati” che tenevano insieme un quotidiano ben fatto e di cui mi occupai per due anni della pagina culturale.

Pio Filippani Ronconi viene descritto da Buttafuoco come “un gigante del pensiero non assimilabile allo Spirito del tempo che su quello stesso litorale (a Ostia, dove oggi gli attivisti di Casa Pound cacciano i venditori ambulanti), in posizione yoga, svolgeva il ruolo di shayk, di khan e di Sikander di tutti i vu cumprà con cui parlava fluentemente in urdu, in arabo, in turco, in farsi, in cinese e nelle restanti lingue asiatiche…

Inadatto al Pantheon dei buoni. Anzi, il contrario: uno dei più coraggiosi combattenti ad Anzio, irriducibile guerriero volontario nelle Waffen, temuto dai marines americani dell’invasione, maestro d’arti marziali, coompagno di passeggiate del re d’Afghanistan lungo i marciapiedi del quartiere Eur, il conte Pio Filippani Ronconi – ebbene sì, lui, cacciato a suo tempo dal Corriere della Sera in nome dell’antifascismo, dalla sua postazione ricavata tra le sabbie di Ostia riceveva il saluto, la considerazione e l’ascolto dei tanti ambulanti da cui comprava cianfrusaglie e con cui discettava di Bhagavad Gita, di Ferdowsi e di Tito Livio”.

Insomma mentre la maggior parte dei bagnanti se la menava con la Settimana Enigmistica o giocando a tamburelli, il patrizio romano dibatteva di tematiche parecchio impegnate. Con i vu cumprà che no scacciava in malo modo. Che tempi, che differenza con l’attualità. Pio Filippani Ronconi, allievo di Giuseppe Tucci, fu tra i padri dell’orientalismo italiano. Diventa uno dei simboli del pensiero forte che, in certe redazioni, ho frequentato e amato. Tra di loro, Julius Evola, Oswald Spengler, Guido de Giorgio, Massimo Scaligero, René Guenon.

Solo che il conte Filippani Ronconi ho avuto modo e fortuna di incontrarlo in carne, ossa e occhiali scuri, stile generale sudamericano. In uno di quegli incontri dove si parlava di Tradizione, quella tradizione universale che il conte sapeva condividere con gli ambulanti che incontrava, dove si dibatteva di tantrismo, metafisica del sesso, yoga e di “scomodi eroi”, c’era anche lui, ormai quasi novantenne, che affascinava col suo modo di parlare, pacato, colto, coinvolgente.

Il mondo “culturale” che ho frequentato è stato questo. Col pensiero “a destra” e il cuore ” a sinistra”, se ha senso parlare di simili etichette. Sono sempre stato animato dal senso del sacro e da una forte motivazione sociale. Con amici prevalentemente ” a sinistra”.

Ricordo ancora di certe riunioni di redazione dove partecipavano reduci che per molti che ho incontrato erano vere e proprie leggende, di infinite chiacchierate a parlare dei Drusi e del Sufismo islamico, delle difesa estrema contro le orde di Gog e Magog e del futuro del nostro paese.

Debbo dire che certi giornali scomodi furono gli unici a darmi credito e fiducia laddove, in altri ambienti, quelli dei futuri radical chic, non ti permettevano nemmeno di entrarci in una redazione. Sono quelli che oggi hanno occupato i posti chiave. Io, precario a vita.

Ecco, questa bramosia di sacro e di vita, non vitalismo irrazionale alla Nietzsche, è ciò che mi ha spinto ad appassionarmi alle tematiche del pensiero forte, di Bruce Chatwin, delle storie di Lawrence D’Arabia, di Celine, di Thesiger, di Antoine de Saint-Exupery, di Tex e di Zagor.

Quando ho letto di Pio Filippani Ronconi tante cose mi sono tornate in mente, di quando ambivo ad essere un giornalista serio e appassionato del proprio lavoro. Come oggi sento di essere.

Anche se forse sono inadatto al Pantheon non tanto dei buoni quanto dei falsi e degli ipocriti. In questo, forse, anche io, sono un po’ come il conte. Consapevole che nulla finisce e che ciascuno ha la propria libertà misurata in base alla dignità della propria persona. Come quando si parlava di Bhagavad Gita e si ambiva a essere “eroi” come Arjuna.

Viaggio intorno agli anni Ottanta

Abbiamo bisogno di spensieratezza. Io, che sono figlio degli anni Ottanta, mi traghetto molte volte col pensiero a certi momenti. La musica l’ho vissuta dal vivo negli anni Ottanta. Suonavo e facevo concerti. Era davvero un “nuovo miracolo economico”, non di quelli alla berlusca o forse è solo la mia nostalgia di gioventù a farmi idealizzare gli anni Ottanta?

Tutto comincia dopo i mondiali del 1978. Il Settantasette e il punk stanno per diventare post. Ai mondiali di calcio l’Argentina ha battuto in finale l’Olanda di Re Cruijff, che però non gioca per protestare contro il Regime, alla sua seconda finale dopo quella con la Germania del 1974. Non c’è niente da fare.

L’Olanda gioca un calcio strepitoso ma per due finali consecutive si trova davanti la Germania di kaiser Franz Beckenbauer e l’Argentina del Conducator Menotti, quella che fuma in giacca blu in panchina e sembra un ufficiale nazista. Gli argentini lo sanno, di essere protetti, al governo ci sono i generali di Videla e i giocatori menano più dei “falconisti”. L’Italia sarà l’unica squadra a battere l’Argentina campione del mondo e il calcio azzurro del 1978 sarà, a mio avviso, il più bello giocato dall’Italia in tutta la sua storia.

Io vado a scuola. Passo dalle medie al liceo e in un attimo mi ritrovo alla maturità classica. È il 1983. Ci si riunisce a casa di una nostra amica, punk e post-punk, ad ascoltare musica e a guardare Videomusic. Pippi, come è soprannominata questa straordinaria amica, icarna alla perfezione l’energia tutta anni Ottanta, tiene banco tra proposte di nuovi gruppi e sberleffi alla Ruota della Fortuna condotta da SuperMike. Pippi si veste come Howard Jones.

La situazione politica è quello che è, tra rapimento Moro, Ustica e strage di Bologna, fatti che solo apparentemente appaiono disgiunti. In ogni caso, si parla ancora di politica quando decenni dopo troneggerà il regno della fuffa e dell’imbroglio.

Paninari, pensiero positivo, edonismo reaganiano, drive-in e il rock-barock delle discoteche con le feste ad ascoltare Falco, gli Alphaville, Pop Muzic, i Duran Duran e gli Spandau. Tanto per citarne alcuni. Il conflitto nella testa che avviene tra ciò che vogliamo ricordare e ciò che vogliamo dimenticare, nel caso degli anni Ottanta per me è solo ricordare.

E il ricordo diventa mito. Forse perché è più facile idealizzare il passato, forse perché la nostalgia canaglia fa parte di me, tant’è che la storia degli anni Ottanta con le proprie contraddizioni e rivoluzioni mi affascina.

È indubbio che la spensieratezza di quegli anni giochi un ruolo fondamentale. Il potere esercitato sull’immaginario collettivo riesce ad influenzare ancora il presente. Molti più, almeno per me, degli anni Sessanta, che mi dicono poco, e degli anni Settanta che, se non fosse per qualche gruppo e celebrità musicale, mi dicono zero o quello che non vorrei sentirmi dire, cioè, lasciamo perdere.

L’impegno sociale negli anni Ottanta comincia a trasformarsi in un riflusso nel privato e nella ricerca di un espressione artitstica personale. Io ascolto molto i Japan e i Police. Le zazzere colorate di David Sylvian e dei Police sono un’icona. Ricordo ancora quando in un concerto in piazza ci presenteremo con il mio leggendario gruppo anzi complesso, come si amava dire, The Panjandrum, new-wave allo stato puro, ci presentiamo sul palco in chioma rosa fucsia. Nel 1984 la mia prima automobile, renault 4GTL blu, nuova, 4 anni di rate, 250 mila lire al mese con tanto di bollettini postali.

Come ha detto uno dei guru di quegli anni Roberto D’Agostino (chi non ricorda una trasmissione cult come Quelli della notte?) si passa “dal sinistrismo al narcisismo, dalla rivolta a Travolta“. In realtà, forse, una ribellione c’è ma è diversa.

Il riflusso nel personale avviene perché gli anni Settanta, tutti sesso, droga e rock&Roll, (mi regalano il 45 di Ian Durie in terza media quando vado in gita a visitare la casa discografica RCA, alla faccia che eravamo adolescenti invitarci subito allo sballo ipotetico) e i Sessanta con la Rotonda sul mare hanno fracassato i cabbasisi a parecchia gioventù. Forse. E allora, si vuole altro.

Intanto una ricomposizione colorata di tutta questa drogatissima disperazione degli anni di Manson e dell’hippitudine che di gaio aveva poco. Se non l’evasione nell’amore libero. Negli anni Ottanta passiamo dai Sex Pistols ai Duran Duran, le giacche hanno spalle imbottite, il look ha la sua importanza ma non siamo ancora al delirio ossessivo-compulsivo dell’attualità aristo-dem e fintamente proletaria, caratterizzata dai tratti esotico Piazza di Spagna.

No, il look diventa parola magica e collante sociale. Non più oppostui estremismi. I giovani si distinguono per lo stile di abbigliamento e il pensa positivo diventa un imperativo kantiano perché il futuro è nell’immediato. Sono gli anni della Thatcher e di Reagan che se la intendono. Il presidente americano taglia del 25 percento l’imposta sul reddito d’interesse, aumenta le spese militari e annuncia l’uscita dalla recessione. Sembra un trionfo. In realtà, lascerà un debito pubblico enorme.

In Italia è l’epoca del motto “Torna a casa in fretta, c’è un biscione che ti aspetta”. nascono le tv private, il commodore 64, al cinema abbiamo Blade Runner, Guerre Stellari, E.T. e Ghostbusters. Il Boss e Madonna dettano legge. La Veronica Ciccone arriva anche in Italia e nel 1987 il concerto di Torino viene trasmesso in diretta tv con oltre 14 milioni di telespettatori.

Lo scenario me lo ricordo, insomma, più che di anni felici, di anni spensierati. Che, considerando la vita, è già una grande ricchezza visto che con l’aumentare della consapevolezza e dell’età i pensieri mordono. Avrei voluto infiniti gli anni Ottanta. Mai finiti, come la mia gioventù, pur non essendo stata facile ma semplicemente gioventù.

Gli anni Ottanta terminano con il crollo del Muro di berlino, il 9 novembre del 1989. Io parto per fare il militare a dicembre del 1989, 9° contingente 89, Cavalleria. Prima di finire ai Lancieri di Montebello farò un mese di CAR a Falconara, il posto più freddo del mondo con le pozzanghere ghiacciate alle 11 di mattina.

Nulla sarà più come prima. Sia per il mondo che per me. Le macerie del muro cambiano tutto, il futuro si fa incerto, tangentopoli non ci porta una minchia, solo una classe politica più inetta e spudorata nel rubare, come ha detto Piercamillone Davigo.

Il rock-barock diventa minimalismo, arriva l’esotismo che fa tendenza e il desiderio di cancellare tutto ciò che siamo. Finisce la guerra fredda e inizia la dittatura su cui aveva ammonito Junger: tecnologia e finanza che sono il Grande Leviatano.

Il mito si fa ricordo. Io finisco il militare nel 1990. Mi diranno: divertiti ora che dopo il militare cambia tutto e sarai più vecchio. La banalità del bene penso io. In effetti, tutto cambia dopo il 1990. Mi laureo, anni dopo, tra mio padre che mi vuole nella sua atttività e io che appena posso scappo, inizio il precariato militante come giornalista, un precariato mai finito.

Forse aveva ragione lui che mi voleva avvocato ma in fin dei conti al negozio con lui e basta. Inizierò a fare il giornalista precario solo anni dopo che lui se ne va. Non riesco ad abbadonarlo e sono lacerato tra i miei sogni di scrivere e il dovere di stargli accanto. Rimango, oggi, un giornalista atipico che crede poco al giornalismo indipendente con tanti sogni e che non perde la speranza.

Non di avere un contratto, per carità e chi ci crede più. Di continuare ad avere fiducia, a non dermodere, a non cedere al demone meridiano della disperazione. Che certo, il mondo dopo gli anni Ottanza, con i minchioni che ci hanno portato in dono, è un mondo che un pochino rischia di essere “disperante” e straccione. Mentre negli anni Ottanta eravamo tutti Wild Boys, mica Yuppies. Pessimista? Beh, un po’ sì, sono finiti gli anni Ottanta.

 

 

Siate ribelli, vivete eleganti

Mi aggrappo al mondo per capirne il senso. E questa nostra epoca, ribalda di mediocre sciatteria esistenziale, di conati ininterrotti di idiozia politica, non la capisco. Che fare? Scrivere, leggere, ascoltare buona musica, vedere bei film, camminare, circondarsi di persone belle, quelle che come fiori eleganti e colorati, sono in grado di emanare il profumo della vita.

Bene. Come sempre parto da lontano per una delle mie dissertazioni nostalgicononsoquanto di qualcosa che intuisco e presagisco e a cui mi arpiono. Eleganza sì ma un mondo forse da me troppo idealizzato in ogni caso pulsante qualche alito in più di bellezza. Soffro il caldo, soffro la massa, soffro il rumore, soffro la sporcizia e talvolta mi blocco. Come l’aorta di un infartuato mi ostruisco da solo e dico stop, è tempo di guardare altrove.

Come ora, mentre scrivo. Dopo aver letto e sentito coglionate su coglionate, l’oscar del coglione probabilmente del 2018 va a tale Ariano di cognome andate a leggere perché, mi metto a guardare un film. Totò, la Banda degli Onesti. Per parlare di eleganza parla da qui. Eleganza come rispetto e come dignità. Moltissimi film dell’Italia del dopoguerra sono pregni di questi valori.

Quando ancora non ci si doveva vergognare a sentirsi italiani senza essere fritti e rifritti nell’unto retorico delle censura antisovranista, io che aggiungo, sono pure regionalista, umanista, unitista nella diversità più diversa. Ebbene, l’umile portiere, Totò, mio adorato, il tipografo, Lo Turco e il pittore, Cardone, sono degli squattrinatissimi galantuomini alle prese con la vita.

Non quella di oggi che lascia le ditate sul cellulare e la muffa sul passato. No, quella di un tempo dove anche le persone umili indossano la giacca, il cappotto, hanno il dovere di un’alta tenuta. Ecco, quanto sia elegante questo film di Totò, come tanti altri di quel tempo, la dice tutta su come questo paese, un minestrone scalcagnato di finta umanità, paese che oggi ti fa venire voglia di essere come Pizarro con Atahualpa e ti monta la nostalgia pure per Zaccagnini.

La realtà orrida è che nemmeno puoi insultare come vorresti (non sarebbe elegante) tanti di questi pupazzi della politica e ti accontenti di pensare a quello che avranno detto i tifosi al povero Ventura che gli ha cannato i mondiali. Andiamo avanti. C’è un’aria in questi film di alta tenuta appunto, di resistente dignità allo sbarco del Lunario che, in pratica, Salvate il Soldato Ryan nella scena iniziale con i tedeschi che falciano gli americani sulle coste della Normandia, ci fa la celebre pugnetta.

Proprio come i nostri amati tempi, che se salti su un autobus, tra odori e serenità di viaggio in certi contesti, sei come un narcotrafficante incazzato che si guarda il suo bel campetto di coca sotto sequestro o come l’equipaggio del barchino di oggi a cui sono stati “zottati” 200 milioni di euro di hashish. Cronache moderne dell’intestino crasso, non c’è che dire. E ti chiedi: comme finirà sta cazz di epoca?

Proseguendo, e tornando al concetto di eleganza, sulla Banda degli Onesti sono tutti eleganti, badate bene, nella miseria: dai protagonisti ai sottoposti, i bambini figli del portiere Totò, il cavaliere che ha lavorato al Poligrafico dell Stato, la moglie tedesca di Totò, il ragionier Casoria che ruba sui bilanci del condominio, Michele, il figlio grande finanziare di Totò, il tabaccaio, Marcella, la figlia del tipografo Lo Turco, Peppino De Filippo, Mustafà, il cagnolino della famiglia Buonocore.

Insomma, un’orgia di bellezza semplice dove il mio orgasmo è essenzialmente aristocratico e si chiama estasi, senza farsi troppe risate. Arrivando ai giorni nostri, non è possibile non rilevare, per chi ha simili orgasmi, ben altra cifra rispetto all’attualità tipo, notizia fresca,  dell’inaugurazione di bordelli con bambole in lattice.

Rimpiango Playmen, dove per altro, senza occuparmene direttamente, ahimé, ho lavorato per 15 anni. Con la casa editrice che lo inventò e produsse per circa 40 anni.  Con le bambole di lattice e molte altre cose, direi,  siamo alla frutta, direi alla sambuca con tanto di mosca. La dittatura militare della mediocrità trasborda in tutti gli ambiti del vivere “incivile”. Siamo agli avanzi estetici, alla volgarizzazione dell’essere di cui la vita politica è solo la punta non dell’iceberg ma di un’altra cosa dal colore diverso.

Per carità l’è dura per tutti. Pure per queste nostre facce di water che rumoreggiano aria dalla bocca soluzioni politiche. Ma ci siamo abituati alla sciatteria esistenziale, è un dato, dove il trash semplifica ciò che è complesso per ridurlo in poltiglia. Non dico di educarci ad una alterigia aristocratica, no, non questo.

Ma un ritorno alla semplicità disvelatrice di valori fondanti come rispetto e dignità, questo si. E rispetto e dignità passano anche attraverso la cura di sé. Non a caso il buon Schopenauer, immancabile in libreria vicino alla cassa nelle edizioni Newton Compton, tuonava che “il corpo è l’oggettità della volontà”. Se il corpo l’abbiamo, vale la pena di farne uno specchio, tiè per i più elitisti, pure santificarlo.

Pensiamo alla padronanza dell’italiano degli studenti di una volta. Penso allo splendido film Mio Figlio Professore con Aldo Fabrizi e il confronto non regge. Costruzione dei periodi e vocaboli sembrano il Generale Cadorna a Caporetto, quello che “non sapeva mordere”. La visione del mondo era molto più complessa e articolata e questo accadeva in una società dove ancora l’analfabetismo era dilagante.

Cosa siamo diventati? Eleganti affettati col rolex cinese o finti proletari? Peggio, rischiamo di morire “aristodem” ed era molto meglio perir dademocristiani, come si diceva un tempo, sui baffetti di Fanfani.

L’eleganza in architettura? Vogliamo parlare del razionalismo dell’Eur o di quella che una volta era la stazione Termini dove ci si vedeva alla lampada Osram per sperare in un bacio e ti drogavi al massimo di Luneur? Oggi la Stazione Termini da sintesi architettonica tra classicità e futurismo è divenuta l’incarnazione di quella tendenza che Massimo Mantellini ha stigmatizzato nel volume Bassa Risoluzione come la volontà di sostituire beni e servizi esistenti con tecnologie di scarsa qualità. Il trionfo dell’americanismo con luci e lucette da postribolo in stile Las Vegas.

Una sensazione di scoramento ti prende quanto ogni traccia di bellezza, di quella che Agostino definiva Pulchritudo dei, armonia delle forme che proviene dalla grazia, la noti “occupata” dallo scadente e dal volgare, deturpata dall’incuria e dal menefreghismo. Sostanzialmente è per me un due di coppe con briscola a bastoni vedere questa trasformazione in atto.

I due Moloch, indifferenza e irrealtà, da cui molti fariseucci, soprattutto nelle alte sfere, sono posseduti, è un altro dato di fatto. fa più comodo cenare in terrazza con la quinoa ecosostenibile e parlare dei ceti poveri, malcelando un disprezzo di classe verso le periferie che non frequentano, giammai. E l’irrealtà in cui vivono frammista all’ipocrisia, li fascia come lo zucchero filato intorno allo stecco e non vedono, non sanno, non sentono. Fanno slogan o si stracciano le vesti. Se ne fregano, tanto hanno mutande di velluto. I nuovi ricchi cafonal.

Insomma l’unico antidoto a questi miasmi è la ricerca della grazia, la volontà di incarnare un po’ di armonia. Il cruccio degli intellettuali una volta era l’omologazione che oggi van predicando. Pasolini denunciava la perdita delle tradizioni popolari, dei dialetti e dei costumi del popolo mentre il progressismo militante voleva educare il volgo, per fare dei proletari i nuovi borghesi.

Il risultato è stata una evidente perdita di gusto e la costituzione di una ampia massa di arricchiti che di eleganza e cultura poco sanno. Ricordiamo le parole di Leo Longanesi: “Non c’è più fantasia, i nuovi ceti non sanno che farsene della fantasia. I grandi problemi della produzione, i monotoni miti dei nuovi ceti non tollerano più la fantasia. Tutto è destinato a ubbidire alle leggi del peso e della quantità. Oggi si procede soltanto a miliardi e tonnellate. (…) Si tende a mettere tutto in scatola: idee, frutta, sentimenti, carne. Non c’è posto per la fantasia, che è figlia diletta della libertà”.

O leggiamo Arbasino: “Il tipico ghignetto di saputaggine complice, da parte degli intellettualini di merda, che si sentono maestrini à penser quando colgono un amaro sarcasmo di èlite dentro lo schizzetto cheap di bile di massa”. Il gusto è un’altra cosa. Si chiama fantasia, tradizione, eleganza non formale. Bisogna opporsi all’omologazione con la capacità di uscire dalla marmellata, dal magma delle parole tutte uguali che sintetizzano la povertà vera di ciò che dentro si porta.

Una battaglia che è una questione di stile. Un modo per stare al mondo, comunicare coi vivi, ricordare i morti e fare testimonianza. Gentilezza, modi semplici, cordialità spontanea e attenzione ai dettagli. Mi tocca ancora citare Pasolini: “Ora, uno dei luoghi comuni più tipici degli intellettuali di sinistra è la volontà di sconsacrare e (inventiamo la parola) de-sentimentalizzare la vita. Ciò si spiega, nei vecchi intellettuali progressisti, col fatto che sono stati educati in una società clerico-fascista che predicava false sacralità e falsi sentimenti. E la reazione era quindi giusta. Ma oggi il nuovo potere non impone più quella falsa sacralità e quei falsi sentimenti. Anzi è lui stesso il primo, ripeto, a voler liberarsene, con tutte le loro istituzioni (mettiamo l’Esercito e la Chiesa). Dunque la polemica contro la sacralità e contro i sentimenti, da parte degli intellettuali progressisti, che continuano a macinare il vecchio illuminismo quasi che fosse meccanicamente passato alle scienze umane, è inutile. Oppure è utile al potere”.

Concludo questa ampia dissertazione che vi avevo promesso, sperando di non aver abusato della vostra pazienza, con una frase Siate ribelli, vivete eleganti.

Ciclovia del Piave, nuovo articolo su Scrittore In Viaggio

Il “fiume sacro alla patria”, il Piave, mi emoziona. Molto più delle frasi di Mattarella sulle italiche sorti, ci vuole poco, molto di più delle fisime calcistiche per quello che oggi il calcio è divenuto.

Ho appena pubblicato un articolo sul mio sito dove parla di percorsi a piedi e in bicicletta in compagnia di Sua Maestà, il Piave appunto, con tutto quello chye, almeno per me, rappresenta.

Attraversare 220 chilometri di natura, storia patria, arte e cultura, a piedi o in bicicletta, non fa differenza. Si chiama bellezza. Una bellezza speciale perché porta tante riflessioni. Anche su 650 mila italiani che non ci sono più e che trovarono sul Piave il loro tragico destino. Anche se oggi, è forse ancora più tragico, aver timore di pronunciare la parola sovranità e sentirsi subito “fuorimoda”.

Chi se ne impipa. Le radici profonde non gelano e io, pur romano di tante generazioni, ho le mie radici anche laggiù. Buona lettura e al prossimo articolo qui. Sto meditando di scrivere qualcosa sul concetto di eleganza, almeno per come la intendo io. Spero che vi piaccia.