Come un gatto in tangenziale

In tempi in cui “il popolo” comincia ad averne abbastanza delle chiacchiere della politica e dei burocrati europei, ieri sera ho visto un bel film che mi ha fatto riflettere parecchio. Il titolo è Come un gatto in tangenziale con due attori che amo, in grado di fare sempre film intelligenti: Antonio Albanese e Paola Cortellesi. regia di Riccardo Milani.

Il film racconta la storia impossibile tra Agnese, figlia di Giovanni (Antonio Albanese), funzionario del Governo che fa buonismo parlando di riqualificare le periferie con le parole e Alessio, figlio di Monica che abita insieme alle zie, Pamela e Suellen, al quartiere simbolo di come la politica intenda le periferie: Bastogi.

E’ l’incontro-scontro tra il centro e “il mondo dimenticato” della periferia reale, quella che Giovanni conosce solo sulle carte dei suoi progetti. Monica avverte Alessio: “non siamo uguali, inutili farsi illusioni”.

Bravi i due giovani protagonisti, Alice Maselli e Simone De Bianchi. Per non dire delle gemelle cult, Alessandra e Valentina Giudicessa, loro di Bastogi sul serio. Strepitose.

Rilevanti anche le figure di Luce, moglie separata di Giovanni, interpretata da Sonia Bergamasco, che vive di sogni coltivando lavanda in Provenza, simboleggiando alla perfezione la deriva borghese della gioventù ricca che giocava a fare la rivoluzione negli anni di piombo e Claudio Amendola,  Sergio, “maestro de tajo”, eterno galeotto.

Al centro dell’incomunicabilità che regna nella storia è il divario che esiste tra i due universi. Il film fa sorridere e ridere. Però il problema delle periferie è un problema serio che rischia di sfociare in un eccesso “tragicomico” che non rende giustizia al messaggio sociale che probabilmente il film vuole lanciare.

I due protagonisti sono sempre bravi. Il rischio è di trasformare le “vite dolenti e dolorose” di chi vive la quotidianità a Bastogi, come a Corviale, Tor Bella Monaca, e in tanti altri luoghi, in vite che fanno ridere e questo finisce per non fare “giustizia sociale”.  I due mondi in antitesi di Giovanni e Monica sono ritratti un po’ troppo “a stereotipi”.

Divertenti ma che con un maggiore approfondimento psicologico avrebbe aggiunto davvero di più ad un film che comunque porta molto da pensare. Creare paradossi  fa ridere, è vero ma rischia di portare fuori strada.

Le gemelle sono straordinare, Monica che litiga con i vicini di casa di tante nazionalità diverse, le scene al mare di Coccia di Morto, luogo frequentato da Monica e a Capalbio, dove Giovanni mette in mostra il proprio ambiente, facendo conoscere a Monica anche Franca Leosini,  sono di una comicità amara. Monica che manda a quel paese, per dirla con un eufemismo, Giovanni che sotto al sole cocente parla di Upupe, è strepitosa. La parte finale è romantica ma irreale.

Ci sono momenti in cui però il paradosso lascia spazio alla riflessione. E sono i momenti che preferisco. La scena in cui dinanzi ai burocrati europei Giovanni fa un cambio di programma e racconta cosa signfica davvero parlare di perfierie, lasciando gli “europeisti” senza parole. E anche quella alla fine del pranzo dove ricompare improvvisamente Sergio a cui Giovanni espone il suo punto di vista mentre Luce trangugia ansiolitici in gocce. Tanto la situazione è imbarazzante.

Sono queste le scene che personalmente mi sono arrivate dentro. Quelle in cui emergono i contrasti non trasformansosi in macchietta. Perché ho una speranza, forse una pura illusione ma voglio credere che accada.

Che Bastogi e che le periferie dimenticate di Roma, d’Italia e d’Europa e di tutto il mondo, possano vivere diversamente: magari non come in un film che racconta del degrado ma come un sogno che è si è tradotto in una vita migliore. Per un film a lieto fine davvero dove la politica ha ritrovato finalmente il suo ruolo autentico ruolo: fare del bene alle persone. Soprattutto a chi ne ha più bisogno. Ecco l’Europa che voglio, ecco l’Europa che spero. Il resto è un paradosso. Divertente forse. Ma molto amaro.

 

 

 

 

 

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9 pensieri su “Come un gatto in tangenziale

    • I film di entrambi sono sempre intelligenti e divertenti. Mi è piaciuto molto, con la Cortellesi, nessuno mi può giudicare. Poetico e malinconico, divertente e abbastanza reale. Insomma la risata si sposava bene al mondo intorno. Sempre una risata amara. In questo film, che mi è piaciuto molto, ho trovato un’amarezza tragicomica che fa ridere e riflettere. Con il rischio di portare però a una certa parodia che distanzia dal dramma di queste periferie. Purtroppo viviamo in un paese che fa schifo. Lo dico senza mezzi termini. E le periferie che ha voluto creare la politica che vive oggi la sua massima nullità ne è responsabile fino all’ultimo mattone. Pensando alla distanza di questa politica dalla gente, politica buona a far zuffe strumentali e slogan ipocriti, come quando parla della Costituzione, viene in mente la frase di Monica al figlio: non siamo uguali, inutili farsi illusioni. E come hanno pensato al popolo, di cui in tanti si riempiono la bocca, istituzioni, intellettuali, sindacalisti e malafedisti militanti, è davanti agli occhi di tutti. Da molti anni, e nulla cambia nel paese dei gattopardi.

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  1. Carissimo Daniele ho visto anch’io il film e alla fine abbiamo fatto in casa le tue stesse considerazioni. Mancava poco per farne forse un capolavoro. Bravi gli attori ma secondo me il film non è riuscito a chiudere il cerchio. Peccato, occasione persa. Sempre lucido tu nelle tue analisi . Un piacere sempre leggerti. Un abbraccio. Isabella

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