Ho incontrato la speranza

Vorrei parlare di una piccola cosa, di una piccola insignificante giornata che, però, racchiude tutto. Mi piace soffermarmi su qualcosa di positivo se lo scorgo intorno a me.

Ve lo dice uno che non sopporta la massa, che definire schivo è puro eufemismo, che quando non gira bene guarda il mondo e lo ritieni troppo affollato di “bipedi parlanti”, tanto per esser chiari e per non alimentare buonismi fuorvianti.

In questi giorni, anzi meglio, di questi tempi Mamma Terra non se la passa benissimo. Tra psicolabili che inneggiano a Dio pensando di compiacerlo ammazzando così, qualcuno a casa, come io sfoglio un giornale, democrazie totalitarie che impongono il “proprio ordine” mondiale col sangue e reflussi gastroesofagei derivanti dalla politica, c’è ampiamente di che deprimersi.

Ma non voglio cedere e pensare solo a siffatto genere “bipedumano”. Questa mattina qualche riscontro positivo, semplice, di quelli che pone la linea: da una parte i santi, dall’altra i criminali, in mezzo ci siamo tutti noi. Con le nostre debolezze, la nostra dignità, la nostra disperata ricerca di un senso.

Mi muovo in direzione INPGI, ho qualce problema di contributi arretrati da pagare. Devo andare per chiedere rateizzazione adeguata. Altrimenti è il mio default, altro che spread e minchiate simili.

Qui si tratta della gloriosa economia domestica come la si definiva in tempi non sospetti. Ebbene, mi muovo. La giornata è radiosa. Il solito movimento. Chi corre, chi strombazza col clacson. Ha il ditino facile. Forse a porselo altrove, troverebbe sollievo, penso in un lampo. Insomma, vita quotidiana.

In mezzo al caos, con la “monnezza” che “irraggia” la pur sempre belle Capitale, nonostante tutto, assisto alla prima scena di ordinaria bellezza.

Incrocio un branco di ragazzi. Una baby gang? No, una wonderful gang. Sono insieme, parlano, si confronto, dibattono con interesse di come sarà la giornata. Hanno il soffio dell’entusiasmo della vita davanti. Fin qui, tutto normale. Sono belli, molto belli. Così li trovo. Non sono una gang, sono una squadra, fanno gruppo.

Insieme a loro c’è un ragazzo, con un giovane coetaneo. Bastone e occhiali scuri. Non vede. E’ cieco, parola desueta, non vedente, più buonista. La realtà non cambia. I suoi occhi sono in silenzio. Lui percepisce e parla, sorride.

E’ uno di loro. Loro lo proteggono. Attraversano davanti a me e una ragazza lo tiene amorevole per il braccio. Lui sorride. “Sente” cose belle attorno a lui. Guarda anche senza vedere. Integrazione, amore, c’è qualcosa per cui Dio sorride a vedere le persone. Che non si uccidono agitando il suo nome.

Passata questa scena, cosette molto più “piccine” che però sintetizzano la quotidianità che fa piacere. Arrivo all’INPGI e un impiegato risolve il mio problema in pochissimo tempo con disponibilità e gentilezza. Da encomio. Gentile anche il vigilantes all’ingresso.

Esco continuando la mia giornata di piccoli incontri, di quelli che fanno bene, così, semplicemente camminando e andando incontro alla giornata. Attraverso Villa Borghese. Qualche coppietta sulle panchine, atmosfera rilassata.

Un chiosco. Mi fermo per un caffé. Sono 3 indiani a gestirlo. Gentilezza e buon caffé. Penso alle sciocchezze di chi parla credendo che il problema sia la religione o il colore della pelle o, peggio mi sento, la diversità del sesso o i propri gusti sessuali. Il problema è il cuore, la disponibilità d’animo. Una grazia trasversale che il Dio dell’Amore a volte manda per sollevarci da numerose pene e parecchi cattivi esempi.

Ecco, concludo. Nulla di trascendentale, forse, ho visto oggi. Anzi no. Ho visto la la rivoluzione: il potere della gentilezza e dell’amore, una trasgressione autentica in una società cinica dove la quotidianità e quella descritta da Frankie HI NRG: “Il fine è solo l’utile, il mezzo ogni possibile. La posta in gioco è massima, l’imperativo è vincere
E non far partecipare nessun altro. Nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro, niente scrupoli o rispetto verso i propri simili. Perché gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili”. Il potere della gentilezza e dell’amore. Così bello a vedersi, così forte da costituire la speranza di un mondo diverso. Dove, nelle piccole cose, palpitano cuori e anime davvero “sovversivi”. le giornate belle sono anche queste.

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Come un gatto in tangenziale

In tempi in cui “il popolo” comincia ad averne abbastanza delle chiacchiere della politica e dei burocrati europei, ieri sera ho visto un bel film che mi ha fatto riflettere parecchio. Il titolo è Come un gatto in tangenziale con due attori che amo, in grado di fare sempre film intelligenti: Antonio Albanese e Paola Cortellesi. regia di Riccardo Milani.

Il film racconta la storia impossibile tra Agnese, figlia di Giovanni (Antonio Albanese), funzionario del Governo che fa buonismo parlando di riqualificare le periferie con le parole e Alessio, figlio di Monica che abita insieme alle zie, Pamela e Suellen, al quartiere simbolo di come la politica intenda le periferie: Bastogi.

E’ l’incontro-scontro tra il centro e “il mondo dimenticato” della periferia reale, quella che Giovanni conosce solo sulle carte dei suoi progetti. Monica avverte Alessio: “non siamo uguali, inutili farsi illusioni”.

Bravi i due giovani protagonisti, Alice Maselli e Simone De Bianchi. Per non dire delle gemelle cult, Alessandra e Valentina Giudicessa, loro di Bastogi sul serio. Strepitose.

Rilevanti anche le figure di Luce, moglie separata di Giovanni, interpretata da Sonia Bergamasco, che vive di sogni coltivando lavanda in Provenza, simboleggiando alla perfezione la deriva borghese della gioventù ricca che giocava a fare la rivoluzione negli anni di piombo e Claudio Amendola,  Sergio, “maestro de tajo”, eterno galeotto.

Al centro dell’incomunicabilità che regna nella storia è il divario che esiste tra i due universi. Il film fa sorridere e ridere. Però il problema delle periferie è un problema serio che rischia di sfociare in un eccesso “tragicomico” che non rende giustizia al messaggio sociale che probabilmente il film vuole lanciare.

I due protagonisti sono sempre bravi. Il rischio è di trasformare le “vite dolenti e dolorose” di chi vive la quotidianità a Bastogi, come a Corviale, Tor Bella Monaca, e in tanti altri luoghi, in vite che fanno ridere e questo finisce per non fare “giustizia sociale”.  I due mondi in antitesi di Giovanni e Monica sono ritratti un po’ troppo “a stereotipi”.

Divertenti ma che con un maggiore approfondimento psicologico avrebbe aggiunto davvero di più ad un film che comunque porta molto da pensare. Creare paradossi  fa ridere, è vero ma rischia di portare fuori strada.

Le gemelle sono straordinare, Monica che litiga con i vicini di casa di tante nazionalità diverse, le scene al mare di Coccia di Morto, luogo frequentato da Monica e a Capalbio, dove Giovanni mette in mostra il proprio ambiente, facendo conoscere a Monica anche Franca Leosini,  sono di una comicità amara. Monica che manda a quel paese, per dirla con un eufemismo, Giovanni che sotto al sole cocente parla di Upupe, è strepitosa. La parte finale è romantica ma irreale.

Ci sono momenti in cui però il paradosso lascia spazio alla riflessione. E sono i momenti che preferisco. La scena in cui dinanzi ai burocrati europei Giovanni fa un cambio di programma e racconta cosa signfica davvero parlare di perfierie, lasciando gli “europeisti” senza parole. E anche quella alla fine del pranzo dove ricompare improvvisamente Sergio a cui Giovanni espone il suo punto di vista mentre Luce trangugia ansiolitici in gocce. Tanto la situazione è imbarazzante.

Sono queste le scene che personalmente mi sono arrivate dentro. Quelle in cui emergono i contrasti non trasformansosi in macchietta. Perché ho una speranza, forse una pura illusione ma voglio credere che accada.

Che Bastogi e che le periferie dimenticate di Roma, d’Italia e d’Europa e di tutto il mondo, possano vivere diversamente: magari non come in un film che racconta del degrado ma come un sogno che è si è tradotto in una vita migliore. Per un film a lieto fine davvero dove la politica ha ritrovato finalmente il suo ruolo autentico ruolo: fare del bene alle persone. Soprattutto a chi ne ha più bisogno. Ecco l’Europa che voglio, ecco l’Europa che spero. Il resto è un paradosso. Divertente forse. Ma molto amaro.

 

 

 

 

 

Quotidiana straordinarietà

Stamattina c’è un andirivieni. La nostra food blogger parteciperà con una delle sue ricette alla stesura di un libro pubblicato da una famosa azienda di settore. Green Planet News, il nostro piccolo ma comtattivo magazine, ne è orgoglioso.

Si prepara il set e come quando c’è molto movimento mi prendono le fregole. Lascio qualche disposizione. Per il resto la nostra food blogger si coordina benissimo da sola. Esco mentre si allestisce la scena, si fanno prove di scatto. Saluto e sono in giro. In cerca di notizie.

Il sole fiammeggia come un abbraccio appassionato. Ti sfiora il volto in un sensuale e orgiastico viluppo di quotidiana straordinarietà. Attraverso Roma. Passo a Palazzo Wedekind dove ho lavorato al Tempo per quale anno. Montecitorio e la casta se la ingarbugliano. Nulla di nuovo. Vado oltre e cammin facendo arrivo al roseto comunale.

Qualche foto. Mi ubriaco di colori e profumi. È l’estasi dello sguardo. Ecco la notizia. La vita è bella, in un giorno qualsiasi di maggio. Nonostante le sue asprezze. Sorrido a chi incontro. Ognuno sta combattendo la sua battaglia. Sii gentile, mi dico.

Chi nel privilegio, chi nell’indigenza, ognuno è li. Alle prese con la vita. Certo il privilegio aiuta. Per questo serve giustizia sociale. Per aiutare colui la cui lotta è ancora più dura. Ma lo spettacolo è lì. Stracciare ogni risentimento e procedere con pazienza. Ecco la notizia. Essere generosi porta ricchezza.

Torno e mi metto al computer. A scrivere. Come sempre. Il set è completato. In redazione più calma. Le dita ticchettano sui tasti. Guardo fuori e scrivo. Di una giornata di straordinaria quotidianità. E dentro di me penso come il simpatico Forrest, Forrest Guuump: ora sono un po’ stanchino. Ma camminando ho vissuto ore dorate.

L’amore per il bosco, da mangiare

Oggi ho pubblicato su Green Planet News l’intervista a Francesca Della Giovampaola che è autrice del blog dedicato alla permacultura, all’ambiente e alla sostenibilità che si chiama Il Bosco di Ogigia.

L’argomento della permacultura e del “bosco tutto da mangiare” come lei lo ha definito, anzi più precisamente Food Forest, mi ha veramente colpito e incuriosito.

Facendo questo lavoro, come almeno io ancora lo intendo, ovvero, girando in lungo e in largo, consumando suole di scarpe e occhi al pc per scovare notizie interessanti, si fanno incontri interessanti. E poi, non c’è niente da fare. Una cosa è il pc, una cosa è parlarsi direttamente.

Come amava dire un mio vecchio direttore del quotidiano Il Tempo, che ogni volta nelle riunioni era un amabile tormentone, “se vedi qualcosa direttamente, puoi già scrivere venti righe”. Leonida Fazi si chiamava, irriducibile combattente su molti fronti. Questa passione me l’ha trasmessa. Oggi questo lavoro è cambiato. In mezzo a tanto cinismo, c’è ancora chi, come questa ragazza, blogger e giornalista, che cerca di tradurre in pratica i suoi principi, diffondendo interesse e amore per l’ambiente e la natura.

Come piace a me. Che ancora credo in una forma dello scrivere, non oso chiarmlo giornalismo, che possa dare voce alle cose belle e a qualcosa che ancora possa significare giustizia sociale, bellezza, condivisione, solidarietà, amore per la natura e per il creato. Nonostante tutto, nonostante tutti.

 

 

Le meravigliose Egadi e una storia di speranza

Cari amici, voglio segnalarvi due dei miei ultimi articoli di cui vi allego i link:

Sicilia e le Egadi, natura e tradizione

Agricoltura, la sfida di Simonetta e Cosimo

Nel primo articolo, su Scrittore In Viaggio, vi racconto della meravigliosa Sicilia e delle Isole Egadi e delle Eolie, paesaggi dell’anima che mi sono rimasti dentro. Ogni volta che desidero inebriarmi di vita, ripenso a certi profumi e e a certi tramonti estivi “spazzamalinconia” che costituiscono l’essenza di paesaggi indimenticabili. E tutto si riaccende di luce.

Nel secondo pezzo, pubblicato ieri su Green Planet News, ho intervistato due giovani che hanno mollato tutto per tentare una sfida che è una scommessa per la vita: lavorare la terra.

Non come dicono i politici di turno, sbandierando statistiche “acchiappavoti”. Come quando parlano di ripresa. No, questi giovani sono parte di quel popolo che, in primis la sinistra, ha dimenticato per occuparsi di banche e grandi capitali. Questi giovani hanno deciso di lavorare la terra perché hanno passione. Sono una speranza per il futuro che può far riflettere molti.

Spero che vi possano interessare e buona giornata.

 

Vacanza in Sardegna? Un salto in paradiso

Oggi su Green Planet News si parla di Sardegna. (https://www.greenplanetnews.it/turismo-in-sardegna-universo-che-avvolge/).

Amo da tempo immemore questa straordinaria terra che resiste orgogliosa al pensiero liquido, con le sue tradizioni e i propri costumi. Non vorrei esagerare a dire che sono sardo nell’anima, come riesco a sentirmi abruzzese e siciliano, sotto molti aspetti.

Il mio sogno è viverci in Sardegna come in Pportogallo. E chissà che un giorno non riesca a farlo. Per ora, mi accontento di scriverne. Se vi fa piacere, leggete l’articolo , sul piano triennale del turismo in sSrdegna e sul come organizzare l’estate con un piano strategico personale.

Buona giornata amici.

 

 

Raffaele de Vico, architetto e paesaggista

Un tributo della Capitale a uno dei maggiori architetti e paesaggisti del Novecento, Raffaele de Vico (1881-1969). La mostra, curata da Alessandro Cremona, Claudio Crescentini, Donatella Germanò, Sandro Santolini e Simonetta Tozzi, ripercorre la storia del verde pubblico romano nella prima metà del passato secolo. Raffaele de Vico (1881-1969).  Architetto e paesaggista, sarà al Museo di Roma Palazzo Braschi da oggi 16 maggio sino al 30 settembre 2018.

Un “classicista sovversivo” come me non può che trovare questo evento di raro fascino. Non solo per l’oggettiva bellezza di fotografie e dipinti che riportano ad un mondo che non c’è più. Ma perché mi appare sempre straordinario vedere Roma come era. Anzi tutto mi appare straordinario quando mi guardo indietro. Difetti antimoderni, sono io che ne sono ricolmo.

Detto questo, alla mostra troverete quasi 100 opere fra disegni, progetti, fotografie e documenti, di cui alcuni mai esposti prima e/o non esposti da lungo tempo, provenienti dalle collezioni capitoline (Museo di Roma Palazzo Braschi, Galleria d’Arte Moderna e Museo Canonica) e dagli archivi capitolini, con particolare riferimento all’Archivio Storico Capitolino a cui l’anno scorso è stato donato dagli eredi l’archivio personale di Raffaele de Vico.

Attraverso la creatività progettuale di de Vico vengono anche documentate le trasformazioni naturalistiche della città. Da Villa Borghese (per un ventennio a partire dal 1915) al Parco della Rimembranza a Villa Glori (1923-1924), dai progetti per i parchi Flaminio (1924), del Colle Oppio (1926-1927), Testaccio (1931) a quelli di Ostia Antica (1929-1930), di Santa Sabina sull’Aventino (1931), di Castel Fusano (1932-1937) e Cestio (1938).

Così come per i giardini di Villa Caffarelli (1925), Villa Fiorelli (1930-1931) e Villa Paganini (1934) e per il Parco degli Scipioni (1929) e per quello Nemorense (1930); o il particolare progetto per i giardini dell’allora via dell’Impero e di via Alessandrina (1933), da affiancare alle esedre arboree realizzate per la sistemazione di piazza Venezia (1931) oltre al raffinato “giardino-fontana” di Piazza Mazzini (1925-1926), fino ad arrivare al grandioso progetto del parco “dantesco” del Monte Malo (Monte Mario, 1951) e a quelli per i giardini dell’EUR (1955-1961).

E ancora: i progetti per il teatro all’aperto a Villa Celimontana (1926) e per l’ampliamento del Giardino Zoologico (1928) e i lavori di riorganizzazione del vivaio e delle serre di San Sisto Vecchio (1926-1927).

Una lista particolarmente ricca di realizzazioni, che sintetizza la varietà professionale e la competenza operativa di Raffaele de Vico, attraverso documenti visivi dell’epoca. Molto azzeccato è l’abbinamento con i quadri di Carlo Montani (1868-1936), che illustrano molti dei giardini romani dei quali Raffaele de Vico andava curando la sistemazione durante gli anni del Governatorato, attestando l’evoluzione del verde a Roma tra gli anni Venti e Trenta del Novecento.

L’esposizione presenta una selezione di questi dipinti a olio su tavola conservati nelle raccolte del Museo di Roma che vennero acquistati nel 1936 dallo stesso Governatorato.

La mostra si muove seguendo un tracciato storicizzato, con il preciso obiettivo di immergere le opere e i progetti di de Vico nel contesto di trasformazione – anche sociale – della città nella prima metà del Novecento, facendo emergere in primo piano alcuni suoi luoghi ancora presenti nell’attuale paesaggio urbano.

In contemporanea alla mostra sarà pubblicato un volume di studi e approfondimenti dal titolo “Raffaele de Vico architetto e paesaggista. Un ‘consulente artistico’ per Roma”, a cura di Alessandro Cremona, Claudio Crescentini e Sandro Santolini, secondo volume della collana editoriale “RomArchitettonica. Collana di Studi sugli Architetti del Comune di Roma”.

Raffaele de Vico, abruzzese di nascita, classe 1881,  professore di architettura al Liceo Artistico di via di Ripetta, nel 1915 vince il concorso per “Aiutante tecnico di III classe” al Comune di Roma e contemporaneamente si aggiudica il concorso progettuale per un serbatoio d’acqua a Villa Borghese.

Nel 1923 consegue il diploma di architetto. Per il Comune si occupa prevalentemente di interventi architettonici e decorativi di edilizia pubblica finché, notato dal segretario generale Alberto Mancini per la sua abilità e duttilità nell’affrontare le problematiche estetiche e pratiche del lavoro, nel 1923 è incaricato del progetto e, l’anno successivo, della direzione dei lavori per la realizzazione del Parco della Rimembranza a Villa Glori.

Da quel momento la sua carriera sarà prevalentemente indirizzata alla progettazione del verde, ottenendo il prestigioso incarico di “consulente artistico” per i giardini, ruolo che gli sarà ininterrottamente rinnovato fino al 1953. Nonostante l’oneroso compito, si occuperà anche di allestimenti (Prima mostra italiana di attività municipale a Vercelli, 1924, e Mostra di Floricoltura e del Giardinaggio a Torino, 1928) oltre a partecipare a numerose commissioni municipali sull’estetica e i parchi cittadini indette dal nuovo Governatorato di Roma.

Non mancherà nemmeno di studiare progetti architettonici per monumenti celebrativi, come l’Ossario al Cimitero del Verano (1922-1926), per opere funzionali, come il serbatoio d’acqua in via Eleniana (1933) o per l’adattamento funzionale di antiche emergenze architettoniche, come quello operato per il teatro di Ostia Antica (1926).

Nel 1939 sarà nominato consulente generale per i parchi e giardini dell’E42.  Nel corso della sua quasi cinquantennale carriera conoscerà e collaborerà con i più importanti artefici dell’Italia post-unitaria e fascista, gli architetti Giuseppe Sacconi, Giacomo Boni, Gustavo Giovannoni e Marcello Piacentini, gli scultori Ettore Ferrari, Adolfo e Lorenzo Cozza e Pietro Canonica e il critico d’arte Ugo Ojetti.

Nel 1950 fonderà, assieme ad altri illustri esponenti del paesaggismo italiano, l’Associazione Italiana degli architetti del giardino e del paesaggio, dove, nel 1965 diverrà socio onorario in qualità di «depositario delle nobili tradizioni del nostro paese nella ideazione del giardino come opera d’arte». Muore a Roma il 15 agosto 1969.

INFO
Raffaele de Vico (1881-1969)
Architetto e paesaggista

Dove
Museo di Roma a Palazzo Braschi
Piazza Navona, 2; Piazza San Pantaleo, 10

Biglietti
16 maggio – 30 settembre 2018. Dal martedì alla domenica dalle ore 10 – 19 (la biglietteria chiude alle 18). Giorni di chiusura: lunedì
Residenti: intero € 8,50;  ridotto: € 6,50
Non residenti: intero € 9,50;  ridotto: € 7,50
Gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente

Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)

www.museodiroma.it; www.museiincomune.it

Packaging farmaceutico

Oggi su Green Planet News mi sono cimentato con un articolo insolito. Ho approfondito la tematica del packaging farmaceutico. Ho scoperto quanto sia delicato e importante tutto quello che c’è dietro a una scatoletta di farmaci.

Ho scoperto quanta attenzione deve essere messa nella realizzazione del packaging, sia a livello grafico che di comunicazione e quanto devono essere attentamente scritti quei famigerati foglietti che intralciano lo smaneggiamento delle pasticche che dobbiamo assumere. Quella comunicazione da leggere attentamente, insomma, ma su cui spesso sorvoliamo.

Dietro al packaging farmaceutico troviamo una miriade di punti che vanno osservati, pena rilevanti sanzioni da parte del Ministero della Sanità. Proteggere un farmaco è insomma cosa davvero delicata e comunicarlo in maniera chiara e immediata ancora di più.

Eccovi il link all’articolo: https://www.greenplanetnews.it/packaging-farmaceutico-cosa-bisogna-sapere/

Aldo Moro: la Guerra Fredda in Italia, un libro

Sono passati 40 anni. Pochi giorni fa, il 9 maggio, l’anniversario. Quaranta anni da quando il corpo dell’onorevole Aldo Moro viene fatto ritrovare dalle Brigate Rosse all’interno del bagaglio della Renault 4 rossa in via Caetani, in zona strategica e mediatica tra Piazza del Gesù e via delle Botteghe Oscure, rispettivamente sedi dei due partiti di potere più rappresentativi dell’Italia di quel momento: la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista.

In pochi hanno sottolineato che il luogo del ritrovamento è però esattamente all’ingresso di Palazzo Caetani, sede del Centro Studi Americani, una struttura che si occupa di promuovere e valorizzare i rapporti tra Italia e Stati Uniti. Riusciamo a comprendere meglio il significato di questo messaggio leggendo l’ultimo libro del giornalista e scrittore Pino Nazio, dal titolo (Edizioni Ponte Sisto) presentato il 9 a Narni nel corso di un seminario del Laboratorio di Criminologia dell’Università di Perugia.

“Aldo Moro: la Guerra Fredda in Italia

Nazio propone però – dati alla mano – quella che è una lettura abbastanza “dominante”, almeno a mio avviso: Moro viene ucciso perché vuole aprire la strada al “compromesso storico” con i comunisti. Questa è cosa nota. La notizia più interessante è secondo me che Moro viene fatto trovare di fronte alla sede del Centro Studi Americani.

Che sia stato ucciso per impedire il compromesso storico ormai, quasi quasi, pure i partecipanti del grande Fratello lo sanno. Ovviamente non voglio dire che il libro di Nazio non sia interessante, anzi.  Però sarebbe interessante approfondire, ad esempio, alcuni lati della vicenda. Come il significato della svolta militare delle Brigate Rosse con l’ingresso di Moretti e della piena inutilità di una strage pianificata per lanciare un avvertimento preciso.

Moro, fin dal dopoguerra, è un lungimirante interprete della politica nazionale. Vuole l’ingresso del Pci nell’area di governo e per questa ragione viene eliminato. Che il compito di ucciderlo sia ricaduto sulle Br non è determinante, quello che è fondamentale è il motivo per cui lo statista sarebbe comunque dovuto morire. Il libro ripercorre la stagione delle stragi e della strategia della tensione, degli attentati e del terrorismo rosso e nero, restituendo un quadro unitario e chiaro di quello che è successo.

Un modo per scoprire i retroscena di avvenimenti drammatici, solo apparentemente senza colpevoli. Si parte dalla strage di Portella della Ginestra, passando per quella di Piazza Fontana, fino all’attentato al treno Italicus su cui Moro avrebbe dovuto viaggiare e poi, per un contrattempo, scendere all’improvviso. Si parla della salma di Mussolini, trafugata dalla sua originaria sepoltura, e dell’attentato a Togliatti, dei numerosi tentativi di colpo di Stato e della loggia massonica P2 di Licio Gelli, degli apparati di sicurezza che invece di difendere la Repubblica, lavoravano per le potenze straniere. Una storia comunque interessante che si legge in maniera scorrevole come un romanzo avvincente, se non fosse che ha lasciato una lunga scia di sangue di migliaia di innocenti.

Esiste un filo sottile”, scrive Pino Nazio, “invisibile come un fiume sotterraneo, che lega tanti avvenimenti oscuri del dopoguerra”. La prefazione del libro l’ha scritta David Sassoli, profondo conoscitore dell’opera di Moro.

“L’Italia non era un paese qualsiasi dell’Europa occidentale”, scrive il vicepresidente del Parlamento Europeo, “ma una vera e propria frontiera… Come in ogni frontiera la sfera politica e quella militare non ammettevano vistose dissonanze”.  La morte di Moro ha contribuito a rendere – ancora oggi – il nostro Paese più debole e incerto. Se fosse oggi l’Italia una frontiera sarebbe una ricchezza. Perché a ben guardare, forse, oggi è diventata terra di nessuno.

 

Il nulla

Camminando tempo fa. In Toscana, San Quirico d’Orcia, posto di taumaturgiche evasioni dove mi lancio appena posso. Al pari di un turista affetto da sindrome di transumanza esistenziale. Entro nel palazzo del Comune. Situazione che adoro. Nessuno intorno a me.

Una piccola mostra di disegni “manuscritti” di bambini, dalle loro piccole laboriose dita, ingentilisce la monumentale e avvolgente spettralità delle stanze. Il mio passo è lieve. Attraversa le cornici che delimitano gli spazi, oltrepassa i perimetri come cicli di vite.

Mi inebrio di questa solitudine, di questa meditazione militante e mi torna in mente Nicolas Gomez Davila: il nulla è l’ombra di Dio. In questo nulla mi ritrovo. Il meglio e il tutto. Esco. Non incontrando nessuno. Ancora nessuno. Piove leggermente. Spettrale anche all’esterno.

Eppure mi sento in compagnia e mentre mi allontano dialogo. Il nulla si ricolma. Il meglio e il tutto. Lascio dietro di me il palazzo. Incontro un cane che mi sorride. Camminiamo insieme. Non c’è altro, non ho bisogno di altro.