L’amore di Giulia per le Hoya

Amo i fiori.

Mi sono rivisto molte volte nella splendida figura del protagonista del film Harrison’s Flowers.

Un fotogiornalista che, scampato agli orrori della guerra in Bosnia, ritrova la vita nella gioia di trovarsi di nuovo in mezzo ai suoi fiori. Eccola, la vita quando fa gioia. Colori e profumi, bellezza, dolcezza e delicatezza.

Ho trovato pane per i miei denti e, magie dei social, sono venuto a contatto con Giulia Campus, agronoma e tecnico di monitoraggio ambientale.

L’ho intervistata su quella che è la sua straordinaria passione. Nel link che vi allego, c’è l’articolo che ho pubblicato ieri su Green Planet Edizioni, un pezzo che si avvia ad essere come il più letto in assoluto della nostra piccola storia.

https://www.greenplanetedizioni.com/lamore-per-le-hoya-di-giulia-campus/

Racconta di lei e delle piante che nutre e che cura, le bellissime Hoya.

Bellezza autentica di cui, a volte, l’essere umano, grazie a Dio, è capace. Un antidoto, una terapia nei confronti di tante ma proprio tante cose incommentabili.

La bellezza, quella vera, è sempre fonte di salvezza.

Ecco il link e buona lettura

https://www.greenplanetedizioni.com/lamore-per-le-hoya-di-giulia-campus/

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Nostalgia di Zoff

Rieccola, maledetta nostalgia. Che barba, che noia, direte voi. In realtà il solito “groppino”, non grappino, “groppino” in gola a ripensare al mondo che non esiste più, come sempre, mi smuove l’anima e mi porta a riflessione.

Tutto ancora per caso.

Ho acquistato un pigiama in pile alcuni giorni fa. Mi piacciono i pigiami in pile. Non mi fanno sbrago casalingo ma tuta ginnica, stile URSS che vince le Olimpiadi in piena Guerra Fredda.

Meglio, i pigiami in pile mi fanno tuta in stile Dino Zoff e mister Valcareggi. Questo in particolare, lo vedo e subito mi piace per un motivo.

La casacca è grigia, il colletto azzurro. Al centro un disegno che ricorda lo scudetto tricolore dell’Italia.

Mi ritorna in mente la maglia di Zoff quando era in Nazionale. Quelle maglie pesanti di lana, da portierone, che i calciatori di oggi, pagati, strapagati e poco avvezzi alle fatiche di un tempo, porterebbero solo sotto dittatura.

“Vincere a tutti i costi”, scriveva qualcuno nell’intervallo di una finale del mondo. E i giocatori, ribaltavano il risultato e vincevano.

Compro al volo questo pigiama che mi ricorda la maglia grigia di Zoff, la stessa di Albertosi che indossa nella storica finale Italia-Germania 4-3.

In casa, prima di andare a dormire, indosso il pigiama e mi metto, braccia conserte, davanti allo specchio. Mi sembra di riascoltare la voce di Nando Martellini e di stare in mondovisione. Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo.

Il pensiero vola a Dino Zoff. Era il mio mito. Avevo la stanza tappezzata di suoi tuffi col pallone tra le mani, in maglia nera, verde, della Juventus, e grigia, quella della nazionale. La figura di Zoff mi conduce a fare una riflessione sul calcio, su come è cambiato tutto, e sulla solita malinconia che mi viene a guardare un mondo, sacripante, che non esiste più.

Inizio dai ricordi, che, come sapete, mi vengono facili.

Mio padre ha una persona che lavora per lui. E’ bravissimo a disegnare. Un giorno viene a casa per stare con me, bambino e cheti  fa questo? Si mette a disegnare Zoff da una foto in una delle sue parate più belle. Come quella dove salva il risultato in quel di Wembley nella leggendaria Italia-Inghilterra del 1973. Io assisto imbambolato, in uno stato di pura ipnosi.

La mano di Giannicola, questo il suo nome, scritto proprio così, è la mano di Giotto quando traccia il famoso cerchio. Un artista. E’ la materia che prende forma, la carta che si anima, la matita è la bacchetta di Von Karajan che dirige la Cavalcata delle Valchirie. E senza darci connotazioni politiche che sennò facciamo come la Pinotti che scambia la bandiera dell’Impero Guglielmino per quella nazista.

Apro parentesi: Frei Korps e Wandervogell che si rifanno all’Impero del Kaiser sono nemici dei nazionalsocialisti, Come Oswald Spengler che definisce Hitler un Dummkopf, un babbeo. Peccato per la ministra che ha fatto una brutta figura, perdendo una  buona occasione per diventare “più migliori” come sostiene la sua collega.

Torniamo a Zoff. Altro ricordo. Piazza Navona, è Natale. Forse non me ne rendo conto, non capisco, sono piccolo. Per me Natale, aria di festa, le luci, l’odore della caldarroste. Vedo solo quello, come gli occhi di ogni bambino. Non so nemmeno chi sono i Tredicine o la Guerra Fredda.

Piazza Navona è lì. In tutta la sua bellezza. Ricolma di giocattoli, croccanti, zuccheri filate e bancarelle a non finire. Altro che repulisti e moralizzazione della politica. A me, non me ne frega niente. Io sono con mio padre, mano nella mano, e andiamo in cerca dei regali per Natale. Mio padre mi ha sempre risparmiato la finta di Babbo Natale. Alla Befana scrivevo. Ma di babbo Natale per me ce ne era uno. Era Babbo mio.

Camminiamo per la città. Altro ricordo. Parcheggiata la macchina in Piazza Cavour. Primo regalo: orologetto Timex in un negozio dove ora appesta le vie e la piazz, un posto mangereccio dove non andrei nemmeno fossi in fuga da una guerra. E non dico per scherzare. Piuttosto Seppuku. Vocazione samurai.

Dicevo: orologio Timex, negozio abbacinante. L’orologio è di quelli che andavano ai tempo: tutto nero, spingi il bottone ai lati e appare l’ora in rosso a led. Figata. Sono in estasi. Manco il miracolo italiano al bunga-bunga.

Secondo regalo, e qui viene il bello. Direzione Piazza Navona, bancarelle in festa. Io sono invincibile. Cammino per mano con mio padre, sempre lui, il mio Babbo Natale. Sosta davanti a una bancarella ed ecco la seconda estasi.

Caterina di Siena in confronto a me è una col male di vivere. Me ne torno a casa con una maglia grigia. Da portierone, manica lunga e scudetto dell’Italia, più felpata della Superpippo di quando farò il militare, anni dopo. I famosi mutandoni da mettere sotto alla mimetica che a non averli adunate alle 6 e con i freddi climi di Falconara Marittima a dicembre, non mi avrebbero aiutato a stare vivo qui, A digitare in tastiera.

Arrivo a casa e con quella maglia grigia che mi fa sentire Dino Zoff. Ci mangio, ci gioco, ci leggo, ci vado pure a dormire. Quasi ci faccio il bagno ma Babbo Natale non vuole.

Dino Zoff è un simbolo. E’ l’idea. Più di Evola per gli Evoliani, di Prima Linea per i marxisti-leninisti, di Renzi per Gentiloni.

Per tutti gli anni Settanta, Dino Zoff è stato il miglior portiere al mondo. Oltre a quello di presenze, ha al suo attivo due record di grande rilevanza: con la Nazionale è rimasto imbattuto per 1.134 minuti, dal 20 settembre 1972 al 15 giugno 1974, quando nella partita contro Haiti viene trafitto da Sanon al 46′; in campionato ha mantenuto inviolata la porta per 903 minuti nella stagione 1972-73, record rimasto imbattuto per più di dieci anni e superato dal portiere del Milan Sebastiano Rossi nel 1994.

Sfiora il Pallone d’Oro nel 1973. Davanti a lui c’è un signore che si chiama Johann Cruyff.

Alla Juve, in 11 anni, non salta mai una partita. Ne sa qualcosa Massimo Piloni che gioca a malapena qualche amichevole e partita di Coppia Italia. Con Zoff, il secondo portiere, rimane riserva tutta la vita.

Con i bianconeri colleziona 479 presenze, vincendo 6 campionati, 2 coppe italia, una coppe UEFA, disputando 2 finali di Coppa campioni, come si chiamava ai tempi, e una di Coppa Intercontinentale.

Zoff insieme a Scirea, Cabrini e Gentile, formerà una delle migliori linee difensive della storia del calcio. È il vincitore più anziano della Coppa del Mondo che arriva nel 1982 dopo il discusso mondiale del 1978 dove a Zoff molti faranno pesare i due “sbatafloni” presi nella partita con l’Olanda.

Al mondiale del 1978, l’Italia sarà l’unica a battere l’Argentina di Videla guidata dal Conducator Menotti. Il calcio di quell’Italia sarà tra i più belli della sua storia. Meglio anche di quello giocato dai Leoni del 1982. Per non dire di quello degli anni a venire e di oggi. Nemmeno a parlarne che si spreca tempo.

Nel 1990 diventa il primo allenatore a conquistare la Coppa UEFA.

Adoro Zoff perché adoro il calcio di quel tempo e in genere lo sport che, quello di una volta, sapeva coinvolgere e affascinare. Anche i “tiepidi” come me che di calcio non vivevano.

Le storie di Zoff, di gente come Riva, Boninsegna, Burgnich, Scirea, Rivera, Falcao, Bruno Conti, le vicende della straordinaria Lazio del 1973, della Roma di Liedholm, dell’Inter di Trapattoni, sono storie di un mondo che non aveva ancora ceduto il passo al nulla costruito sui soldi e dalla tirannia del mercato come pensiero unico. Pensiamo a Zoff senza addentrarci troppo nella definizione dei caratteri degli sportivi di una volta.

La sicurezza, la sobrietà dei gesti, la sua impassibilità anche in stadi caldi come quello di Napoli, squadra con cui ha giocato 141 volte prima di passare alla Juventus, hanno fatto di Dino Zoff un personaggio a sé nel mondo del calcio. Una discrezione, un classe che oggi fa apparire il mondo del calcio un’accolita di adolescenti in preda agli ormoni.

L’imitazione di Neri Marcoré che gioca su questa impassibilità è straordinaria. Oltre che esilarante.

Era bello tifare per una squadra dove c’erano giocatori della stessa città, i famosi calciatori-bandiera che passavano tutta la vita nella stessa squadra non dandosi al meretricio clubbistico.

Era bello il calcio di Roger Milla, N’Kono e dei Leoni del Camerun.

Era bello guardare entrare in campo con il viso accigliato Agostino Di Bartolomei. Era bello sentire scandire il nome dopo una staffilata in porta dalla tre quarti. Ne scriverò.

Era bello quel mondo, il Verona di Bagnoli, l’Italia di Bearzot, le squadre con uno o due stranieri al massimo che si chiamavano Helmut Haller con la pubblicità dell’Ovomaltina, Schnellinger, o brasiliani “spelacchiati” come Altafini che entravano a fine partita con i calzettoni abbassati e ti segnalano il gol partita. Giocatori che il nome lo capivi e la pronuncia veniva facile.

E te li ritrovavi dall’altra parte come avversari, non nella stessa squadra perché naturalizzati, oriundi o chissà cosa. Se c’erano, erano eccezioni.

Tra i miei altri ricordi, l’emozione di entrare a vedere l’Italia e cercare con lo sguardo Zoff per avvicinare il più possibile questo che per me, piccolo, era un impassibile dio dell’Olimpo. Come i Bettega, i Mazzola, i Beccalossi, i Baresi e tanti altri che non sto a dire. perché, come avrete capito, qui non si tratta di tifo. Ma di un’epopea.

Quella dove c’era ancora passione e il guadagno non era l’unica regola.

E per finire, altre “memorie” di un mondo meno confuso e senza identità. Perché, tanto non stiamo a menarcela. Identità globale non è altro che nessuna identità, è “sradicamento” di ogni diversità in nome di un unico ordine.

Che infatti fa apparire le squadre tutte uguali. Senza “diversità”. Come McDonald. Gira che ti rigira, in tutte le parti del mondo, ti propone le stesse “pietanze”. La puzza la riconosci in ogni città del mondo.

Ricordi del Processo del Lunedì, di Tutto il calcio minuto per minuto, della Domenica Sportiva, di Paolo Valenti e del suo Novantesimo Minuto con l’inconfondibile siglia taaarattattatata e lo stadio che si riempiva veloce.

Per non dire degli inviati e degli ospiti di Biscardi. Presidenti come Costantino Rozzi, Viola o Boniperti non esistono più. Provate a ricordarvi i nomi dei presidenti oggi. Ci vuole l’inteprete.

Ecco, torniamo a bomba. Il mondo privo di identità e del danaro è servito.

Peccato, anche il calcio, come tutti gli altri sport, dove c’erano i Borg, i Lauda, i Gimondi, i Moser, i Villeneuve, non c’è più.

Non rimane che parlare di Zoff, di Bearzot e di quanto era bello stare con papà davanti alla tv quando Berlusconi, forse, suonava ancora in Crociera e la televisione era solo Mamma Rai con gli sprazzi di vita di Canzonissima e Studio Uno.

Che bello quando si giocava in stanza a portieri e io facevo Zoff o Sepp Mayer e mio fratello Pizzaballa del Milan.

Che bello aspettare la Domenica Sportiva e sperare di essere invincibili e impassibili. Come Zoff e la sua porta “inviolabile”.

E provare ad assomigliargli un po’. Discreto, sobrio, elegante, un vero campione.

 

 

 

Il Natale è anche questa luce

Qualcuno ha detto: “Per conoscere veramente il vostro orientamento esistenziale dovete indagare a fondo la natura del vostro desiderio e del vostro desiderare”.

Ecco, io desidero lasciarmi avvolgere da una luce d’inverno come questa che vado puntualmente a cercare ogni fine anno. Siamo in Val d’Orcia, vicino alla cappellina della Madonna di Vitaleta.

Camminare in silenzio su queste colline riesce a porti in ascolto di ciò che appunto è il tuo desiderio. Entrare in contatto con un po’ di luce e di tenerezza che sappia dare un po’ di chiarore anche quando fa notte.

E avere la speranza che questa luce sia per tutti.

Anche questo è il Natale. Il cammino in silenzio verso questa luce.

Ancora auguri.

Semplicemente auguri

Semplicemente auguri a tutti amici miei, a tutti ma proprio tutti.
Come ho scritto mettendo questa mia immagine su Instagram, il mio augurio è di poter mantenere sempre il sorriso, guardando all’orizzonte.

Con il sole sulla faccia e sempre avendo una direzione.
Che poi, nella vita, non servono grandi cose.
E come ricorda Friedrich Nietzsche, letto e straletto, soprattutto in gioventù,
“Formula della mia felicità: un si, un no, una meta da raggiungere”.

Auguri a tutti e grazie sempre della vostra attenzione.
Vi abbraccio forte, senza retorica alcuna, anche se non vi conosco.

 

La mia prima volta dall’altra parte della barricata

Questa non posso non proporvela.
È la prima volta che mi trovo dall’altra parte della barricata. Anziché fare un’intervista, l’intervistato sono io.
La giornalista e scrittrice Alessandra Hropich, infatti, mi pone diverse domande a proposito del mio libro di poesie appena pubblicato, Fuoco di Parresia.
Mi ha fatto un certo effetto essere intervistato e , inutile negarlo, anche un discreto piacere.
Ho avuto modo di raccontarmi un po’ anziché essere io il narratore di una storia.
Se vi fa piacere leggerla, eccovi il link
https://www.obiettivonews.it/2017/12/23/intervista-a-daniele-del-moro-giornalista-e-scrittore/

 

I buoni grani di una volta

La lavorazione della terra, non è un mistero, mi ha sempre affascinato. Se abbiamo deciso, in pochi, di realizzare un sito che è anche testata giornalistica per portare avanti concetti “green” è perché abbiamo a cuore l’ambiente, la terra, gli animali, la natura e anche un modo diverso di fare agricoltura. Sembra una banalità ma ho da sempre un cuore “animal” e “green”.

L’agricoltura, inutile girarci intorno, non è tutta uguale, non è tutta buona.  Inutile, e sterile, cullarsi in vaghi romanticismi, in sentimentalismi troppo dolci che mistificano la realtà.

Però ci sono storia interessanti che meritano di essere raccontate più di altre. Nel link che vi riporta a Green Planet Edizioni (https://www.greenplanetedizioni.com/i-grani-antichi-di-janas/)  trovate il racconto su Eleonora Satta e Ivan Parisi, lei sarda e lui siciliano, che insieme hanno abbandonato il lavoro di informatici per tentare un sogno: coltivare grani antichi e cucinare pietanze speciali in una tipica locanda.

Forti delle loro origini contadine, il sogno lo hanno realizzato dando vita all’azienda agricola Janas, dal nome delle fate del folclore sardo, e alla Locanda di Colle Ombroso.

Si trovano in Umbria. Io li ho intervistati e nell’articolo che ho pubblicato oggi su Green Planet Edizioni vi racconto come è andata.

 

Ho deciso di scriverti

Ho deciso di scriverti. Questa sera, amore mio, manchi di più.

Sei partito, qualche tempo fa. Dovevi farlo. Ora sei lì che giochi. Sul Ponte dell’arcobaleno. Te ne stai tra i fiori e aspetti.

So anche che qualche volta pensi a me, quando il tramonto si fa più rosso e la sera si fa dolce.

Io sto bene perché so che tu sei felice. Ma è il primo Natale senza te, uno dei tanti natali di guerra, qui in trincea, mondo contro mondo.

Il freddo si fa sentire in questo Natale. Più di altre volte. Anche la fame. Molti soldati pregano. Chi Babbo Natale, chi Gesù Bambino.

Io, di nascosto, scrivo a te. Se sapessero che scrivo a un gatto, mi prenderebbero in giro.

Anche se qui, in trincea, nessuno ride più. Ma non capirebbero lo stesso. Di ciò che manca a quelli come me.

E’ curiosa la vita. Siamo in trincea, mondo contro mondo ma vogliamo tutti le stesse cose. Un po’ d’amore, di pace, di serenità, di calore, di gioia.

E alla fine, anche se ci facciamo la guerra, cerchiamo tutti affetto.

Tu me ne hai dato tanto. Mi piace scriverti per dirtelo. Nella trincea della vita, ti muovevi accanto a me come un re. Senza dominio, né comando. Era solo l’autorevolezza dell’indipendenza che ti faceva seguito. E che ti portava accanto a me.

Sapevi scegliere e ci siamo scelti. Mi parlavi, semplicemente guardandomi.

Ti penso di più, quando qui in trincea, la scena si pervade di silenzio e di stelle. Soprattutto in inverno.

Alzo gli occhi e vedo le stelle che tremolano. E noi, soldati della quotidianità e del cammino, ci sentiamo meno soli. Anche i cecchini la fuori sembrano pensare le stesse cose. Vorremmo uscire, abbracciarci e finirla questa guerra. Ma così va il mondo.

Allora ci mettiamo a parlare di te, con quei pochi che mi sono veramente amici e sanno che vuol dire, un infinito amore.

Parliamo anche di come ora te la spassi, del Ponte sull’Arcobaleno. E ridiamo, pensando a te e a tutti gli animali liberi che stanno insieme a te. Dove non c’è più paura, non c’è più morte, né ingiustizia. Noi che vi amiamo.

Immagino che te ne stai al sole, ad annusare i fiori. Così, senza pensare a nulla. Come facciamo noi quando abbiamo una tregua di gioia, quando la consapevolezza della nostra fragilità, cede il passo al vivere nell’attimo. Ah, riuscirci sempre. Sarebbe sì, un bel vivere.

Ecco. Forse è cosi dove stai ora. Ti godi l’attimo senza pensare più a che succederà, finalmente libero dal tumulto del mondo. Senza ansie, né paure.

Volevo scriverti. L’ho fatto. Anche i cecchini sembrano più lontani. Alzo la testa, al di sopra le buche e scorgo i loro profili. Ci separa un lembo di terra, la distanza di un prato di fiori.

Basterebbe così poco. Parlarsi e mettere fine a questa guerra che è il mondo. E starsene come te. Sdraiati, tutti insieme, senza rancori né odi, al sole, ascoltando il vento e una farfalla posarsi sul naso.

Guardare arrivare la sera per baciare le stelle. Senza che faccia mai notte.

Si, così stai tu, ora, anche senza di me.

Pensami ogni tanto e magari fatti “sentire”, percepire.

Portami un po’ di te, e dei colori che vedi. Un’ubriacatura di gioia, non sempre, ogni tanto magari.

Sul Ponte dell’Arcobaleno, amore mio.

Buon Natale.

 

 

 

C’era tanto colore

C’era tanto colore. Quando ho sognato del mare.

Mentre dormivo, ne sentivo il profumo, il palpitarne, le onde.

Che mi arrivavano al petto. Ma non riuscivo a raggiungerlo.

Dovevo scavalcare ostacoli che parevano guglie, vetri aguzzi sulla strada del mondo.

C’era un tunnel, lastricato di schegge. Ma tanto colore. Non avevo paura.

Il vento donava leggerezza alla fatica che provavo durante il cammino.

C’era tanto colore. Non avevo paura, nonostante il tunnel. Sorridevo.

Vedevo un orizzonte, che, scolpito d’azzurro, era lì, a due passi da me.

Saltando assi di legno odoranti vernice rossa.

Un odore buono, come quando fuori piove e apri la finestra per odorare annusare l’erba bagnata.

C’era tanto colore.

A volte scavalcare un legno era facile, a volte più difficile. Ma non sentivo nulla.

Perché vedevo solo l’azzurro in lontananza e non mi importava nulla di qualsiasi gabbia o barriera.

So solo che ogni tanto mi fermavo. Ma non era per riposare. Era per deglutire.

Quell’aria di lontananza, che non sapeva di scacco. Volevo rimanere e non saperne più. Di nulla.

Anche se non sapevo, non conoscevo l’arrivo. Né dove, né quando. Ero lì. Mi bastava. Non altro.

Per farmi avvolgere dalle linee del mio spazio, toccandone il volume. Da quella solitudine priva di angoscia.

Non era un quadro di Hopper, non era l’alienazione generata dal troppo. Era l’Eden della consapevolezza.

Ero sospeso a metà tra il sonno e il mondo fluttuante ma senza temerne alcuna. Di caduta.

C’era tanto colore. Era pelle nuova, l’intercapedine di un lembo di vita. Che portavo con me.

Nel sogno. Assieme a quel colore, vibrante non solo quale vastità.

Arrivava qualcosa nel mio sogno che oggi ancora non so dire.

Ma cammino sempre e lo porto con me. Forse quel vento, forse l’azzurro.

C’era tanto colore. Me lo ricordo quel colore, quel penetrante bagliore.

Quando mi trovo ad affrontare gli ostacoli.

Tutti i giorni.

Su lastricati di mondo.

C'era tanto colore

C’era tanto colore

Fuoco di Parresia

Eccola qua: Fuoco di Parresia, la mia raccolta di poesie in un volume che ora è possibile acquistare on line sul sito di Green Planet Edizioni a questo link https://www.greenplanetedizioni.com/prodotto/fuoco-di-parresia/

Le poesie sono in larga parte quelle pubblicate nel blog ma con una forma diversa, bella e ricca, impreziosite da una copertina che mi sembra centrata.


Ma soprattutto sono, dire arricchite mi sembra poco, dal contributo, dall’inestimabile dono delle mie “amiche” e blogger Adriana Pitacco( https://natipervivereblog.com/) e Serena Lavezzi (https://pennedoriente.wordpress.com/) che desidero ringraziare di cuore.

Hanno scritto, in tutta la perizia della scrittura e sensibilità che le contraddistingue, parole centrate e profonde, su quello che considero un piccolo tentativo poetico per indagare la vita in un, appunto, Fuoco di Parresia.

Perché, come ho scritto, alla fine il mondo, è vero, talvolta, mi tortura ma allo stesso tempo, mi ispira. Grazie anche a lui.

Volevo dirvelo, di questa mia “presenza” mentre vi auguro buon sabato.

 

 

 

L’ideale estetico nella cerimonia del tè

Domani, mercoledi 13 dicembre, al Museo dell’Ara Pacis, ad ingresso gratuito, si svolgerà un incontro che chi ama la tradizione giapponese e si trova a Roma, non potrà “disertare”.

Il Chado o Cha-no-yu, cerimonia del tè, è una delle più conosciute espressioni della cultura giapponese. In occasione della mostra Hokusai. Sulle orme del maestro, mercoledì 13 dicembre dalle 16.30 e alle 18, presso l’Auditorium dell’Ara Pacis la Maestra Michiko Nojiri, Direttrice del Centro Urasenke di Roma, racconterà la storia di questa importante tradizione e ne darà una dimostrazione pratica, al termine della quale gli spettatori potranno avere con lei un confronto su curiosità e approfondimenti.

I due appuntamenti sono a ingresso gratuito previa prenotazione attraverso la pagina Facebook Hokusai Roma www.facebook.com/hokusairoma e su  www.eventbrite.ie. Le prenotazioni sono aperte fino alle 13.00 di mercoledì 13 dicembre.

L’usanza di bere il tè verde in polvere, matcha, fu introdotta in Giappone nel XII secolo dai monaci che tornavano in patria dagli studi compiuti nei grandi monasteri Zen in Cina.

Io ne sono un “divoratore” seriale. Mi piace da sempre l’atmosfera il cui il tè mi ricolloca. Al di fuori del tumulto del mondo.

E mi sembra di essere il principe Katsumoto quando dice “un fiore perfetto è una cosa rara. Se si trascorresse una vita a cercarlo, non sarebbe una vita sprecata”.

Per questo, difficilmente lo bevo al bar o altrove. Come con il sigaro toscano, un godimento è puro se condiviso. Con le persone giuste o nel proprio mondo.

Oltre a essere un’offerta a Budda, il tè stimolava le meditazioni notturne ed era usato come medicina per il cuore e la pressione. La bevanda si diffuse poi rapidamente tra le varie classi sociali e subì varie trasformazioni fino al momento in cui Sen Rikyu (1521-1591) amalgamò i numerosi rituali praticati fino ad allora, definendo lo stile “capanna di paglia”.

Egli identificò lo spirito del Chado o pratica del tè con quattro principi fondamentali: Armonia, Rispetto, Purezza, Serenità.

Ancora oggi offrire una tazza di tè in maniera conforme alle regole del rituale significa realizzare una sintesi culturale. Il rispetto per ogni elemento fondante del

Chado equivale a riconoscerne il ruolo di pilastro del patrimonio culturale giapponese: dagli utensili all’acqua utilizzata, dall’ambiente in cui si svolge all’etichetta che ne scandisce ogni passaggio.

Il Cha-no-yu non è solo un’arte o un passatempo ma un modo di vivere ricco di valori etici e morali da trasferire nel quotidiano. Per questi motivi ha mantenuto inalterato il suo valore nel corso del tempo ed è attuale anche ai nostri giorni.

In Morte di un maestro del Tè, una delle opere più conosciute dello scrittore giapponese Yasushi Inoue (1907-1991), pubblicato per la prima volta in italiano da Skira nella traduzione di Gianluca Coci, c’è molto di tutta questa bellezza.

Il libro inizia con il racconto del monaco Honkakubo e il suo ricordo del grande maestro Sen no Rikyu (1522-1591). Nel corso della vita, si lega al capo militare Hideyoshi che finisce con l’esiliarlo, ordinandogli di fare come fece Mishima, compiere il seppuku, il taglio del ventre, il suicidio del samurai, diverso dall’harakiri che è quello dell’uomo comune.
 

A Sen no Rikyu si deve la cerimonia del Tè. Un autentico rito che nel libro viene descritto e sembra di trovarsi  in uno splendido chashitsu, la stanza Tè con i tavoli bassi e colorati, tutto rigorosamente separato dall’esterno.

Le foglie del  tè vengono “polverizzate” e messe nei contenitori chiamati chaire. Vengono poi prese con un cucchiaio, il chashaku, solitamente in bambù.

Le tazze devono essere senza manici e in ceramica raku. O anche in tenmoku, con la forma allungata nella parte superiore con striature verticali sulla superficie esterna.

“Preparare il tè in tutta calma e serenità, senza lasciare che altri pensieri intralcino la mente”, per tenere fuori il tumulto del mondo.

È la regola principale tra le diverse regole in quella cerimonia che, come ammonisce il monaco che narra la storia nel volume, deve risultare come “la giusta combinazione di fuoco e acqua”, un rito e una via, quella del Tè.

“Rivedo il modo in cui preparava il tè, sempre libero e indulgente, lasciandosi guidare dall’ispirazione del momento”. Sen ro Riku è il Gran maestro di questa cerimonia, cha no yu mon, chi sa dirigere al meglio il rito e wabisukisha, chi l’armonia delle sintesi tecnica e creativa.

Nella cerimonia del tè, insomma, in una maniacale cura dei particolari, predomina il suki, ciò che è bello e raffinato e un ideale estetico, il sabi che concide con l’alto palpitare di una bellezza struggente e solitaria del tempo che scorre ma che si incorncicia nella forza dell’attimo.

Bellezza struggente, raffinatezza e ideale estetico. Con un sentimento di immortalità. Ora capisco perché amo da sempre sorseggiare il mio tè.