La loro ballata

Ho immaginato i morti in una splendente danza di colori. E ho scritto questa poesia, che vi ripropongo oggi. Ho pensato a loro in maniera gioiosa, senza tristezza.

In una eterna speranza dove si ricompone tutto ciò che apparentemente è stato dissolto. In un infinito ballo, dove non esiste più né l’inizio né la fine ma solo la proiezione infinita di una luce accecante.

La sintassi abbagliante di un crepuscolo incandescente. Per sempre.

A tutti loro, uomini e animali, in qualunque parte del mondo e dell’oltremondo, va il mio pensiero.

È una danza,

 la loro ballata,

che riemerge dai silenzi dell’alba,

la voce dei morti

che oggi risuona

e scuote il torpore di pietra.

Sono scudi e colori,

fuori misura,

fiori schiacciati tra i libri,

incisioni smarrite

nell’iride,

rigenerati in carezze,

sono centimetri, d’amore talvolta,

e ricordi,

il silenzio di Dio,

su molti perché.

Un molle riflesso forse

di giorni logori,

non più cenere

ma infuso,

di zaffiri,

diamanti nel sangue,

di una dolorosa memoria.

Sono loro,

cromatiche scie e slanci d’ametista,

che ogni tanto rivedi,

nella sintassi del crepuscolo,

che svampa le vette.

Non impallidiscono i morti,

non conoscono abisso.

Sono dipinti, intessuti,

sono miraggio che si fa carne,

incandescenti vene d’eternità,

sul telaio dei giorni.

Mentre il cuore ne percorre i barbagli

accarezzando il respiro,

in frammenti,

senza frantumi.

 

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