La catarsi dell’estasi

Ad ogni tramonto, personalmente, è un trapasso. Mi piace quanto dice Kundera: “La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina”. Si, anche la ghigliottina.

Perché il tramonto solleva dalle fatiche dal giorno. La morsa del quotidiano si allenta. Sono cieli screziati, sono il potere salvifico che placa ogni rabbia. Ogni parola si tramita in sospiro. E’ la catarsi dell’estasi, l’irruzione improvvisa sul reale dell’irreale.

Al tramonto la percezione si fa più attenta. Forse ha ragione qualcuno che afferma: la malinconia del tramonto è perché i due mondi si toccano. A me piace pensarla così. La terra sospende il suo battito. C’è qualcuno, è l’incontro con braccia aperte. Invisibili. Solitudini che si colmano.

Nel silenzio, ascolto le voci. Sussurrano, sono dolci presenze, c’è metanoia su qualsiasi accadimento. Lo “sento” questo mondo altro. Mani che si stringono, sorrisi che ci avvolgono.

E’ la vita che si sfuma, il palpito striato che irraggia se stesso fino a morirne. Del suo stesso bagliore. “E’ il cuore della terra, trafitto da un raggio di sole“. E tutto si allenta. “Vado cercando una morte di luce che mi consumi” scrive Garcia Lorca.

L’incantesimo che non si spezza: l’infinito non più transeunte che si rivela. Sfiorarsi nell’attimo, l’orgasmo dell’essere, per sempre. Che ritorna al suo limite. Sapendo che esiste. Speranza e rivelazione.

Buona serata.

 

 

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La “fumettistica” bellezza dell’arte di Hokusai

Il Giappone mi affascina per molteplici aspetti. Come lo spirito dell’antica etica samurai di cui porto un simbolo tatuato sul braccio: l’ideogramma, lo stigma della compassione verso tutti gli esseri, uno dei sette concetti del Bushido di cui tornerò a parlarvi con un approfondimento degno.

Del Giappone parlo nel link che vi segnalo.
Vi riporta al mio sito http://www.scrittoreinviaggio.com di cui potete vedere la pagina Facebook nella colonna a destra. Il sito è forse più curato dal punto di vista grafico ma meno interattivo e più statico. Per questo mi piace meno.

Qui, tra di noi, in questo spazio, nel blog,  “interagisco” con voi e con le vostre riflessioni, nel sito, scaglio un sasso nel mare.

Sperando di non dispiacervi, vi allegherò ogni tanto qualche link che vi riporterà ai due spazi che curo, sia Green Planet Edizioni che Scrittore in viaggio, il sito.

Ho pensato di agire in questo modo per non proporvi duplicati che potrebbero annoiarvi anzi cercando ogni volta di differenziare e presentarvi nuove letture. Se possibile, interessanti.

Nel link, vi racconto della mostra dedicata al maestro Katsushika Hokusai, rappresentante dell’ukiyoe, che deve la sua principale popolarità alla Grande Onda e alle vedute del Monte Fuji.

Un artista che influenzò gli artisti parigini di fine Ottocento, i protagonisti del Japonisme e che da oggi sino al prossimo 14 gennaio 2018 sarà possibile ammirare al Museo dell’Ara Pacis di Roma.

Il mondo “fluttuante” e “fumettistico” di Hokusai con le sue donne di piacere avvolte nei kimono multicolore e i suoi straordinari paesaggi continua a farmi sognare.

Buona lettura e buona serata.

http://www.scrittoreinviaggio.com/in-mostra-il-mondo-fluttuante-di-hokusai/

Il fascino fumettistico di Hokusai

Il fascino fumettistico di Hokusai

 

Il fascino del viaggio in treno

Il fascino della rotaia, del viaggio in treno, l’ho sempre sentito. Oggi ancora di più. Nonostante tutto, la dimensione del movimento è quella che preferisco: lenta ma inesorabile. Come il passo determinato di una buona camminata.

Ho sempre preferito il viaggio in treno che in aereo. In treno anche nella letteratura, nella musica, nel cinema, c’è stato molto da raccontare. Merito di una lentezza, di una “complicità” viaggiatrice, sconosciuta al volo. In treno si creano storie, romanzi, amori.
In aereo, no. Non ce n’è il tempo, molte volte, non c’è lo spazio, non c’è possibilità di narrazione.

Per questo vi propongo il link dell’articolo che ho scritto oggi per Green Planet Edizioni. Vi racconto di questo romantico viaggiare, della sua dimensione green, quanto effettiva sia, quanto reale.

E del futuro, con il debutto, nel 2018, del treno a idrogeno che in Germania sta per diventare vita quotidiana.

Se vi piacere, leggete l’articolo.  Di seguito, il link che vi condurrà al sito della nostra piccola casa editrice digitale:

https://www.greenplanetedizioni.com/viaggiareintrenoilfascinodellarotaia/

Buona lettura e buona serata.

Il treno a idrogeno

Il treno a idrogeno

 

 

 

 

Siamo in duecento

Ci siamo.

Scrivendo e commentando, scambiandoci like e riflessioni, è arrivato il traguardo dei 200 followers. A pensarci bene: la vita virtuale, molte volte, è più reale del mondo di maschere che incontri sulla strade del giorno. Fuori dal computer. E’ un bene, è un male? Come direbbe Nietzsche è forse “al di là del bene e del male”, è vita che semplicemente assolve al suo autodeterminarsi nelle forme che sente più congeniali.

A me è più congeniale, per certi versi, questa “socialità”, questo spazio in cui le voci appaiono come forme di ticchettìo sulla tastiera, come fremiti della mente che arrivano sempre.

Che leggo, che ascolto, con grande interesse. Nel momento migliore. Quando sento che l’attimo incalza, quello della parola in forma di scrittura, di una voce in simulacro di lettura.

C’è spesso più reale in questo che nel mondo degli incontri, delle sere passate a guardare l’orologio per tornare a casa. C’è mondo quando mi siedo e scrivo, c’è vita quando ascoltando musica penso a cosa voglio potervi comunicare, condividere con il divenire delle parole, con l’onda lunga dei sentimenti, della rabbia, del dolore, della protesta che ponete con i vostri occhi sullo schermo.

Scriviamo, urliamo nel silenzio per arrivare altrove.

A sentirci insieme, “accolti”, in equilibrio sul telaio di un vissuto che, non è vero, non si esaurisce qui. In ciò che scriviamo, nella metonimia di questo vivere, che scavalca le ore alla ricerca di un dettaglio, di un grido che possa darci un brivido.

Maria Zambrano, il barbaglio di molte mie notti, scrive: “se infatti si perde il contatto con la realtà si delira: delira la ragione in una pura forma senza vita, impassibile e senza tempo; e delira la vita in un vagare spettrale e senza figura, in una dispersione umiliata e rancorosa”.

L’itinerario esistenziale non è solo quello di esperire il mondo guardandolo. L’esperienza “estetica” del conoscere attraverso sensazioni è forse più veritiera, non sempre, molte volte. E’ l’aurora dell’anima, è l’approccio al “logos che scorre nelle viscere”, il tentativo di una nuova forma di sapere che danza alla ricerca di un equilibrio tra le verità logico-deduttive della ragione e le verità intuitive del cuore.

Solo così potremo cogliere la totalità della realtà e l’uomo nella sua interezza.

In questo spazio, a ben guardare, c’è totalità, c’è interezza, c’è espressione, c’è parola polisemica, c’è vita.

Per questo vi scrivo stasera: per dirvi grazie.

Di leggermi e di darmi parole, voci, silenzi in forma di grido che spesso arrivano a me.

 

Salute e immagine

Diciamolo chiaramente. Questa smania “salutista” a tutti i costi finirà per farci ammalare. E non si fa questo, e non si fa quello. E non si fuma, non si mangia, non si, lasciamo perdere. Mi ritrovo, a Porta a Porta, qualche giorno fa, prima di andare a dormire, beninteso, non come ospite.

Ascolto dare dritte a destra e dritte a sinistra su cosa bisogna mangiare, cosa si deve fare per non ammalarsi di cancro e vivere 100 anni. Una modaiola attrice ha la sua personale soluzione, si cura con lo yoga e con la meditazione.

Più sensatamente, Concita Borrelli, la dice spiccia: ho vinto due tumori, mangio, bevo non faccio yoga né meditazione. Eccola lì. Rifletto.

Poi nella babilonia delle opinioni sento ancora qualcosa che colpisce la mia attenzione: c’è una predisposizione genetica. E tanto basta. Ovvio, non bisogna lasciarsi andare, cedere a tutto.

Amministrare il proprio corpo, la propria salute, fare del movimento, soprattutto camminare, non abusare di alcool e cibo spazzatura, sono dettami importanti di una buona speranza esistenziale, una questione di disciplina, abituarsi ad avere un’alta tenuta.

Meditazione e yoga possono anche affascinare ma su certe questioni mi lasciano indifferente. Il problema è però non fare del corpo, del “salutismo” come estremismo ideologico un’ossessione. Perché se la testa ha le vertigini, il corpo se ne va altrove. Insomma, non ci è dato sapere cosa sarà. Sperare sì.

Quello che contesto è questa fissità, tentacolare e preponderante, dello sguardo sull’immagine. Una fissità che determina gerarchia, superiorità e inferiorità. A seconda dei casi. E ciò rischia di far parte di quei svelati disvalori del nostro tempo, aggreganti disgregatori di proli e moltitudini.

Il salutismo come estremismo ideologico, inoltre, rischia di fare confusione. E di far perdere la differenza sostanziale tra salute del corpo e fissazione sull’estetica dell’involucro.

Sono sempre gli eccessi a fare male. Soprattutto quelli che generano malsane  competizioni e fisime di superiorità in base ad una falsa idea di bellezza.

Poi capita che per divertimento, qualcuno pompi aria nell’intestino di un adolescente “colpevole” di essere troppo grasso. Sarà poi davvero garanzia di buona vita questo mito dell’immagine, della bellezza patinata alla Dorian Grey?

Se, come ammoniva Schopenauer, “il corpo è l’oggettità della volontà”, dove andrà questo corpo con una volontà confusa e lacera?

Tanto invecchiamo, meglio farsene una ragione. E allora conviene invecchiare bene, senza fronzoli. La salute è nella capacità di capire che farne del cervello, finché ci assiste, almeno clinicamente, trovare l’equilibrio, tra centinaia di parole vuote che non danno la felicità.

Noi, poveri mortali, abbiamo il dovere del ricordo, la responsabilità della memoria. Faccio un esempio che forse appare inutile. Abbiamo avuto politici brutti ma geniali, uomini di governo ciccioni ma capaci.

Siamo oggi ricolmi di elegantissime figure apostati dell’insulso, anoressiche bellezze femminili photoshoppate, si proprio così non photoshoppate, ma photoshippate del contenuto, velami appariscenti di una dittatoriale mediocrità.

Vogliamo mettere i sogni sessuali alimentati in gioventù dalla leggendaria scena della tabaccaia in Amarcord di Federico Fellini con la Bruni?

Neanche a parlarne.

Ora, sia chiaro. Non punto all’apologia dell’insalubrità come stato esistenziale. Però il beneficio del dubbio, concedetemelo. E’ che con il “salutismo” che tiene lo sguardo fisso sull’immagine, il rischio è la trasformazione della vita in simulacro. Non parliamo di ciò che viene definito spirito.

Facciamola semplice.

Di un corpo perfettamente in salute incapace di distinguere tra ciò che è buono, ciò che è vero e ciò che è bello, che me ne faccio? Di affaristi sportivissimi, ministri collusi e strafichi corrotti, ne abbiamo.

E’ questa l’immagine della salute? Non sarà mica, invece, quella della malattia?

Cerco di capire ma rimango disorientato.

Ho bisogno di un calcinato sole e di berci su.

Confidando sempre, con fatalismo romano, nella divina Provvidenza.

E forse, starò meglio.

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C’è il giorno

C’è il giorno,

quello con l’incrosto

che non si schioda

dal velame obliquo

dell’incompreso

che frana e che confonde

anche la buccia buona.

E’ quando

te ne rimani avvolto

in polpa silenziosa

incuneato

tra gli strisci delle lamine,

uno straccetto, un battito, un suono che non ciocca.

Fuggo Sacripante nello stomaco,

l’irrigidimento della ghirba

sulle crepe della veccia.

Ho scricchiolio di fegato e di bile,

un guaito che è pur sempre fuoco

per tagliare il giorno,

sul divenire della sera.

Scavalco il vacillare

per farmi buio,

palpitante,

di un risveglio altro,

più possente,

che deglutisca,

queste frecce,

questi spilli,

d’umana sonnolenza

e pendagli,

di impiccati colpi,

che mi sbrano,

da me,

nel mio arrancare

su uno sbattuto slancio

Contraddittoria America, affascinante America (Prima parte)

America, West Coast, navajo.

Contraddittoria America, affascinante America.

Vi racconto, suddividendo l’articolo in due parti, per non tediarvi troppo, la mia prima esperienza in America con un tour che mi ha portato in giro per cinque regioni degli Stati Uniti.

Per anni, mi sono detto: non ci andrò mai in America.

Poi, pistola alla tempia, mi hanno convinto e farci il mio primo viaggio è stato un attimo.

Nel modo per me più “claustrofobico” possibile, modello gita di classe, rapporti coatti per quasi tutta la vacanza. Io, perennemente in fuga dagli agglomerati “umani”.

La mia “socialità” la conoscete. Per ricordarvela, nemmeno i 100 giorni prima dell’esame di maturità ho fatto in “massa” ma con uno sparuto manipolo di asocialisti come me. E avevo solo 18 anni, 1983, figuriamoci nel 2013, anno del mio primo viaggio in America.

Detto questo, viaggio organizzato. Partiamo in 4 da Roma,  primo ritrovo a Los Angeles dopo un voletto di circa 15 ore che per me non è il massimo. Io e l’aereo siamo come l’Isis col bikini. Contronatura.

Da una parte l’idea di fare il viaggio in gruppo, però, mi fa simpatia. Mi ricorda tanto Vacanze in America e Don Buro, quelli si che erano preti, che “faceva certi fischi da fa imbazzì le bestie”, “quann’era pischelletto”, beninteso.

Dall’altra col viaggio in gruppo è un po’ come con l’aereo. Non mi viene naturale, come andarmene da solo a zonzo. Tant’è. Ma se si vogliono percorrere distanze interminabili in pochi giorni e girare più o meno sei stati americani, non c’è che una soluzione: gruppo, pullmann e santa pazienza.

Arriviamo da Roma a Los Angeles nel primo pomeriggio. Albergo di quelli moderni, ascensori esterni tipo Inferno di Cristallo, buffet ricolmo che sfamerebbe mezza Africa.

Albergo a Los Angeles

Ho il fuso orario, canaglia, che mi fa lo stesso effetto di Francesco quando parla. Un po’ rido, un po’ mi stanca. L’indomani si parte a macinar chilometri.

A Los Angeles, siamo in California meridionale, tra Beverly Hills e Long Beach, oggi c’è l’asfalto bianco, quello che rispetta l’ambiente, non so quanto per gli occhi in estate. Ma nel 2013, anno in cui ho visitato per la prima volta l’America, la situazione è questa.

Gli incroci sono larghi, le strade ampie, ti perdi guardando le cime dei grattacieli che pensi a un attichetto tutto libri, vetro e dischi. E chi se ne frega del resto.

Mi colpiscono i senza tetto, molti sono ex reduci del Vietnam, che stazionano praticamente ad ogni angolo della strada, un’umanità sofferente che, al contrario di molti altri luoghi del mondo, non chiede, non importuna, non si avvicina.

E’ intenta semplicemente a sopravvivere. Il tempo di una cena frugale poi il jet lag ha il sopravvento e mi risveglio alla mattina, esordio di inizio-viaggio in gruppo.

Si comincia a familiarizzare. Degni di nota sono la guida e l’autista del pullmann che ci terranno compagnia per 10 giorni.

La guida, Giorgio, risente di varie influenze: un po’ Fiorello alle prime armi, quando faceva l’animatore, un po’ nativo americano, un po’ surfista australiano. Dimostrerà capacità, simpatia, senza fare troppo “l’amico del giaguaro”, il che me lo farà apprezzare di più.

Giorgio, la nostra guida

L’autista, Nathan, è un nero di quelli che in Europa te li scordi. Non solo è impeccabile, elegante, fiero come un guerriero Masai, il fratello di Muhammad Alì. Provvede al nostro mezzo di locomozione in maniera egregia. La sua professionalità dà adito ad una sola parola: chapeaux.

Una leggenda di nome Nathan

A Los Angeles rimaniamo due giorni. Il tempo di vedere le cose principali. Il Walt Disney Concert Hall, struttura in acciaio satinato dalla caratteristica architettura che non manca di stupire. Gli Universal Studios non sono tra le mie priorità ma ci andiamo. Non mi entusiasmano ma il treno che ci porta dentro alla realtà tridimensionale di Jurassic Park con i dinosauri che ti corrono dietro e ti vengono addosso ha un suo perché.

Walt Disney Concert Hall

Nei due giorni che rimaniamo a Los Angeles ce la giriamo tra Beverly Hills con la celebre Rodeo Drive del tanto amato Pretty Woman, Venice Beach e Santa Monica.

Rodeo Drive fa parte del cosiddetto Golden Triangle, delimitato dall’incrocio del Santa Monica Boulevard, Wilshire Boulevard e North Beverly Drive.

Beverly Hills mi attrae più per le strade residenziali con ville immerse nel verde dove quando rincasi non bestemmi per trovare parcheggio che per altro.

Immancabile la camminata sulla Hollywood Walk of Fame, la passeggiata hollywoodiana delle celebrità, un lungo camminamento composto da due marciapiedi che corrono lungo l’Hollywood Boulevard e la Vine street, sulla collina di Hollywood.

Mi soffermo, durante la passeggiata delle celebrità, sulla stella dedicata a Bruce Lee, mio nume tutelare. Per il resto, mi interessano poco la scritta Hollywood sulle colline in lontananza, il Dolby Theatre, i negozi, l’Hard Rock Café. Mi pare tutto già visto.

Venice Beach con la famosa palestra in spiaggia, la Muscle Beach, dove Arnold Schwarzenegger ha cominciato le sue performances di body building mi dice poco. Invece, la spiaggia di Santa Monica con la United States Route 66 o Route 66 già mi fa respirare l’aria che prediligo.

La strada è una delle prime highway federali. Viene aperta l’11 novembre del 1926. Originariamente collegava Chicago alla spiaggia di Santa Monica attraverso gli stati Illinois. Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, Nuovo Messico, Arizona e California. La sua lunghezza complessiva era di 3 755 chilometri, 2 448 miglia.

La Route 66 è stata la strada della migrazione verso ovest, specialmente durante il dust bowl, l’epoca delle tempeste di sabbia, supportando l’economia delle comunità attraverso le quali passava. Le popolazioni prosperarono per la crescente popolarità della strada, ed alcune di queste combatterono per tenere in vita la strada dopo la nascita del nuovo Interstate Highway System.

La US Route 66 fu ufficialmente rimossa dal sistema delle highway nel 1985, quando assieme alle altre, fu rimpiazzata dallo Interstate Highway System. La strada esiste attualmente con il nome di Historic Route 66. È così tornata sulle mappe in questa veste.

Ha, insomma, rappresentato il desiderio di libertà di generazioni che in motocicletta andavano alla conquista della Nuova Frontiera, in cerca di una vita degna.

Ora, i problemi dei viaggi in gruppo sono diversi.

Ne segnalo due.

Il primo è che la sosta nei posti che si visitano è sempre troppo breve per chi vuole assaporare il gusto delle cose, l’odore delle città e dei paesaggi. Troppo di corsa e troppo shopping.

Il secondo, ben più noioso, è che, “eccellenza” del Made in Italy, in pullman capita di dover fare spesso l’assalto a “li mejo posti” ogni giorno.

Non dico fare a rotazione, per carità.

Ma vedere i furbacchioni del sedile che adottano strategie che nemmeno la Wermacht nel 1939 per cuccarsi i posti più ambiti, beh, è abbastanza seccante.

Ovviamente dipende da come capiti, come in tutte le cose.

E noi non siamo capitati nemmeno malissimo.

Ma certamente, fare tappe anche di 700 km in un giorno, sotto tortura “cori da stadio” e musica improbabile, non aiuta le relazioni sociali. Almeno per come la penso.

La moltitudine teme il silenzio come io le moltitudini.

Mi adatto e passo alle cuffiette, nei casi più difficili. Musica ad alto volume e via dagli scassaballe. Mi immergo nel viaggio e mi isolo.

Ho percorso tanti chilometri e attraversato Nevada, Utah, Arizona, California e Colorado.

Partiti da Los Angeles abbiamo iniziato ad entrare nelle “mia America”. Quella dei nativi, di Zagor, di Tex, dei paesaggi infiniti, del deserto, della polvere, delle automobili su strade sconfinate, dei film western, di Balla coi Lupi.

Direzione “Castello di Montezuma” e Gran Canyon.

Il “Castello di Montezuma” si trova a metà strada fra Phoenix e Flagstaff, sulla I 17, nei pressi di Valle Verde. Non furono gli spagnoli ad abitarlo ma, con tutta probabilità, i Sinagua che per motivi climatici costruirono queste abitazioni nelle grotte naturali.

Il nome lo dobbiamo agli spagnoli che cercavano oro nelle zone. Vedendo queste costruzioni, pensarono che fossero opera degli aztechi in fuga per il loro imperatore Montezuma II. E il nome è rimasto.

A Montezujma Castele si è sviluppato un complesso di venti stanze che ha ospitato una comunità di circa trentacinque persone per oltre tre secoli. Intorno al 1400 la popolazione improvvisamente scompare, e il motivo ancora oggi rimane un  mistero.

Lungo la strada, ci fermiamo per ammirare gli straordinari cactus Joshua Tree che hanno dato il nome ad uno degli album più significativi degli U2.

La profonda bellezza del Joshua Tree National Park la dobbiamo alla “mescolanza” di due ecosistemi di natura desertica, quello del Mojave e quello del Colorado.

Vento, pioggia e sole hanno fatto il resto.

Il parco si trova nella parte meridionale della California, a una cinquantina di chilometri da Palm Springs, tra la Riverside County e la San Bernardino County, al col Mojave Destert e il Desert Bighorn Sheep.

Arriviamo al Grand Canyon nel pomeriggio dopo una breve sosta “on the road”.

Il Grand Canyon è la dimostrazione che gli americani sanno vendere pure i sassi. O meglio. Sono immersi in una straordinaria natura e la valorizzano. Nonostante quel che ne pensava lo scrittore francese Drieu La Rochelle che li definiva “un popolo passato dalla barbarie alla decadenza senza aver conosciuto la civiltà”.  Hanno straordinari paesaggi e li valorizzano. Proprio come da noi. Ironizzo amaramente.

Il paesaggio del Grand Canyon, la vastità della visione, ti dà il magone. Sei lì e ti accorgi che la vita è bella e che vorresti vivere sempre, come ricordava Yukio Mishima. Che difatti, per non soggiacere a questo struggimento, se la toglie a soli 45 anni. Il Grand Canyon è un viluppo di rocce e nuvole che produce in me uno stato catatonico, “estatico 2.0”.

Il Grand Canyon è una gola sterminata creata dal fiume Colorado in Arizona settentrionale. È lungo 446 chilometri circa, profondo fino a 1.857 metri con una larghezza che varia dai 500 metri ai 29 chilometri. Per la maggior parte è incluso nel Parco nazionale del Grand Canyon, uno dei primi parchi nazionali degli Stati Uniti.

L’orogenesi ha determinato l’elevazione a centinaia di metri dei sedimenti, creando la zona degli Altipiani del Colorado. L’elevazione della regione provocò anche un aumento delle precipitazioni atmosferiche in tutto il bacino del fiume Colorado, non sufficienti però per impedirne il semi inaridimento. L’innalzamento dell’Altopiano del Colorado è irregolare: il confine settentrionale del Grand Canyon risulta più alto di circa 300 metri rispetto a quello meridionale.

Quasi due miliardi di anni della storia terrestre sono emersi alla luce grazie all’azione del fiume Colorado e dei suoi affluenti che nel corso di milioni di anni hanno modellato le rocce conferendo loro l’aspetto che incanta oggi.

Dopo esserci immersi in tanta bellezza, arriviamo a Phoenix, per una notte di sosta. Siamo in un villaggio turistico. La temperatura è terribile. Mi pare di scorgere fuori dalla mia stanza Belzebù in tutti i suoi ardori che mi strizza l’occhiolino. Rispondo: ridi perché non hai mai preso la metro a Roma nelle ore di punta in pieno luglio.

Passato il Moloch della cena di gruppo con tanto di spettacolino western, sono quelli i momenti in cui rimpiango la mia umile casa, ci si ritira in stanza dove, sperimentato ovunque, c’è sempre un piacevole dettaglio: una caraffa elettrica con vari tipi di caffè e tè che non mi faccio mancare mai a fine giornata.

Per riprendermi dalle fatiche relazionali e ripensare alle “infinità” esperite.

La mattina, alla solita alzataccia, direzione Monument Valley. Qui, apro una parentesi. All’università, diversi anni addietro, ho fatto diversi esami sugli indiani d’America. Ne ho sempre amato la cultura, i film, i fumetti. Amo e leggo ancora le storie di Zagor Te-Nay, lo spirito con la scure, il re di Darkwood e Tex Willer, Aquila della Notte per i suoi Navajo.

Finalmente i navajo li conosco nel mondo reale, siamo nel loro territorio, un’esperienza che non dimenticherò mai.

La Monument Valley è uno dei simboli degli Stati Uniti occidentali. La piana desertica è di origine fluviale e si trova al confine tra Utah e Arizona. La città più vicina è Kayenta, a una distanza di circa 70 chilometri.

La strada che conduce alla Monument Valley è altrettanto famosa, un percorso rettilineo in leggera discesa che ti porta dentro alla valle, in una avvolgente immersione.

La strada principale che porta alla Monument Valley è la Highway 163. Il territorio è prevalentemente pianeggiante, interrotto dalle guglie rosse, a causa dell’ossido di ferro, che vengono chiamate butte o mesas a seconda della conformazione e alla cui base si accumulano detriti di sabbia e pietre.

La zona è parte della Navajo Nation Reservation, dove ancora vive la tribù che conosceremo e con cui è possibile interagire con discrezione e attenzione. Ci troviamo in un Tribal Park con ingresso a pagamento. Gli indiani gestiscono tutte le attività all’interno della valle, compreso il discusso e costoso View Hotel, inaugurato nel 2009 e costruito sul posto dell’essenziale campeggio che esisteva da 40 anni.

Lì e al vicino Visitor Center si possono contrattare le escursioni in jeep, che è possibile in una certa misura effettuare con il proprio veicolo, e si trovano una discreta quantità di bancarelle sulle quali i Navajo vendono gli oggetti di loro produzione, in particolare gioielli.

Al Monument Valley Visitor Center è possibile scegliere di visitare la vallata con una guida Navajo a cavallo della durata di 4 ore circa oppure in macchina della durata di 2 ore.

Noi partiamo in jeep. Alla guida un magnifico indiano che sembra il possente Vento nei capelli di Balla coi lupi. Parla poco e scruta l’orizzonte. Chissà cosa pensa di questi ridanciani turisti italiani che non stanno zitti un attimo.

Si pranza in pieno deserto con le rocce a fare da sfondo. Ma questa volta non è il desktop del pc. Siamo dentro la storia, siamo protagonisti dell’avventura. Mangiamo le tortillas preparate dai navajo, una via di mezzo tra il pane naan Indiano e la tortillas Mexicana. Guarnite a piacimento, queste focacce sono buonissime. Soprattutto se il companatico è l’attimo di vita che scintilla tra le mani.

La sera si dorme a Lake Powell. Apprezzerò particolarmente questa sosta. Si cena svincolati dal gruppo e assisto, camminando sulle rive del lago, ad uno dei tramonti più belli della mia vita, un fuoco esistenziale che continua a riscaldarmi ancora.

Lake Powell è un bacino artificiale che si estende per circa 300 chilometri che si trova all’interno della Glen Canyon National Recreation Area, meta ideale per escursioni di raro fascino.

Il giorno dopo, noi ne sperimentiamo una davvero da ripetere. La maggioranza del gruppo opta per il giro in Piper sul Grand Canyon, noi scegliamo di salire in elicottero sul Tower Butte.

Il costo è più adatto alle tasche di una pensione d’oro che non alle nostre, circa 300 dollari, ma li vale tutti. Ti lasciano su questo promontorio di roccia per circa venti minuti e te la cammini su questa piccola area alla devastante altezza di circa 5000 piedi.

Che dire? Definirla vista totale è riduttivo. Bisogna esserci per capire davvero. Per gli amanti della fotografia, un paradiso reale.

Scendiamo dall’elicottero e non parliamo per parecchio tempo, talmente intenso quello che abbiamo “esperito”. Pura catarsi.

Attraversando l’area del Glen Canyon, rimango affascinato dal Navajo Bridge, un ponte del 1927, lungo circa 255 metri posto ad un’altezza di 354.

L’ultima parte della giornata è dedicata alla visita dall’alto delle curve del Colorado, il fiume che è la storia del West, che ha disegnato le rocce realizzando in certi punti le caratteristiche insenature a forma di cavallo. Arrivi al punto più alto di questa zona, dopo una breve camminata in un deserto ricolmo dei caratteristici cespugli, quelli che rotolano col vento caldo.

Sembra la scena finale del bellissimo Thelma e Louise che molti credono sia stato girato proprio qui, in realtà è Dead Horse Point State Park.

La storia del Colorado River è un simbolo identitari fondamentale per gli Stati Uniti. Il suo bacino è stato abitato per almeno 8.000 anni, gli ultimi sono stati i nostri amici navajo. Il bacino del Colorado è diventato il cuore della conquista del deserto, e il governo ha speso 4,4 miliardi di dollari per costruire un sistema di canali chiamato Central Arizona Project, che porta la sua acqua a decine di chilometri di distanza.

È servita a far prosperare città come Phoenix, ma soprattutto ad alimentare un’attività agricola che ha fatto seppuku. Infatti, realizzando piantagioni di cotone, sei volte più assetate della lattuga, le riserve sono state prosciugate. Dispiace sapere insomma che il fiume simbolo della storia americana stia morendo di siccità tra riscaldamento globale e pompaggi impossibili.

La prima parte di questo reportage si conclude qui. Mi sembra di avervi annoiato abbastanza. Se avrete la forza di leggermi e di rileggermi, nella prossima seconda e ultima puntata vi racconterò delle bellezze del Bryce Canyon, di Las Vegas, della Death valley, di Zabriskje Point, del lago salato, di Calico, di Yosemite per arrivare sino a San Francisco.

Contraddittoria America, affascinante America.