La vera sfida

La vera sfida è rimanere di buonumore. Non apparire,  o “fottere” con l’aria pur di avere attenzione. No. La vera sfida è avere fiducia, continuare ad avere una smorfia sul viso.

Un sorriso accennato. Senza disprezzo, né smanie di superiorità. Anche il “riccastrismo” finirà. E’ una legge. Matematica e non. Dimentica Heidegger e il suo “Essere per la morte”  chi si insuperbisce .

Si possiedono fortune. Tocca accorgersene. Esci la mattina. I primi freddi. Un vento di tramontana scuote i tuoi pensieri che rimbombano. Li deglutisco. Dalla calotta cranica passano in un attimo al pericardio.

Mi alzo, un caffé, la vita fluisce. In mezzo al caos e all’orrore. Ma lei c’è. La vita. Presente. Accanto. La notte, il giorno, una vecchia amica. La possiedo e la attraverso. E’ una fortuna.

Me ne accorgo. I passi lungo il perimetro cittadino si fanno lievi. Cammino, un caffé, poi un altro.

La gente, il telefono, le automobili. Certo, preferirei essere in montagna, o forse al mare. Ma sono con lei, la vita, e tanto basta.

Penso a quale mostra potrei visitare, a quale villa poter andare, dove poter camminare. Di sabato o di domenica. Penso anche a tanta gente. Comincia a far freddo.

Molti dormiranno in strada, molti sono intenti a rigirarsi nei letti d’ospedale, intenti a fissare il soffitto, in una prosa sulla loro sorte, altri a combattere. Col dolore e con la fatica. O a cercare lavoro, a fuggire da chissà dove.

Cammino. Immerso in alcuni rivoli di pensiero che traghettano le mie ossa intessute di respiro da una parte all’altra del mio mondo. La mia città, sporca, degradata, una puttana finita in disgrazia ma nei cui occhi brilla ancora il fasto di una gioventù tramutata in eternità.

Nonostante lo scherno. E’ la sofferenza che imprime il calco della dignità. Una puttana, un emarginato, un qualsiasi combattente per la vita è un autentico re.

Ne vedo molti di questi re. Alcuni mi ricordano i soldati sporchi e laceri della Prima guerra mondiale il cui anniversario della vittoria (mutilata) ricorre tra pochi giorni.

Cammino e penso anche alla Grande Guerra, allo straordinario film di Mario Monicelli. Penso ai ragazzi del 1899, al freddo, alla pioggia, al caldo in estate, nelle trincee, penso alla fame, alla sporcizia, ai generali, codardi, alle famiglie che aspettavano il ritorno di questi ragazzi. Mi prende lo struggimento.

Vorrei abbracciarli tutti, andare al Milite Ignoto e non assumere la faccia composta di chi non gliene frega nulla. Solo facciata.  Semplicemente ballare con loro. Come facevano appena trovavano un po’ di divertimento. Nei momenti di tregua.

Dovremmo imparare ad apprezzarli questi momenti di tregua, nella guerra che è la vita.

Sono i pochi momenti in cui ritrovo l’orgoglio di sentirmi italiano, di vedere il tricolore e di esserne fiero. Non per cialtronismo calcistico né per untuosità istituzionale.

Penso all’Osteria Zanin, l’ultimo baluardo mentre gli austriaci erano a 40 chilometri da Venezia, penso ai fuochi delle bombe nella notte, penso a Bordin, a Jacovacci e Busacca che muoiono da eroi, per non rivelare “dove essere ponte di barche”.

Penso alla scena, ad inizio film, dove i soldati stanno per partire per il fronte. Si ride, si scherza, Sordi e Gassman stanno litigando. Non c’è ancora consapevolezza di cosa sarà la guerra.

Accanto al treno in partenza, arriva quello bianco della croce rossa, con morti e feriti. Cala il silenzio. Improvviso, catartico, rivelatore.

Film così non se ne fanno più.

E’ l’Italia che è cambiata. Roma è più suburra, meno vitale. Eppure siamo noi, col nostro cammino che possiamo scegliere. Se essere testimonianza di una memoria tragica, di tutte le tragedie del mondo e ritrovare l’orgoglio si.

Ma soprattutto la forza di lottare e la gioia di capire le infinite possibilità della vita.

Che a molti di quei soldati, a molti altri del passato, a molti altri oggi, in molte parti del mondo, non viene concessa. Perché semplicemente non possono sottrarsi al loro destino.

Mi viene in mente la giovane e bella Asia Ramazan Antar, morta a 22 anni, combattendo nel nord della Siria con le milizie femminili curde Ypj, Yekîneyên Parastina Jin, Unità di protezione delle donne, in opposizione allo Stato Islamico.

Le ho dedicato una poesia Immortale sorriso. La trovate in questo spazio.

Ecco, ci vuole un sorriso immortale sorriso.

Per continuare a camminare ed essere autentici. “Diversamente sensibili” per salutare il giorno, consapevoli del mondo e della vita.

Se incontrate i combattenti della sofferenza, i re della suburra, i reietti dal “riccastrismo”, fategli un sorriso.

Farà bene a loro e porterà consapevolezza.

Che dopo tutto, ogni giorno è un altro giorno. Ed è già infinito. Di esserci, resistere e poter fare tante, ma tante cose. E non disperare mai.

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8 pensieri su “La vera sfida

    • Sono io di cuore che ringrazio te e ti faccio i complimenti per le tue bellissime fotografie e per la sensibilità che mostri di avere. Anche io sento che la tua “visione del mondo” è molto affine alla mia, lo “percepisco”. E mi onora come mi onora saperti nipote di uno di quei meravigliosi ragazzi del 1899 che sono loro che hanno fatto questo paese e che mi danno ancora l’orgoglio di sentirmi italiano. Ci hanno lasciato un tesoro e un vero tesoro è sapere che ci sono ragazzi come te che sanno custodirlo e portarlo avanti. Ogni volta che vedo il film di Monicelli è una “sciabolata” all’anima. Grazie ancora della tua attenzione e sono felice di seguirti. Un abbraccio grande e buona giornata

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