Nuova resistenza

Non è questione di ostilità. Sarebbe come dire sempre si.

Equivarrebbe a puntare sempre i piedi. Ovvero non costruire ma distruggere come una rivolta impotente.

Riuscire a districarsi nel ginepraio dei condizionamenti e del “serpente globale” e mercato, è sempre più difficile.

Riuscirci è la vera sfida. Coltivare uno “stile ostile”, “non conforme” alla falsità dell’irreale, del “va tutto bene” mi pare fondamentale.
Così come riuscire a trovare il proprio bene, dentro e fuori di sé.

Il banalmente gioire è funzionale al sistema che ti avvelena il sangue raccontando storielle, talvolta anche divertenti. Ma il fine è sempre il medesimo: realizzare l’eclissi del pensiero del caos della libido, tanto per citare l’aspetto più scontato.
Come asserito da Hannah Arendt, “la società di massa non vuole cultura ma intrattenimento”.

Continuo a credere che, nonostante il desiderio di svuotarlo l’uomo allo scopo di farne un consumatore distratto, egli sia ancora capace di qualche lampo di luce, di genio, di qualche aspirazione alla libertà.

Mi torna in mente lo scritto di Ennio Flaiano dal titolo emblematico Filosofia del rifiuto.
Leggiamolo:
Agire come Bartleby lo scrivano. Preferire sempre dire no. Non rispondere a inchieste, rifiutare interviste, non firmare manifesti, perché tutto viene utilizzato contro di te, in una società che è chiaramente contro la libertà dell’individuo e favorisce perciò il malgoverno, la malavita, la mafia, la camorra, la partitocrazia, che ostacola la ricerca scientifica, la cultura, una sana vita universitaria, dominata dalla burocrazia, dalla polizia, dalla ricerca della menzogna, dalla tribù, dagli stregoni della tribù, dagli arruffoni, dai meridionali scalatori, dai settentrionali discesisti, dai centrali centripeti, dalla Chiesa, dai servi, dai miserabili, dagli avidi di potere a qualsiasi livello, dai convertiti, dagli invertiti, dai reduci, dai mutilati, dagli elettrici, dai gasisti, dagli studenti bocciati, dai pornografi, dai poligrafi, truffatori, mistificatori, autori ed editori. Rifutarsi, ma senza specificare la ragione del tuo rifiuto, perché anche questa verrebbe distorta, annessa, utilizzata. Rispondere: No. Non cedere alle lusighe della televisione. Non farti crescere i capelli, perché questo segno esterno ti classifica e la tua azione può essere neutralizzata in base a questo segno. Non cantare perché le tue canzoni piacciono e vengono annesse. Non preferire l’amore alla guerra perché anche l’amore è un invito alla lotta. Non preferire niente. Non adunarti con quelli che la pensano come te. Migliaia di no isolati sono più efficaci di milioni di no di gruppo. Ogni gruppo può essere colpito, annesso, utilizzato, strumentalizzato. Alle urne metti la tua scheda bianca sulla qale avrai scritto: No. Sarà il modo segreto di contarci. Un no deve salire dal profondo e spaventare quelli del si. I quali si chiederanno che cosa non viene apprezzato nel loro ottimismo”.

Col consueto piglio polemico Ennio Flaiano, nel suo Diario degli Errori, uscito nel 1976, dice no.

Forse, allora, quelli del si, quelli  della ripresa economica, del job act, del lavoro che cresce, del problema accoglienza e immigrazione che non esistono, quelli che se la cantano e se la suonano, forse, proprio a questi qui, bisogna cominciare a dire no, a fare barriera, a sbugiardare la finzione, cercando la realtà. A dire no.

Prendere consapevolezza. Per godere del buono e dire no al cattivo. Soprattutto a livello etico.
Svelando bellezza e smascherando l’orrore.

La buona battaglia. Come ricorda Nietzsche: “Formula della mia felicità: un si, un no, una meta da raggiungere”.

Cominciamo a dire no allora, allo sfruttamento, al piacere banale, a quello fondato sulla sofferenza altrui, alle rate, ai mutui, al danaro in prestito, al superfluo.
Diciamo no al mostro tentacolare del mercato e alla dittatura dell’illusione e dell’irreale. Da individuare e da boicottare.

Ecco il senso della vita. C’è bellezza lì fuori, c’è gioia, c’è fermento.

Facendosi coscienti, assumendo una autentica indipendenza da tutto ciò che ostacola il pulsare del reale per fare del vivere uno spugnoso detrito.
La vita vera, quella su cui immolarsi di felicità, non è mera quiete, né euforia calcistica, né evasione lenitiva.
E’ lotta in un processo di chiarificazione.
Per trovare un elevato senso di sé che porti il nostro cuore a volare in alto.

Contenti di quello che siamo. Non fintamente ilari di fronte al’essere che ci hanno imposto in salsa melliflua.
Il mondo è questo, è vero. Possiamo gustarlo in ogni istante.
E soprattutto possiamo agire.
Facendo in modo che ciò su cui nulla possiamo, nulla possa su di noi.

Consapevolezza e nuova resistenza.
Ognuno scelga di incidere sulla realtà, incidenso se stesso.

Interrogando, in silenzio, la propria coscienza.
E, se possibile, respirare un pò di libertà.

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