Ringraziare Totò, ringraziare tutti

Ringraziare Totò. E non solo.

Potrebbe essere il titolo di un film, di un articolo, di un ampio documentario su quello che non riesco nemmeno a definire semplicemente un attore. In realtà, a Totò io voglio davvero dire grazie perché in un momento complesso della mia vita mi è stato di aiuto. Da lontano, da altri mondi forse ma, ne sono certo,l Totò mi ha aiutato.

Da una vita cerco di scrivere, da una vita sono precario. Fare il giornalista o provare ad esercitare una minima attività artistica e intellettuale in un paese di merda come il nostro, perdonatemi l’eleganza del francesismo, è praticamente impossibile. Sia per colpa di imprenditori furfanti che credono che ogni attività artistica non vada remunerata, sia perché c’è anche chi si culla in un sogno e spesso, troppe volte, accetta di scrivere gratis.

L’ho fatto anch’io, non lo faccio più.

Ora, il problema è un altro. Ho perso il lavoro circa un anno fa perché la casa editrice dove ho lavorato per 12 anni, dopo anni di precariato al quotidiano Il Tempo, ha chiuso. Badate bene. Non ha chiuso perché si è immolata sugli altari della correttezza e del lavoro rispettando i suoi dipendenti. Ha chiuso perché dopo tre fallimenti e di stipendi non pagati, non è stata più capace di fare giornali perché i suoi pochi dipendenti, noi, ci siamo fermati e abbiamo detto basta. La cosa paradossale in questo paese è che molte volte i licenziati sono i cattivi perché si oppongono al licenziamento e i furfanti che non pagano si sentono vittime. Nonostante orari, vessazioni, sfruttamenti e speculazioni. Ma qui il discorso sarebbe ampio e complesso. Per tornare a noi, una volta licenziato, mi sono imbarcato nel dare seguito al quel praticantato da ricongiungimento per riuscire a fare l’esame da giornalista professionista iniziato quando lavoravo. Avrei potuto abbandonare ma mi sono detto: anche se abbiamo i problemi che abbiamo, io provo a sostenere il sospirato esame.

Se non ci fosse stato il praticantato da ricongiungimento, non avrei mai potuto fare l’esame. Perché? Perché guadagnavo troppo poco e i famigerati contratti co.co.co. non bastavano a farti essere un praticante. Nonostante anni di professionismo e di lotta sul campo e, soprattutto, sulle spalle. Andiamo avanti. A settembre veniamo licenziati, a ottobre faccio l’esame. Le sensazioni all’uscita della prova sono pessime. So di aver fatto un brutto esame. In primis perché mi sono buttato a fare un tema di cronaca che non è il mio settore e poi perché la mia testa è altrove. A novembre arrivano i risultati. Bocciato, non vado nemmeno agli orali. Delusione tremenda ma obiettivamente sentenza giusta. Rileggo il tema, faccio gli applausi alla commissione. Non abbiamo bisogno di giornalisti che scrivono in quel modo anche se si tratta di me. Di pessimi scribacchini ne abbiamo già tanti. Decido a caldo: basta tentare di fare l’esame, devo lavorare. Pazienza, rimarrò pubblicista tutta la vita. Anche se sono professionista da anni perché di questa professione, male, malamente, però ho sempre vissuto.

Ma poi, smaltita la sbornia della cocente sconfitta, prendo la decisione: ritento l’esame. Si stancheranno a vedermi e mi daranno l’ambito titolo di professionista.

Sono mesi di studio “intenso e disperatissimo” per citare un nostro vecchio amico. Le difficoltà non mancano. L’esame è ad aprile, lo scritto, il 19. Il 15 perdo il mio amore. Mi fa compagnia da 15 anni, il mio adorato gatto di nome Gastone. Pochi giorni prima dell’esame. Come sono fatto io, mi concedo tre giorni di dolore lancinante e poi reagisco.

Ho il cuore straziato ma rileggo Nietzsche che leggevo a 20 anni: ciò che non mi distrugge, mi rende più forte. Comincio a stare meglio la mattina che, a piedi, a distanza di circa 5 chilometri da casa mia, vado a piedi all’Ergife a sostenere lo scritto per la seconda volta. Cammino e sento di avere Gastone accanto a me. Fa freddo, vento di tramontana gelido che sembra portare via la mia disperazione. Arrivo e lo scenario è il solito. Caos e agitazione. Ma stavolta c’è qualcosa di diverso nell’aria. La sala dove alloggiano i computer è meno aula bunker da 41 Bis, le persone sono più simpatiche. C’è solidarietà, si parla, si stringe l’amicizia veloce, quella di un giorno in cui si è uniti dalla stessa sorte. Rivedi tanta gente che è lì per il secondo tentativo, qualcuno è anche al terzo. Io stavolta, al secondo, spero di farcela, almeno di arrivare agli orali. Dipende dalla traccia più importante che uscirà, per la sintesi e le domande, sono preparato. Di una cosa sono sicuro: non farò la cronaca. Nella traccia di cronaca ci sono i lanci di agenzia che per molti rappresentano un’ancora di salvezza ed è uno sbaglio. Sia perché la commissione lo sa, sia perché scrivere di cronaca non è facile come sembra. Anzi, ci vuole una tecnica precisa. E non è la mia. L’ho capito.

Arriviamo alla lettura delle tracce e qui ci avviciniamo al significato del ringraziamento al mio amato Totò. Penso e dico ad alcuni improvvisati amici: magari uscisse il tema su Totò, al cinquantenario della morte. Nello stato di ipnotico della lettura delle tracce da parte della commissione, a metà lettura, sento: Totò, a cinquant’anni dalla morte. Ho quasi voglia di fare uno di quei gesti di esultanza calcistica che ho da sempre in uggia. Sono felice. Non solo ce la posso fare ma posso dare tutto me stesso nello scrivere di Totò che mi ha fatto compagnia tante volte, che sintetizza le giornate serene della mia infanzia. Quella al cinema con mio padre la domenica e poi la sera pizza e supplì. Ripenso a mio padre che imita Totò e sorrido. Mentre scrivo del principe De Curtis, un magistrato, un pezzo da novanta, una donna che non so se mai leggerà il mio post ma che desidero ringraziare per la sua sensibilità, si ferma dietro di me e dice: bellissimo ciò che stai scrivendo. Ve la faccio breve, ci provo. Finisco i temi e le domande, esco, dopo aver salutato i compagni d’avventura, rifaccio la strada del ritorno. Stessa tramontana, stessa sensazione di fiducia, stessa accettazione della disperazione. Gastone è con me nonostante abbia voltato l’angolo e io non possa riuscire a vederlo. Solo sentirlo. Poi passano i giorni e aspetto i risultati dello scritto. Intanto studio anche se ancora non conosco l’esito dello scritto. Che arriva, puntuale, dopo circa un mese.

Stavolta ce l’ho fatta. Scritto superato, accedo agli orali. Non è ancora finita. Totò mi ha aiutato, la mia passione per la sua straordinaria arte mi ha innalzato quasi al massimo dei voti: 54, con una commissione che non regala nulla. Studio e preparo la tesi, altro nodo da sciogliere su cui la commissione è particolarmente esigente. Arrivo al giorno dell’orale, a inizi luglio, e mi avvalgo dei miei consueti riti. Quelli che mi rilassano e danno sicurezza. Esco di casa e mi dirigo a piedi in via Sommacampagna, mattina presto, stavolta i chilometri da percorrere sono circa 8. L’emozione è tanta, la paura anche, non temo ad ammetterlo. Mi siedo e la commissione mi fa i complimenti per la tesi, argomento interessante, scritta molto bene, dicono. Domande, tante, qualcuna la so, qualcuna mi aiutano e la sfango. Idoneo, evviva, ieri arrivano i verbali. Promossi il cinquanta per cento, uno su due.

Scrivo questo post, non solo per ringraziare Totò ma per lanciare un invito a chiunque debba affrontare una prova e nella vita sono tante. Rialzarsi sempre, mai abbattersi, farsi abbracciare dalla disperazione e poi reagire. Si assaporano vittorie ancora più belle, in tutti i campi, si annienta la delusione con l’autostima. Perché farcela è una cosa, rinunciare è un’altra. E l’inconscio lo sa e ci martella. Certo, molte cose non cambiano. Sono giornalista professionista e volevo esserlo da tanti anni. Non ho avuto mai la fortuna di un contratto vero. Un po’ per errori che attribuisco a me, un po’ perché il paese è cambiato e al lavoro non si dà il peso che i padri costituenti avevano in mente scrivendo la nostra Costituzione.

Sono giornalista professionista ma il lavoro ancora lo stiamo creando. Io e il mio collega di tante battaglie, Luca. L’unico con cui lavoro bene, che in tanti anni di “trincea” è diventato un amico. Insieme a mia moglie, punto di riferimento con la sua praticità, di tante altre battaglie. Siamo noi tre, ora. Siamo noi tre, ora. Pochi ma buoni. Noi, irriducibili. Gli altri, per la propria strada. A chiacchierare e ad offendersi. Che la vita si fa più facile. Che non a confrontarsi e a dialogare.

Siamo rimasti noi, dicevo, a tentare il lavoro. Da soli, trasformando la nostra agenzia di comunicazione in casa editrice e editing. Continuando ad essere anche agenzia di comunicazione. Perché più si lavora e meglio è. Poi vi racconterò bene: delle riviste che pubblicheremo a breve on line e anche cartacee su richiesta. Una viene dal titolo della mia tesi che tanto interesse ha riscontrato all’esame, l’altra dallo stesso argomento ma trattato in maniera differente. E poi ancora tanti altri tentativi. Magari per provare a essere giornalisti migliori ma soprattutto editori diversi. Più appassionati. Dei lettori, del proprio lavoro, di una vita di tentativi. Rialzarsi sempre e credere. Di farcela. Finché non sei stesso, puoi ancora combattere.

Grazie Totò, grazie a Luca e a mia moglie, grazie ad Antonio, grazie agli amici vaganti nei giorni di esame, grazie alla commissione, grazie alla vita che mi aiuta a crescere anche quando sembra volermi tramortire. E alla fine, un po’, grazie anche a me.

Vintage typewriter and old books

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5 pensieri su “Ringraziare Totò, ringraziare tutti

  1. Una bella storia di resilienza, di coraggio e forza d’animo, ancora più significativa perché vera. Mi ha fatto bene leggerti. Anch’io devo imparare a reagire meglio alle circostanze avverse, a non perdere fiducia nella vita e nelle risorse personali. Ti auguro di raggiungere altri ambiti traguardi e di arrivarci, questa volta, con animo più sereno e leggero. E sempre con il prezioso sostegno delle persone che ami. Dicendolo a te, è un po’ come se lo dicessi anche a me stessa 😉

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    • Grazie cara Alessandra. Come sempre le tua parole arrivano dentro, percorrono vene di silenzio, sussurrando riflessioni. Ed è un onore per me leggerti e sapere di riuscire a farti un pò di bene con le mie parole. Come tu fai a me con le tue. Sempre. Un abbraccio grande grande e… rialzarsi sempre.

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  2. Cosa poter offrire a due anime che hanno attraversato la corrente della vita e son approdate su un’isola? Se fossi Nausicaa potrei alleviare i vostri dolori. Ma siccome sono Circe allora vi offro le mie opere, l’esclusiva che tutti vorrebbero, e non ci guadagneró nulla, perché cosí dev’esser fatto ed io lo faró. Appena mi rimetto vi mando la mia ultima fatica e spero che vi possa risollevare. Sono sicura che siete in gamba e meritate un riscatto. Il mio ome non é famoso, ancora per poco si spera, ma é l’unica mano che posso porgervi sperando di far cosa gradita. Un saluto da una sicula coi cabasisi 😁

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  3. Come sono felice che tu con la tua forza, la tua inestimabile voglia di lottare, abbia conquistato ciò che ti spetta, perché possiedi realmente l’arte meravigliosa della scrittura.
    Questo tuo scritto è un inno alla vita, alla profonda testimonianza di coraggio
    Sai, leggendo le tue bellissime parole ho rivisto le parole del grande Galileo:”L’uomo è artefice del proprio destino”
    Un caro saluto
    Adriana

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