Hygge, benessere vero

Hygge, benessere vero.
Di cosa stiamo parlando?

Tempo di viaggi, tempo di “sospensione” e di pausa dove provare a riflettere e fare dell’ubriacatura estiva, una “ricreazione” intelligente, un tentativo di ri-genesi, dando spazio al silenzio, ad un interiore benessere. Questo è hygge. Tacitare l’esterno, per dialogare con le voci “di dentro”, generando un’atmosfera di serenità e sentirci al posto giusto, nella quiete sull’inquieto, nella pace dell’inviolato inviolabile. Il viaggio non è solo la forzata transumanza generata dalla moda e dalla necessità, quella di non avere tempo e di partire tutti insieme. Il viaggio può essere altro rispetto ai capricci di Ananke. Può essere iperbole di sconfinate solitudini, metafora di una ricerca ossessiva di vastità in grado di riconciliarti col mondo. Alcune parole mi riportano al viaggio come io lo concepisco: nord, silenzio, calma interiore, cammino, benessere, natura. Il Grande Nord, Danimarca, Norvegia, Finlandia e ancora Islanda, Scozia, posti in cui non ambisci allo spaparanzo costumato per assistere all’allegria militante dell’eccitato bagnante. No, il Grande Nord è lo scarponcino che accarezza la terra e il k-way indossato come una divisa da ussaro in fibrillante bramosia di conquista. soprattutto di te stesso. Il Grande Nord è per molti il nuovo self-help dove ritrovarsi. Tra erba bagnata e altitudini di inenarrabile “lancinanza” dove il sole non muore mai per molti mesi. Non il sole sfacciato della calura “panica”. No, il sole tanto vicino e tanto distante, quasi centrifugato con l’ammorbidente, quello che ti si piazza addosso e riscalda sempre. Quel sole che taglia il buio come una lama, trasformando l’orizzonte in un sogno letterario.

JTB-E547-002420A

“Hygge” è probabilmente la parola che meglio rende questa atmosfera, l’incarnazione di un sogno diverso di relazionalità, col mondo e con gli altri. Il termine hygge è danese ma la parola ha un’origine norvegese. Si traduce in benessere e rimanda ad un’altra bellissima parola “hugge”, utilizzata nel Cinquecento, che significa abbracciare. Oppure al termine termine hycgan, pensare, riflettere. In poche parole, non abbiamo il cielo in una stanza. Qui si tratta di un mondo intero. Quello dell’Edda di Snorri. Erling Kagge è il primo uomo che raggiunge il Polo Sud in traversata solitaria, l’autore del volume, Il Silenzio (Einaudi). Alla felicità proposta dal Grande Nord, nonostante le statistiche siano sempre lì con la mano tesa a ricordarti notizie allegre, tipo quelle che in questi paesi annoveriamo il più alto tasso di suicidi d’Europa, sono dedicati vari volumi. Bertil Marklund è l’autore di “La guida scandinava per vivere 10 anni in più” (La Nave di Teseo), Lars Mitting scrive “Norvegian Wood” (Utet), volume sulla nobile arte del tagliare e accatastare la legna, l’attrice Marie Tourell Søderberg si diletta con la stesura di “Il metodo danese per vivere felici” (Newton Compton). Il volume più recente che se ne impipa delle statistiche e sberleffa pure un vecchio amico come Amleto, principe di Danimarca, noto mattacchione, lui e le sue fisime, è quello scritto da Meik Wiking, direttore dell’Happiness Research Institute di Copenaghen, mica un tronista qualunque. Il titolo è, appunto “Hygge” (Mondadori).

81ID9OWLZ7L

Al centro del volume, la felicità intesa come capacità di star bene con sé stessi e il silenzio, strumento concreto per donare alla vita autentica ricchezza. Il Nord ci insegna un mondo misterioso, un materialismo spirituale costituito da aedi della foresta,  palpitante di forze nascoste nella natura che giocano al travestimento “nelle apparenze del mondo che le manifesta”. Ludwig Wittgenstein scrive il suo Tractatus in una casetta su un fiordo, a Skjolden e racconta di una “quieta serietà”. Felicità, appunto, quella che sa guardare l’essenza delle cose tra res cogitans e res extensa. E’ la pace industriosa del Pranzo di Babette, mitico film, è hygge, “l’arte di creare intimità”, il “benessere dello spirito”. Wiking per darci la concretezza del termine racconta di un fine settimana con gli amici in Svezia. Tutto intorno, una spessa coltre di neve, un silenzio di fiaba. Gli amici tornano stanchi in casa e si siedono in semicerchio, intabarrati nei loro indumenti di lana, bevendo vin brulé mentre il fuoco crepita di una sensualità straordinaria, quella che solo gli dei conoscono e sperimentano per dare morsi alla noia. Uno di loro domanda: “Potrebbe esserci più hygge di così?”. “Manca solo una bufera”, risponde una ragazza. Tutti sono d’accordo.

Feet warming by fireplace

Nel libro si racconta anche della passione che i danesi hanno per le candele, altra grande possibilità esistenziale di “hyggità”. Hygge non è solo joie de vivre, è anche eunoia, quel termine che abbina eu, buono e bello, a noia, mente e pensiero. E’ la risultanza di un pensiero armonioso, apollineo dentro e apollineo fuori, capace di irraggiare benevolenza e serenità. Come ogni atmosfera realmente hygge.
Hygge, benessere vero.
Perché i nostri umori dipendono dalle atmosfere. Non un imperativo sociale, non una questione di immagine come vorrebbero farci credere, non il dovere di essere felici, concetto ambiguo che rischia di tramutarsi in una volontà di potenza a danno di tutte le cose. No, tendere all’hyggità è un’altra cosa. Né sballo, né amore libero, né “felicismo” con faccine sorridenti perennemente in svendita come  le tinozze da Lidl. E’ la qualità emotiva irradiata dagli ambienti e dalle cose, come sottolinea Tonino Graffero nel suo volume Atmosferologia (Laterza). Se pensiamo a certe situazioni zen, ad autori come Ideko Yamashita, Fumio Sasaki, Nagisa Tatsumi e soprattutto a Marie Kondo con la sua estetica del riordino, di cosa si parla? Della capacità di fare ordine per assaporare un benessere a portata di mano. Dall’esterno all’interno. Come risistemare la stanza, fare i piatti, accarezzare e pulire le piante, tagliare la legna o dormire, per il Dalai Lama, “la miglior forma di meditazione”. Per sottrarci al Grande Leviatano profetizzato da Ernst Junger nel Trattato del Ribelle, non dobbiamo solo farci “waldganger” e “passare al bosco”. Abbiamo bisogno di atmosfera, di Nord e di Oriente, di hygge e di “satori”, di vastità e di silenzi, di Platone e di Seneca. In articolo apparso sul quotidiano La Repubblica, Pierre Zaoui, docente di filosofia all’Università Paris VII Denis Diderot e autore del volume “L’arte di essere felici” (Il Saggiatore), scrive:  “La felicità moderna è immancabilmente destinata ad apparire un po’ sbiadita rispetto alle promesse di godimenti infiniti della fede e del mercato. Significa riconoscere che l’evanescenza della felicità rappresenta il suo limite costante ma anche l’aspetto più raffinato del suo fascino, come una poesia di Verlaine. E ciò, in ogni caso, ci proteggerà sempre sia dalla felicità falsa e smaccata che dai tristi godimenti dei nuovi cavalieri della fede”.
La hygge e la sua capacità di consegnarci alla bellezza intensa di un’atmosfera benevola, ci proteggeranno.
Ancora di più.

copenhagen-denmark

Il mio articolo scritto oggi per Green Planet Agency, http://www.greenplanetagency.com

Annunci

3 pensieri su “Hygge, benessere vero

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...