Non ci scassate il paperuolo

Senti, senti.

Che scassamento di peperoni, come ammoniva il mitico Tiberio Murgia su I soliti ignoti.

O anche, non ci scassate il paperuolo.

Non ci scassate il paperuolo. Poniamola così: con funzione non di accorato appello ma di polisemica frase che ciascuno di noi, a proprio gusto, può elargire in “caritatevole” funzione no-social.

La parola scientifica è di per sé definitoria, quella polisemica si presta a molteplici significati. Ebbene, vogliamo ragionare davvero sul polisemico affermarsi della frase “non ci scassate il paperuolo” che ognuno di noi potrebbe elargire con animo lieve al più meritevole?

Quanti sarebbero sacrosanti depositari di un meritocratico attestato di scassatori di paperuolo?

Siamo sopraffatti da moralisti a grappolo, narcisisti della predica, con il vizio dello scasso, tendenzialmente provocatori dello scazzo, integralisti dello scuotimento.

Ci siamo dibattuti per secoli tra guerre, inquisizioni, rivoluzioni, nella speranza di porre fine all’oscurantismo della storia e ci ritroviamo gli “scassinatori” che, posta fine a parecchie chiese, ci spappolano spesso con le loro conventicole, coi settarismi, però, privi di storia, tradizione, architettura, musica e verbo.

Non ho mai aspirato al mainstream della fine della chiesa come unica possibile libertà. I risultati sono evidenti: morta una chiesa, se ne sono fatte a migliaia, dominate da improbabili santoni con il sacerdozio facile.

Del potere personale e della castroneria. Ma non solo sulle cose sacre. Su qualsiasi cosa possa creare opposizione, divisione, “metterci l’un contro l’altro armati”, nei secoli dei secoli. Non il libero arbitrio per decidere a cosa credere e magari cercare unità, condivisione, comunione.

Fare opposizione a prescindere, senza chiedersi perché. Purché si scassi il paperuolo e si divida. Come se non fossimo già abbastanza divisi e in conflitto.

Tentazione ancestrale. La domanda sorge spontanea come qualcuno disse in una tv che assolveva alla sua missione: informare, intrattenere, educare.  Ha senso tutto questo?

Ha senso questo dogmatismo con finzione libertaria e paraculaggine libertina? Si dibatte e si litiga su: con chi andare a letto, con chi parlare, che cosa non mangiare, che cosa non bere, chi accogliere e chi no, quale paese visitare, chi votare, chi giudicare, chi condannare, chi liberare.

E fare questo e fare quello, non comprate, adottate, boicottate.

E’ l’ossessione del giudizio, quella si da evitare, quella paranoica fissazione di ritenersi convinti portatori sani di verità. Purché sia la propria. Caratteristica di ogni settarismo e di ogni chiesa.

Non bastava il potere a farci il paperuolo a fagiolini. No. Avevamo bisogno anche del proibizionismo degli invasati di qualsiasi parola possibile purché farne uno slogan. E continuare a percuoterci il paperuolo che assume, a questo punto valenza transnazionale, senza connotati sessuali, né di genere. Va bene per tutti. La morale è sempre la stessa.

Oltre alle complicanze della vita, aggiungerne altre, così, tanto per farcela ancora più facile. Ma questo è solo un aspetto del problema.

Sono inquieto per molti motivi. Mi torna in mente, in certe giornate, lo stigma migliore di un film eccellente: Io non sò amico de nessuno. Vorrei essere come Jeeg Robot, invincibile. E invece, mi assale l’inquietudine generata dal mondo e dai suoi orrori. Generata dal vuoto e dal bilico. E allora scrivo, urlo nel silenzio per trovare pace. E una risposta. All’orrore che se la ride. Dei fratelli, di ciò che abita, di chi non può difendersi.

A chi il mondo lo dà al martirio, lo crocifigge con le sue bellezze, a chi lo brucia perché brucia dentro, a chi è sconfitto e si trasforma.

In sociopatico, millantatore, folle, senza più sentimento. La banalità del male. E si ride, si violenta l’esistenza. Facendone lacrimosa essenza. A chi non sa quello che fa, perché?

E soprattutto, attenzione a parlare di libertà che si tratta di cosa seria.

I 75 ne sapevano qualcosa. E si sono preoccupati di dare voce a tutti più che di preoccuparsi di questa famigerata stabilità politica oggi tanto in voga, soprattutto tra quelli che una volta assisi sulla cadrega, non la mollano più.

“Libertà è soggezione a un ordine”, ammoniva Nicolas Gomez Davila. Nel disordine non c’è libertà ma schianto, stravolgimento. Può definirsi libertà il senso fragile di un’esistenza deprivata di uno scopo “alto”?

La libertà è non solo “partecipazione”. E’ cosa che ciascuno riesce a “stanare” in base alla sua dignità e a ciò che è in grado di diventare. Per una vita autentica e davvero consapevole.

Che senza scomodare Heidegger e il suo “essere per la morte”, libertà è ciò che davvero possiamo costruire, fortificando se stessi e facendo luce sulla realtà.

Il resto è, forse, molto illusorio, un lampo, un attimo di ebbrezza, un grido alla finestra ma pur sempre un miraggio che con la libertà ha poco a che fare. E con la vita, appunto, essere per la morte, ancora meno.

Ci vorrebbe altro. Che non c’è, perché dall’alto non c’è volontà. In mezzo ci siamo noi. Tra i santi e l’orrore, a sperare in un mondo migliore, più quieto, redento e quasi in pace.

Questo si che è un sogno, questa si che è un’illusione. Ma forse una speranza ancora. Di incontrarci tra noi e questo sogno realizzarlo, trascinando la follia del mondo a tramutarsi in estasi di liberazione.

Annunci