Crisalide di Eugenio Montale

Mi si confà la malinconica essenza di Eugenio Montale. Ogni poesia riesce a fare luce, fenomenologia piena su questo nostro umano percorso. Eugenio Montale è il ruggito dello struggimento nella bellezza fragile della consapevolezza del limite, è una carezza sulle piaghe del tempo. Anche quando affonda le mani nel suo scorrimento inesorabile. Ogni volta è il groppo in gola, la lacrima che scintilla di un bagliore che trapassa dal cristallo su cui si staglia il cammino della vita. Non riesco ogni volta a non amarlo Montale, a non rimpiangere che mi manca un certo essere, una determinata epoca in cui nessuno poteva essere Montale. Forse. Ma provare a cercare la sua mano, la sua parola, si. Ed era già testimonianza di tutto un mondo che Montale stesso vedeva tramontare prima di impelagarci in una stracciata felicità, “ingrommata” di sorrisi e perdite. Di quel tempo a cui lui ha saputo dare senso. E che valorizza, il mio di tempo, quando smetto di attraversare il flusso di molte cose inutili e mi distendo su pagine e struggimenti. Per questo vi propongo la meravigliosa Crisalide tratta dalla raccolta Ossi di Seppia, pubblicata per la prima volta nel 1925 dall’editore e amico Piero Gobetti. Il tono è negativo, esistenzialista, profondamente “palpitante”. Bellezza e consapevolezza. Di dare al tempo il valore che merita. E di concederlo a chi sa guardare a infiniti bagliori. Anche quando il sole tramonta per risorgere ad ogni possibile alba. Alla poesia ho abbinato un mio scatto effettuato a Ponza.

L’albero verdecupo
si stria di giallo tenero e s’ingromma.
Vibra nell’aria una pietà per l’avide
radici, per le tumide cortecce.
Son vostre queste piante
scarse che si rinnovano
all’alito d’Aprile, umide e liete.
Per me che vi contemplo da quest’ombra,
altro cespo riverdica, e voi siete.

Ogni attimo vi porta nuove fronde
e il suo sbigottimento avanza ogni altra
gioia fugace; viene a impetuose onde
la vita a questo estremo angolo d’orto.
Lo sguardo ora vi cade su le zolle;
una risacca di memorie giunge
al vostro cuore e quasi lo sommerge.
Lunge risuona un grido: ecco precipita
il tempo, spare con risucchi rapidi
tra i sassi, ogni ricordo è spento; ed io
dall’oscuro mio canto mi protendo
a codesto solare avvenimento.

Voi non pensate ciò che vi rapiva
come oggi, allora, il tacito compagno
che un meriggio lontano vi portava.
Siete voi la mia preda, che m’offrite
un’ora breve di tremore umano.
Perderne, non vorrei neppure un attimo:
è questa la mia parte, ogni altra è vana.
La mia ricchezza è questo sbattimento
che vi trapassa e il viso
in alto vi rivolge; questo lento
giro d’occhi che ormai sanno vedere.

Così va la certezza d’un momento
con uno sventolio di tende e di alberi
tra le case; ma l’ombra non dissolve
che vi reclama, opaca. M’apparite
allora, come me, nel limbo squallido
delle monche esistenze; e anche la vostra
rinascita è uno sterile segreto,
un prodigio fallito come tutti
quelli che ci fioriscono d’accanto.

E il flutto che si scopre oltre le sbarre
come ci parla a volte di salvezza;
come può sorgere agile
l’illusione, e sciogliere i suoi fumi.
Vanno a spire sul mare, ora si fondono
sull’orizzonte in foggia di golette.
Spicca una d’esse un volo senza rombo,
l’acque di piombo come alcione profugo
rade. Il sole s’immerge nelle nubi,
l’ora di febbre, trepida, si chiude.
Un glorioso affanno senza strepiti
ci batte in gola: nel meriggio afoso
spunta la barca di salvezza, è giunta:
vedila che sciaborda tra le secche,
esprime un suo burchiello che si volge
al docile frangente – e là ci attende.

Ah crisalide, com’è amara questa
tortura senza nome che ci volve
e ci porta lontani – e poi non restano
neppure le nostre orme sulla polvere;
e noi andremo innanzi senza smuovere
un sasso solo della gran muraglia;
e forse tutto è fisso, tutto è scritto,
e non vedremo sorgere per via
la libertà, il miracolo,
il fatto che non era necessario!

Nell’onda e nell’azzurro non è scia.
Sono mutati i segni della proda
dianzi raccolta come un dolce grembo.
Il silenzio ci chiude nel suo lembo
e le labbra non s’aprono per dire
il patto ch’io vorrei
stringere col destino: di scontare
la vostra gioia con la mia condanna.
È il voto che mi nasce ancora in petto,
poi finirà ogni moto. Penso allora
alle tacite offerte che sostengono
le case dei viventi; al cuore che abdica
perché rida un fanciullo inconsapevole;
al taglio netto che recide, al rogo
morente che s’avviva
d’un arido paletto, e ferve trepido.

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