La bellezza che fedele aspetta

Voglio augurarvi un buon risveglio e una buona serata con le parole di uno miei scrittori preferiti di cui vi ho già parlato e tante volte tornerò a farlo. Perché Christian Bobin merita più di un accenno. Merita di essere ascoltato in un totale silenzio. Va sorseggiato in disparte, per fare in modo che tutta la sua poesia trapassi e accarezzi l’anima in un sospiro infinito di vita e realtà. Questo brano è tratto da L’uomo del disastro, – l’angelo, l’infanzia e Antonin Artaud” (Animamundi Edizioni), un volume ispirato da Antonin Artaud e dedicato a lui, una contemplazione sulla forza dell’infanzia vista non come età, ma come stato dell’essere.

Vi segnalo anche, in particolar modo, la meritoria opera di questa casa editrice, capace di fare cultura “militante”, con grandissima fatica, in un mondo strozzato nei gorgoglii del mercato che pur di fare cassa, pubblica di tutto, come la televisione che puntualmente mostra il peggio invece di assolvere alla sua antica missione: informare, intrattenere, educare. Sul peggio stendo l’oblio, per fare di bellezza quotidiana apologia, divulgo Bobin. Ecco il brano:

“Un nuovo mondo sorgerà domani dalle acque aleggianti del sonno e tutto lo sforzo di vivere, vedere e sorridere sarà da riconquistare. La luce del mattino ferirà gli occhi. Dovremo di nuovo ritrovare il nostro corpo, andare verso ciò che, sin dal risveglio, ci viene incontro – donna, uomo, sogno o nuvola… La bellezza ci sta dinanzi, sin dall’alba. Desta prima di noi. Fedele, aspetta. Il suo respiro si irradia nel più esile silenzio, nell’aria intorno ai mandorli. Aspetta che si apra in noi la strada per la quale potrà giungere senza ferirsi. Aspetta per ore intere e il moto della sua attesa è quello del giorno che spunta, fiorisce, poi declina morendo ai nostri piedi, sconosciuto, trascurato. Ogni giorno così: qualcuno viene, ha tra le mani un coltello affilato di pioggia o un solo petalo di rosa, di quelli che lasciamo scivolare tra le pagine di un libro, più leggero dell’aria sul ventre dei passeri. La bellezza è una mendicante o una regina in cammino verso di noi, forse l’una e l’altra insieme… Senza retorica dice: con me, l’assoluto o il nulla”…

E ancora:

Come parlare ai matti, ai morti,

ai bambini, alle chimere?

Come parlarti? Lo ignoro.

Forse, per non mentire più,

raccontare una storia.

Una leggenda perchè si popoli

il sepolcro dei pensieri.

Una favola per addolcire la notte.

 

Leggiamo nell’introduzione di Andrés Neumann:

Christian Bobin ci propone di avviarci assieme a lui in un viaggio immobile, in una danza sulla musica silenziosa e misteriosa del nostro cuore e del nostro respiro, lui con la scrittura e noi con la lettura, in ambiti che conosciamo bene ma che raggiungiamo con molta difficoltà: la lentezza dell’infanzia, le sensazioni degli elementi sulla pelle: pioggia, sole e vento, le soglie che dividono abbondanza da scarsità, i vivi dai morti. Si possono allora aprire paesaggi di bellezza e inquietudine folgoranti. Ma prima di ogni altra cosa egli ci aiuta ad affinare la sensibilità all’ascolto (…) Un libro è un cuore che batte nel petto di qualcun altro, e quello di Christian Bobin finirà inevitabilmente per battere nel nostro (…) Parole dette nel totale silenzio della scrittura, e sentite nella solitudine della lettura, possono consentire una condivisione di rara potenza. Tutti abitiamo un luogo più profondo di quello che la società umana ci fa credere. Bobin e Artaud sono maestri nel ricordarcelo.

E nella postfazione di Caterina Piccione

Dove si toccano poesia e teatro, là si incontrano Bobin e Artaud. Sulla soglia dell’esperienza muta, dove si intrecciano urlo e sussurro.  Artaud urla l’impossibilità di tradurre i propri pensieri in parole. Bobin gli sussurra, piano, che è possibile. Bobin cerca di far parlare Artaud, trovando una voce per lui che sia in contatto con il mondo della vita. Lo vede vivere in un deserto, e gli porta acqua fresca. Per non allontanare la follia di Artaud in un ideale estetizzato, Bobin gli mette a disposizione il suo linguaggio, riuscendo a recuperare la missione che ha spinto Artaud lungo tutta la sua vita: il senso di una scrittura poetica come scrittura del corpo. 

Non mi rimane che dire: che sia sempre un augurio, di tanta, tanta bellezza. Se possibile, cercarla sempre.

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