Quando

Quando mi fissa un fiore,

o un impastato vento,

bevo stelle,

nell’abitacolo dei rampicanti.

Senza eccessi.

Però immagino.

E se ne vanno uncini e graffi,

nomi e assilli.

Come un cartoccio di paradiso

che disnebbia

le vele del silenzio, il roveto che sforbicia e, qualche volta,

dilania pure.

Non è diabolico un abisso,

o un buco troppo vuoto.

E’ quel grumo arrotolato

sulla chiglia delle speranze.

Si fa sera ogni volta,

ma talvolta è notte, notte fonda,

mentre aspetti

che dal calore di quei chicchi,

crepi e squarci una forza

di vegliante,

una sonda sui bastioni

che si faccia canto,

secco, potente,

di vita densa,

di gioia vera,

tra sillabate vene e nessuna increspatura.

 

castelluccio8-luglio2016

 

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L’arte intima della convivialità

Hygge è un termine nordico che riporta ad una idea di puro benessere, di interiorità soddisfatta, di pienezza che zampilla e solleva.

E’ arte della convivialità, quando l’intimità è capace di avvolgerci e realizzare un guscio, una sfera di cristallo, un baluardo protettivo di affetto e calore.

Abbiamo bisogno di autentica convivialità, di affetti sani, di antidoti allo stress, di veri sentimenti.

Come quando fuori piove e fa freddo. Un camino acceso, il fuoco che crepita e la compagnia giusta.

Ecco, tutto questo è Hygge.

Leggete l’articolo.

https://www.greenplanetedizioni.com/hygge-benessere-vero/

 

Non ci scassate il paperuolo

Senti, senti.

Che scassamento di peperoni, come ammoniva il mitico Tiberio Murgia su I soliti ignoti.

O anche, non ci scassate il paperuolo.

Non ci scassate il paperuolo. Poniamola così: con funzione non di accorato appello ma di polisemica frase che ciascuno di noi, a proprio gusto, può elargire in “caritatevole” funzione no-social.

La parola scientifica è di per sé definitoria, quella polisemica si presta a molteplici significati. Ebbene, vogliamo ragionare davvero sul polisemico affermarsi della frase “non ci scassate il paperuolo” che ognuno di noi potrebbe elargire con animo lieve al più meritevole?

Quanti sarebbero sacrosanti depositari di un meritocratico attestato di scassatori di paperuolo?

Siamo sopraffatti da moralisti a grappolo, narcisisti della predica, con il vizio dello scasso, tendenzialmente provocatori dello scazzo, integralisti dello scuotimento.

Ci siamo dibattuti per secoli tra guerre, inquisizioni, rivoluzioni, nella speranza di porre fine all’oscurantismo della storia e ci ritroviamo gli “scassinatori” che, posta fine a parecchie chiese, ci spappolano spesso con le loro conventicole, coi settarismi, però, privi di storia, tradizione, architettura, musica e verbo.

Non ho mai aspirato al mainstream della fine della chiesa come unica possibile libertà. I risultati sono evidenti: morta una chiesa, se ne sono fatte a migliaia, dominate da improbabili santoni con il sacerdozio facile.

Del potere personale e della castroneria. Ma non solo sulle cose sacre. Su qualsiasi cosa possa creare opposizione, divisione, “metterci l’un contro l’altro armati”, nei secoli dei secoli. Non il libero arbitrio per decidere a cosa credere e magari cercare unità, condivisione, comunione.

Fare opposizione a prescindere, senza chiedersi perché. Purché si scassi il paperuolo e si divida. Come se non fossimo già abbastanza divisi e in conflitto.

Tentazione ancestrale. La domanda sorge spontanea come qualcuno disse in una tv che assolveva alla sua missione: informare, intrattenere, educare.  Ha senso tutto questo?

Ha senso questo dogmatismo con finzione libertaria e paraculaggine libertina? Si dibatte e si litiga su: con chi andare a letto, con chi parlare, che cosa non mangiare, che cosa non bere, chi accogliere e chi no, quale paese visitare, chi votare, chi giudicare, chi condannare, chi liberare.

E fare questo e fare quello, non comprate, adottate, boicottate.

E’ l’ossessione del giudizio, quella si da evitare, quella paranoica fissazione di ritenersi convinti portatori sani di verità. Purché sia la propria. Caratteristica di ogni settarismo e di ogni chiesa.

Non bastava il potere a farci il paperuolo a fagiolini. No. Avevamo bisogno anche del proibizionismo degli invasati di qualsiasi parola possibile purché farne uno slogan. E continuare a percuoterci il paperuolo che assume, a questo punto valenza transnazionale, senza connotati sessuali, né di genere. Va bene per tutti. La morale è sempre la stessa.

Oltre alle complicanze della vita, aggiungerne altre, così, tanto per farcela ancora più facile. Ma questo è solo un aspetto del problema.

Sono inquieto per molti motivi. Mi torna in mente, in certe giornate, lo stigma migliore di un film eccellente: Io non sò amico de nessuno. Vorrei essere come Jeeg Robot, invincibile. E invece, mi assale l’inquietudine generata dal mondo e dai suoi orrori. Generata dal vuoto e dal bilico. E allora scrivo, urlo nel silenzio per trovare pace. E una risposta. All’orrore che se la ride. Dei fratelli, di ciò che abita, di chi non può difendersi.

A chi il mondo lo dà al martirio, lo crocifigge con le sue bellezze, a chi lo brucia perché brucia dentro, a chi è sconfitto e si trasforma.

In sociopatico, millantatore, folle, senza più sentimento. La banalità del male. E si ride, si violenta l’esistenza. Facendone lacrimosa essenza. A chi non sa quello che fa, perché?

E soprattutto, attenzione a parlare di libertà che si tratta di cosa seria.

I 75 ne sapevano qualcosa. E si sono preoccupati di dare voce a tutti più che di preoccuparsi di questa famigerata stabilità politica oggi tanto in voga, soprattutto tra quelli che una volta assisi sulla cadrega, non la mollano più.

“Libertà è soggezione a un ordine”, ammoniva Nicolas Gomez Davila. Nel disordine non c’è libertà ma schianto, stravolgimento. Può definirsi libertà il senso fragile di un’esistenza deprivata di uno scopo “alto”?

La libertà è non solo “partecipazione”. E’ cosa che ciascuno riesce a “stanare” in base alla sua dignità e a ciò che è in grado di diventare. Per una vita autentica e davvero consapevole.

Che senza scomodare Heidegger e il suo “essere per la morte”, libertà è ciò che davvero possiamo costruire, fortificando se stessi e facendo luce sulla realtà.

Il resto è, forse, molto illusorio, un lampo, un attimo di ebbrezza, un grido alla finestra ma pur sempre un miraggio che con la libertà ha poco a che fare. E con la vita, appunto, essere per la morte, ancora meno.

Ci vorrebbe altro. Che non c’è, perché dall’alto non c’è volontà. In mezzo ci siamo noi. Tra i santi e l’orrore, a sperare in un mondo migliore, più quieto, redento e quasi in pace.

Questo si che è un sogno, questa si che è un’illusione. Ma forse una speranza ancora. Di incontrarci tra noi e questo sogno realizzarlo, trascinando la follia del mondo a tramutarsi in estasi di liberazione.

Io sono

Io sono.

Che ho paura.

Molte volte e molte volte no.

Col guizzo della disperazione,

con l’assillo di cadere

e volare giù,

ingombro dei miei detriti,

incupiti,

con la grandine che sgronda,

ogni volta che dovrei star fermo.

Io.

Come cristallo

che mi incrino

se il vento scrive,

col suo pennino

sul mio cuore incartocciato,

sulla svampa

dei miei grumi

che fanno come i sistri,

suoni di catene o di scalpicciati petti.

Sono io,

tumefatto

dalle frange degli arbusti

e dai solchi della notte

che mi porto dentro

da bambino

su lenti scure

di lacrimose trame

e il mondo,

che non riesco a governare,

nelle paure che non so razionalizzare.

Avrei voluto

sembrare un dio,

un condottiero,

un’armata di forza e di virtù

ma forse

non sono altro

che un giglio in un fosso,

un singulto in un dirupo,

un impaurito uomo

che non dimentica

il bimbo che piangeva

quando rimaneva solo,

col sale sulla lingua

e un lucore in dormiveglia

a dire,

un po’ di luce,

in questa cavità.

 

Crisalide di Eugenio Montale

Mi si confà la malinconica essenza di Eugenio Montale.

Ogni poesia riesce a fare luce, fenomenologia piena su questo nostro umano percorso. Eugenio Montale è il ruggito dello struggimento nella bellezza fragile della consapevolezza del limite, è una carezza sulle piaghe del tempo.

Anche quando affonda le mani nel suo scorrimento inesorabile.

Ogni volta è il groppo in gola, la lacrima che scintilla di un bagliore che trapassa dal cristallo su cui si staglia il cammino della vita.

Non riesco ogni volta a non amarlo Montale, a non rimpiangere che mi manca un certo essere, una determinata epoca in cui nessuno poteva essere Montale. Forse.

Ma provare a cercare la sua mano, la sua parola, si.

Ed era già testimonianza di tutto un mondo che Montale stesso vedeva tramontare prima di impelagarci in una stracciata felicità, “ingrommata” di sorrisi e perdite. Di quel tempo a cui lui ha saputo dare senso.

E che valorizza, il mio di tempo, quando smetto di attraversare il flusso di molte cose inutili e mi distendo su pagine e struggimenti.

Per questo vi propongo la meravigliosa Crisalide tratta dalla raccolta Ossi di Seppia, pubblicata per la prima volta nel 1925 dall’editore e amico Piero Gobetti.

Il tono è negativo, esistenzialista, profondamente “palpitante”. Bellezza e consapevolezza.

Di dare al tempo il valore che merita. E di concederlo a chi sa guardare a infiniti bagliori.

Anche quando il sole tramonta per risorgere ad ogni possibile alba.

L’albero verdecupo
si stria di giallo tenero e s’ingromma.
Vibra nell’aria una pietà per l’avide
radici, per le tumide cortecce.
Son vostre queste piante
scarse che si rinnovano
all’alito d’Aprile, umide e liete.
Per me che vi contemplo da quest’ombra,
altro cespo riverdica, e voi siete.

Ogni attimo vi porta nuove fronde
e il suo sbigottimento avanza ogni altra
gioia fugace; viene a impetuose onde
la vita a questo estremo angolo d’orto.
Lo sguardo ora vi cade su le zolle;
una risacca di memorie giunge
al vostro cuore e quasi lo sommerge.
Lunge risuona un grido: ecco precipita
il tempo, spare con risucchi rapidi
tra i sassi, ogni ricordo è spento; ed io
dall’oscuro mio canto mi protendo
a codesto solare avvenimento.

Voi non pensate ciò che vi rapiva
come oggi, allora, il tacito compagno
che un meriggio lontano vi portava.
Siete voi la mia preda, che m’offrite
un’ora breve di tremore umano.
Perderne, non vorrei neppure un attimo:
è questa la mia parte, ogni altra è vana.
La mia ricchezza è questo sbattimento
che vi trapassa e il viso
in alto vi rivolge; questo lento
giro d’occhi che ormai sanno vedere.

Così va la certezza d’un momento
con uno sventolio di tende e di alberi
tra le case; ma l’ombra non dissolve
che vi reclama, opaca. M’apparite
allora, come me, nel limbo squallido
delle monche esistenze; e anche la vostra
rinascita è uno sterile segreto,
un prodigio fallito come tutti
quelli che ci fioriscono d’accanto.

E il flutto che si scopre oltre le sbarre
come ci parla a volte di salvezza;
come può sorgere agile
l’illusione, e sciogliere i suoi fumi.
Vanno a spire sul mare, ora si fondono
sull’orizzonte in foggia di golette.
Spicca una d’esse un volo senza rombo,
l’acque di piombo come alcione profugo
rade. Il sole s’immerge nelle nubi,
l’ora di febbre, trepida, si chiude.
Un glorioso affanno senza strepiti
ci batte in gola: nel meriggio afoso
spunta la barca di salvezza, è giunta:
vedila che sciaborda tra le secche,
esprime un suo burchiello che si volge
al docile frangente – e là ci attende.

Ah crisalide, com’è amara questa
tortura senza nome che ci volve
e ci porta lontani – e poi non restano
neppure le nostre orme sulla polvere;
e noi andremo innanzi senza smuovere
un sasso solo della gran muraglia;
e forse tutto è fisso, tutto è scritto,
e non vedremo sorgere per via
la libertà, il miracolo,
il fatto che non era necessario!

Nell’onda e nell’azzurro non è scia.
Sono mutati i segni della proda
dianzi raccolta come un dolce grembo.
Il silenzio ci chiude nel suo lembo
e le labbra non s’aprono per dire
il patto ch’io vorrei
stringere col destino: di scontare
la vostra gioia con la mia condanna.
È il voto che mi nasce ancora in petto,
poi finirà ogni moto. Penso allora
alle tacite offerte che sostengono
le case dei viventi; al cuore che abdica
perché rida un fanciullo inconsapevole;
al taglio netto che recide, al rogo
morente che s’avviva
d’un arido paletto, e ferve trepido.

Teologi muti

Ancora parole magiche, ancora Christian Bobin e la sua muta teologia:

 

“Un volto umano, credo di sapere cosa sia: una lettera da decifrare, portatrice di vita o di morte. Viene da lontano. Va stirata. Alcune parole mancano. Ma che cos’è un volto animale?

Ho cominciato i miei studi con i libri e li ho continuati con la lettura dei fiori e delle bestie. Negli occhi roteanti delle mucche ho visto uno stupore che perdona.

La commedia verde dei prati nasconde male il mattatoio e i suoi assassini dalle guance rosse. Nel blu dell’ala delle ghiandaie ho trovato la mia fortuna. I cavalli sono dei nobili di cui non parlo la lingua.

Gli animali sono dei teologi muti. I loro nervi sono le corde del cielo”.

 

 

Amore che salva

Ancora uno splendido esempio di cosa sia capace di fare l’amore, di cosa possa realizzare il sorgere di una commovente empatia tra uomini e animali.

L’articolo che ho scritto per Green Planet Edizioni racconta di una donna che sprofonda nel tunnel della depressione dopo essere rimasta su una sedia a rotelle a causa di un incidente.

Sam, questo il nome della donna, medita anche il suicidio.

A salvarla, sarà un incontro casuale: quello con una gazza ladra caduta dal nido.

L’amore reciproco salverà entrambe e porterà alla famiglia la gioia di una rinnovata vita.

Da questa vicenda è stato tratto il libro Penguin Bloom.

Ecco il link per leggere questa e altre appassionanti storie che raccontano di come la Pet Therapy abbia uno straordinario potere per fare il bene e salvare vite attraverso la vicinanza degli animali.

https://www.greenplanetedizioni.com/storie-damore-damicizia/

 

La bellezza che fedele aspetta

Voglio augurarvi un buon risveglio e una buona serata con le parole di uno miei scrittori preferiti di cui vi ho già parlato e tante volte tornerò a farlo. Perché Christian Bobin merita più di un accenno. Merita di essere ascoltato in un totale silenzio. Va sorseggiato in disparte, per fare in modo che tutta la sua poesia trapassi e accarezzi l’anima in un sospiro infinito di vita e realtà. Questo brano è tratto da L’uomo del disastro, – l’angelo, l’infanzia e Antonin Artaud” (Animamundi Edizioni), un volume ispirato da Antonin Artaud e dedicato a lui, una contemplazione sulla forza dell’infanzia vista non come età, ma come stato dell’essere.

Vi segnalo anche, in particolar modo, la meritoria opera di questa casa editrice, capace di fare cultura “militante”, con grandissima fatica, in un mondo strozzato nei gorgoglii del mercato che pur di fare cassa, pubblica di tutto, come la televisione che puntualmente mostra il peggio invece di assolvere alla sua antica missione: informare, intrattenere, educare. Sul peggio stendo l’oblio, per fare di bellezza quotidiana apologia, divulgo Bobin. Ecco il brano:

“Un nuovo mondo sorgerà domani dalle acque aleggianti del sonno e tutto lo sforzo di vivere, vedere e sorridere sarà da riconquistare. La luce del mattino ferirà gli occhi. Dovremo di nuovo ritrovare il nostro corpo, andare verso ciò che, sin dal risveglio, ci viene incontro – donna, uomo, sogno o nuvola… La bellezza ci sta dinanzi, sin dall’alba. Desta prima di noi. Fedele, aspetta. Il suo respiro si irradia nel più esile silenzio, nell’aria intorno ai mandorli. Aspetta che si apra in noi la strada per la quale potrà giungere senza ferirsi. Aspetta per ore intere e il moto della sua attesa è quello del giorno che spunta, fiorisce, poi declina morendo ai nostri piedi, sconosciuto, trascurato. Ogni giorno così: qualcuno viene, ha tra le mani un coltello affilato di pioggia o un solo petalo di rosa, di quelli che lasciamo scivolare tra le pagine di un libro, più leggero dell’aria sul ventre dei passeri. La bellezza è una mendicante o una regina in cammino verso di noi, forse l’una e l’altra insieme… Senza retorica dice: con me, l’assoluto o il nulla”…

E ancora:

Come parlare ai matti, ai morti,

ai bambini, alle chimere?

Come parlarti? Lo ignoro.

Forse, per non mentire più,

raccontare una storia.

Una leggenda perchè si popoli

il sepolcro dei pensieri.

Una favola per addolcire la notte.

 

Leggiamo nell’introduzione di Andrés Neumann:

Christian Bobin ci propone di avviarci assieme a lui in un viaggio immobile, in una danza sulla musica silenziosa e misteriosa del nostro cuore e del nostro respiro, lui con la scrittura e noi con la lettura, in ambiti che conosciamo bene ma che raggiungiamo con molta difficoltà: la lentezza dell’infanzia, le sensazioni degli elementi sulla pelle: pioggia, sole e vento, le soglie che dividono abbondanza da scarsità, i vivi dai morti. Si possono allora aprire paesaggi di bellezza e inquietudine folgoranti. Ma prima di ogni altra cosa egli ci aiuta ad affinare la sensibilità all’ascolto (…) Un libro è un cuore che batte nel petto di qualcun altro, e quello di Christian Bobin finirà inevitabilmente per battere nel nostro (…) Parole dette nel totale silenzio della scrittura, e sentite nella solitudine della lettura, possono consentire una condivisione di rara potenza. Tutti abitiamo un luogo più profondo di quello che la società umana ci fa credere. Bobin e Artaud sono maestri nel ricordarcelo.

E nella postfazione di Caterina Piccione

Dove si toccano poesia e teatro, là si incontrano Bobin e Artaud. Sulla soglia dell’esperienza muta, dove si intrecciano urlo e sussurro.  Artaud urla l’impossibilità di tradurre i propri pensieri in parole. Bobin gli sussurra, piano, che è possibile. Bobin cerca di far parlare Artaud, trovando una voce per lui che sia in contatto con il mondo della vita. Lo vede vivere in un deserto, e gli porta acqua fresca. Per non allontanare la follia di Artaud in un ideale estetizzato, Bobin gli mette a disposizione il suo linguaggio, riuscendo a recuperare la missione che ha spinto Artaud lungo tutta la sua vita: il senso di una scrittura poetica come scrittura del corpo. 

Non mi rimane che dire: che sia sempre un augurio, di tanta, tanta bellezza. Se possibile, cercarla sempre.

Generazione Agricoltura 4.0

Agricoltura 4.0: risorsa o futuro da disoccupati?

Fattorie intelligenti, stalle digitali, trattori che si guidano da soli, irrigazioni gestite al millimetro da satelliti e droni: è l’agricoltura di precisione, l’ipertecnologia applicata alla gestione della terra di fronte a cui la domanda è: meno fatica o meno occupazione?

Smart farming

L’avanzata dell’intelligence artificiale è inesorabile. Secondo un recente studio McKinsey, il 49 percento delle attività umane è soggetto a forme di automazione. Come a dire, 1.2 miliardi di posti di lavoro a rischio in tutto il mondo perché sostituibili dalle tecnologie. L’Agricoltura 4.0 sembra ormai decisiva. La figura professionale del tecnico superiore in Agromeccatronica può rappresentare una chiave di volta importante per migliorare la produttività delle aziende, in un mercato sempre più competitivo. Obiettivo: produrre di più, faticando meno.
Trasformare il contadino, in un manager alle prese con “app” di tutti i tipi, però, è davvero conveniente?
Il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina, intervenuto al convegno “Agricoltura, braccia rubate all’innovazione”, ha dichiarato: “Siamo al lavoro per raggiungere un obiettivo ambizioso: in cinque anni arrivare a essere leader dell’agricoltura di precisione in Europa, aumentando gli ettari lavorati con queste tecnologie, dall’1 al 10% della superficie coltivata in Italia”.

 

L’agricoltura è tra i protagonisti del piano Industria 4.0. Sono previsti investimenti sulle nuove tecnologie e sostegni economici a imprese agricole e contoterzisti. Vanno in questa direzione i 21 milioni di euro stanziati lo scorso anno per la ricerca in biotecnologie innovative. “Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia spaziale si inserisce con il digitale anche in agricoltura – ha spiegato l’amministratore delegato di Telespazio, Luigi Pasquali, nel corso dello stesso convegno – Un settore che negli ultimi 50 anni ha visto raddoppiare le rese produttive, garantendo una migliore qualità e sostenibilità ambientale dei prodotti”.

 

LE ULTIME TECNOLOGIE

Vediamo alcune tecnologie agricoltura 4.0, presentate al summit internazionale dell’innovazione Agrifood di Milano, Seeds&Chips che si è svolto a maggio.
SmartIsland, una società siciliana di Niscemi, ha realizzato Smart Farm, una piattaforma per la viticoltura che, tramite sensori, supporta l’agricoltore nella scelta delle migliori strategie per combattere le malattie, ottimizzare le rese e ridurre gli sprechi. Gli algoritmi di “deep learning” e di “vision computing” analizzano la situazione e suggeriscono il da farsi.
Un’altra startup italiana, 3Bee, ha inventato Hive-Tech, un dispositivo in grado di controllare gli alveari e la produzione del miele tramite dati registrati e trasmessi in cloud. Dagli Stati Uniti arrivano le idee di Basecamp Network, azienda che ha realizzato l’app IntelliScout, occhiali intelligenti che riescono a contare i chicchi di mais in una spiga e a identificare una malattia o un insetto pericoloso su una foglia. Anche i trattori sono sempre più automatizzati con sistemi centralizzati di analytics che selezionano i giorni più indicati per le operazioni da effettuare.

ESPERIMENTI IN ITALIA

La rivoluzione Agricoltura 4.0 è partita dal Nord America e dall’Australia anni fa. In Italia, un esempio concreto di questo nuovo modo di concepire il mondo agricolo, è rappresentato da Fabio Curto, allevatore trevigiano. Fabio gestisce i 320 bovini dell’azienda con uno smartphone. È il primo allevatore italiano ad aver totalmente robotizzato la sua mandria di vacche brune da latte.
Ha raccontato a Paolo G. Brera, inviato del quotidiano La Repubblica, in un articolo del 30 marzo 2017: “Due anni fa entravo in stalla alle cinque e prendevo il forcone; ora arrivo alle sette e accendo il computer. Il lavoro manuale lo fanno i robot, io mi occupo delle mansioni di concetto. Bel cambiamento, no?”.
Bel cambiamento sì. Tanto è vero che l’azienda di Fabio, tra gli elogi del Commissario europeo per l’agricoltura, Phil Hogan, è stata premiata dal Consiglio dei giovani agricoltori come miglior esempio dell’utilizzo di fondi europei abbinati all’innovazione.

La stalla “hi-tech” è costata 500 mila euro, 200 mila dei quali finanziati dal Psr del Veneto. Fabio prevede di rientrare dall’investimento in cinque anni. Il cuore del sistema si chiama Vector, un’attrezzatura intelligente che gira per la stalla e controlla le mangiatoie. Un altro robot carica il Vector con fieni, insilati, paglie e cereali. Quando il Vector è pronto, si accende una luce e le mucche, controllate dai robot tramite il collare che indossano, corrono a mangiare. Fabio definisce questo meccanismo il “circolo virtuoso del benessere” perché le vacche hanno a disposizione mangime sempre fresco e producono più latte. Su questo, per esserne certi, bisognerebbe intervistare le mucche e sapere cosa ne pensano veramente. Ma andiamo avanti.

A Cascina Baroncina, vicino Lodi, l’ente governativo per la ricerca in agricoltura, il Crea, ha realizzato un allevamento sperimentale dove, attraverso microfoni posizionati all’interno della stalla, i vitelli vengono monitorati per interventi immediati in caso di necessità.
Le tecnologie 4.0 ci conducono davvero ad un’agricoltura caratterizzata da risparmio, efficienza, qualità e sostenibilità? Per il ministro Martina “serve una nuova rivoluzione ecologica e digitale”. L’idea è fare dell’Italia un laboratorio a cielo aperto per la sperimentazione agricola “con l’obiettivo di rendere sostenibile al 100%, entro il 2030, l’intero comparto”.
Però, ad aprile, per salvare le viti minacciate dal gelo, gli agricoltori delle Zona del Collio si sono alzati alle 4 di notte e hanno acceso bidoncini di cera e falò all’interno delle vigne. Un tentativo estremo per salvare i germogli, come si faceva 40 anni fa.
L’agricoltura di precisione è, sicuramente, una risorsa ma qualche dubbio rimane. Di fronte alle visioni “apocalittiche” dell’automazione del lavoro, de Kerckhove, sociologo e allievo di McLuhan, rassicura: “comanderà sempre l’uomo ma deve tornare a scuola”.
Conoscere, per sapere cosa fare. Anche della tecnologia.

 

Ho presentato questo articolo-tesina al mio esame con cui oggi, superando gli orali, dopo tanti anni di gavetta, sono riuscito a diventare giornalista professionista. Ve la propongo per condividere con voi questa mia personale gioia, dopo averne pubblicato il contenuto sul sito della nostra agenzia di comunicazione http://www.greenplanetagency.com

 

Il mio percorso

Il mio percorso è lastricato

di speranza accese,

talvolta indomite, mai spente,

di amici in viaggio,

che non vedo più,

ma sento,

palpitare nella brina delle stelle.

Di amori,

è fatto il mio percorso,

di consolazioni e misericordie,

a tratti,

su squassate vite,

che fanno grucce

con le ossa e coi rimpianti.

Raccatto frane, sterpi

ma non mi scanno negli intoppi.

Ho imparato che dai rombi degli aculei,

trasformo il trascendente in cibo,

in canto,

in un radioso seme

depositato al caldo.

In attesa di nuove e sfolgoranti primavere.