L’estetica dell’azione

Yukio Mishima mi è sempre piaciuto. In alcune cose di più, in altre meno. Ma la sua estetica dell’azione, tipico tratto rituale della cultura giapponese, mi affascina. Come prendere il té, che adoro, con gesti che affondano il piacere del momento in un tentativo di dare ordine al “divenire”, al fluttuante che preme. Il té irrompe nel caos intimando quiete. Per il té bisogna dominare la fretta e farsi “convitati di pietra”. E’ un rito. Più della messa moderna che comunica poco, molto poco. Di Mishima, apprezzo la metafisica samurai, l’ascesi capace di fondersi con la sensibilità per generare i disincantanti tentacoli dell’irrazionalità.
“Se il sonno della ragione genera mostri”, Mishima se ne frega ed esprime se stesso e quello che è. Divorato dalla passione, dal demone che si porta dentro cui soggiace, amandolo in un amplesso eroico “antimondano”. E l’estetica rimane. Anche nella violenza dell’ultimo atto in cui si squarcia il ventre, facendo seppuku, il 25 novembre del 1970 per protestare contro la svendita dei valori tradizionali giapponesi all’America. E ancora non è la sTrumpalata America del 2017.
A 45 anni, assieme ai quattro più fidati membri del Tate no Kai, occupa l’ufficio del generale Mashita dell’esercito di autodifesa. Dal balcone dell’ufficio, di fronte a un migliaio di uomini del reggimento di fanteria, oltre che a giornali e televisioni, tiene il suo ultimo discorso:  “Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! È bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! È il Giappone! È il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo”.

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Si fa violenza, una violenza inutile perché rimarrà solo la testimonianza del gesto e sarebbe stato meglio averlo ancora come poeta, drammaturgo, saggista, regista e scrittore ma rimane elegante anche nella violenza perché, appunto, predilige il senso estetico dell’azione. Scrive: “Coloro che sono nati con il lieto auspicio degli dei, hanno il dovere di morire in bellezza, senza disperdere i doni ricevuti”.
Ripenso al principe Katsumoto del film L’Ultimo Samurai e alla raffinata interpretazione di Ken Watanabe e rivedo Yukio Mishima, paragonato spesso a D’Annunzio, ipnotico portatore di un bruciante magma che palpita dolcezza, passione, dolore, poesia, desiderio, elevazione, vita.
Rivedo Mishima nell’Ultimo Samurai, perché questo è stato e perché la frase “il fiore perfetto è una cosa rara. Se si trascorresse una vita a cercarlo non sarebbe una vita sprecata” poteva dirla lui, passeggiando tra i ciliegi in fiore, parlando con distacco e gesti lenti, cadenzati, rituali.

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Solo un esteta come lui poteva amare i gatti. Mi piacciono le foto che ritraggono Mishima sorridente in compagnia dei suoi gatti. Nelle sue contraddizioni, rimane sempre sospeso come Icaro, tra la morte e l’ascesa, nel volo e nella caduta. Con lui, o l’assoluto o niente. Balugina di Sole e di Acciaio, il titolo del volume da cui questa poesia è tratta e che vi propongo perché da sola vale tutto il libro, appunto, Sole e Acciaio (Guanda Editore, Collana Le Fenici tascabili, 96 pp,  €10).
Una poesia che, nella simbologia di Icaro, ci riporta a tutto il senso di tutta la fragilità e caducità dell’uomo, costretto ad attraversare, ogni giorno, il tema complesso della sua esistenza. Mishima è graffiato di rabbia e sputi ma rimane “apollineo” anche quando, come Icaro, sa di avvicinarsi troppo al sole, di farsi lui stesso plotone di esecuzione. Ma non si sfalda.
Il dubbio stesso appartiene alla bellezza del percorso, nonostante le fondamenta dell’anima a volte sprofondino nella disperazione. Il dubbio genera tutte le eterne possibilità del volo. Nell’illusione, un principio di realtà. Trapassando l’azzurro.
Rimane il limite che molto spesso oggi si dimentica. Questo si che genera mostri. Il desiderio onnipotente di essere tutto. Storditi dal superfluo, trascuriamo l’essenziale. La sua ultima frase, estrema contraddizione del suicidio rituale, sarà una testimonianza della struggente impossibilità di farsi immortali: “La vita umana è breve ma io vorrei vivere sempre”. 

Icaro

Appartengo, fin dal principio, al cielo?
Se non v’appartengo, perché
mi ha fissato così, per un attimo,
con il suo sguardo infinitamente azzurro,
e mi ha attirato lassù, con la mia mente,
in alto, sempre più in alto,
e senza tregua mi seduce e mi trascina
verso altezze remote all’umano?
L’equilibrio severamente studiato,
il volo razionalmente calcolato,
nessuna anomalia sarebbe possibile:
perché dunque la brama di salire nel cielo
è così simile, in sé, alla follia?
Niente mi può appagare,
subito mi tedia qualsiasi novita’ terrestre.
Più in alto, più in alto, instabilmente
vengo trascinato sempre più vicino al fulgore del sole.
Perché la sorgente di luce della ragione mi brucia,
perché la sorgente di luce della ragione mi annienta?
Sotto di me, in lontananza, villaggi e fiumi sinuosi
assai più tollerabili appaiono di quando sono vicini.
Perché mi perdonano, mi approvano, mi invitano,
suggerendo che da così lontano
potrei anche amare l’umano
sebbene un simile amore non possa essere la mia meta?
E, se anche lo fosse, non avrei forse ragione
di appartenere fin dal principio al cielo?
Mai ho invidiato la libertà degli uccelli,
mai ho desiderato l’indolenza della natura,
incitato solo dal misterioso struggimento
a salire, ad avvicinarmi,
ad immergermi nell’azzurro del cielo.
Così contrario alle gioie organiche,
così lontano dai piaceri di uno spirito superiore.
Più in alto, più in alto,
irretito, forse, dalla lusinga e dalla vertigine delle ali di cera?
E dunque, Se dal principio appartenessi alla terra?
E perché la terra, se così non fosse,
provocherebbe con tanta rapidità la mia caduta
senza concedermi il tempo di pensare o di sentire?
Perché la terra così morbida e languida,
mi ha accolto con l’urto della lamina d’acciaio?
La tenera terra si è trasformata in acciaio
solo per mostrarmi la mia fragilità,
affinché la natura mi mostrasse
che la caduta è molto più naturale del volo,
molto più naturale di quella misteriosa passione?
L’azzurro del cielo è un’illusione
prodotta dall’ebbrezza bruciante ed effimera
delle ali di cera, e tutto, fin dal principio
fu escogitato dalla terra, a cui io appartengo.
O forse il cielo, segretamente, favorì il piano
per colpirmi con la sua punizione?
Per punirmi della colpa
di non credere che esista un io,
o di credere troppo nel mio io,
di volere impazientemente conoscere a chi io appar­tenga,
o di presumere di sapere tutto
e di tentare di volare lontano,
verso l’ignoto,
o verso il conosciuto,
sempre verso il punto di un azzurro simbolo?

icaro-post

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3 pensieri su “L’estetica dell’azione

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