Chiarità che cerca quiete

La chiarezza non è mai saccente. Anzi più si fa chiarezza e più la luce si adombra. Come cominciasse a riposare. In un attimo di dis-tensione. Sorridendo di tanta certezza, dei possessori di verità che artigliano dogmi ma che, come noi, infondo, cercano speranze. Ed ognuno, in questa battaglia, mostra quello che è. Sempre. Di nuda essenza. Anche dando poliformi immagini. Talvolta la vita assume prismatiche sembianze ma poi parla e genera altra vita. Per fortuna. E magari ci si incontra, di nuovo o per la prima volta, su questa strada. Alla ricerca di una possibile verità. I dubbiosi, sempre sorridendo, i dogmatici, finalmente, cominciando a sorridere. Di se stessi e di quelle certezze vane che la vita ha dolcemente o dolorosamente preso a schiaffi. E, forse, in una ascesi di sentimentalismi e parole, si intravede un bagliore, un barlume che scanna i molti indugi. Un passo avanti nella definizione di questa meravigliosa possibilità che si chiama vita.

Disteso su chiarità
che cerca quiete,
danzo solitario tra stelle mute.
Agogno essere essenza
di me, in fusione di te.
Una tigre sbadiglia,
in prossimità degli altipiani.
Pervade la forma,
mentre spira,
un garbino umido,
che oltrepassa invisibili porte,
dentro scorza di mondo.
Sbriciolo fulmini,
per fare del vuoto,
non smarrimento,
ma l’umile amico
in un cammino di luce lavata.
Vorrei possedere visioni, trionfanti.
A volte capita,
ma quante disfatte…

© Daniele Del Moro 2016

Parco delle Mimose 1 - 3 aprile 2017 (FILEminimizer)

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Una fotografa ritrovata

Estetica, una parola che mi è sempre piaciuta. La associo immediatamente ad un viluppo di grazia e di fuoco, a sensibilità e visione. Aysthànomai, percepisco, comprendo, comprendo assieme. Il senso di un’eleganza che trasforma, modella, scolpisce, avvolge. Nel momento in cui avverti la presenza dell’attimo in cui il bello, il buono e il giusto convergono, coincidono, realizzando folleggianti divinità.

September 10th, 1955, New York City

Come nella fotografia, dove la scrittura con la luce, illumina l’attimo, sottrae al tempo i suoi affamati minuti e, nelle migliori percezioni, trasforma l’assenza in presenza, la perdita in una compagnia di preziose memorie. Che si fanno vive nello scorrere della vita.
La fotografia è ipodermica. Entra come un fluido nel corpo e svela ciò che sei perché in ciò che fotografi c’è la tua identità, la tua visione del mondo. La fotografia, come altre passioni forti, permeate della propria insostituibile essenza, è compagna di viaggio, figlia, amore. E’ voce nella solitudine, è sussurro, presenza nel silenzio.

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Questa piccola storia racconta di una bambina, una bambina sola che vive con la madre, fotografa, che si è da poco separata. A 6 anni questa bambina torna in Francia, a 12 di nuovo in America, a New York. Poi scompare.
Si chiama Vivian Maier. La ritroviamo anni dopo. Vive a Southampton. Fa la tata o bambinaia, un termine fuori moda ma permeato di una sua romantica bellezza. Vivian Maier sarà una bambinaia per tutta la vita. Non avrà figli. Vivrà appartata e solitaria ad accudire i figli degli altri. Unica compagna: la sua inseparabile Rolleiflex. La immagino mentre accompagna i bambini, mentre si ferma e scatta, rende immortali gli attimi della sua solitudine in mezzo alla gente, a contatto con gli altri.
E’ una donna dall’aspetto severo, di una eleganza austera e romantica che, allo stesso tempo, comunica la dolcezza delle persone che si “dissociano” perché sono nel mondo ma fuori dal mondo. E’ l’ansia che cerca l’assoluto, la solitudine dell’artista, l’incarnazione della sensibilità che si muove agognando visioni. Sembra affermare continuamente quanto scritto da Garcia Lorca: “Como me pierdo en el corazón de algunos niños, me he perdido muchas veces por el mar. Ignorante del agua, voy buscando una muerte de luz que me consuma, Come mi perdo nel cuore di qualche bambino, mi sono perduto molte volte nel mare. Ignorante dell’acqua, vado cercando una morte di luce che mi consuma. Non è fragilità, né debolezza ma una dolce raffinatezza.

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Vivian adora cappellini e cianfrusaglie di ogni tipo e riempie scatole di fotografie e di tutto ciò che accumula quasi a sottrarre spazi preziosi al mondo. Ad un certo punto scompare, torniamo a non sapere nulla di lei. Finché un giorno del 2007, John Maloof, all’epoca agente immobiliare, acquista durante un’asta, il contenuto di un deposito con cappellini, rullini, fotografie, e quei cappottoni con cui Vivian amava intabarrarsi per attraversare la realtà ma distante da tutti. E intanto fare click. Un immenso patrimonio torna alla luce, che oggi può nutrirci e vivificarci l’anima. John Maloof non smettedi cercare materiale riguardante questa misteriosa fotografa, arrivando ad archiviare oltre 150.000 negativi e 3.000 stampe.
Vivian Maier. Una fotografa ritrovata è l’esposizione che, in programma al Museo di Roma in Trastevere fino al prossimo 18 giugno, ricostruisce il lavoro fotografico di questa straordinaria artista.
L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, prodotta da diChroma Photography, realizzata da Fondazione FORMA per la Fotografia in collaborazione con Zètema Progetto Cultura, e curata da Anne Morin e Alessandra Mauro.
Parliamo di una meravigliosa selezione di 120 fotografie in bianco e nero realizzate tra gli anni Cinquanta e Sessanta insieme a una selezione di immagini a colori scattate negli anni Settanta, oltre ad alcuni filmati in super 8 che mostrano come Vivian Maier si avvicinasse ai suoi soggetti, interpretando la realtà con i suoi occhi.

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Ha spiegato Alessandra Mauro, curatrice della mostra: “Figura imponente ma discreta, decisa e intransigente nei modi, Vivian Maier ritraeva le città dove aveva vissuto – New York e Chicago – con uno sguardo curioso, attratto da piccoli dettagli, dai particolari, dalle imperfezioni ma anche dai bambini, dagli anziani, dalla vita che le scorreva davanti agli occhi per strada, dalla città e i suoi abitanti in un momento di fervido cambiamento sociale e culturale. Immagini potenti, di una folgorante bellezza che rivelano una grande fotografa”.
Vivian Maier mi affascina per diversi motivi. Realizza un corpus fotografico immenso ma lo custodisce gelosamente, quasi a voler proteggere dal mondo la sua unica ricchezza. Osservando questo patrimonio, spicca la presenza di numerosi autoritratti, non selfies, autoritratti.
Non è il desiderio di apparire e farsi “immagine” come accade oggi, troppe volte, in un mondo senza volto, immerso nel colloso magma di una massificazione banale.
No. E’ il suo rapporto con la realtà che Vivian trasmette nei suoi ritratti, raccogliendo un lascito, quella che vuole essere l’emanazione di sè, confermando quella che il filosofo Julius Evola ebbe a definire come “pathos delle distanze”. Col mondo e col pubblico, Vivian non ha mai voluto a che fare.
Una diversa concezione dello scatto di sé. Ci sono ma mi proteggo, cammino nel mondo ma lo evito.

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Come scrive Marvin Heiferman “Seppur scattate decenni or sono, le fotografie di Vivian Maier hanno molto da dire sul nostro presente. Maier si dedicò alla fotografia anima e corpo, la praticò con disciplina e usò questo linguaggio per dare struttura e senso alla propria vita conservando però gelosamente le immagini che realizzava senza parlarne, condividerle o utilizzarle per comunicare con il prossimo. Proprio come Maier, noi oggi non stiamo semplicemente esplorando il nostro rapporto col produrre immagini ma, attraverso la fotografia, definiamo noi stessi”.
Accompagna la mostra il libro Vivian Maier. Fotografa pubblicato da Contrasto e introdotto da un testo di Geoff Dyer.
Oggi possiamo ammirare le sue fotografie grazie al lavoro di John Maloof, che ha riportato alla luce, alcuni anni fa, la straordinaria opera della Maier e che cura questo volume.
“Vivian Maier era profondamente interessata a tutto ciò che la circondava – ha ricordato John Mallof nel volume – Scopre la passione per la fotografia intorno al 1950 e continua a fotografare fino alla fine degli anni Novanta, lasciando un corpus d’immagini che comprende più di centomila negativi. Oltre agli scatti realizza anche alcuni filmati amatoriali e registrazioni audio. Fra i suoi soggetti preferiti ci sono persone anziane appartenenti alla comunità polacca di Chicago, vecchie signore in abiti vistosi e il mondo urbano della comunità afroamericana. Si dedica anche a riprendere episodi tipici della società americana, come la demolizione di vecchi edifici che lasciano il posto a nuove costruzioni, le vite sconosciute dei poveri e degli oppressi e alcuni dei luoghi più caratteristici di Chicago”.

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Vivian Maier ha scattato, tra il 1950 e il 1990, centinaia di migliaia di fotografie in giro per il mondo, dalla Francia agli Stati Uniti. I suoi scatti in bianco e nero evidenziano le qualità principali dello street photographer d’eccellenza: occhio per il dettaglio, per la luce e per la composizione, il tempismo, la capacità di creare empatia con gli altri nonostante la sua vocazione solitaria e la “modalità scatto continuo” non una dissertazione tecnologica ma l’atteggiamento mentale proteso verso l’infaticabile “bulimia fotografica” per avere sempre tra le mani l’istante nell’istante.
E’ la vita urbana filtrata dall’occhio di una donna capace di guardare il mondo attraverso il mirino, baluardo tra sé e tutto il resto del vivere.
Geoff Dyer sottolinea: “Vivian Maier è un caso estremo di riscoperta postuma: ciò che visse coincise esattamente con ciò che vide. Non solo era sconosciuta in ambito fotografico ma sembra addirittura che nessuno l’abbia mai vista scattare fotografie. Può sembrare triste e forse anche crudele – una conseguenza del fatto che non si sposò, non ebbe figli e apparentemente nessun amico – ma la sua vicenda rivela anche molto su quanto sia grande il potenziale nascosto di tanti esseri umani. Come scrive Wisława Szymborska nel poema Census a proposito di Omero, Nessuno sa cosa faccia nel tempo libero”.

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Cover_Vivian_Maier_Fotografa

Dove Museo di Roma in Trastevere Piazza di Sant’Egidio, 1/b  Roma

 

Quando 17 marzo – 18 giugno 2017

 

Orari da martedì a domenica ore 10-20, chiuso lunedì e 1 maggio

La biglietteria chiude alle ore 19.00

 

Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali

 

Prodotta da

 

Realizzata da

diChroma Photography

Fondazione FORMA per la Fotografia in collaborazione con Zètema Progetto Cultura

 
A cura di

 

Catalogo

Anne Morin e Alessandra Mauro

Contrasto

 

Biglietti Tariffe non residenti: Intero € 9,50  –  Ridotto € 8,50

gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente

 

Info www.museodiromaintrastevere.it – tel 060608

 

Non è più il tempo delle mele

Non è più il tempo delle mele.
Peccato. L’adolescenza è sempre stata un momento complesso. Il tempo delle mele rappresentava la deriva “fantasiosa” di un modo di essere, un pò Mulino bianco, un pò l’onda lunga del mago Zurlì. Ma stagione di inquietudine e di soffocate speranze nello spaesamento cognitivo, quello si, l’adolescenza lo è da sempre. Oggi ancora di più. Perché la finta libertà che tuona al di là del muro di Berlino, Goodbye Lenin, ha fatto dell’adolescenza, il banco dell’orgia in piazza,  il tempo delle lacerazioni, degli strappi.
Da bramosia di maturità consapevole, che arrivi quanto prima, per avere pace e fare luce nelle crepe.
Viene da fare un attacco diverso per questo pezzo.
Citare uno degli attacchi giornalistici più intensi di sempre.
Quando Giampaolo Pansa dal Vajont realizza il celebre incipit: “Scrivo da un paese che non esiste più. Spazzato in pochi istanti da una gigantesca valanga d’acqua, massi e terra piombata dalla diga del Vajont”.
A me viene da dire così:  scrivo da un mondo che non esiste più, che non riconosco più. Spazzato via da falsi sogni e promesse di libertà, da paradisi artificiali e psicofarmaci, da improbabili modelli di violenza e prevaricazione su cui pesa la responsabilità degli adulti e dell’incontinenza di una fallace idea di indipendenza  e di affermazione.
Il bullismo è solo uno di questi aspetti, la smania di protagonismo e di “immagine” da sacrificare alla bramosia terribile di un Moloch sdentato con la bocca intrisa di bava e di sangue.
Un problema che troppe volte si vive nell’angosciosa solitudine della propria stanza, con la lingua impastata d’ansia e di paura, quando si vorrebbe avere ali per volare e denti per sorridere e basta.
La robotizzazione integralista dell’essere non è solo un fatto tecnologico che ha instaurato un totalitarismo “dis-umano”  su cui verrebbe voglia di invocare un nuovo luddismo.
La robotizzazione della mente, la “social- izzazione” virtuale ma troppe volte non virtuosa non è solo l’alienazione del marxismo e la perdita del lavoro.
E’ la sconfitta della civiltà se non si è capaci di gestirla questa tecnocrazia. Verrebbe voglia di darsi al bosco come predicava Ernst Junger nel suo Trattato del Ribelle e di farsi waldganger, hic et nunc
L’economista Richard Freeman ha parlato di “feudalesimo dell’età delle macchine” e i numeri degli studiosi più pessimisti parlano chiaro: una persona su due perderà il lavoro in America nei prossimi vent’anni a causa delle macchine.
E il cervello?  Che fa di fronte alla robotizzazione, alla “social-izzazione” che nella spettacolarizzazione si autoalimenta? Rischia l’obnubilamento davvero o è solo fantasia, allarmismo di un mondo che si oppone al progresso?
Non è una novità che molti psichiatri e “addetti ai lavori”, in maniera sempre più frequente, tendano a mettere in guardia dall’uso ossessivo e compulsivo di smartphone e tablet. Soprattutto nel caso di utilizzo “senza regole” da parte dei bambini.
Il giovane fotografato e postato su Facebook dal padre per sottolineare la violenza subita dal figlio e denunciarla ha fatto bene?
Secondo la filosofa Michela Marzano, no.
Ha scritto sul quotidiano La Repubblica la studiosa: “Rompere il muro di silenzio e di omertà che circonda ancora oggi tante vittime della violenza e del bullismo è certamente un dovere. Che a farlo sia il padre di un tredicenne picchiato da tre coetanei pubblicando su Facebook le foto del viso tumefatto del bambino, però, non può non suscitare qualche perplessità. Non solo perché, così facendo, c’è il rischio di esporre il bimbo ad ulteriori vessazioni – invece di proteggerlo e aiutarlo a ritrovare pian piano fiducia in se stesso e negli altri – ma anche e soprattutto perché, all’epoca dei social e della ricerca spasmodica di visibilità, quegli oltre diecimila “mi piace” che sono arrivati in poche ore sul post del padre del tredicenne potrebbero avere un effetto esattamente opposto rispetto a quello ricercato. Invece di essere un deterrente a comportamenti inaccettabili – scopo dell’appello accorato dell’uomo che vorrebbe che quanto successo al figlio non accada mai più – tutti questi “mi piace” potrebbero erroneamente indurre i colpevoli a sentirsi degli eroi. Invece di suscitare commozione nei confronti della vittima, potrebbero essere percepiti come un incentivo, per i bulli, a continuare a insultare, maltrattare e ferire chi, ancora troppo piccolo o fragile, non riesce a difendersi da solo”. Sottoscrivo in pienoo quando detto da Michela Marzano. C’è il rischio di fare ancora più spettacolarizzazione, di fornire un ulteriore pretesto per un desiderio malato di visibilità.
Come ha scritto Emil Cioran, “il bisogno di gloria deriva da un senso totale di insicurezza”.
Dare sicurezza a questi ragazzi soli è compito degli adulti, dare sicurezza significa porre una linea netta di demarcazione tra il buio e la luce. Significa anche ridare voce alla scuola per fare in modo che torni ad essere autorevole e non figlia del caos, significa riconfermare il senso dello stato e della politica che non si alimenta di chiacchiere ma del rispetto della legge e della morale, non clericale ma filosofica.
Il prolasso dell’inettitudine che continuamente fuoriesce per affermarsi e servire il Moloch dello show non può e non deve sostituirsi al fascino della relazionalità sana, giocosa, complice e, quella si, risolutrice delle molte tempeste adolescenziali.
Bisogna saper prendere una strada, concedersi ad una direzione.
Il viso tumefatto di un bambino non può essere lo strumento di nessuna politica del vuoto e del vuoto che si è sostituito alla politica. Il rischio è che al posto della sensibilizzazione che va fatta in altre sedi e con altre modalità, subentri il gioco del carnefice, la morsa totale della servitù incosciente, quella che compie le infamità per cercare applausi e riconoscimento.
Agli adolescenti non bisogna dare illusioni. Bisogna aiutarli a fare fenomenologia, ad arrivare al nucleo della realtà, senza perdere il desiderio di sognare, guardando la bellezza del reale, superando l’orrore del mondo e accettando se stessi.
Non a caso Jennifer Niven, in uscita con il suo nuovo romanzo L’universo nei tuoi occhi (De Agostini, Trad. di Simona Mambrini, 416 pp, euro 14,90), autrice del caso letterario Raccontami di un giorno perfetto, ha detto: “Niente fiocchetti rosa o storie edulcorate, ai teen-ager bisogna regalare autenticità, zone buie comprese”.
Il bullismo fa parte di questa zona buia. Se la giovinezza è l’esplosione della vita, portare luce in questo buio vuol dire fare catarsi e condividere la stessa sorte: vittime e carnefici a ricordare bene che il tempo passa e con i giorni passa anche la gioventù.
Il tempo delle mele non ritornerà più.
Vale la pena di prendersi per mano e affrontare la tempesta.
Godersi l’attimo di felicità, uno solo, non quello che fugge e che ci costringe spesso, troppe volte, allo sballo.  Ma quello che palpita, finché dura. Tutti insieme.
Prima di diventare grandi e non avere che rimpianti, voltandosi indietro.
E dover esclamare, come fa dire Pasolini al protagonista di Una vita violenta, il suo Tommaso (Puzzilli): “so stato ricco e nun lo sapevo”.

Vaticano 6 - 1 aprile 1017